Le fontane dell’ex idroscalo di Orbetello

Vogliamo fare un po’ di chiarezza sulle fontane che esistevano nell’Idroscalo orbetellano visto che, in una recente mia visita all’Open Day del Ministero della Difesa Comando dell’Aeronautica militare, situato a Roma in Viale dell’Università 4, https://www.youtube.com/watch?v=lj8aXfo4a70,  la guida dichiarava che la fontana dell’Idroscalo di Orbetello, attualmente collocata presso il Museo Storico di Vigna di Valle, presto sarà messa in uno dei piazzali interni del palazzo ministeriale.

fontana degli atlantici

Le fontane dell’Idroscalo orbetellano più importanti erano due, la prima posta a sinistra dell’edificio Comando e la seconda posta in fondo al lungo viale che dal cancello d’ingresso portava alle sponde della laguna di levante, dietro ad una gru per il sollevamento degli aeroplani.

4605-Orbetello

La prima fontana fu costruita ex novo per abbellire la struttura aeronautica, mentre per quanto riguarda la seconda fontana, che si trovava ubicata nella piazza Eroe dei due Mondi, già piazza Garibaldi, fu smontata per far posto al capolinea della  linea di autobus che collegava Orbetello alla provincia, e riutilizzata presso l’Idroscalo.

La prima fontana attualmente si trova presso il Museo Aeronautico di Vigna di Valle, mentre della seconda, il piatto superiore fu riciclato e installato sulla sommità di quella che si trova nella piazza della stazione di Orbetello Scalo, ma nessuno sa dove sia finito il basamento e la stele che sorreggeva il piatto riciclato.

ORBETELLO. LA MASSONERIA

GiovineItaliaAll’epoca del Risorgimento italiano la Massoneria ebbe una qualche funzione positiva per cui, qualche tempo fa, nel momento dell’allestimento delle mostre allestite a Talamone nel 2007, 2010 e 2011 fui preso dalla voglia di raccogliere qualche notizia storica sulla Massoneria nella nostra città. Mi resi subito conto che si trattava di un tema non facile da affrontare, per le palesi reticenze quando affronti il discorso con persone che, si dice, ne facciano parte m a, soprattutto, per le difficoltà nel reperimento di documenti a supporto della ricerca storica. Tuttavia, riuscii a trovare queste notizie, che sono, senza dubbio, utili per comprendere quanto anche ad Orbetello abbiano operato queste società segreta, ma non sufficienti ed esaurienti per approfondire questo ramo della nostra storia. Mi sono perciò deciso a pubblicarle, con la speranza di trovare notizie e documentazione e qualcuno disposto a collaborare.

RL:. UNITA’ MASSONICA OR:. Orbetello (GR) fondata nel 1874 ca.
Si trattava di una Loggia di Rito Scozzese, all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. E’ citata nell’Almanacco del Libero Muratore del 1875, pubblicato dalle Logge di Rito Simbolico di Milano
Il 12 giugno 1875, una rappresentanza della Loggia è presente alla consacrazione del Tempio massonico di Civitavecchia.
Il 26 giugno 1875 ad Orbetello venne “solennemente inaugurato il modesto si ma convenientissimo tempio della Loggia”; in quel periodo è Maestro Venerabile Raffaello Catta.
Nel 1877 sono eletti: Venerabile Giovanni Rigetti, 1° Sorvegliante Luciano Pucci, 2° sorvegliante Antonio Maier, Oratore Antonio Colombi e Segretario Generoso Pucci.
In quello stesso anno, la Loggia orbetellana partecipava all’Assemblea Generale di Roma, rappresentata da Giovanni Rigetti, presso il quale, aveva indirizzo nel 1878.
Si trova elencata nell’Almanacco del Libero Muratore pubblicato dalle Logge “La Ragione” e “La Cisalpina” di Milano nel 1880, con indirizzo sempre presso il Dottor Giovanni Rigetti
Una rappresentanza della Loggia era presente a Prato ai solenni funerali dell’ex Gran Maestro Giuseppe Mazzoni.
Il 14 maggio 1880 venne sciolta per morosità con decreto n. 48 del 9 dicembre 1881.
Venne ricostituita, di Rito Scozzese, il 23 giugno 1893, con decreto del Gran Maestro Lemmi, n. 3, sempre all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia e nel 1895, venne inserita dal Grande Oriente d’Italia tra le Logge di prima Categoria, quelle cioè che sono in regola con il tesoro (pari con i contributi) e hanno trasmesso gli atti richiesti dalla circolare n. 10 del 15 marzo.
Sempre in quell’anno, sottoscriveva lire 5 per la costruzione del monumento al Zappetta nel cimitero di Napoli.
Nel 1896 il Grande Oriente approvava le elezioni di Loggia, e nel 1899, veniva sciolta per “lo stato di assoluta inerzia” e per “grave arretrato con le contribuzioni”.

ELENCO DEGLI APPARTENENTI ALLA LOGGIA
Francesco Adami, Oreste Adami, Eugenio Bernaroli, Luigi Bernaroli, Fortunato Buti, Salvatore Camerino, Arturo Cantieri, Raffaello Catta, Antonio Colombi, Pio Capezzoli, Francesco Diaz De Palma, Azzarita Lattes, Antonio Mayer, Guglielmo Marcelli, Andrea Paffetti, Pietro Paffetti, Generoso Pucci, Luciano Pucci, Giovanni Rigetti, Italo Rosatelli, Fortunato Ruti, Aristippo Sadum, Ferdinando Soldaini (o Soldatini), avv. Adriano Ugazzi (Oratore aggiunto 1894), Guglielmo Ugazzi.
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RL:. TRIANGOLO OR:. Orbetello (GR) fondata nel 1912.
La Loggia Triangolo venne costituita con decreto n. 51 del 15 novembre 1912, sotto gli auspici della Logia “Ombrone” di Grosseto.
E’ stata attiva dal 1912 al 1923.
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RL:. PIETRO CARNESECCHI OR:. Orbetello (GR) fondata nel 1923.
Loggia costituita all’obbedienza della Ser.ma Gran Loggia d’Italia, detta di Piazza del Gesù.
Nella tornata a Logge riunito tenuta a Civitavecchia, nei locali della Loggia “Giuseppe Mazzini” il 18 maggio 1923, Orbetello era presente con la Loggia “Ettore Socci”.
La Circolare alle Logge del 15 ottobre 1923, da notizia che il Fr:. Otello Angiolini era stato espulso per il suo atteggiamento accondiscendente nei riguardi del fascismo e per il quale era avvenuta l’adunanza scismatica del 23/24 marzo.
Sarebbe necessario approfondire e chiarire questa parte delle notizie, in quanto, prima si parla della Loggia “Pietro Carnesecchi” e subito dopo della Loggia “Ettore Socci”.
Queste notizie fanno pensare, che in quel momento, ad Orbetello agivano due Logge massoniche.
Oltre alle notizie fin qui riportate, dobbiamo registrare altri due documenti in nostro possesso, due fogli volanti del 1897, che polemizzano con il Priore di Orbetello, Don Domenico Rinaldi, che in quel momento stava facendo di tutto per ripristinare la processione religiosa durante le feste di maggio. Ebbene, questi due fogli volanti sono firmati “Loggia Massonica Valle dell’Albegna”. Si tratta certamente di un altra Loggia operante sul territorio comunale orbetellano.
Pertanto, riepilogando, si deve registrare che dal 1874 in poi le Logge massoniche di Orbetello dovrebbero essere state le seguenti:
1 – Unità Massonica;
2 – Triangolo;
3 – Pietro Carnesecche;
4 – Ettore Socci;
5 . Valle dell’Albegna.

Notizie tratte da: “Una Loggia Massonica della Maremma” di Giampiero Caglianone, edito dal Centro Studi A. Gabrielli di Massa Marittima nel 1996, da documenti dell’Archivio Storico del Comune di Orbetello, da “Rassegna Massonica”, anno XIII, n. 6-7 del giugno-luglio 1923, e da una “Circolare alle Logge” del 25 novembre 1923.

A PROPOSITO DI VITIGNI E VINO

Questo articolo fu scritto nel 2001 e pubblicato nel Periodico storico tecnico scientifico “LE ANTICHE DOGANE” – Anno V n. 44 del febbraio 2003

UN VINO ECCELLENTE PRODOTTO IN MAREMMA NEI SECOLO PASSATI: IL VIN RIMINESE

(L’articolo, anche se è un po’ lungo, lo pubblico perché molto interessante)

Il Riminese 1La Maremma è stata interessata dalla produzione del vino fin dai tempi più remoti. Etruschi, Romani e, successivamente, gli altri popoli che dominarono questi territori, hanno perpetuato la tradizione producendo dell’ottimo vino.
E’ certo che la produzione di vino, come altre produzioni agricole, ha avuto lunghi periodi di decadenza dovuti, in particolare, alla disastrosa situazione in cui cadde la Maremma a seguito del malgoverno idraulico dei terreni e al conseguente spopolamento delle campagne, che determinarono il suo impaludamento e l’estendersi del morbo della malaria.
Tuttavia questa particolare produzione ha sempre avuto molte attenzioni da parte dei tanti produttori, riprendendo sempre vigore appena i tempi miglioravano.
Il Monte Argentario, insieme all’Isola del Giglio e all’immediato entroterra orbetellano, vengono da sempre indicati come luoghi dove si produceva, e si produce ancora, un eccellente vino: l’Ansonico.
In questa occasione non parleremo però dell’Ansonico, ma di un altro eccellente vino, il Riminese, che da parecchi decenni ormai non si produce più.
Da ragazzo, quando abitavo a Porto Ercole e facevo parte di una grande famiglia contadina, sentivo spesso parlare del Riminese, un vin che molti vignaioli e la stessa mia famiglia, producevano in una certa quantità.
Da quando la mia famiglia, nel 1938, cessò di svolgere questa attività, non avevo più avuto occasione di sentir nominare questo vino. Poi, improvvisamente, il Riminese riaffiora quando, nel 1988, andato in pensione, potevo dare sfogo alla mia grande passione: la ricerca storica e delle tradizione della mia terra natale, della Maremma.
Così, ogni tanto, nelle mie ricerche vengono fuori documenti d’archivio e vecchie cronache che decantano questo vino con parole di ammirazione per la sua bontà e per la sua qualità.
Allora, queste notizie e i conseguenti ricordi della mia gioventù, cominciarono a sollecitare la mia curiosità, per la storia che stava dietro all’arrivo di questo vitigno nella nostra zona e alla sua produzione che è durata fino ai primi decenni del 1900, anche se in quantità limitate e per uso familiare.
Sono così partito dalle testimonianze dei cronisti dei secoli scorsi trovati fino a questo momento, dei quali trascrivo le parti che trattano del riminese:

SANTI GIORGIO, Viaggio secondo per le due province Senesi che forma il seguito del viaggio al Monteamiata, Pisa 1798. “Le sue colline (di Porto Ercole N.d.R.) e la valle aggiacente stessa son coltivate a vigne, le quali producono ottimi vini. Fra essi si distingue il cosiddetto Vin Riminese, bianco, limpido, spiritosissimo, e tale, che fatto con diligenza, ed invecchiato non ha invidia ad altri liquori di Europa. Tale si era quello fattoci bere dal nostro Ospite, che vi pon cura particolare …”.

CUPPARI PIETRO, Escursione agraria sul Monte Argentario, in Giornale Agrario Toscano, Nuova Serie, 1854, T. I. pp. 139 e seguenti. “… Molte sono le varietà di uve coltivate al Monte Argentario e non poche di provenienza spagnola; ma la più distinta è quella che va sotto il nome di “Riminese” e che produce un vino gialliccio, assai generoso e di molta grazia”.

DELLA FONTE L., Da Firenze a Roma per Grosseto e Porto Ercole. In villeggiatura ed al Congresso degli Scienziati. Lettera al Marchese Commendatore Luigi Ridolfi, 1873 – 1874. “Porto Ercole 21 ottobre 1873, Il Riminese è un vino caratteristico del Monte Argentale celebre da antica data e di prodotto ristretto, come il Lacrina Cristi del Vesuvio ed il Capri: risente molto del vino di Sicilia, senza manifestare per nulla gusto d’alcool, cosa che spesso riscontrasi nei vini del mezzogiorno. E’ generoso, passante, piacevole, si avvicina molto ai vini da dessert senza lasciare d’essere buon vino da pasto”.

LOSI GIOVACCHINO, Viaggio in strada ferrata. Da Roma a Siena per Civitavecchia, Grosseto ed Asciano, Tipografia Righi Pastore e C., Roma, 1887. (Trattando del territorio orbetellano) “La campagna è fertile e caldina; ond’è che i prodotti del suolo vi maturano con sollecitudine. E’ celebre per la forza e squisitezza il vino che dicesi Riminese”.

CECCONI G., Il soldato Polfi e i suoi camerati, Ed. Baroni e Lastrucci, Firenze, 1897. “… Toh! Dice il Gori. O di dove vieni? E quando sei arrivato, pretaccio? Psi … fa il prete, mettendosi l’indice diritto appoggiato al naso e al mento. Zitto lingua maledica! Arrivo in questo momento, vengo dal convento, e vi porto questa bottiglia di Riminese di sei anni, uscita dalla cantina di Nieto …”

BANDI GIUSEPPE, I Mille, A. Salani editore, Firenze, 1902. “… Sulle ventiquattro, scendemmo giù nel cenacolo del generale per rifocillarci. Le provviste, fatte a Santo Stefano, avevano messo in grado il nostro cuoco di pascolarci assai bene; i fiaschetti di vino nero e le bottiglie di riminese del gonfaloniere Arus e d’un brav’uomo delle vicinanze d’Orbetello, ci resero degni d’invidia a Lucullo”.

DEL ROSSO RAFFAELE, Pesche e Peschiere antiche e moderne dell’Etruria Marittima, Ed. O. Paggi, Firenze, 1905. (A proposito della pesca del tonno nella tonnara di Porto S. Stefano) “… Dopo lo spettacolo di sangue gusterete le carni squisite, eccellenti in ogni salsa, tanto più se rallegrate dal vino squisito dell’Argentario, l’inebriante Riminese che ha scintillamenti di topazio …”.

Un altra citazione che, pur venendo proposta come semplice curiosità, ci dice, ancora una volta, quanto era rinomato il Riminese, proviene da un Manoscritto grossetano che si trova a Grosseto nella Biblioteca Chelliana, scritto da ignoti nell’aprile 1862, all’epoca dell’arresto del bandito Enrico Stoppa di Talamone. Probabile autore è il dottor Pietro Beltramini, allora medico a Talamone, che fu uno dei sequestrati dello Stoppa. Nel manoscritto l’estensore lancia terribili accuse nei confronti dello Stoppa e della sua famiglia, e tra le altre cose scrive: “Nella famiglia eranvi due avvenenti figlie (zie di Enrico) che generavano un proverbio ripetuto tuttavia con ilarità per la Maremma e che noi ci permettiamo anco ripetere: Riminese di Porto Ercole, e P. … di Banditella (Banditella era il casale ove abitava la famiglia Stoppa N. d. R.). Nota nel testo: “Il riminese è un vino di cui tuttora si vanta Porto Ercole”.

In Vini d’Italia giudicati da Papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio”, opera di Ferraro Giuseppe, tratta da manoscritti esistenti nella Biblioteca di Ferrara, che trattano anche del vino che produceva nel 1500 Agostino Chigi a Porto Ercole, troviamo questo passo: “… Il vino di Porto Ercole viene da un porto ed villa nel Monte Argentaro, et rare volte sono buoni, ma, quando sono nella loro perfettione, non è pari bevanda, massimo quelli della vigna che fece piantare Agostino Chigi, senese. Il sapore di tale vino vuole essere amabile et non fumoso, perché in tali vigne sono assai moscatelli. Il vino vuole havere colore dorato et non grasso ne agrestino, atteso che per la delicatezza presto si farebbe forte. Tale sorte di vino era molto grata a S. S. et a molti prelati. Et quando S. S. lasciò il mondo ne beveva, et più volte disse non havere avuto nel suo pontificato migliore ne pari bevanda …” Si trattava già allora del famoso Riminese? Da questa succinta descrizione delle sue caratteristiche e dalla sede di provenienza delle notizie, la Biblioteca di Ferrara, sembrerebbe possibile una risposta affermativa.

Quattro anni fa cominciò la mia ricerca storica e successivamente quella per capire con quale vitigno si produceva questo vino, che cronisti e storici hanno tanto decantato. Interpellati vecchi vignaioli di Porto Ercole, mi fu assicurato che nella zona esisteva ancora qualche vitigno.
La ricerca del vitigno non fu lunga; fra le persone di Porto Ercole che ancora hanno piccolo appezzamenti di terreno a vigneto, due anni or sono, sono finalmente entrato in possesso di alcune marze di questo vitigno ed ho cominciato a praticare, in modo del tutto artigianale e senza tante competenze, innesti in un piccolo vigneto sul Monte Argentario, località Spaccamontagne, nella zona di Porto Ercole.
Sarà effettivamente questo il vitigno con il quale in passato, a Porto Ercole in particolare, ma anche in altre zone del Monte Argentario e nell’orbetellano di produceva il Riminese?
L’uva, grappoli abbastanza grossi e lunghi con acini rotondi, è particolare per il colore tendente al giallo anche prima della maturazione e tendente al rosa a maturazione completa.
Quest’anno sono entrate in produzione una decina di viti; l’anno prossimo altre ne entreranno in produzione. Nella vendemmia 2002 sarà prodotto quindi un po’ di questo vino in modo del tutto artigianale, e ci renderemo conto delle sue caratteristiche e della sua bontà.
Nel frattempo la ricerca per sapere qualcosa di più su questo vitigno ha fatto un ulteriore passo avanti; consultando trattati di viticoltura ho trovato che il vitigno “Albana” è anche chiamato “Albana di Bertinoro o Riminese”, quindi un vitigno romagnolo.
Adesso, la parte più difficile. Scoprire se il vitigno fu importato nel Monte Argentario da quella zona della Romagna, oppure da qualche altra zona, in quale epoca e da chi.

MANFREDO VANNI. Un altro valente figlio della Maremma che ne volle essere anche il Poeta.

Manfredo VanniIl 13 maggio 2014 ricorre il 77° anniversario della morte di Manfredo Vanni. Trattandosi di un illustre figlio della Maremma, mi sembra importante ricordarlo. Lo faccio quindi, riproducendo un bell’articolo di Pietro Raveggi, apparso sul Telegrafo del maggio 1937.

Con la morte di Manfredo Vanni avvenuta a Milano il 13 maggio scorso, si può benissimo dire, che sia scomparso il Poeta più originale ed insigne dell’Amiata e della Maremma.
Era nato a Sorano nel 1860 di famiglia però oriunda delle balze amiatine; e per quanto fin dalla sua gioventù, a motivo delle professione, avesse dovuto vivere quasi sempre lungi dai suoi luoghi natii, pure Egli ne provò e ne intese ognora la indimenticabile nostalgia.
E alle salubri ed ombrose pendici dell’Amiata come agli orizzonti suggestivi della Terra Maremmana ritornava sempre coll’estro della sua Musa, ritraendone le migliori ispirazioni della sua produzione di poeta e prosatore.
Era davvero un veterano dell’insegnamento, essendo stato prima professore di lettere ad Arezzo, e quindi per oltre un quarantennio nel Regio Istituto Tecnico “Carlo Cattaneo” di Milano, nella cui cattedra, raggiunti i limiti d’ età, venivagli a succedergli la stessa figlia Caterina, ancor Lei tempra squisita e gentile di poetessa, già nota per varie e lodate raccolte di versi.
Ed a Milano, dove aveva piantato la propria casa con fiorente famiglia, volle rimanere, salvo qualche breve permanenza estiva ai nativi luoghi, per godere il suo meritato riposo.
Riposo per così dire, perché il nostro Manfredo continuò sempre a lavorare, curando quelle graziose edizioni della “Biblioteca di Letteratura”, pubblicata dal Signorelli di Milano, una utilissima e riuscita collana di volumetti classici, a molti dei quali faceva precedere quelle sue accurate prefazioni e succose biografie dei rispettivi autori.
Ma neppure aveva lasciato del tutto il culto della poesia, perché ogni tanto seguitava a sgorgare dalla sua vena schietta e limpida qualche improvvisa ispirazione, specialmente di carattere epigrammatico.
Possiamo dunque affermare, che sia morto sulla breccia, quasi a ricordare le note parole del nostro Divino Leonardo, che una vita bene spesa dà lieto morire.
Aveva esordito nella sua produzione letteraria con una graziosa raccolta di poesie giovanili, comparse nel 1887 e che intitolò “Libretto d’Amore in Rima” portante le seguenti indicazioni re partitive: Mont’Amiata – Patria Maremma – Siena – Varie, suggestivo volumetto, che ancora fa sentire tutta la natia freschezza e visione panoramica di que’ suoi luoghi sospirati e degli affetti domestici, fra cui Egli ebbe a nascere e crescere.
Per noi rimane la manifestazione più originale dell’opera sua poetica, nella quale scorre un fremito di vita e di visioni locali, come in quel “Canto Montanino” dove sorride l’Amiata nelle sue albe imperlate coi suoi indimenticabili paesaggi, o in quell’altro stupendo sonetto “Mattinata” che riesce una vera e propria pittura della campagna maremmana, e che trovasi riportato in diverse Antologie Scolastiche.
Poi si dette a coltivare la “Poesia Storica” dandole il colorito di quei tempi; e ne venne fuori – fra altre rievocazioni – “Il Canto dell’Assedio”. In esso ritrae efficacemente e con palpitante senso di passione le dolorose vicende di Siena del 1555, cioè nella sua tragica caduta, che proprio il genio di due Maremmani dovevano ritrarre in tutta la sua grandiosità: Pietro Aldi, l’illustre pittore di Manciano col suo commovente quadro: “Le ultime ore della Libertà Senese” e il nostro Vanni col suo “Canto” celebrante la memoranda difesa fattane dagli abitanti della desolata città.
Anche nelle sue qualità di buon prosatore aveva incominciato ben presto ad affermarsi, dando alle stampe una raccolta di “Casi da Novelle”, che in seguito ampliava in una elegante edizione del Paggi di Pitigliano col titolo saporito di: “Prugnoli Maremmani”; lavoro che per purità di lingua e cesellatura di stile ricordano i novellieri cinquecentisti, mentre ne ebbe a riscuotere meritati encomi in recensioni di noti letterati.
Si provò ancora nelle nuove forme metriche messe in voga dal Carducci nella nostra lirica; e nel 1901 faceva stampare dallo stesso Editore Osvaldo Paggi un volumetto di “Odi Alcaiche”, che se non tutte si possono ritenere felici nell’ispirazione e nella loro struttura, pure quella dettata “Per una nuova fonte” quando a Grosseto furono condotte le prime acque rigeneratrici del Monte Amiata, e l’altra “Ad un cavallo” risultano per impeto lirico e scioltezza di verso con indovinato afflato di immagini bene espresse. Infatti ambedue le composizioni riescono a differenziarsi da quelle stucchevoli imitazioni carducciane, che in quel tempo tenevano il campo nella letteratura italiana.
Del resto il Vanni nella sua poesia non subì mai l’influsso materialista o così detto versista, predominanti a quei giorni; ma nelle sue strofe rifulge spesso – simile ad una fiamma tranquilla e vivida – il lume di una fede spirituale, tutta compenetrata nel culto dei valori etici e trascendentali, che debbono formare della vita umana un’altra missione. Per questo fu anche il poeta degli affetti famigliari, nella cui esaltazione seppe trovare accenti veramente ispirati ad immagini di delicata soavità, specialmente verso la mamma.
Con questo non vogliamo sostenere che tutta quanta la sua produzione poetica sia riuscita perfetta. Anzi conveniamo che parte di non reggerà alla prova del tempo; ma insieme a quanto di più bello trovasi nella sua prima raccolta menzionata, e che contiene dei veri gioielli di ritmo, non verranno certamente dimenticati i suoi “Echi M ontani” e “Le Voci di Maremma”, che furono l’espressione della sua maturità poetica.
In tali lavori, pubblicati nella annate del 1910 e 1911 della “Nuova Antologia” risultano pregi di ispirazione e squisitezze di una forma veramente castigata, che si ricorderanno sempre, finché nell’Amiata e nella Maremma si gusterà il linguaggio delle muse italiane. Si può asserire, che con tali composizioni, chiudesse degnamente la sua fioritura lirica, avendo in questi ultimi anni prediletto soprattutto la forma dell’epigramma.
E di questa sua attività, nella quale aveva raggiunto una speciale valentia, noi crediamo che rimarrà traccia nella storia della nostra letteratura, perché il suo bel volume di Epigrammi Vecchi e Nuovi, pubblicato dagli Editori Taddei di Ferrara, offrirà sempre saggi invidiabili in questo genere di poesia.
Infatti, quelli “Letterari” che piacquero tanto al Pascoli, quelli “Senesi” ed altri di carattere catulliano e marzialesco rappresentano sia delle riuscite miniature personali lumeggianti tutta la rispettiva opera letteraria, o quadretti di vera elevata visione artistica, o dei delicati pungiglioni sulle debolezze della natura umana, anche se – molte volte – il dardo scoccato non coglie perfettamente nel segno.
Per questo venne giustamente rilevato da qualcuno che l’epigramma del nostro autore non sapeva troppo di fiele e nelle sue punture non sempre poteva dirsi completamente riuscito. Ma noi sapevamo che tale deficienza dipendeva più che da un difetto della sua arte da un pregio del suo cuore nel quale non albergava né odio, né rancori; e che il suo amabile sorriso di generosa comprensione rifuggiva dalle asprezze dell’invettiva maligna e spavalda.
Inoltre Egli era pure un buon critico letterario di vasta erudizione e cultura, come lo attesta il suo primo Saggio su Girolamo Gigli, il noto scrittore umorista senese, e di recente l’ultima edizione da lui riveduta del Dizionario del Petrocchi.
Ma soprattutto fu una figura di vero galantuomo e di anima maremmana rifuggente da ogni mira ambiziosa, veramente devoto alla grandezza ed alla gloria della sua terra!…
A questo proposito ci piace ricordare, che quando in uno scritto di molti anni indietro, illustrando le tendenze della sua Musa, lo chiamammo “Poeta dello Spirito”, egli ci rispose inviandoci l’elegante suo volumetto: “Poesie Scelte” sul frontespizio del quale apponeva, per dedica, il seguente epigramma:
… amico sognatore!
Anch’io so la malìa d’un qualche fiore
Non di mistici pollini ha penuria
Codesta nostra polvere d’Etruria.

Ed il povero compianto Manfredo, che profondamente sentì i legami della sincera amicizia, comprese ancora tutto il fascino arcano della nostra veneranda tradizione storica, che dal mito leggendario dell’Etruria Antica culminò in Roma Eterna, sempre maestra alle genti di luce e di libertà.

TALAMONE. Il salvataggio.

TalamoneIl giorno 17 dicembre 1924 un idrovolante proveniente da Vigna di Valle e diretto a Livorno, per un improvvisa avaria al motore fu costretto ad un ammaraggio forzato nei pressi di Cala di Forno, in un tratto di costa a picco sul mare, dove non era possibile approdare.
L’aereo, in balia delle onde veniva sospinto a largo dal vento, quel giorno abbastanza forte.
Angelo Berni e Barzellini Giacomo di Talamone, che si trovavano a pescare nei pressi di Cala di Forno, unici presenti all’accaduto, senza pensare al pericolo che avrebbero corso, si lanciarono con la loro barca verso l’aereo e dopo tre ore circa di sforzi inauditi, riuscirono a portare in salvo nel porto di Talamone aereo ed uomini dell’equipaggio.
Il 9 febbraio 1925, il Sindaco di Orbetello riceveva una lettera del Comando dell’80° Gruppo e Base Idrovolanti di Orbetello con la quale, dopo aver segnalato l’opera encomiabile dei due cittadini talamonesi, conclude: “Nell’esprimere la gratitudine del personale navigante di questo Idroscalo, si propone che la loro opera sia portata a conoscenza della cittadinanza e che ai medesimi sia rilasciato un documento attestante la loro azione meritoria.”

di Giovanni Damiani Inviato su Storia

UNA CURIOSA POESIA.

les gens de médecine
La seguente poesia (satirico-polemica), non sappiamo chi l’abbia scritta. Ci è stata passata da Mons. Pietro Fanciulli alcuni anni fa, trovata fra carte sciolte dell’Archivio Abbaziale di Orbetello.
L’ho inclusa in una ricerca sulla poesia in Maremma, perché, oltre ad essere ben strutturata, documenta un certo periodo della nostra storia che deve essere ancora approfondito.

UN PRESIDENTE

Venuto da Rieti
Calato a Orbetello
Cercando un Corbello
Cui tender le reti.

Voleva un paese
Gentile e garbato
Che a lui e all’avvocato
Facesse le spese

Appena qui giunto
Dal legno smontato,
Coll’abito usato,
Scucito stangato

Lo presi per uno
Di quei Saltimbanchi
Che giungono stanti,
Per lungo digiuno

Ma poi meglio visto,
Per bene squadrato
Mi avvidi per Cristo,
Che mi ero sbagliato.

E dopo si seppe
Nomarsi Giuseppe
Che venne da Rieti
Per tender le reti.

Con quella gran barba,
Mi disse l’Agnelli,
Mi sembra il Baccelli
Ma a me non mi garba.

Che è brutto lo vedo,
Il popolo dice
Che ha dura cervice
Ma al popol non credo.

Che il popolo grammo
Nel torbido pesca
E ai grulli da l’esca
Per prenderli all’amo.

E qual don Pirlone
Sussurra all’orecchio:
Vedete quel vecchio
Che pare un burlone?

E’ un Aspite, un angue
Tra noi venne tristo
Quel nuovo vestito
Dei poveri è sangue.

Qual lusso si fa
Con quella pensione,
Che più di metà
Ne spende in pigione.

Io dico davvero
Per me è un galantuomo
Migliore del Clero
Che bazzica il Duomo.

E poi all’Ospedale
Tra il nobil consesso
L’avrebbero messo
Se fosse immorale?

Infatti al mattino
Si mette la cappa,
Qual umil pappino,
Assaggia la pappa.

E padre amoroso
Di quegli ammalati
Non trova riposo
Se non ha assaggiati

Il latte, il caffè
Il lesso ed il brodo
Che preside ammodo
Brav’uomo egli è.

E il popolo infame
Che dice s’arrangia
Si leva la fama
Con quello che assaggia.

Ma io grido franco:
Evviva l’acume
Del nostro Comune
Che il mise nel branco.

Evviva anche Rieti
Che ce lo mandò
Evviva Orbetello
Che se lo pigliò.

Sarebbe interessante riuscire a scoprire chi la scrisse, quando e in quale contesto. Malgrado le molte ricerche effettuate in diverse direzioni, non sono riuscito a trovare quelle notizie.
Sul retro del foglio c’è il seguente appunto scritto a mano: “Nello stesso anno 1862 vi furono l’esposizione in Firenze ove intervennero i primi, secondi e terzi Battaglioni di ciascun Reggimento. Io facevo parte del 2° Battaglione comandato dal Signor Maggiore Raiola, come ho già detto, ed il comandante il Reggimento, allora il Sig. Colonnello Testa, mi fece fare passaggio al 4° Battaglione comandato dal Maggiore Briggio Francesco, presceltomi fra gli altri Ufficiali.

MAREMMA 1861. PROVVEDIMENTI PER L’ORDINE PUBBLICO.

Buttero maremmanoCari amici,
trascrivo una circolare del Prefetto di Grosseto del 30 settembre 1860. E’ un po’ lunga, ma per coloro che desiderano approfondire la storia e le tradizioni della nostra terra e molto significativa:

REGIA PREFETTURA DI GROSSETO
Circolare, Lì 30 settembre 1861
OGGETTO: Provvedimenti di pubblica sicurezza.
Approssimandosi l’epoca in cui si da opera a molti, ed importanti Lavori nella Provincia Grossetana, l’Autorità Governativa crede suo dovere di adottare tutti i provvedimenti capaci a tutelare l’ordine, e la sicurezza pubblica in generale.
E’ noto a tutti i pubblici Funzionarj che rilevano da questa Prefettura come io non abbia tollerati, né tollererò giammai gli oziosi, ed i vagabondi, gente la più perniciosa alla Società; ogni individuo che manca di mezzi per vivere decentemente, deve procurarsi l’’onesto sostentamento col frutto del proprio sudore; le persone, e le proprietà debbono essere da tutti rispettate; gli scarpatori di campagna, ed i manutengoli dovranno essere con accuratezza sorvegliati, e, nei congrui casi, sottoposti con tutto il rigore ai vincoli atti ad impedire che si approprino, e rispettivamente acquistino a vil prezzo i prodotti campestri a danno dei proprietari, e dei coltivatori.
I lavoranti debbono essere subordinati alle persone dalle quali dipendano, né possono avanzare ingiuste pretese, poiché corre loro obbligo indeclinabile di rispettare religiosamente i patti stipulati: perché il lavoro sia a tutti proficuo deve eseguirsi, e compiersi ordinatamente.
Si ritiene in alcune località delle Province di Toscana che nella Maremma, all’epoca dei lavori, vi si riunisca il rifiuto della Società, e questo spiacente concetto nuoce grandemente a questa Provincia, che deve rialzarsi a quel grado cui ha diritto di appartenere, acciò divenga ben presto un Luogo desiderato, e poter così trarre dalla medesima tutti gli immensi vantaggi che offre la sua fertilità non comune; migliorare le condizioni della Maremma; ed aprire vasto campo all’agricoltura, all’industria, ed al commercio, alle quali vedute contribuirà potentemente la non lontana apertura delle strade ferrate in costruzione.
A raggiungere questo importante scopo, del quale ognuno deve mostrarsi sinceramente sostenitore appassionato, sarà molto opportuno conoscere quali siano gli individui che da varj luoghi si trasferiscono in questa Provincia per attendere ai lavori in generale.
Quindi Ella, con i mezzi di che può disporre, farà pervenire copia di questa Circolare ai vasti proprietari della Maremma soliti a ricevere lavoranti estranei alla Provincia, ed a tutti gli intraprenditori, e direttori, di pubbliche, e private lavorazioni, perché serva loro di invito ad aprire, e regolarmente tenere dei Registri nei quali si noti esattamente: Nome, cognome, Patria, e domicilio del lavorante il quale sarà tenuto ad indicare ancora il Distretto Governativo cui appartiene.
Sarà fatto sentire ai lavoranti che procurino di essere sinceri nelle indicazioni tutte sopranotate, poiché l’Autorità Governativa procurerà di tenersi informata se abbiano mentito, nel qual caso adotterà con tutto il rigore i provvedimenti dalle vigenti disposizioni autorizzati, e prescritti.
Nei registri suddetti noteranno altresì l’epoca precisa della partenza di quegli individui che volontariamente si assenteranno dal luogo del lavoro, o che ne saranno espulsi da chi ne ha il diritto.
Tali registri saranno presentati alle rispettive Delegazioni, che avranno l’obbligo assoluto di ricercare alle Autorità politiche del Distretto cui appartiene il lavorante, qual sia la di lui moralità, e se abbia riportati pregiudizj.
Con tale sistema i proprietarj, i direttori, e gli intraprendenti di lavori conosceranno le indole e la moralità dei loro sottoposti, e tutto sarà condotto a termine senza che venga turbata la tranquillità pubblica.
In tal modo non persevererà la opinione disgraziatamente invalsa che in Maremma si rifugiano moltissime persone oziose, vagabonde, o dedite al delitto; opinione che spesso distoglie gli onesti a trasferirvisi, poiché credono di rimanere screditati.
Con tali indicazioni l’Autorità Governativa potrà ordinare una sorveglianza speciale anziché far vigilare i lavoranti in generale, e con dispiacere, in quest’ultimo caso, degli onesti, ed industriosi; potrà fare espellere dal Distretto i tristi a conforto dei buoni, ed a soddisfazione di tutti; potrà riconoscere e fare arrestare i disertori, ed i renitenti alla Leva, e che pretendessero rifugiarsi in Maremma; l’Autorità Giudiciaria saprà quali sono le persone che deve sentire o come imputati, o come testimonj, ed avrà modo di conoscere di qual luogo sia l’individuo da citarsi, e ciò condurrà a meglio, con minore spesa, e con celerità amministrativa la Giustizia.
Nel caso di malattia o di morte, potrà con sicurezza porgersi avviso alle famiglie degli ammalati, o dei defunti; si potrà tenere un regolare registro dal RR., Spedali, e dai Parroci, per certificare all’occorrenza il nome, cognome, ed il luogo di domicilio cui appartenevano i trapassati. La tranquillità pubblica sarà difficilmente turbata; si manterrà l’ordine ovunque; si formerà la concordia fra tutti, mezzo potente per dare sviluppo all’agricoltura, al lavoro in generale, alle industrie, alle arti, ed al commercio, ed i buoni, i laboriosi, ed onesti operaj saranno soddisfatti, e contenti per appartenere ad una vasta famiglia di uomini attivi e dabbene.
Questo sistema infine chiamerà nella Maremma un maggior numero di operaj buoni ed intelligenti, e con lo scopo lodevolissimo di procurare, col lavoro e col sudore della propria fronte, i mezzi di sussistenza a se stessi ed alle loro famiglie; potranno essere allontanati quegli individui, i quali, sotto il pretesto del lavoro, si portano in Maremma, o per disturbare la quiete e l’ordine pubblico, o per vivere oziando, o per coprire, sia pure precariamente, il delitto.
Certo come sono che tali provvedimenti saranno apprezzati, e portati all’atto da tutti coloro che desiderano di vero cuore il miglioramento della Provincia Grossetana, sarò lieto per averli adottati, e rimarrà oltremodo soddisfatto se il Governo del RE, ed il popolo della Maremma potranno un giorno attestare che ho doverosamente compito l’ufficio mio.
IL PREFETTO Reggente: G. Barsotti

FRAMMENTI DI STORIA LOCALE. 1909: FARSA ORBETELLANA

FARSA ORBETELLANANel 1909 Raffaele Del Rosso finì di scrivere il libro “IL DOTTOR AMBROGIO. Storia aneddotica di un piccolo Stato distrutto dal 1799” che fu pubblicato in appendice al giornale repubblicano di Roma “LA RAGIONE” in 140 puntate.
L’opera che non era mai stampata come libro, fu pubblicato dal Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti” nel 1966, in occasione del II° Convegno “Maremmani da ricordare”.
A proposito di quest’opera, nel 1910, si sviluppò in Orbetello una polemica, alimentata dai suoi avversari politici, contro Raffaele Del Rosso che, fra le altre cose  sostenevano che il Comune aveva contribuito alla copiatura dell’opera stessa facendola copiare dall’impiegato comunale. L’articolo pubblicato il 7 agosto 1910 dal giornale Etruria Nuova di Grosseto ci rende edotti di questa rovente polemica.

ORBETELLO. UNA LAPIDE DELL’ETÀ AUGUSTEA

Palazzo municipale -Le iscrizioni latine dell’età repubblicana, augustea ed imperiale scoperte, soprattutto, nei secoli XVIII e XIX nella nostra zona sono tante e le ha documentate con grande chiarezza e abbondanza di particolari, Mons. Pietro Fanciulli, nel suo libro “TRA PASSATO E PRESENTE. Raccolta di scritti minori e inediti sulla Maremma e la Costa d’Argento”, edito dalla Laurum Editrice di Pitigliano nel 2005.
La conoscenza di queste iscrizioni latine, “nel passato riservata a pochi iniziati e agli studiosi di epigrafia”, non è stata molto utilizzata dagli studiosi di storia locale e per questo, oggi, è poco conosciuta.
Sono invece una testimonianza importante perche oltre a “scoprire le mute testimonianze della vita di ieri”, potrebbero diventare oggetto di analisi interessanti, sotto l’aspetto grafico, stilistico, archeologico e storico, per farci conoscere in modo più completo la storia della nostra terra.
In questa occasione voglio parlare della lapide che si trova murata nello spigolo del palazzo comunale (Piazza Plebiscito), ad un altezza di circa quattro metri da terra, difficile a vedersi e nell’assoluta impossibilità di poterla leggere. Vi sono incise lettere latine, molto eleganti, in due versioni sui due lati.
Ecco il testo:

Lato destro:
IMP . CAES . M . AVRELIANO
ANTONINO . AVG . PIO . FELICI
PARTH . MAX . BRIT . MAX
PONT . MAX . TRIB . POT
XVI IMP . II . COS . IIII . P . P
RESPUBLICA COSANORVM
INFATICABILI
[…]VLGENTIA . EIVS

Lato sinistro:
CAES . M . AVR . ANTONIMO
AVG . PIO . FEL . PARTH . MAX
BRIT . MAX . IIII . ET
DECIMO . CAELIO . BALBINO
COS . DEDIC . V . NON . MA
PER PORCIVM . SEVERINVM . C[…]
CUR . REIP . COSANORVM
LEGATO . ENNIO . HVACINTO

“Si trovava su una piccolo base marmorea. Fu rinvenuta nel 1776 in Orbetello nel fare nuove fortificazioni, tra altri frammenti di marmi antichi di un pilastro che fu demolito, vicino alla via Aurelia.
La lapide fu posta sul muro della prima porta di Orbetello, detta Porta a Terr; poi murata, non si sa quando, sullo spigolo del Palazzo Comunale tra la Piazza e il Corso Italia, ove si trova tutt’ora.”

Come dicevo, è impossibile leggere l’iscrizione ed ammirarla, murata com’è, a quell’altezza da terra.
Non sarebbe più logico rimuoverla e portarla nel nostro museo archeologico, a disposizione dei visitatori e di coloro che si interessano di archeologia, epigrafia e storia antica?

UN ALTRO DIMENTICATO ILLUSTRE FIGLIO DELLA MAREMMAGENESIO VIVARELLI

Il nostro concittadino, Ing. Prof. Genesio Vivarelli, era nato a Orbetello il 20 gennaio 1879, da una famiglia piccolo borghese, composta di liberi professionisti e funzionari pubblici..
I suoi studio si compivano presso il Politecnico di Milano, dove in età giovanissima si laureò in ingegneria con ottimi e lusinghieri risultati, che lo fecero annoverare tra i primi licenziati del suo corso di studio.
E, fresco di laurea, si stabilì nella Milano operosa, facendone la sua città di adozione, perché sentiva in quella grande metropoli , fin da quando vi era giunto per effettuare i suoi studi, di aver trovato un vasto campo di attività, favorevole alle sue iniziative e alle sue energie.
Appena giunto a Milano, fermo nei suoi principi laici, che egli apertamente aveva sempre manifestato, militò nelle file della democrazia, iscrivendosi alla “Società Democratica Lombarda” Antico stemma Orbetellodi cui era uno dei migliori elementi e in essa si guadagnò le generali simpatie dei più noti aderenti a quest’importante sodalizio.
Nel 1906 fu tra i soci fondatori della “Società Volontaria di Soccorso – Croce Verde”, la prima Compagnia di Pubblica Assistenza sorta a Milano per iniziative di un gruppo di toscani, fra cui Pietro Raveggi, il dottor Francesco Diaz De Palma, il Prof. Manfredo Vanni, che in poco tempo prese grande incremento nell’opera di pronto soccorso e assistenza. Nei difficili momenti del suo inizio il Vivarelli ricoprì l’incarico di Vice Presidente, portando nello svolgimento di questa carica tutte le sue cure indefesse e la sua continua attività
Era anche uno scrittore egregio nelle sue materie professionali, lasciando molti importanti lavori, fra cui i due Manuali Hoepli: “L’Arte del costruttore” e “Il Manuale Tecnico-Legislativo dell’Edilizia”, che furono molto apprezzati dai tecnici e dalla stampa.
Ebbe libera docenza al Politecnico e per circa dieci anni fu insegnante amato e apprezzato della Scuola Allievi Capi Mastri di Via Montebello di Milano.
Nel suo bene avviato studio milanese aveva saputo allacciare relazioni d’affari con molte importanti ditte industriali italiane e con note ditte industriali inglesi, francesi e americane.
Verso la fine del 1917, a soli 38 anni, lo colse un terribile male cominciando a minarne l’esistenza e fiaccandone le energie.
E nei primi mesi dell’anno successivo, forse presago dell’inesorabilità della sua sorte, volle ritornare a Orbetello, chiedendo di voler morire nella natia Maremma, che tanto prediligeva.
Morì il 19 ottobre 1918. Nella sua lunga e tormentata agonia apparì sempre calmo e rassegnato e guardò con occhi sereni la morte, mantenendosi fermo nei suoi principi laici.
Era iscritto ad una Loggia Massonica milanese e il giorno del funerale la sua bara era attorniata dai fratelli delle logge Valle della Bruna, Valle d’Ombrone e Valle d’Albegna. L’orazione funebre fu tenuta da Pietro Raveggi, che ricordò le rare doti d’intelletto, la modestia e la vita operosa di Genesio Vivarelli.

FRAMMENTI DI STORIA LOCALE

Dopo un periodo di pace di circa sessanta anni, le vicende a cui si vedeva esposta la popolazione di Orbetello erano davvero impensate. Nel giro di tre mesi divenivano sudditi di tre potenze.
Queste vicende ebbero inizio sul finire del 1798 all’epoca dell’arrivo nei Reali Presidi della colonna militare comandata dal generale Damas, residuo dell’armata attaccata dai francesi nei pressi di Montalto di Castro, che nell’impossibilità di ricongiungersi col grosso dell’esercito napoletano, ormai in ritirata, pensò di retrocedere e venire a chiudersi nella Piazzaforte di Orbetello.
I primi che entrarono nella Piazzaforte, il 14 dicembre, furono quelli che camminavano più spediti nella fuga, cioè la cavalleria, e man mano gli arrivi erano sempre più consistenti. Nella mattinata successiva entrava in città il grosso della colonna: due corpi di cacciatori Calabresi e uno di Dalmati, comandati dal brigadiere Amato, vari squadroni dei reggimenti di cavalleria Tarragona, principe Albero e Regina, comandati dal brigadiere Pinedo e numerosi dei quattro reggimenti di linea Borgogna, Sannio, Agrigento e Siracusa, insieme al comandate Damas. Le cronache dicono che erano tutti in condizioni miserevoli.
Anche nei giorni successivi arrivavano, soli o a piccoli gruppi, a tutte le ore, i miseri resti della colonna. Ufficiali e soldati “dispersi o raminghi”Orbetello. Porta del soccorso, che per evitare la morte o la prigionia si erano nascosti nei boschi o in qualche casa lungo i confini fra lo Stato Pontificio e lo Stato dei Reali Presidi.
Alla fine i soldati che entrarono nella Piazzaforte di Orbetello ammontavano ad oltre seimila e i cavalli oltre quattrocento e tutti dovevano adoperarsi perché quella forzata ospitalità avvenisse nel modo migliore.
Quella riportataci dagli atti di archivio è una cronaca molto dettagliata, che ho sintetizzato al massimo, ma credo che riesca a dare tutti gli elementi per comprendere i difficili momenti ai quali andava incontro la popolazione.
Di questa cronaca che ci fa conoscere così minuziosamente quei fatti e di cui hanno diffusamente parlato nei loro scritti il canonico Vincenzo Ventura che li ha vissuti e Raffaele Del Rosso nel libro “IL DOTTOR AMBROGIO”, ci sono anche momenti che potremmo definirli “ridicoli” taluni, “divertenti” altri nella loro tragicità.
Ed è proprio uno di questi fatti “divertenti” che voglio farvi conoscere, trascrivendolo pari pari dal documento.
“Chi più doveva adoperarsi per quella forzata ospitalità alla quale per la rotta di Damas la capitale dei Presidi si vide costretta, fu il giovane Ciucciumeo, un antesignano del buon uomo, vissuto con lo stesso nome un mezzo secolo dopo, e cioè l’unico spazzino della città, il quale nel dialetto mezzo napoletano che in Orbetello, città naturalmente toscana, in quel tempo adopera vasi, era soprannominato Ciucciumeo, ossia Ciuco mio, tanto era l’affetto che in questa sua consuetudinaria apostrofe poneva quando si indirizzava alla bestiola che gli era stata affidata dalla Comunità per fargli tirare innanzi la carretta delle immondizie che doveva raccogliere due volte il giorno in tutta l’estensione della piccola città.
Un umorista quel Ciucciumeo! Sbevazzava acquavite, lanciava i suoi gridi di rito: donne spazzate la via! Che suo ufficio era solo la raccolta dei montini; ne diceva di cotte e di crude all’indirizzo del marchese Governatore e dei suoi napoletani. Dacché i regi ne avevano tocche, l’umorista spazzino ne aveva trovata una nuova.
Quando il vecchio orologio della Torre del Padiglione batteva i suoi tocchi, con non lieve stizza dei fedelissimi sudditi che giungevano ad intuire la di lui nuova allusione, gridava: ore per chi ha da prender pillole!… E pillole amare erano quelle toccate in quei giorni ai borboni!
Ciucciumeo faceva invano echeggiare il suo grido; le donne si erano rifiutate di curare la nettezza del loro tratto di strada, poiché si videro impari al sudiciume che soldatesche e cavalli andavano di ora in ora mescendovi.
Che puzzi reali, o donne! Gridava allora il bernesco immondezzaio.