A PROPOSITO DI VITIGNI E VINO

Questo articolo fu scritto nel 2001 e pubblicato nel Periodico storico tecnico scientifico “LE ANTICHE DOGANE” – Anno V n. 44 del febbraio 2003

UN VINO ECCELLENTE PRODOTTO IN MAREMMA NEI SECOLO PASSATI: IL VIN RIMINESE

(L’articolo, anche se è un po’ lungo, lo pubblico perché molto interessante)

Il Riminese 1La Maremma è stata interessata dalla produzione del vino fin dai tempi più remoti. Etruschi, Romani e, successivamente, gli altri popoli che dominarono questi territori, hanno perpetuato la tradizione producendo dell’ottimo vino.
E’ certo che la produzione di vino, come altre produzioni agricole, ha avuto lunghi periodi di decadenza dovuti, in particolare, alla disastrosa situazione in cui cadde la Maremma a seguito del malgoverno idraulico dei terreni e al conseguente spopolamento delle campagne, che determinarono il suo impaludamento e l’estendersi del morbo della malaria.
Tuttavia questa particolare produzione ha sempre avuto molte attenzioni da parte dei tanti produttori, riprendendo sempre vigore appena i tempi miglioravano.
Il Monte Argentario, insieme all’Isola del Giglio e all’immediato entroterra orbetellano, vengono da sempre indicati come luoghi dove si produceva, e si produce ancora, un eccellente vino: l’Ansonico.
In questa occasione non parleremo però dell’Ansonico, ma di un altro eccellente vino, il Riminese, che da parecchi decenni ormai non si produce più.
Da ragazzo, quando abitavo a Porto Ercole e facevo parte di una grande famiglia contadina, sentivo spesso parlare del Riminese, un vin che molti vignaioli e la stessa mia famiglia, producevano in una certa quantità.
Da quando la mia famiglia, nel 1938, cessò di svolgere questa attività, non avevo più avuto occasione di sentir nominare questo vino. Poi, improvvisamente, il Riminese riaffiora quando, nel 1988, andato in pensione, potevo dare sfogo alla mia grande passione: la ricerca storica e delle tradizione della mia terra natale, della Maremma.
Così, ogni tanto, nelle mie ricerche vengono fuori documenti d’archivio e vecchie cronache che decantano questo vino con parole di ammirazione per la sua bontà e per la sua qualità.
Allora, queste notizie e i conseguenti ricordi della mia gioventù, cominciarono a sollecitare la mia curiosità, per la storia che stava dietro all’arrivo di questo vitigno nella nostra zona e alla sua produzione che è durata fino ai primi decenni del 1900, anche se in quantità limitate e per uso familiare.
Sono così partito dalle testimonianze dei cronisti dei secoli scorsi trovati fino a questo momento, dei quali trascrivo le parti che trattano del riminese:

SANTI GIORGIO, Viaggio secondo per le due province Senesi che forma il seguito del viaggio al Monteamiata, Pisa 1798. “Le sue colline (di Porto Ercole N.d.R.) e la valle aggiacente stessa son coltivate a vigne, le quali producono ottimi vini. Fra essi si distingue il cosiddetto Vin Riminese, bianco, limpido, spiritosissimo, e tale, che fatto con diligenza, ed invecchiato non ha invidia ad altri liquori di Europa. Tale si era quello fattoci bere dal nostro Ospite, che vi pon cura particolare …”.

CUPPARI PIETRO, Escursione agraria sul Monte Argentario, in Giornale Agrario Toscano, Nuova Serie, 1854, T. I. pp. 139 e seguenti. “… Molte sono le varietà di uve coltivate al Monte Argentario e non poche di provenienza spagnola; ma la più distinta è quella che va sotto il nome di “Riminese” e che produce un vino gialliccio, assai generoso e di molta grazia”.

DELLA FONTE L., Da Firenze a Roma per Grosseto e Porto Ercole. In villeggiatura ed al Congresso degli Scienziati. Lettera al Marchese Commendatore Luigi Ridolfi, 1873 – 1874. “Porto Ercole 21 ottobre 1873, Il Riminese è un vino caratteristico del Monte Argentale celebre da antica data e di prodotto ristretto, come il Lacrina Cristi del Vesuvio ed il Capri: risente molto del vino di Sicilia, senza manifestare per nulla gusto d’alcool, cosa che spesso riscontrasi nei vini del mezzogiorno. E’ generoso, passante, piacevole, si avvicina molto ai vini da dessert senza lasciare d’essere buon vino da pasto”.

LOSI GIOVACCHINO, Viaggio in strada ferrata. Da Roma a Siena per Civitavecchia, Grosseto ed Asciano, Tipografia Righi Pastore e C., Roma, 1887. (Trattando del territorio orbetellano) “La campagna è fertile e caldina; ond’è che i prodotti del suolo vi maturano con sollecitudine. E’ celebre per la forza e squisitezza il vino che dicesi Riminese”.

CECCONI G., Il soldato Polfi e i suoi camerati, Ed. Baroni e Lastrucci, Firenze, 1897. “… Toh! Dice il Gori. O di dove vieni? E quando sei arrivato, pretaccio? Psi … fa il prete, mettendosi l’indice diritto appoggiato al naso e al mento. Zitto lingua maledica! Arrivo in questo momento, vengo dal convento, e vi porto questa bottiglia di Riminese di sei anni, uscita dalla cantina di Nieto …”

BANDI GIUSEPPE, I Mille, A. Salani editore, Firenze, 1902. “… Sulle ventiquattro, scendemmo giù nel cenacolo del generale per rifocillarci. Le provviste, fatte a Santo Stefano, avevano messo in grado il nostro cuoco di pascolarci assai bene; i fiaschetti di vino nero e le bottiglie di riminese del gonfaloniere Arus e d’un brav’uomo delle vicinanze d’Orbetello, ci resero degni d’invidia a Lucullo”.

DEL ROSSO RAFFAELE, Pesche e Peschiere antiche e moderne dell’Etruria Marittima, Ed. O. Paggi, Firenze, 1905. (A proposito della pesca del tonno nella tonnara di Porto S. Stefano) “… Dopo lo spettacolo di sangue gusterete le carni squisite, eccellenti in ogni salsa, tanto più se rallegrate dal vino squisito dell’Argentario, l’inebriante Riminese che ha scintillamenti di topazio …”.

Un altra citazione che, pur venendo proposta come semplice curiosità, ci dice, ancora una volta, quanto era rinomato il Riminese, proviene da un Manoscritto grossetano che si trova a Grosseto nella Biblioteca Chelliana, scritto da ignoti nell’aprile 1862, all’epoca dell’arresto del bandito Enrico Stoppa di Talamone. Probabile autore è il dottor Pietro Beltramini, allora medico a Talamone, che fu uno dei sequestrati dello Stoppa. Nel manoscritto l’estensore lancia terribili accuse nei confronti dello Stoppa e della sua famiglia, e tra le altre cose scrive: “Nella famiglia eranvi due avvenenti figlie (zie di Enrico) che generavano un proverbio ripetuto tuttavia con ilarità per la Maremma e che noi ci permettiamo anco ripetere: Riminese di Porto Ercole, e P. … di Banditella (Banditella era il casale ove abitava la famiglia Stoppa N. d. R.). Nota nel testo: “Il riminese è un vino di cui tuttora si vanta Porto Ercole”.

In Vini d’Italia giudicati da Papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio”, opera di Ferraro Giuseppe, tratta da manoscritti esistenti nella Biblioteca di Ferrara, che trattano anche del vino che produceva nel 1500 Agostino Chigi a Porto Ercole, troviamo questo passo: “… Il vino di Porto Ercole viene da un porto ed villa nel Monte Argentaro, et rare volte sono buoni, ma, quando sono nella loro perfettione, non è pari bevanda, massimo quelli della vigna che fece piantare Agostino Chigi, senese. Il sapore di tale vino vuole essere amabile et non fumoso, perché in tali vigne sono assai moscatelli. Il vino vuole havere colore dorato et non grasso ne agrestino, atteso che per la delicatezza presto si farebbe forte. Tale sorte di vino era molto grata a S. S. et a molti prelati. Et quando S. S. lasciò il mondo ne beveva, et più volte disse non havere avuto nel suo pontificato migliore ne pari bevanda …” Si trattava già allora del famoso Riminese? Da questa succinta descrizione delle sue caratteristiche e dalla sede di provenienza delle notizie, la Biblioteca di Ferrara, sembrerebbe possibile una risposta affermativa.

Quattro anni fa cominciò la mia ricerca storica e successivamente quella per capire con quale vitigno si produceva questo vino, che cronisti e storici hanno tanto decantato. Interpellati vecchi vignaioli di Porto Ercole, mi fu assicurato che nella zona esisteva ancora qualche vitigno.
La ricerca del vitigno non fu lunga; fra le persone di Porto Ercole che ancora hanno piccolo appezzamenti di terreno a vigneto, due anni or sono, sono finalmente entrato in possesso di alcune marze di questo vitigno ed ho cominciato a praticare, in modo del tutto artigianale e senza tante competenze, innesti in un piccolo vigneto sul Monte Argentario, località Spaccamontagne, nella zona di Porto Ercole.
Sarà effettivamente questo il vitigno con il quale in passato, a Porto Ercole in particolare, ma anche in altre zone del Monte Argentario e nell’orbetellano di produceva il Riminese?
L’uva, grappoli abbastanza grossi e lunghi con acini rotondi, è particolare per il colore tendente al giallo anche prima della maturazione e tendente al rosa a maturazione completa.
Quest’anno sono entrate in produzione una decina di viti; l’anno prossimo altre ne entreranno in produzione. Nella vendemmia 2002 sarà prodotto quindi un po’ di questo vino in modo del tutto artigianale, e ci renderemo conto delle sue caratteristiche e della sua bontà.
Nel frattempo la ricerca per sapere qualcosa di più su questo vitigno ha fatto un ulteriore passo avanti; consultando trattati di viticoltura ho trovato che il vitigno “Albana” è anche chiamato “Albana di Bertinoro o Riminese”, quindi un vitigno romagnolo.
Adesso, la parte più difficile. Scoprire se il vitigno fu importato nel Monte Argentario da quella zona della Romagna, oppure da qualche altra zona, in quale epoca e da chi.

MAREMMA 1861. PROVVEDIMENTI PER L’ORDINE PUBBLICO.

Buttero maremmanoCari amici,
trascrivo una circolare del Prefetto di Grosseto del 30 settembre 1860. E’ un po’ lunga, ma per coloro che desiderano approfondire la storia e le tradizioni della nostra terra e molto significativa:

REGIA PREFETTURA DI GROSSETO
Circolare, Lì 30 settembre 1861
OGGETTO: Provvedimenti di pubblica sicurezza.
Approssimandosi l’epoca in cui si da opera a molti, ed importanti Lavori nella Provincia Grossetana, l’Autorità Governativa crede suo dovere di adottare tutti i provvedimenti capaci a tutelare l’ordine, e la sicurezza pubblica in generale.
E’ noto a tutti i pubblici Funzionarj che rilevano da questa Prefettura come io non abbia tollerati, né tollererò giammai gli oziosi, ed i vagabondi, gente la più perniciosa alla Società; ogni individuo che manca di mezzi per vivere decentemente, deve procurarsi l’’onesto sostentamento col frutto del proprio sudore; le persone, e le proprietà debbono essere da tutti rispettate; gli scarpatori di campagna, ed i manutengoli dovranno essere con accuratezza sorvegliati, e, nei congrui casi, sottoposti con tutto il rigore ai vincoli atti ad impedire che si approprino, e rispettivamente acquistino a vil prezzo i prodotti campestri a danno dei proprietari, e dei coltivatori.
I lavoranti debbono essere subordinati alle persone dalle quali dipendano, né possono avanzare ingiuste pretese, poiché corre loro obbligo indeclinabile di rispettare religiosamente i patti stipulati: perché il lavoro sia a tutti proficuo deve eseguirsi, e compiersi ordinatamente.
Si ritiene in alcune località delle Province di Toscana che nella Maremma, all’epoca dei lavori, vi si riunisca il rifiuto della Società, e questo spiacente concetto nuoce grandemente a questa Provincia, che deve rialzarsi a quel grado cui ha diritto di appartenere, acciò divenga ben presto un Luogo desiderato, e poter così trarre dalla medesima tutti gli immensi vantaggi che offre la sua fertilità non comune; migliorare le condizioni della Maremma; ed aprire vasto campo all’agricoltura, all’industria, ed al commercio, alle quali vedute contribuirà potentemente la non lontana apertura delle strade ferrate in costruzione.
A raggiungere questo importante scopo, del quale ognuno deve mostrarsi sinceramente sostenitore appassionato, sarà molto opportuno conoscere quali siano gli individui che da varj luoghi si trasferiscono in questa Provincia per attendere ai lavori in generale.
Quindi Ella, con i mezzi di che può disporre, farà pervenire copia di questa Circolare ai vasti proprietari della Maremma soliti a ricevere lavoranti estranei alla Provincia, ed a tutti gli intraprenditori, e direttori, di pubbliche, e private lavorazioni, perché serva loro di invito ad aprire, e regolarmente tenere dei Registri nei quali si noti esattamente: Nome, cognome, Patria, e domicilio del lavorante il quale sarà tenuto ad indicare ancora il Distretto Governativo cui appartiene.
Sarà fatto sentire ai lavoranti che procurino di essere sinceri nelle indicazioni tutte sopranotate, poiché l’Autorità Governativa procurerà di tenersi informata se abbiano mentito, nel qual caso adotterà con tutto il rigore i provvedimenti dalle vigenti disposizioni autorizzati, e prescritti.
Nei registri suddetti noteranno altresì l’epoca precisa della partenza di quegli individui che volontariamente si assenteranno dal luogo del lavoro, o che ne saranno espulsi da chi ne ha il diritto.
Tali registri saranno presentati alle rispettive Delegazioni, che avranno l’obbligo assoluto di ricercare alle Autorità politiche del Distretto cui appartiene il lavorante, qual sia la di lui moralità, e se abbia riportati pregiudizj.
Con tale sistema i proprietarj, i direttori, e gli intraprendenti di lavori conosceranno le indole e la moralità dei loro sottoposti, e tutto sarà condotto a termine senza che venga turbata la tranquillità pubblica.
In tal modo non persevererà la opinione disgraziatamente invalsa che in Maremma si rifugiano moltissime persone oziose, vagabonde, o dedite al delitto; opinione che spesso distoglie gli onesti a trasferirvisi, poiché credono di rimanere screditati.
Con tali indicazioni l’Autorità Governativa potrà ordinare una sorveglianza speciale anziché far vigilare i lavoranti in generale, e con dispiacere, in quest’ultimo caso, degli onesti, ed industriosi; potrà fare espellere dal Distretto i tristi a conforto dei buoni, ed a soddisfazione di tutti; potrà riconoscere e fare arrestare i disertori, ed i renitenti alla Leva, e che pretendessero rifugiarsi in Maremma; l’Autorità Giudiciaria saprà quali sono le persone che deve sentire o come imputati, o come testimonj, ed avrà modo di conoscere di qual luogo sia l’individuo da citarsi, e ciò condurrà a meglio, con minore spesa, e con celerità amministrativa la Giustizia.
Nel caso di malattia o di morte, potrà con sicurezza porgersi avviso alle famiglie degli ammalati, o dei defunti; si potrà tenere un regolare registro dal RR., Spedali, e dai Parroci, per certificare all’occorrenza il nome, cognome, ed il luogo di domicilio cui appartenevano i trapassati. La tranquillità pubblica sarà difficilmente turbata; si manterrà l’ordine ovunque; si formerà la concordia fra tutti, mezzo potente per dare sviluppo all’agricoltura, al lavoro in generale, alle industrie, alle arti, ed al commercio, ed i buoni, i laboriosi, ed onesti operaj saranno soddisfatti, e contenti per appartenere ad una vasta famiglia di uomini attivi e dabbene.
Questo sistema infine chiamerà nella Maremma un maggior numero di operaj buoni ed intelligenti, e con lo scopo lodevolissimo di procurare, col lavoro e col sudore della propria fronte, i mezzi di sussistenza a se stessi ed alle loro famiglie; potranno essere allontanati quegli individui, i quali, sotto il pretesto del lavoro, si portano in Maremma, o per disturbare la quiete e l’ordine pubblico, o per vivere oziando, o per coprire, sia pure precariamente, il delitto.
Certo come sono che tali provvedimenti saranno apprezzati, e portati all’atto da tutti coloro che desiderano di vero cuore il miglioramento della Provincia Grossetana, sarò lieto per averli adottati, e rimarrà oltremodo soddisfatto se il Governo del RE, ed il popolo della Maremma potranno un giorno attestare che ho doverosamente compito l’ufficio mio.
IL PREFETTO Reggente: G. Barsotti

ANTICA RICETTA MAREMMANA

MINESTRA DELLA SCIORNA
Cara, dopo mangeremo la minestra della Sciorna copiaIngredienti per 4 persone:
400 gr. di fagioli (possibilmente rossi)
2 cipolle
qualche foglia di salvia
mezzo bicchiere di olio d’oliva extravergine
2 spicchi d’aglio
100 gr. di lardo
1 carota
1 costola di sedano
4 o 5 pomodori pelati (si adoperavano pomodori freschi, o conserva di pomodori fatta in casa)
sale e pepe q.b.
300 gr. di farina di grano
1 uovo

Cuocere i fagioli con la salvia e una cipolla tagliata grossolanamente. Durante la cottura salarli. A cottura ultimata, passateli insieme alla loro acqua di cottura.
Intanto che si cuociono i fagioli, tagliate finemente l’altra cipolla, l’aglio, il lardo, la carota e il sedano e soffriggete il trito ottenuto in un largo recipiente con l’olio d’oliva e aggiungete i pomodori pelati. Cuocere per almeno quindici minuti, aggiustando di sale. Passate tutto col passaverdure e aggiungetelo al brodo di fagioli, portandolo ad ebollizione.
In precedenza avrete preparato i bricioletti bagnando la farina con l’uovo sbattuto che, muovendola con le dita, formerete tanti bricioletti , che saranno cotti nel brodo di fagioli.

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Mia nonna paterna raccontava di avere imparato questa ricetta da sua mamma e ricordava di aver sentito dire dai suoi genitori, che veniva chiamata sciorna la donna sciocca e perditempo alla quale non piaceva dedicare troppo tempo alla cucina.

UN ALTRO DIMENTICATO ILLUSTRE FIGLIO DELLA MAREMMAGENESIO VIVARELLI

Il nostro concittadino, Ing. Prof. Genesio Vivarelli, era nato a Orbetello il 20 gennaio 1879, da una famiglia piccolo borghese, composta di liberi professionisti e funzionari pubblici..
I suoi studio si compivano presso il Politecnico di Milano, dove in età giovanissima si laureò in ingegneria con ottimi e lusinghieri risultati, che lo fecero annoverare tra i primi licenziati del suo corso di studio.
E, fresco di laurea, si stabilì nella Milano operosa, facendone la sua città di adozione, perché sentiva in quella grande metropoli , fin da quando vi era giunto per effettuare i suoi studi, di aver trovato un vasto campo di attività, favorevole alle sue iniziative e alle sue energie.
Appena giunto a Milano, fermo nei suoi principi laici, che egli apertamente aveva sempre manifestato, militò nelle file della democrazia, iscrivendosi alla “Società Democratica Lombarda” Antico stemma Orbetellodi cui era uno dei migliori elementi e in essa si guadagnò le generali simpatie dei più noti aderenti a quest’importante sodalizio.
Nel 1906 fu tra i soci fondatori della “Società Volontaria di Soccorso – Croce Verde”, la prima Compagnia di Pubblica Assistenza sorta a Milano per iniziative di un gruppo di toscani, fra cui Pietro Raveggi, il dottor Francesco Diaz De Palma, il Prof. Manfredo Vanni, che in poco tempo prese grande incremento nell’opera di pronto soccorso e assistenza. Nei difficili momenti del suo inizio il Vivarelli ricoprì l’incarico di Vice Presidente, portando nello svolgimento di questa carica tutte le sue cure indefesse e la sua continua attività
Era anche uno scrittore egregio nelle sue materie professionali, lasciando molti importanti lavori, fra cui i due Manuali Hoepli: “L’Arte del costruttore” e “Il Manuale Tecnico-Legislativo dell’Edilizia”, che furono molto apprezzati dai tecnici e dalla stampa.
Ebbe libera docenza al Politecnico e per circa dieci anni fu insegnante amato e apprezzato della Scuola Allievi Capi Mastri di Via Montebello di Milano.
Nel suo bene avviato studio milanese aveva saputo allacciare relazioni d’affari con molte importanti ditte industriali italiane e con note ditte industriali inglesi, francesi e americane.
Verso la fine del 1917, a soli 38 anni, lo colse un terribile male cominciando a minarne l’esistenza e fiaccandone le energie.
E nei primi mesi dell’anno successivo, forse presago dell’inesorabilità della sua sorte, volle ritornare a Orbetello, chiedendo di voler morire nella natia Maremma, che tanto prediligeva.
Morì il 19 ottobre 1918. Nella sua lunga e tormentata agonia apparì sempre calmo e rassegnato e guardò con occhi sereni la morte, mantenendosi fermo nei suoi principi laici.
Era iscritto ad una Loggia Massonica milanese e il giorno del funerale la sua bara era attorniata dai fratelli delle logge Valle della Bruna, Valle d’Ombrone e Valle d’Albegna. L’orazione funebre fu tenuta da Pietro Raveggi, che ricordò le rare doti d’intelletto, la modestia e la vita operosa di Genesio Vivarelli.

SLOW FOOD. CONDOTTA DI ORBETELLO. MASTER OF FOOD DI FORMAGGIO

Layout 1Slow Food, benemerita associazione che opera ormai da molti anni nel mondo e in Italia per la valorizzazione del territorio e l’individuazione di comunità di cibo che sono anche espressione della storia passata e recente, con una attenzione particolare al buono, al pulito e al gusto.

I questa importante opera, la Condotta di Orbetello, si è inserita in modo interessante e proficuo con iniziative e progetti di grande respiro umano e civile.

Anche noi, vogliamo farci interpreti di questa importante realtà mondiale, nazionale e orbetellana, sostenendo e dove è possibile valorizzando le iniziative che vengono svolte sul territorio della nostra zona.

La prossima iniziativa è un “Master of Food di Formaggio”, che si svolgerà alla Parrina, secondo i programmi allegati.

MASTER OF FOOD 1 copia

COLLABOR – AZIONI / INAUDITORIUM 2014

Compagnia Teatrale Oratorà – Teatro ricerche / SAT (ONG consulente Unesco per la Convenzione sul Patrimonio Immateriale – tutela delle tradizioni) –
Comune di Orbetello – – Madrigalisti di Magliano in Toscana.

1506456_461523933970991_1927754435_nLa pienezza gioiosa che gli artisti sperimentano nell’ultima tappa del processo creativo – la condivisione con il pubblico – è il segnale che è stata condivisa un’anima. Quest’anima collettiva parla all’individualità di ciascuno con la voce delle emozioni, facendosi inequivocabilmente riconoscere come intimamente appartenente al suo patrimonio di memoria, di cultura, di vita.
Ci sembra di poter dire che così è successo sabato 22 febbraio all’Auditorium Comunale di Orbetello. Possono testimoniarlo gli spettatori, noi attori della compagnia Oratorà, il regista Mario Gallo e l’autrice Brunelda Danesi, co-protagonisti tutti di una serata di profondo e gioioso coinvolgimento emotivo, in cui l’attenzione partecipe (a tratti “religiosa”) della sala ha ripagato attori e regista delle loro altrettanto gioiose fatiche.
Lo spettacolo La leggenda di Peciocco Pescatore(1) (parte di un progetto patrocinato dal Comune di Orbetello e da SAT), che ha aperto la rassegna “Inauditorium” 2014, è il frutto “organicamente germinato” dal laboratorio condotto da Mario Gallo con la nostra compagnia, ed è frutto di un’operazione per così dire di “innesto”: l’innesto delle tecniche della Commedia dell’Arte su un testo d’autrice, com’è quello di Brunelda Danesi. Un copione del resto perfetto per questo esperimento, non solo per il soggetto in sé, tratto da una vecchia leggenda popolare orbetellana , ma anche per l’allettante sfida rappresentata per l’appunto dal coniugare scenicamente due linguaggi: quello verbale estremamente ricco, arguto e poetico dell’autrice e quello corporeo appartenente alla tradizione dei Comici dell’Arte, un linguaggio strettamente codificato nei suoi “caratteri”, notoriamente dotato di una fisicità prorompente, di una gestualità e una verbalità altrettanto codificate e rigorosamente popolaresche.
Un sfida, d’altronde, che appare perfettamente in linea con le finalità e la prassi artistica di “Teatro ricerche”, volte non solo e non tanto a mantenere memoria del prezioso patrimonio culturale rappresentato dalla Commedia dell’Arte, quanto a dargli senso, funzione e vita nel teatro e nella società contemporanei proprio attraverso la sperimentazione e la contaminazione con linguaggi diversi.
Nel nostro caso, la regia di Mario Gallo ci pare abbia saputo cogliere al meglio, anche e soprattutto attraverso i contrasti “stranianti” tra parola e gesto, la peculiarità di un testo che nel suo linguaggio di straordinaria ricchezza verbale e poetica è in grado di conferire ad ogni atto “profano” la sacralità che gli spetta. L’uso stesso della maschera ha facilitato questa sorta di “universalizzazione” di un contesto, aggiungendo a personaggi e situazioni quel tratto di popolaresca epicità tipico della Commedia dell’Arte.
Così, la leggenda orbetellana del pescatore Peciocco e del suo prodigioso viaggio in Terra Santa a bordo del barchino condotto dalle streghe, diviene per l’appunto “racconto epico”, prodotto artistico di un patrimonio culturale condiviso.
Tra i linguaggi che concorrono a comporre il mosaico di questo ”esperimento”, la musica, sotto forma di intervento vocale a sorpresa dalla platea (un flash-mob, come si direbbe oggi), è stata da alcuni definita “la ciliegina sulla torta”. E non sorprende, visto che ad eseguire il flash mob sono stati i Madrigalisti di Magliano in Toscana, un gruppo sulla cui capacità di stupire e incantare non ha dubbi chiunque abbia avuto la fortuna di sentirli almeno una volta. Basta ascoltare proprio il loro Ave Stella Matutina (mottetto a 4 voci del fiammingo Gaspar Van Weerbeke, il brano scelto per il nostro Peciocco) per captare la qualità distintiva di questo ensemble, il cui prezioso impasto vocale, orchestrato dalla rara sensibilità interpretativa e dall’intelligente rigore filologico del Maestro Walter Marzilli, sa restituire alle partiture tutto il loro impatto vitale, con l’immancabile risultato di rapire anche il pubblico più profano. E, nel nostro caso, l’effetto di assoluta sorpresa ha raddoppiato il brivido estatico in sala.
Va detto che il brano, scelto per la sonorità incantevolmente arcaica e profondamente suggestiva, perfettamente adatta a sottolineare in modo insieme dolce e solenne la scena nuziale tra re e regina (uno degli unici due momenti in cui il ritmo frenetico dello spettacolo si placa in una sorta di fermo immagine poetico, gli sposi regali scomparsi agli occhi del pubblico sotto il grande paracadute entrato in scena come strascico nuziale e usato ora a simboleggiare l’alcova), rimanda anche, nel testo dedicato alla “regina coeli” “stella matutina”, a quello che è in fondo il protagonista centrale nel testo di Brunelda Danesi: l’”eterno femminino”. Nel gioco di travestimento e trasfigurazione che sta al centro della pièce, il pescatore Peciocco e la strega Esterina, caduti in Terra Santa proprio nel bel mezzo della celebrazione del carnevale ebraico o “festa di Purìm”, sono infatti invitati ad assumervi i ruoli di re Assuero e regina Esther, eroina quest’ultima del popolo ebraico per averlo salvato dal complotto di strage ordito dal ministro del re. Ed ecco, quindi, che l’Ave stella si leva dalla platea a salutare la regale, salvifica “stella d’oriente”, in un chiaro rimando al potere femminile, di cui l’intera pièce è la celebrazione, nonostante il fatto che titolare ne sia una figura maschile.
L’altra centralità del testo è quindi, guarda caso, proprio il “travestimento”, la trasposizione dei ruoli, in sostanza: la “maschera” come elemento fondante il gioco stesso della vita, di cui il teatro non è che primordiale ed esauriente paradigma. Non poteva esserci, quindi, sposalizio più azzeccato di quello tra il testo di Brunelda Danesi e la regia di Mario Gallo.
Dal punto di vista del nostro lavoro di attori, mi pare che l’esperienza all’allestimento di questo Peciocco sia stato un passo di crescita fondamentale per la nostra compagnia, individualmente e come insieme. Non solo per l’elemento di novità rappresentato per noi dall’uso della maschera stessa, che ci ha costretti a sperimentare nuove modalità di movimento e di uso dello spazio scenico e della voce spronandoci così ad ampliare i nostri limiti, ma anche per la possibilità di verificare sul campo le potenzialità di un lavoro registico condotto con maestria, intuitività, passione e rigore (unito, peraltro, a tanta pazienza).
Come ha sottolineato Mario Gallo nel suo saluto finale al pubblico, attingere alle proprie radici e mantenere in vita il proprio patrimonio di tradizioni è cosa di importanza fondamentale dal punto di vista formativo, sociale, culturale. E non si tratta tanto, come già accennato, di compiere operazioni “museali” che restituiscano alla memoria collettiva questo patrimonio, quanto di restituirci in primo luogo, come individui e collettività, la possibilità e la capacità di creare il nuovo attingendo al bagaglio della tradizione.
Infine, una considerazione personale. Da attrice non professionista, sono spesso portata a soppesare il valore etico e sociale del mio agire nella quotidianità lavorativa (che mi dà il pane ma non mi rappresenta) e quello del mio impegno in campo artistico (che non mi gratifica economicamente ma è me). Imbevuti (in fondo in fondo tutti) di una cultura pragmatica, efficientista e, non ultimo, moralista, tendiamo ad attribuire al primo agire il valore più alto, spesso svalutandoci nelle nostre pulsioni espressive, tanto da arrivare addirittura a sottostare alla visione dell’arte (con la quale “non si mangia”, per citare la famosa frase di un ex ministro a proposito della cultura) come di una cosa meno necessaria alla società, un optional di lusso che per l’appunto non produce pane.
Quando la società e la politica accettano la sfida di controbattere questa visione e, anche in momenti di crisi economica, trovano il coraggio di investire (anche solo piccole cifre, come nel nostro caso) in progetti artistici e formativi, compiono azioni salvifiche per la comunità. Perché, in un mondo che ha bisogno di riacquistare tutto il suo potenziale creatore di nuova realtà, condividere un’anima e far fruttificare questa condivisione è una necessità forse altrettanto impellente quanto quella di produrre pane.
Un dovuto riconoscimento, quindi, al Comune di Orbetello, che con questo progetto ha mantenuto il “coraggio” di patrocinare cultura.

Serenella Bischi

(1) La leggenda, tramandata in diverse varianti che tuttavia non si discostano nella sostanza, narra del giovane pescatore lagunare soprannominato “Peciocco” e di sette streghe (ridotte a 5 in questa versione dello spettacolo) che ogni venerdì notte trafugano il suo barchino per volare in Terra Santa (in Egitto o altrove in Oriente, secondo altre versioni). Una sera Peciocco, vedendole arrivare, si nasconde sotto coperta e, “clandestino” nel proprio barchino, è trasportato con loro in Terra Santa. Lì strapperà un rametto dalla pianta del pepe (altre versioni riportano il cappero) che, una volta tornato ad Orbetello, ostenterà spavaldamente sul copricapo come arma di ricatto nei confronti delle streghe. Il prezzo del suo silenzio sarà la loro magica protezione su di lui e sulla discendenza per sette generazioni.

Di riviste rinate, acquecotte e sale

Massi Cavallo 58x58E’ da pochissimo uscito il secondo numero zero di una pubblicazione interessante e con molte cose da dire. Non stupisca il fatto che sia stato necessario nascere due volte (anzi, semmai per alcuni popoli è segno di maturità) a distanza di un anno dalla prima uscita perchè non è che lo specchio di tempi poco grati. Nonché la riprova, qualora ce ne fosse bisogno, della piccola prospettiva odierna dell’impresa editoriale nel grande e nel piccolo (purtroppo per noi).

Cop Mar Riv 1

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Il secondo numero zero è il frutto della tenace volontà di Lucio Niccolai, direttore de “La Maremma. Rivista”, questo il nome del periodico in oggetto: per la gran parte credo di poter dire che si deve a lui se un nutrito numero di redattori, collaboratori e intervistati ha avuto occasione di esprimersi sulle colonne cartacee di un formato 22 x 32, 80 pagine a colori. Da Severino Saccardi ad Alessandro Angeli, Mauro Papa, Alessandro Camillo, Massimo Seriacopi, Angelo Biondi, Corrado Barontini e molti molti altri. Il progetto grafico è di Maurizio Cont.

I temi del numero in oggetto (dove si legge la scritta “memoria” in copertina) presi in ordine sparso e senza alcuna mia ambizione di esaustività, si indirizzano verso gli ambiti della storia del nostro territorio, delle sue tradizioni e della sua arte ma dall’angolatura del qui e dell’ora: cosa stanno dicendo oggi artisti giovani e maremmani come Moira Ricci, Lapo Simeoni, Andrea Angione, Michele Guidarini… In quale modo stiamo vivendo e sviluppando l’eredità di una tradizione vitivinicola sul nostro territorio, e si può davvero parlare di una tradizione enologica locale? In quale modo è stato elaborato il trauma dell’alluvione del novembre di due anni fa? C’è una qualche autentica attenzione, nell’elaborazione tematica delle sagre paesane della provincia, nei confronti di una ricostruzione storica della vicenda gastronomica locale?
Sei sicuro che sia acquacotta quella che stai mangiando? Che cos’è l’acquacotta?

Proprio qui punto un cono di luce: il lungo articolo a firma di Lucio Niccolai che ha per titolo: “Sagre e/o valorizzazione del cibo locale?”. Tratta proprio di questo e inizia così:

Il recupero delle tradizioni alimentari. I sistemi alimentari, scrive lo storico Montanari, contengono e trasportano la cultura di chi li pratica, sono depositari delle tradizioni e delle identità di gruppo, cioè del «patrimonio culturale che ciascuna società riconosce al proprio passato».
E’ possibile, dunque, partire dal cibo per ricostruire percorsi di valorizzazione territoriale e consapevolezza culturale?” Continua a leggere

LA BIBLIOTECA COMUNALE “P. RAVEGGI” DI ORBETELLO

Le Biblioteche sono nate per collegare libri e lettori e per favorirne l’incontro. A questo dunque debbono essere orientati i modelli organizzativi di cui le Biblioteche, in particolare quelle pubbliche, si devono dotare, tenendo conto dei diversi centri istituzionali (Stato, Regione, Provincia e Comune)  che dettano le relative norme e gli indirizzi gestionali.
La citazione di due importanti passi del Manifesto dell’UNESCO, può farci comprendere meglio il lavoro da intraprendere per la funzionalità della Biblioteca.

1)      Fede nella biblioteca pubblica come forza vitale per l’educazione, la cultura e l’informazione, e quale agente essenziale per promuovere la pace e la comprensione tra i popoli e le nazioni;

2)      La biblioteca pubblica è lo strumento più importante per mettere a disposizione di tutti le testimonianze del pensiero dell’uomo, delle sue scoperte, e le manifestazioni della sua creatività;

La biblioteca pubblica deve, quindi, offrire ad adulti e ragazzi la possibilità di vivere al passo col proprio tempo, di educare se stessi con continuità e di tenersi aggiornati sul progresso delle scienze e delle arti.
Fino  ad oggi,  salvo  pochi  esempi,  il tratto prevalente  delle  nostre biblioteche pubbliche è stato quello di istituzioni burocratiche volte essenzialmente al controllo patrimoniale delle proprie raccolte librarie, con lo scopo principale della conservazione e della salvaguardia. La discussione critica su questi metodi è da alcuni anni aperta grazie, soprattutto, alle teorie ispirate dal mondo della biblioteconomia anglosassone e vanno definendosi nuovi modelli in cui prevale la capacità della biblioteca di qualificarsi come punto di mediazione tra l’utente e le informazioni da lui richieste.
Perciò, per ottenere questi risultati è necessario, anzitutto, che la biblioteca sia dotata di una organizzazione interna funzionale agli obiettivi che abbiamo visto,   i cui elementi (documenti, strutture, risorse umane, procedure interne, contesto socio-culturale, dotazioni finanziarie) interagiscano continuamente tra loro.
In un contesto di questo genere e perché gli obiettivi possano essere raggiunti, sembra logico che l’azione del Comune e quella delle associazioni cittadine rappresenti un reale momento di collaborazione, di integrazione e di coordinamento, dove la biblioteca e tutte le altre strutture deputate all’attività culturale, divengano il fulcro di questo progetto.

Ma veniamo alla nostra Biblioteca.
Il suo patrimonio librario e documentario ha subito nel tempo danneggiamenti rilevanti in seguito all’abbandono in cui era stato tenuto fino a pochi anni or sono.
Diamo atto che negli ultimi anni qualcosa è stato fatto ed oggi la Biblioteca resta aperta al pubblico ed eroga alcuni servizio. Tuttavia, pur con tutta la buona volontà messa in atto dagli impiegati addetti, in base ai compiti che dovrebbe svolgere  una biblioteca pubblica, ciò che si è fatto e che si sta facendo, è del tutto insufficiente; anzi, col passare del tempo tutto diventa più difficile, perché i locali destinati alla Biblioteca non sono più in grado di contenere il materiale esistente.
E’ del tutto inutile che tanti libri siano presenti in biblioteca, se i potenziali lettori non sono adeguatamente informati della loro esistenza, contenuto e disponibilità e se non funzionano correttamente tutti i necessari percorsi che favoriscono l’incontro tra la domanda e l’offerta o tra la richiesta d’informazione e il documento che la contiene.
Per meglio comprendere le dimensioni dell’impegno che viene richiesto in termini progettuali, culturali, finanziari e di lavoro materiale per adeguare le attività e le funzioni della nostra biblioteca a quelli di una moderna biblioteca pubblica, prendiamo ad esempio gli standard minimi che l’IFLA (International Federation of Library Association) suggerisce per una biblioteca pubblica che debba servire una popolazione di 15.000 abitanti. Questo è il raffronto che ne deriva:
BIBLIO
Pur trattandosi di una comparazione soltanto indicativa e considerando che alcuni standard minimi su scala internazionale sono, purtroppo, abbastanza elevati per qualunque biblioteca italiana, il confronto è tuttavia utile, perché ci fa comprendere che se vogliamo un servizio funzionante ed efficace dobbiamo, in qualche modo e progressivamente, avvicinarci a quegli standard.
La nostra biblioteca è in possesso di una discreta raccolta di unità bibliografiche di storia locale, provinciale e regionale, che forma un’importante sezione, pur nella sua incompletezza. Riteniamo che sia prioritario uno sforzo per cercare di recuperare ciò che manca, attraverso una stretta collaborazione con gli studiosi, le associazioni culturali e le scuole.
La biblioteca, particolarmente in ambiti territoriali come il nostro, deve diventare il principale vettore di una forte e libera circolazione delle idee e deve saper interagire, per la sua natura informativa e bibliografica, con attività integrative ed iniziative promozionali e culturali, come si evince dallo schema seguente:
BIBLIOTECA
Deve essere inoltre sollecitata un’ulteriore espansione dell’utenza, dialogando con essa e predisponendo strategie informative graduate e differenziate.
Gli incontri con le associazioni culturali e sociali cittadine, devono essere continui e saranno molto utili per rilanciare l’immagine della biblioteca e per aprire una campagna di pubbliche relazioni che permetta di orientare e informare il territorio sulle varie attività intraprese o da intraprendere.
E’ infine indispensabile, in maniera sistematica, orientare ed informare i lettori con strumenti adeguati: una guida all’uso della biblioteca, una segnaletica interna comprensibile ed efficace, la pubblicazione regolare di un bollettino di informazione, un accesso alla rete informatica più estesa e completa.

Un Teatro a Orbetello?..perché.

Nel Piano Regolatore del Comune di Orbetello nessuna amministrazione, nel secondo dopoguerra, ha mai pensato di prevedere un’area ove costruire un teatro. Ci sarà pure una ragione. “Ci sono tante cose più importanti da fare, senza contare che con la cultura non si mangia”, dicono in molti per giustificare questa e altre scelte in questo settore. Ma allora, come mai a Orbetello vi sono tanti gruppi che fanno cultura attraverso il canto, la recitazione, il ballo o la musica; non sarà mica una tradizione radicata negli anni?. Se consideriamo poi che in un comune di oltre 15.000 mila abitanti ci sono vari gruppi che fanno cultura attraverso queste importanti attività contando soprattutto sulla loro passione: la Scuola di Musica dell’Associazione Culturale Musicale “Alfredo Ceccherini”, Il Corpo Bandistico Città di Orbetello “M. Anteo Ercole”, la cui tradizione è centenaria, Le Compagnie Teatrali “Oratorà” e “La Pullera”, l’importante Coro Musicale “Ager Cosanus, il Coro Polifonico S. Biagio, la Scuola di Ballo Moderno, e vari altri gruppi musicali di giovani e meno giovani, basterebbe per giustificare un teatro come punto di unione culturale polivalente, che avrebbe, senza dubbio, anche presupposti turistici ed economici, oltre a soddisfare la necessità di valorizzare le specificità delle associazioni esistenti consentendo una ideale unione tra le vecchie e le nuove generazioni.

Nel fare queste considerazioni ci dobbiamo porre questi obiettivi:

a)      L’area deve essere di proprietà comunale;

b)      L’attività teatrale si deve svolgere prevalentemente nel centro storico;

c)       Deve, se possibile, valorizzare le strutture esistenti;

d)      Non solo teatro ma una struttura poliedrica, prevalentemente artistica ma che consenta una socialità diffusa con punti ove fruire d’internet e mediateca on-line.

Planimetria di Orbetello centro storico         PageB

A Orbetello ci sono almeno cinque siti, di proprietà comunale, ove poter realizzare un teatro da trecento posti. Ogni sito ha le sue caratteristiche, le sue difficoltà ma anche i suoi vantaggi legati all’ubicazione dove si possono impegnare volumi ora non utilizzati secondo il concetto che prevede la valorizzare delle strutture esistenti. Essi sono:

1)      Lo spiazzo della Caserma Umberto primo;

2)      Il Baccarini;

3)      Il parco delle Crociere;

4)      L’ex Idroscalo;

5)      La zona adiacente al Palazzetto dello sport.

VI PARE POCO ……… ???

17.12.2013 – CENTENARIO DELLA FERROVIA ORBETELLO – PORTO S. STEFANO.

Mostra Baccarini -Cento anni fa, il 17 dicembre 1913, si inaugurava la ferrovia Orbetello – Porto S. Stefano, che rimase in funzione per oltre 33 anni, fino a quando cioè fu seriamente danneggiata dai bombardamenti aerei americani dell’ultima guerra mondiale e, purtroppo, non fu più ripristinata.

Ieri, di fronte ad un numeroso pubblico e con la presenza dei sindaci dei due Comuni, si è svolta ad Orbetello una bella manifestazione.  Una ricca e stimolante Mostra documentaria composta di innumerevoli fotografie e documenti in gran parte inediti e la presentazione del libro “LA FERROVIA ORBETELLO PORTO S. STEFANO” di Gualtiero della Monaca, per ricordare l’evento che ebbe risvolti di grande rilievo per lo sviluppo del nostro territorio. La Mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 27 dicembre e la manifestazione si ripeterà dopo quella data a Porto S. Stefano.

In relazione a questo evento ci preme sottolineare, con vivo apprezzamento e molto interesse, la continuità nell’importante e qualificato lavoro che Gualtiero della Monaca sta sviluppando per lo studio e la valorizzazione della storia e delle tradizioni della nostra terra.

E’ un impegno il suo, assai rilevante, di grande valore culturale, che si è ormai definitivamente affermato attraverso la produzione di numerose  opere su vari aspetti della vita millenaria di questa parte della Maremma  e, proprio per questi motivi, ma, soprattutto, per l’importanza che riveste l’opera di Gualtiero Della Monaca, insieme quella di altri studiosi locali, vorremmo cogliere l’occasione per sollecitare una maggiore attenzione del mondo culturale, sociale e politico, dei nostri Comuni, degli imprenditori economici della Costa d’Argento, perché venga acquisita per sempre la convinzione, che riportare alla luce la nostra storia, le nostre tradizioni, la nostra cultura,  trovare il modo e i mezzi per valorizzare i nostri monumenti, dare finalmente una funzione importante ai nostri beni culturali, in una zona come la nostra, a vocazione turistica, riveste un significato importante: quello di creare le condizioni per un migliore e più equilibrato sviluppo sociale ed economico del territorio.

Riteniamo che educare al patrimonio storico – artistico vuol dire far viaggiare gli italiani alla scoperta del loro Paese, indurli a dialogare con le opere nei loro contesti, scongiurando, nello stesso tempo, la fragilità della cultura, fragilità che ha ormai aperto la strada a una società in cui sembra che ci sia solo spazio per fini strettamente biologici ed economici con un obiettivo che non condividiamo: limitare, se non addirittura  soppiantare definitivamente la cultura e le arti umanistiche.

In questo contesto, vogliamo inserire la nuova opera di Gualtiero Della Monaca, col suo particolare racconto su quella realizzazione di 100 anni fa, che in modo magistrale va a colmare un altro momento storico di rilievo per le nostre comunità, narrando la vita, il lavoro, le lotte, i disagi di chi ci ha preceduto, in un periodo particolarmente interessante del nostro sviluppo economico, forse, ancora poco studiato.

Fu quello, uno  dei tanti, interessanti momenti della nostra storia locale, forse uno dei più importanti, perché tutto quel fermento che aveva avuto inizio, in particolare a partire dall’unità d’Italia, e che tendeva a dare al nostro territorio un adeguato sviluppo sociale ed economico, ricevette,  senza dubbio,  grandi benefici dallo sviluppo delle vie di comunicazione, in  modo particolare da questa ferrovia.

Infatti, la costruzione della ferrovia avvenne in un momento decisivo per le nostre comunità quando, cioè, il loro territorio si apprestava a divenire uno dei più industrializzati della Toscana.

Se la realizzazione della ferrovia Orbetello – Porto S. Stefano fu un momento importante per i risvolti positivi che ebbe, il tema relativo allo sviluppo delle strade ferrate  avrebbe potuto avere ulteriori sviluppi positivi per tutta la provincia di Grosseto, e quindi  un’importanza maggiore anche per questa parte della Maremma, se lo inquadriamo nel contesto più vasto sul quale in quel momento si stava alacremente lavorando: penso alla ferrovia trasversale, quella Tirreno – Adriatico di cui la Orbetello – Porto S. Stefano alla fine di un percorso assai travagliato, che aveva visto anche momenti di  conflittualità fra i due comuni, veniva considerato il primo tronco di quel grande progetto.

Un progetto, una linea ferroviaria che, per quanto ci riguardava, avrebbe interessato, dagli Appennini al Tirreno, quattro province, Grosseto, Siena, Perugia e Roma e 42 comuni di cui 25 direttamente attraversati dalla ferrovia. Già la semplice lettura  dei documenti che riguardano il progetto, ci mette di fronte ad un immenso lavoro svolto da quei 42 Comuni, compresi i nostri, da quelle Province: il lavoro sul campo per trovare la migliore soluzione, la formazione nel tempo di vari progetti e di vari consorzi fra gli enti interessati, un lavoro enorme che era arrivato già alla divisione della spesa fra i vari enti (Stato, Comuni e Province), spesa che era già andata a far parte dei loro bilancio. Continua a leggere

ORBETELLO: ANCORA QUALCHE PENSIERO SUI BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

37 - Polveriera GuzmanLa dizione “beni culturali” cominciata a circolare in Italia negli anni “60 del secolo scorso, seguita da una grande e controversa discussione (dibattiti, convegni, inchieste, studi, ecc.),  aveva creato un certo ottimismo circa il destino del patrimonio culturale nazionale, nel senso che questo interesse sembrava, finalmente, poter modificare la sconfortante situazione in cui si trovava.
Si determinarono anche delle modifiche nelle strutture politico-amministrative con la istituzione del Ministero dei Beni Culturali e tutta una serie di adeguamenti a livello locale.
Purtroppo, a distanza di tanti anni, nulla è cambiato, e se guardiamo bene, molte cose sono peggiorata: si continua a pensare al settore come erogatore di semplice “consumo” culturale, con scarso interesse alle sue potenzialità per lo sviluppo economico e sociale.
Che fare allora per modificare questa negativa tendenza?
Dobbiamo cominciare a batterci perché la pubblica amministrazione operi un netto cambiamento verso il settore e nella logica degli investimenti, cominciando a dare centralità alla cultura e ai beni culturali, quale risorsa importante dello sviluppo economico e sociale, oltre che mezzo di qualificazione di ogni attività dell’uomo, insieme alla capacità di stabilire un nuovo rapporto produttivo e continuativo tra l’azione culturale e chi ne usufruisce.
Piazza del DuomoDi fronte ad iniziative rispondenti solo ad una domanda di puro “consumo” culturale, senza innestare meccanismi di formazione e di crescita, abbiamo il dovere di domandarci se non diventa obbligatorio privilegiare un nuovo tipo di domanda e, in caso affermativo, comportarsi di conseguenza.
Se l’osservazione ha un fondamento, l’interesse e l’attenzione dovranno finalmente rivolgersi non solo al palcoscenico ed a ciò che vi si rappresenta ma, soprattutto, alla platea poco affollata, al pubblico sempre uguale, alle mostre apprezzate da critici ed esperti con sale deserte di visitatori: spostare quindi l’obiettivo dai pochi ai molti, dai privilegiati agli esclusi, o autoesclusi, dai pregiudizi dei luoghi comuni alle analisi puntuali.
E’ fondamentale la conoscenza della realtà in cui operiamo, su cui fondare poi la strategia per arrivare al “nuovo” pubblico, strutturando la spesa per la cultura, pubblica in primo luogo, in un rapporto produttivo legato al territorio, per cui dovranno essere privilegiate le mostre, i concerti, il ciclo di films, i convegni, le rievocazioni storiche e delle tradizioni, ma sempre legate alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali, alla formazione di momenti di produzione, di gestione e di partecipazione, dando a questo “nuovo” pubblico la capacità di esprimersi e di divenire esso stesso soggetto produttore di cultura, un pubblico per cui si pone il problema del riconoscimento, della autoidentificazione e della affermazione, tre momenti importanti di un processo che deve essere aiutato a crescere con ogni mezzo.
La storia di questa parte della Maremma, delle sue antiche popolazioni, l’opera importante  di illustri concittadini, la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico e monumentale, l’ambiente naturale,  sono emergenze uniche nelle loro specificità, da valorizzare e farne uno dei tanti possibili elementi di sviluppo di civiltà e veicolo di un sostenibile sviluppo economico e sociale.
Occorrono intese e collaborazioni ad ogni livelli, cose  che hanno sempre stentato a sviluppare, e le amministrazioni comunali, con le loro strutture e i loro servizi devono  divenire il punto centrale di questa azione e di riferimento per tutti.
Invece, purtroppo,  qualche volta si ha la sensazione che l’associazionismo e il volontariato siano visti  come antagonisti, e non come un bene straordinario della comunità, mentre invece bisogna comprendere che se queste realtà si sviluppano significa che la comunità progredisce economicamente e culturalmente.

LE BIBLIOTECHE, GLI ARCHIVI E I MUSEI ALLA DERIVA

Diga_da_terrarossa_ridotta2Se solo per un attimo mettiamo in evidenza la pericolosa deriva che va caratterizzando in Italia la gestione dei beni culturali e la loro valutazione sulla base di una possibile redditività economica, non si può fare a meno di constatare che l’orientamento prevalente porta ormai a privilegiare solo i grandi spazi museali e i momenti spettacolari, e solo quelli avrebbero importanza, per quella che molti considerano la massima industria del nostro Paese: il turismo e, in particolare,  il cosiddetto “turismo culturale”.

“Di qui l’infelice assimilazione dei beni culturali al petrolio o ai giacimenti minerari”, che molti cercano di far passare,  con la conseguenza di una evidente situazione di sottovalutazione di tante biblioteche, archivi, musei – almeno a livello di interessi  –  rispetto alle grandi strutture delle città: solo queste ultime sarebbero infatti in grado di calamitare le grandi masse del turismo internazionale, anzi solo un piccolo numero di esse svolgerebbe adeguatamente tale funzione, nel contesto nazionale.

BIBLIOTECASi connette a questa prospettiva, parziale e mistificante, la totale assenza di una seria e meditata valutazione in ordine alle funzioni che queste istituzioni (musei, archivi, biblioteche) svolgono nei processi di formazione e di crescita culturale dei cittadini.

Queste considerazioni, dovrebbero permetterci di capire meglio le ragioni che portano all’emarginazione di tanti archivi e biblioteche dal sistema dei beni culturali, insieme a tanti musei considerati minori.

Si dimentica così che proprio questi luoghi di studio offrono gli strumenti per la comprensione storica anche dei prodotti artistici, e soprattutto che essi costituiscono, o dovrebbero costituire, i grandi laboratori ove non solo si conserva e si trasmette un patrimonio storico  che appartiene all’umanità, ma dove si produce cultura, presupposto per la crescita civile ed economica delle comunità.

Di tutto questo non paiono consapevoli quanti hanno in mano le sorti dei beni culturali, ove sempre più lo spettacolare, il visuale e il virtuale sembrano affascinare e assicurare successo e sempre più spesso l’assenza di ogni riferimento agli archivi, alle biblioteche e ai musei nelle frequenti dichiarazioni programmatiche, conferma la deriva che si evidenzia abbastanza forte.

Non è quindi un caso se le biblioteche sembrano essere in irreversibile declino, gestite da personale sempre meno motivato, e spesso indifferente rispetto ai grandi compiti delle Biblioteche nel tessuto civile delle comunità.

Come non è un caso se tanti archivi e musei, con in testa quelli degli enti locali, sono chiusi, o restano aperti per poche ore la settimana.

Vogliamo continuare con questa deriva assai pericolosa per lo sviluppo culturale, sociale ed economico delle nostre comunità, o vogliamo diventare un po’ più coraggiosi, meno infingardi,  e cominciare, perlomeno, a discuterne seriamente, per vedere se sia possibile addrizzarla quella deriva?