COLLABOR – AZIONI / INAUDITORIUM 2014

Compagnia Teatrale Oratorà – Teatro ricerche / SAT (ONG consulente Unesco per la Convenzione sul Patrimonio Immateriale – tutela delle tradizioni) –
Comune di Orbetello – – Madrigalisti di Magliano in Toscana.

1506456_461523933970991_1927754435_nLa pienezza gioiosa che gli artisti sperimentano nell’ultima tappa del processo creativo – la condivisione con il pubblico – è il segnale che è stata condivisa un’anima. Quest’anima collettiva parla all’individualità di ciascuno con la voce delle emozioni, facendosi inequivocabilmente riconoscere come intimamente appartenente al suo patrimonio di memoria, di cultura, di vita.
Ci sembra di poter dire che così è successo sabato 22 febbraio all’Auditorium Comunale di Orbetello. Possono testimoniarlo gli spettatori, noi attori della compagnia Oratorà, il regista Mario Gallo e l’autrice Brunelda Danesi, co-protagonisti tutti di una serata di profondo e gioioso coinvolgimento emotivo, in cui l’attenzione partecipe (a tratti “religiosa”) della sala ha ripagato attori e regista delle loro altrettanto gioiose fatiche.
Lo spettacolo La leggenda di Peciocco Pescatore(1) (parte di un progetto patrocinato dal Comune di Orbetello e da SAT), che ha aperto la rassegna “Inauditorium” 2014, è il frutto “organicamente germinato” dal laboratorio condotto da Mario Gallo con la nostra compagnia, ed è frutto di un’operazione per così dire di “innesto”: l’innesto delle tecniche della Commedia dell’Arte su un testo d’autrice, com’è quello di Brunelda Danesi. Un copione del resto perfetto per questo esperimento, non solo per il soggetto in sé, tratto da una vecchia leggenda popolare orbetellana , ma anche per l’allettante sfida rappresentata per l’appunto dal coniugare scenicamente due linguaggi: quello verbale estremamente ricco, arguto e poetico dell’autrice e quello corporeo appartenente alla tradizione dei Comici dell’Arte, un linguaggio strettamente codificato nei suoi “caratteri”, notoriamente dotato di una fisicità prorompente, di una gestualità e una verbalità altrettanto codificate e rigorosamente popolaresche.
Un sfida, d’altronde, che appare perfettamente in linea con le finalità e la prassi artistica di “Teatro ricerche”, volte non solo e non tanto a mantenere memoria del prezioso patrimonio culturale rappresentato dalla Commedia dell’Arte, quanto a dargli senso, funzione e vita nel teatro e nella società contemporanei proprio attraverso la sperimentazione e la contaminazione con linguaggi diversi.
Nel nostro caso, la regia di Mario Gallo ci pare abbia saputo cogliere al meglio, anche e soprattutto attraverso i contrasti “stranianti” tra parola e gesto, la peculiarità di un testo che nel suo linguaggio di straordinaria ricchezza verbale e poetica è in grado di conferire ad ogni atto “profano” la sacralità che gli spetta. L’uso stesso della maschera ha facilitato questa sorta di “universalizzazione” di un contesto, aggiungendo a personaggi e situazioni quel tratto di popolaresca epicità tipico della Commedia dell’Arte.
Così, la leggenda orbetellana del pescatore Peciocco e del suo prodigioso viaggio in Terra Santa a bordo del barchino condotto dalle streghe, diviene per l’appunto “racconto epico”, prodotto artistico di un patrimonio culturale condiviso.
Tra i linguaggi che concorrono a comporre il mosaico di questo ”esperimento”, la musica, sotto forma di intervento vocale a sorpresa dalla platea (un flash-mob, come si direbbe oggi), è stata da alcuni definita “la ciliegina sulla torta”. E non sorprende, visto che ad eseguire il flash mob sono stati i Madrigalisti di Magliano in Toscana, un gruppo sulla cui capacità di stupire e incantare non ha dubbi chiunque abbia avuto la fortuna di sentirli almeno una volta. Basta ascoltare proprio il loro Ave Stella Matutina (mottetto a 4 voci del fiammingo Gaspar Van Weerbeke, il brano scelto per il nostro Peciocco) per captare la qualità distintiva di questo ensemble, il cui prezioso impasto vocale, orchestrato dalla rara sensibilità interpretativa e dall’intelligente rigore filologico del Maestro Walter Marzilli, sa restituire alle partiture tutto il loro impatto vitale, con l’immancabile risultato di rapire anche il pubblico più profano. E, nel nostro caso, l’effetto di assoluta sorpresa ha raddoppiato il brivido estatico in sala.
Va detto che il brano, scelto per la sonorità incantevolmente arcaica e profondamente suggestiva, perfettamente adatta a sottolineare in modo insieme dolce e solenne la scena nuziale tra re e regina (uno degli unici due momenti in cui il ritmo frenetico dello spettacolo si placa in una sorta di fermo immagine poetico, gli sposi regali scomparsi agli occhi del pubblico sotto il grande paracadute entrato in scena come strascico nuziale e usato ora a simboleggiare l’alcova), rimanda anche, nel testo dedicato alla “regina coeli” “stella matutina”, a quello che è in fondo il protagonista centrale nel testo di Brunelda Danesi: l’”eterno femminino”. Nel gioco di travestimento e trasfigurazione che sta al centro della pièce, il pescatore Peciocco e la strega Esterina, caduti in Terra Santa proprio nel bel mezzo della celebrazione del carnevale ebraico o “festa di Purìm”, sono infatti invitati ad assumervi i ruoli di re Assuero e regina Esther, eroina quest’ultima del popolo ebraico per averlo salvato dal complotto di strage ordito dal ministro del re. Ed ecco, quindi, che l’Ave stella si leva dalla platea a salutare la regale, salvifica “stella d’oriente”, in un chiaro rimando al potere femminile, di cui l’intera pièce è la celebrazione, nonostante il fatto che titolare ne sia una figura maschile.
L’altra centralità del testo è quindi, guarda caso, proprio il “travestimento”, la trasposizione dei ruoli, in sostanza: la “maschera” come elemento fondante il gioco stesso della vita, di cui il teatro non è che primordiale ed esauriente paradigma. Non poteva esserci, quindi, sposalizio più azzeccato di quello tra il testo di Brunelda Danesi e la regia di Mario Gallo.
Dal punto di vista del nostro lavoro di attori, mi pare che l’esperienza all’allestimento di questo Peciocco sia stato un passo di crescita fondamentale per la nostra compagnia, individualmente e come insieme. Non solo per l’elemento di novità rappresentato per noi dall’uso della maschera stessa, che ci ha costretti a sperimentare nuove modalità di movimento e di uso dello spazio scenico e della voce spronandoci così ad ampliare i nostri limiti, ma anche per la possibilità di verificare sul campo le potenzialità di un lavoro registico condotto con maestria, intuitività, passione e rigore (unito, peraltro, a tanta pazienza).
Come ha sottolineato Mario Gallo nel suo saluto finale al pubblico, attingere alle proprie radici e mantenere in vita il proprio patrimonio di tradizioni è cosa di importanza fondamentale dal punto di vista formativo, sociale, culturale. E non si tratta tanto, come già accennato, di compiere operazioni “museali” che restituiscano alla memoria collettiva questo patrimonio, quanto di restituirci in primo luogo, come individui e collettività, la possibilità e la capacità di creare il nuovo attingendo al bagaglio della tradizione.
Infine, una considerazione personale. Da attrice non professionista, sono spesso portata a soppesare il valore etico e sociale del mio agire nella quotidianità lavorativa (che mi dà il pane ma non mi rappresenta) e quello del mio impegno in campo artistico (che non mi gratifica economicamente ma è me). Imbevuti (in fondo in fondo tutti) di una cultura pragmatica, efficientista e, non ultimo, moralista, tendiamo ad attribuire al primo agire il valore più alto, spesso svalutandoci nelle nostre pulsioni espressive, tanto da arrivare addirittura a sottostare alla visione dell’arte (con la quale “non si mangia”, per citare la famosa frase di un ex ministro a proposito della cultura) come di una cosa meno necessaria alla società, un optional di lusso che per l’appunto non produce pane.
Quando la società e la politica accettano la sfida di controbattere questa visione e, anche in momenti di crisi economica, trovano il coraggio di investire (anche solo piccole cifre, come nel nostro caso) in progetti artistici e formativi, compiono azioni salvifiche per la comunità. Perché, in un mondo che ha bisogno di riacquistare tutto il suo potenziale creatore di nuova realtà, condividere un’anima e far fruttificare questa condivisione è una necessità forse altrettanto impellente quanto quella di produrre pane.
Un dovuto riconoscimento, quindi, al Comune di Orbetello, che con questo progetto ha mantenuto il “coraggio” di patrocinare cultura.

Serenella Bischi

(1) La leggenda, tramandata in diverse varianti che tuttavia non si discostano nella sostanza, narra del giovane pescatore lagunare soprannominato “Peciocco” e di sette streghe (ridotte a 5 in questa versione dello spettacolo) che ogni venerdì notte trafugano il suo barchino per volare in Terra Santa (in Egitto o altrove in Oriente, secondo altre versioni). Una sera Peciocco, vedendole arrivare, si nasconde sotto coperta e, “clandestino” nel proprio barchino, è trasportato con loro in Terra Santa. Lì strapperà un rametto dalla pianta del pepe (altre versioni riportano il cappero) che, una volta tornato ad Orbetello, ostenterà spavaldamente sul copricapo come arma di ricatto nei confronti delle streghe. Il prezzo del suo silenzio sarà la loro magica protezione su di lui e sulla discendenza per sette generazioni.