MANFREDO VANNI. Un altro valente figlio della Maremma che ne volle essere anche il Poeta.

Manfredo VanniIl 13 maggio 2014 ricorre il 77° anniversario della morte di Manfredo Vanni. Trattandosi di un illustre figlio della Maremma, mi sembra importante ricordarlo. Lo faccio quindi, riproducendo un bell’articolo di Pietro Raveggi, apparso sul Telegrafo del maggio 1937.

Con la morte di Manfredo Vanni avvenuta a Milano il 13 maggio scorso, si può benissimo dire, che sia scomparso il Poeta più originale ed insigne dell’Amiata e della Maremma.
Era nato a Sorano nel 1860 di famiglia però oriunda delle balze amiatine; e per quanto fin dalla sua gioventù, a motivo delle professione, avesse dovuto vivere quasi sempre lungi dai suoi luoghi natii, pure Egli ne provò e ne intese ognora la indimenticabile nostalgia.
E alle salubri ed ombrose pendici dell’Amiata come agli orizzonti suggestivi della Terra Maremmana ritornava sempre coll’estro della sua Musa, ritraendone le migliori ispirazioni della sua produzione di poeta e prosatore.
Era davvero un veterano dell’insegnamento, essendo stato prima professore di lettere ad Arezzo, e quindi per oltre un quarantennio nel Regio Istituto Tecnico “Carlo Cattaneo” di Milano, nella cui cattedra, raggiunti i limiti d’ età, venivagli a succedergli la stessa figlia Caterina, ancor Lei tempra squisita e gentile di poetessa, già nota per varie e lodate raccolte di versi.
Ed a Milano, dove aveva piantato la propria casa con fiorente famiglia, volle rimanere, salvo qualche breve permanenza estiva ai nativi luoghi, per godere il suo meritato riposo.
Riposo per così dire, perché il nostro Manfredo continuò sempre a lavorare, curando quelle graziose edizioni della “Biblioteca di Letteratura”, pubblicata dal Signorelli di Milano, una utilissima e riuscita collana di volumetti classici, a molti dei quali faceva precedere quelle sue accurate prefazioni e succose biografie dei rispettivi autori.
Ma neppure aveva lasciato del tutto il culto della poesia, perché ogni tanto seguitava a sgorgare dalla sua vena schietta e limpida qualche improvvisa ispirazione, specialmente di carattere epigrammatico.
Possiamo dunque affermare, che sia morto sulla breccia, quasi a ricordare le note parole del nostro Divino Leonardo, che una vita bene spesa dà lieto morire.
Aveva esordito nella sua produzione letteraria con una graziosa raccolta di poesie giovanili, comparse nel 1887 e che intitolò “Libretto d’Amore in Rima” portante le seguenti indicazioni re partitive: Mont’Amiata – Patria Maremma – Siena – Varie, suggestivo volumetto, che ancora fa sentire tutta la natia freschezza e visione panoramica di que’ suoi luoghi sospirati e degli affetti domestici, fra cui Egli ebbe a nascere e crescere.
Per noi rimane la manifestazione più originale dell’opera sua poetica, nella quale scorre un fremito di vita e di visioni locali, come in quel “Canto Montanino” dove sorride l’Amiata nelle sue albe imperlate coi suoi indimenticabili paesaggi, o in quell’altro stupendo sonetto “Mattinata” che riesce una vera e propria pittura della campagna maremmana, e che trovasi riportato in diverse Antologie Scolastiche.
Poi si dette a coltivare la “Poesia Storica” dandole il colorito di quei tempi; e ne venne fuori – fra altre rievocazioni – “Il Canto dell’Assedio”. In esso ritrae efficacemente e con palpitante senso di passione le dolorose vicende di Siena del 1555, cioè nella sua tragica caduta, che proprio il genio di due Maremmani dovevano ritrarre in tutta la sua grandiosità: Pietro Aldi, l’illustre pittore di Manciano col suo commovente quadro: “Le ultime ore della Libertà Senese” e il nostro Vanni col suo “Canto” celebrante la memoranda difesa fattane dagli abitanti della desolata città.
Anche nelle sue qualità di buon prosatore aveva incominciato ben presto ad affermarsi, dando alle stampe una raccolta di “Casi da Novelle”, che in seguito ampliava in una elegante edizione del Paggi di Pitigliano col titolo saporito di: “Prugnoli Maremmani”; lavoro che per purità di lingua e cesellatura di stile ricordano i novellieri cinquecentisti, mentre ne ebbe a riscuotere meritati encomi in recensioni di noti letterati.
Si provò ancora nelle nuove forme metriche messe in voga dal Carducci nella nostra lirica; e nel 1901 faceva stampare dallo stesso Editore Osvaldo Paggi un volumetto di “Odi Alcaiche”, che se non tutte si possono ritenere felici nell’ispirazione e nella loro struttura, pure quella dettata “Per una nuova fonte” quando a Grosseto furono condotte le prime acque rigeneratrici del Monte Amiata, e l’altra “Ad un cavallo” risultano per impeto lirico e scioltezza di verso con indovinato afflato di immagini bene espresse. Infatti ambedue le composizioni riescono a differenziarsi da quelle stucchevoli imitazioni carducciane, che in quel tempo tenevano il campo nella letteratura italiana.
Del resto il Vanni nella sua poesia non subì mai l’influsso materialista o così detto versista, predominanti a quei giorni; ma nelle sue strofe rifulge spesso – simile ad una fiamma tranquilla e vivida – il lume di una fede spirituale, tutta compenetrata nel culto dei valori etici e trascendentali, che debbono formare della vita umana un’altra missione. Per questo fu anche il poeta degli affetti famigliari, nella cui esaltazione seppe trovare accenti veramente ispirati ad immagini di delicata soavità, specialmente verso la mamma.
Con questo non vogliamo sostenere che tutta quanta la sua produzione poetica sia riuscita perfetta. Anzi conveniamo che parte di non reggerà alla prova del tempo; ma insieme a quanto di più bello trovasi nella sua prima raccolta menzionata, e che contiene dei veri gioielli di ritmo, non verranno certamente dimenticati i suoi “Echi M ontani” e “Le Voci di Maremma”, che furono l’espressione della sua maturità poetica.
In tali lavori, pubblicati nella annate del 1910 e 1911 della “Nuova Antologia” risultano pregi di ispirazione e squisitezze di una forma veramente castigata, che si ricorderanno sempre, finché nell’Amiata e nella Maremma si gusterà il linguaggio delle muse italiane. Si può asserire, che con tali composizioni, chiudesse degnamente la sua fioritura lirica, avendo in questi ultimi anni prediletto soprattutto la forma dell’epigramma.
E di questa sua attività, nella quale aveva raggiunto una speciale valentia, noi crediamo che rimarrà traccia nella storia della nostra letteratura, perché il suo bel volume di Epigrammi Vecchi e Nuovi, pubblicato dagli Editori Taddei di Ferrara, offrirà sempre saggi invidiabili in questo genere di poesia.
Infatti, quelli “Letterari” che piacquero tanto al Pascoli, quelli “Senesi” ed altri di carattere catulliano e marzialesco rappresentano sia delle riuscite miniature personali lumeggianti tutta la rispettiva opera letteraria, o quadretti di vera elevata visione artistica, o dei delicati pungiglioni sulle debolezze della natura umana, anche se – molte volte – il dardo scoccato non coglie perfettamente nel segno.
Per questo venne giustamente rilevato da qualcuno che l’epigramma del nostro autore non sapeva troppo di fiele e nelle sue punture non sempre poteva dirsi completamente riuscito. Ma noi sapevamo che tale deficienza dipendeva più che da un difetto della sua arte da un pregio del suo cuore nel quale non albergava né odio, né rancori; e che il suo amabile sorriso di generosa comprensione rifuggiva dalle asprezze dell’invettiva maligna e spavalda.
Inoltre Egli era pure un buon critico letterario di vasta erudizione e cultura, come lo attesta il suo primo Saggio su Girolamo Gigli, il noto scrittore umorista senese, e di recente l’ultima edizione da lui riveduta del Dizionario del Petrocchi.
Ma soprattutto fu una figura di vero galantuomo e di anima maremmana rifuggente da ogni mira ambiziosa, veramente devoto alla grandezza ed alla gloria della sua terra!…
A questo proposito ci piace ricordare, che quando in uno scritto di molti anni indietro, illustrando le tendenze della sua Musa, lo chiamammo “Poeta dello Spirito”, egli ci rispose inviandoci l’elegante suo volumetto: “Poesie Scelte” sul frontespizio del quale apponeva, per dedica, il seguente epigramma:
… amico sognatore!
Anch’io so la malìa d’un qualche fiore
Non di mistici pollini ha penuria
Codesta nostra polvere d’Etruria.

Ed il povero compianto Manfredo, che profondamente sentì i legami della sincera amicizia, comprese ancora tutto il fascino arcano della nostra veneranda tradizione storica, che dal mito leggendario dell’Etruria Antica culminò in Roma Eterna, sempre maestra alle genti di luce e di libertà.

UNA CURIOSA POESIA.

les gens de médecine
La seguente poesia (satirico-polemica), non sappiamo chi l’abbia scritta. Ci è stata passata da Mons. Pietro Fanciulli alcuni anni fa, trovata fra carte sciolte dell’Archivio Abbaziale di Orbetello.
L’ho inclusa in una ricerca sulla poesia in Maremma, perché, oltre ad essere ben strutturata, documenta un certo periodo della nostra storia che deve essere ancora approfondito.

UN PRESIDENTE

Venuto da Rieti
Calato a Orbetello
Cercando un Corbello
Cui tender le reti.

Voleva un paese
Gentile e garbato
Che a lui e all’avvocato
Facesse le spese

Appena qui giunto
Dal legno smontato,
Coll’abito usato,
Scucito stangato

Lo presi per uno
Di quei Saltimbanchi
Che giungono stanti,
Per lungo digiuno

Ma poi meglio visto,
Per bene squadrato
Mi avvidi per Cristo,
Che mi ero sbagliato.

E dopo si seppe
Nomarsi Giuseppe
Che venne da Rieti
Per tender le reti.

Con quella gran barba,
Mi disse l’Agnelli,
Mi sembra il Baccelli
Ma a me non mi garba.

Che è brutto lo vedo,
Il popolo dice
Che ha dura cervice
Ma al popol non credo.

Che il popolo grammo
Nel torbido pesca
E ai grulli da l’esca
Per prenderli all’amo.

E qual don Pirlone
Sussurra all’orecchio:
Vedete quel vecchio
Che pare un burlone?

E’ un Aspite, un angue
Tra noi venne tristo
Quel nuovo vestito
Dei poveri è sangue.

Qual lusso si fa
Con quella pensione,
Che più di metà
Ne spende in pigione.

Io dico davvero
Per me è un galantuomo
Migliore del Clero
Che bazzica il Duomo.

E poi all’Ospedale
Tra il nobil consesso
L’avrebbero messo
Se fosse immorale?

Infatti al mattino
Si mette la cappa,
Qual umil pappino,
Assaggia la pappa.

E padre amoroso
Di quegli ammalati
Non trova riposo
Se non ha assaggiati

Il latte, il caffè
Il lesso ed il brodo
Che preside ammodo
Brav’uomo egli è.

E il popolo infame
Che dice s’arrangia
Si leva la fama
Con quello che assaggia.

Ma io grido franco:
Evviva l’acume
Del nostro Comune
Che il mise nel branco.

Evviva anche Rieti
Che ce lo mandò
Evviva Orbetello
Che se lo pigliò.

Sarebbe interessante riuscire a scoprire chi la scrisse, quando e in quale contesto. Malgrado le molte ricerche effettuate in diverse direzioni, non sono riuscito a trovare quelle notizie.
Sul retro del foglio c’è il seguente appunto scritto a mano: “Nello stesso anno 1862 vi furono l’esposizione in Firenze ove intervennero i primi, secondi e terzi Battaglioni di ciascun Reggimento. Io facevo parte del 2° Battaglione comandato dal Signor Maggiore Raiola, come ho già detto, ed il comandante il Reggimento, allora il Sig. Colonnello Testa, mi fece fare passaggio al 4° Battaglione comandato dal Maggiore Briggio Francesco, presceltomi fra gli altri Ufficiali.

COLLABOR – AZIONI / INAUDITORIUM 2014

Compagnia Teatrale Oratorà – Teatro ricerche / SAT (ONG consulente Unesco per la Convenzione sul Patrimonio Immateriale – tutela delle tradizioni) –
Comune di Orbetello – – Madrigalisti di Magliano in Toscana.

1506456_461523933970991_1927754435_nLa pienezza gioiosa che gli artisti sperimentano nell’ultima tappa del processo creativo – la condivisione con il pubblico – è il segnale che è stata condivisa un’anima. Quest’anima collettiva parla all’individualità di ciascuno con la voce delle emozioni, facendosi inequivocabilmente riconoscere come intimamente appartenente al suo patrimonio di memoria, di cultura, di vita.
Ci sembra di poter dire che così è successo sabato 22 febbraio all’Auditorium Comunale di Orbetello. Possono testimoniarlo gli spettatori, noi attori della compagnia Oratorà, il regista Mario Gallo e l’autrice Brunelda Danesi, co-protagonisti tutti di una serata di profondo e gioioso coinvolgimento emotivo, in cui l’attenzione partecipe (a tratti “religiosa”) della sala ha ripagato attori e regista delle loro altrettanto gioiose fatiche.
Lo spettacolo La leggenda di Peciocco Pescatore(1) (parte di un progetto patrocinato dal Comune di Orbetello e da SAT), che ha aperto la rassegna “Inauditorium” 2014, è il frutto “organicamente germinato” dal laboratorio condotto da Mario Gallo con la nostra compagnia, ed è frutto di un’operazione per così dire di “innesto”: l’innesto delle tecniche della Commedia dell’Arte su un testo d’autrice, com’è quello di Brunelda Danesi. Un copione del resto perfetto per questo esperimento, non solo per il soggetto in sé, tratto da una vecchia leggenda popolare orbetellana , ma anche per l’allettante sfida rappresentata per l’appunto dal coniugare scenicamente due linguaggi: quello verbale estremamente ricco, arguto e poetico dell’autrice e quello corporeo appartenente alla tradizione dei Comici dell’Arte, un linguaggio strettamente codificato nei suoi “caratteri”, notoriamente dotato di una fisicità prorompente, di una gestualità e una verbalità altrettanto codificate e rigorosamente popolaresche.
Un sfida, d’altronde, che appare perfettamente in linea con le finalità e la prassi artistica di “Teatro ricerche”, volte non solo e non tanto a mantenere memoria del prezioso patrimonio culturale rappresentato dalla Commedia dell’Arte, quanto a dargli senso, funzione e vita nel teatro e nella società contemporanei proprio attraverso la sperimentazione e la contaminazione con linguaggi diversi.
Nel nostro caso, la regia di Mario Gallo ci pare abbia saputo cogliere al meglio, anche e soprattutto attraverso i contrasti “stranianti” tra parola e gesto, la peculiarità di un testo che nel suo linguaggio di straordinaria ricchezza verbale e poetica è in grado di conferire ad ogni atto “profano” la sacralità che gli spetta. L’uso stesso della maschera ha facilitato questa sorta di “universalizzazione” di un contesto, aggiungendo a personaggi e situazioni quel tratto di popolaresca epicità tipico della Commedia dell’Arte.
Così, la leggenda orbetellana del pescatore Peciocco e del suo prodigioso viaggio in Terra Santa a bordo del barchino condotto dalle streghe, diviene per l’appunto “racconto epico”, prodotto artistico di un patrimonio culturale condiviso.
Tra i linguaggi che concorrono a comporre il mosaico di questo ”esperimento”, la musica, sotto forma di intervento vocale a sorpresa dalla platea (un flash-mob, come si direbbe oggi), è stata da alcuni definita “la ciliegina sulla torta”. E non sorprende, visto che ad eseguire il flash mob sono stati i Madrigalisti di Magliano in Toscana, un gruppo sulla cui capacità di stupire e incantare non ha dubbi chiunque abbia avuto la fortuna di sentirli almeno una volta. Basta ascoltare proprio il loro Ave Stella Matutina (mottetto a 4 voci del fiammingo Gaspar Van Weerbeke, il brano scelto per il nostro Peciocco) per captare la qualità distintiva di questo ensemble, il cui prezioso impasto vocale, orchestrato dalla rara sensibilità interpretativa e dall’intelligente rigore filologico del Maestro Walter Marzilli, sa restituire alle partiture tutto il loro impatto vitale, con l’immancabile risultato di rapire anche il pubblico più profano. E, nel nostro caso, l’effetto di assoluta sorpresa ha raddoppiato il brivido estatico in sala.
Va detto che il brano, scelto per la sonorità incantevolmente arcaica e profondamente suggestiva, perfettamente adatta a sottolineare in modo insieme dolce e solenne la scena nuziale tra re e regina (uno degli unici due momenti in cui il ritmo frenetico dello spettacolo si placa in una sorta di fermo immagine poetico, gli sposi regali scomparsi agli occhi del pubblico sotto il grande paracadute entrato in scena come strascico nuziale e usato ora a simboleggiare l’alcova), rimanda anche, nel testo dedicato alla “regina coeli” “stella matutina”, a quello che è in fondo il protagonista centrale nel testo di Brunelda Danesi: l’”eterno femminino”. Nel gioco di travestimento e trasfigurazione che sta al centro della pièce, il pescatore Peciocco e la strega Esterina, caduti in Terra Santa proprio nel bel mezzo della celebrazione del carnevale ebraico o “festa di Purìm”, sono infatti invitati ad assumervi i ruoli di re Assuero e regina Esther, eroina quest’ultima del popolo ebraico per averlo salvato dal complotto di strage ordito dal ministro del re. Ed ecco, quindi, che l’Ave stella si leva dalla platea a salutare la regale, salvifica “stella d’oriente”, in un chiaro rimando al potere femminile, di cui l’intera pièce è la celebrazione, nonostante il fatto che titolare ne sia una figura maschile.
L’altra centralità del testo è quindi, guarda caso, proprio il “travestimento”, la trasposizione dei ruoli, in sostanza: la “maschera” come elemento fondante il gioco stesso della vita, di cui il teatro non è che primordiale ed esauriente paradigma. Non poteva esserci, quindi, sposalizio più azzeccato di quello tra il testo di Brunelda Danesi e la regia di Mario Gallo.
Dal punto di vista del nostro lavoro di attori, mi pare che l’esperienza all’allestimento di questo Peciocco sia stato un passo di crescita fondamentale per la nostra compagnia, individualmente e come insieme. Non solo per l’elemento di novità rappresentato per noi dall’uso della maschera stessa, che ci ha costretti a sperimentare nuove modalità di movimento e di uso dello spazio scenico e della voce spronandoci così ad ampliare i nostri limiti, ma anche per la possibilità di verificare sul campo le potenzialità di un lavoro registico condotto con maestria, intuitività, passione e rigore (unito, peraltro, a tanta pazienza).
Come ha sottolineato Mario Gallo nel suo saluto finale al pubblico, attingere alle proprie radici e mantenere in vita il proprio patrimonio di tradizioni è cosa di importanza fondamentale dal punto di vista formativo, sociale, culturale. E non si tratta tanto, come già accennato, di compiere operazioni “museali” che restituiscano alla memoria collettiva questo patrimonio, quanto di restituirci in primo luogo, come individui e collettività, la possibilità e la capacità di creare il nuovo attingendo al bagaglio della tradizione.
Infine, una considerazione personale. Da attrice non professionista, sono spesso portata a soppesare il valore etico e sociale del mio agire nella quotidianità lavorativa (che mi dà il pane ma non mi rappresenta) e quello del mio impegno in campo artistico (che non mi gratifica economicamente ma è me). Imbevuti (in fondo in fondo tutti) di una cultura pragmatica, efficientista e, non ultimo, moralista, tendiamo ad attribuire al primo agire il valore più alto, spesso svalutandoci nelle nostre pulsioni espressive, tanto da arrivare addirittura a sottostare alla visione dell’arte (con la quale “non si mangia”, per citare la famosa frase di un ex ministro a proposito della cultura) come di una cosa meno necessaria alla società, un optional di lusso che per l’appunto non produce pane.
Quando la società e la politica accettano la sfida di controbattere questa visione e, anche in momenti di crisi economica, trovano il coraggio di investire (anche solo piccole cifre, come nel nostro caso) in progetti artistici e formativi, compiono azioni salvifiche per la comunità. Perché, in un mondo che ha bisogno di riacquistare tutto il suo potenziale creatore di nuova realtà, condividere un’anima e far fruttificare questa condivisione è una necessità forse altrettanto impellente quanto quella di produrre pane.
Un dovuto riconoscimento, quindi, al Comune di Orbetello, che con questo progetto ha mantenuto il “coraggio” di patrocinare cultura.

Serenella Bischi

(1) La leggenda, tramandata in diverse varianti che tuttavia non si discostano nella sostanza, narra del giovane pescatore lagunare soprannominato “Peciocco” e di sette streghe (ridotte a 5 in questa versione dello spettacolo) che ogni venerdì notte trafugano il suo barchino per volare in Terra Santa (in Egitto o altrove in Oriente, secondo altre versioni). Una sera Peciocco, vedendole arrivare, si nasconde sotto coperta e, “clandestino” nel proprio barchino, è trasportato con loro in Terra Santa. Lì strapperà un rametto dalla pianta del pepe (altre versioni riportano il cappero) che, una volta tornato ad Orbetello, ostenterà spavaldamente sul copricapo come arma di ricatto nei confronti delle streghe. Il prezzo del suo silenzio sarà la loro magica protezione su di lui e sulla discendenza per sette generazioni.

Orbetello: Così ci vedono da fuori

Un turista,  Hédi Bouraoui, in vista a Orbetello ha dedicato questa poesia a Emilio e Nori Cagnoli.

ORBETELLO IN ORBITA LINGUA

di Hédi Bouraoui

Oh Tu… Orbetellum… luogo erboso

Latino ibrido d’antenati Senesi

Il tuo Leone vi si specchia e prende le sue fattezze

Senza dimenticare quelle etrusche e Spagnole

Nei loro contorni!

Orbetello – Lingua – Penisola sgorgata

Dal Seno dell’Italia

Questo lembo di terra si allunga rettilineo chiamato

Diga asfaltata luogo indefettebile

Tra Te-Città… Stagni… Monte Argentario

Questa strada offusca la Natura… il tempo di una passeggiata

Ma affascina ciclisti…automobilisti… camionisti!

Alla modernità… Nessuno può sottrarsi!

In vetta alla tua fronte altera… L’Argentario

Un Belvedere strabiliante… per il suo puro chiarore

La notte Porto Santo Stefano risplende di tutte le sue luci

Come una daga affondata nel grembo del mare

Dalla parte opposta… si pavoneggia Porto Ercole… gioiello nel suo genere

Il suo Monte si rifiuta di lasciarsi scalare… o valicare!

Orbetello… Direttore d’orchestra della Maremma

Comme posso tradurre in parole

Ciò che la Natura ha messo in scena… lei stessa?

Comme cogliere la raggiante maestosità

Del tuo intrigante paesaggio assetato di complimenti?

Lì… Terra e Mare… Spiagge e Montagne…

Pinete e Stagni… Canali e Lagune…

Dialogano tra di loro… all’unisono!

Una vera e propria sinfonia di linguaggi da mozzare…

Il fiato alle Repubbliche delle banane!

Ed eccoti emergere dal Paese… Penisola

Fallica pronta a fecondare Prosperità e Gioia di vivere

Ponente e Levante… Stagni maleodoranti ti cullano

Città – Libro… diletto figlio del Monte Argentario

Non con denaro contante… ma

Col grigio d’ulivi… Mistero… Libero – arbitrio

Delle lingue nazionali… e straniere !

Due arcobaleni Terrestri ti stringono con amore

Tra le loro braccia loquaci… e sembrano farti

parlare  per sempre… delle loro labbra fraterne

Pinete e spiagge sì giustamente denominate :

Feniglia e Giannella… La prima evoca

La Fenicia… la seconda… i volti binari

Di GIANO BIFRONTE

Testa o Croce che scommettono solo sull’Armonia!

Ti restano ancora dei pezzi di cinta muraria che rivelano

L’arte degli antichi che si ispiravano ai carapaci

Di tartarughe per incastrare i Megaliti poligonali

Gli uni negli altri in un medesimo progetto di protezione

Il mare li bagnava da secoli incidendoli

di miriadi di bocche tal nicchie dove vivevano

In pace dei litofagi in un ballottaggio terra / mare!

Ingegnosi… i pescatori orbetellani hanno concepito

Il Martavello… con cose da niente: reti – trappole

Ad immagine del paesaggio… qui tuttavia gli Archi

Diventano cerchi interdipendenti in serie

Imbuti rovesciati… di ferro ornati di reti

Che non lasciano scappare né preda… né Croce…

Quel tranello ondeggiante come un’anguilla fa vivere

L’Uomo in un Benessere… in un Ben leggere

Briciola di Bellezza che scandisce una pluralità di lingue colorate!

ORBETELLO E IL SUO PATRIMONIO CULTURALE

Trasporto del fienoIl tema del patrimonio culturale, della sua conoscenza e della sua fruizione da parte di fasce sempre maggiori, non solo di studiosi, ma anche e soprattutto di cittadini comuni, è uno dei temi importanti su cui è necessario riflettere seriamente.
Da una seria promozione del nostro notevole patrimonio artistico e storico nazionale (in Italia se ne conserva oltre il 40% di tutto quello esistente in Europa), si potrebbero creare opportunità occupazionali per migliaia di giovani e si potrebbe dare un notevole impulso al turismo, soprattutto quello straniero, che potrebbe essere attratto non solo per visitare le bellezze naturali ed ambientali ma, soprattutto, per vedere questo immenso patrimonio, che la genialità dei nostri avi ha prodotto.
Dobbiamo essere consapevoli che l’esecuzione di un progetto generale di recupero e valorizzazione non è di facile realizzazione e non potrà essere sostenuto solamente dallo Stato.
Per questi motivi ci dobbiamo convincere che questo grande e importante problema può essere affrontato e portato a soluzione solo attraverso tanti progetti locali, certo, aderenti ad un progetto più generale, dove le amministrazioni comunali dovranno essere coinvolte in prima persona, insieme a tutto il mondo dell’associazionismo e del volontariato culturale, della scuola, delle Soprintendenze, e dove è possibile dei privati.
Ho fatto questa breve premessa per approfondire un po’ il tema dell’associazionismo e del volontariato culturale, che è nato e continua a crescere attraverso tante associazioni di cittadini più sensibili di altri all’arte e alla storia, che si riuniscono per cercare di intervenire, nei limiti delle loro possibilità ma con sempre maggiore scientificità e coscienza, in questo settore così importante, ma anche così trascurato, forse perché, erroneamente, considerato elitario, anziché utile e necessario.
Qualcuno continua a disquisire intorno all’ampiezza da attribuire al concetto di “cultura” e a cosa è il servizio culturale in una comunità locale. Credo che queste disquisizioni debbano terminare e assumere l’accezione più larga del termine per cui tutte le associazioni fanno cultura: la fanno per i loro aderenti, ma anche a servizio della comunità.
Ne consegue che, inteso in senso lato, è innegabile che tutto il fenomeno dell’associazionismo costituisce un fatto culturale di grande rilievo e contribuisce ad offrire, senza fini di lucro, un servizio culturale alla comunità, secondo le modalità tipiche del volontariato.
Molte inchieste di taglio sociologico sulla vita culturale di una comunità, individuano e classificano tutte le forme di presenza associativa, in tutti i campi, come l’indice più rilevante della vivacità e della consapevolezza culturale dei cittadini, a livello locale.
A questo punto, mi sia consentito di scendere più nel dettaglio, prendendo a modello la Banda musicale, che a mio parere è un bell’esempio di associazione di volontariato culturale, perché suona non certo per se stessa, ma per la comunità, nei confronti della quale svolge un servizio prezioso, di animazione e di educazione musicale, soprattutto attraverso i corsi di formazione.
La stessa cosa vale per i cori; per la musica e il canto popolare; per tutti i gruppi musicali amatoriali, purché non a scopo di lucro.
Tutto ciò, non vale solo nel settore della musica, ma è estensibile anche a tutti gli altri campi della cultura.
Si pensi ai gruppi amatoriali nel campo del teatro e del cinema, abbastanza presenti sul nostro territorio; alle associazioni per lo studio e la diffusione della storia patria, della storia locale, delle tradizioni e dell’archeologia; ai gruppi che operano nel campo dell’istruzione, come l’università della terza età, o alle associazioni che operano nel settore dell’informazione; o, infine, ai circoli culturali in senso stretto e dell’associazionismo a fini genericamente promozionali come ad esempio il Rotary o i Lyons.
E l’esemplificazione potrebbe continuare, smettendo, però, di negare a tutte queste realtà sia una specificità culturale sia una finalità sociale, di crescita culturale della comunità e di un servizio rivolto non solo ai soci ma anche agli altri.
Si tratta solo di una breve riflessione, che può però dare il senso delle potenzialità immense, e in parte inesplorate, nel campo dei beni e delle attività culturali.
Tutto dipende, però, dalla capacità complessiva della comunità di assumere il settore dei beni e delle attività culturali (artistici, storici e ambientali) come un settore strategico, anche per lo sviluppo e l’occupazione; e dalla capacità di capire che, fra tutti, proprio questo settore esige la piena integrazione fra pubblico e privato e la massima valorizzazione dei possibili apporti delle energie del volontariato esistenti nelle comunità locali, che sono enormi, se solo ricercate e valorizzate con attenzione e rispetto.

LA MAREMMA NELLA POESIA. EMILIO AGOSTINI.

Caccia con cani da penna. Disegno di CecconiMolti miei concittadini conoscono la passione per la ricerca storica sulla Maremma, in particolare sul territorio Orbetellano e della Costa d’Argento che, ormai da mezzo secolo, ha segnato in modo determinante la mia vita e tutte le mie relazioni culturali e sociali.
Uno dei temi che per un certo periodo di tempo mi ha attratto è stato quello della poesia prodotta nel passato da maremmani di nascita o di adozione e con grande meraviglia, ho scoperto molti personaggi, noti o del tutto sconosciuti, che con competenza e passione, si sono cimentati in questa sublime arte di comporre versi, rappresentando fatti, immagini, sentimenti, ecc.
Sono così riaffiorati, anche attraverso le numerosissime poesie che ho trovato e trascritto, momenti particolarmente belli e importanti della nostra storia e delle nostre tradizioni.
Purtroppo, per i motivi che ormai sono noti ai più, in particolare le difficoltà di vario genere con cui da anni ci scontriamo nel nostro lavoro di valorizzazione della storia e delle tradizioni, senza intravvedere spiragli positivi, non siamo riusciti ancora a far veicolare questi momenti importanti e il nostro desiderio di far conoscere questa parte della nostra storia.
Come dicevo, i personaggi incontrati nelle ricerche sono molti, ma in questa occasione vogliomo soffermarci su Emilio Agostini, che era uno sfegatato cacciatore e pur essendo rimasto quaggiù un solo anno e mezzo, si era inserito nella vita sociale e culturale orbetellana in modo straordinario, scrivendo sul nostro territorio delle bellissime poesie. Ne cito alcune: Navi in secco, Verso l’aratro, Mercanti di bovi, Notte alla fiocina, Feniglia, Isola del Giglio, Le quaglie, Fiumane verdi, Stagni all’alba, Lungo il lido.

Ecco una sua brevissima biografia:
Emilio Agostini nacque a Sassetta il 5 maggio 1874, da vecchia ed agiata famiglia borghese. Il padre, medico condotto, aveva sposato Anna Binelli, appartenente ad una antica famiglia elbana, di Rio nell’Elba.
Fece il ginnasio a Lucca ed al Cicognini di Prato, il liceo a Pisa dove uscì con la laurea della scuola di farmacia.
Lavorò a Castagneto Carducci, successivamente ad Orbetello, direttore della farmacia dell’Ospedale S. Giovanni di Dio, dal gennaio 1903 al giugno 1904. Passo poi ad Albano Laziale e Velletri, dove rimase fino al 1910.
Tornato in Toscana e sposata una cugina Sbragia di Vecchiano, si stabilì a Rio nell’Elba. Rimasto vedovo, sposò in seconde nozze Argia Malenotti di Castagneto e dopo un breve periodo fiorentino, si stabilì nuovamente e definitivamente a Rio nell’Elba, dove morì l’11 luglio 1941.
Durante gli anni pisani dette vita, assieme ad Aurelio Ugolini, Ettore Botteghi, Enrico Meucci e Domizio Torrigiani, ad un cenacolo letterario che fece un certo rumore a Pisa e nella Toscana di fine secolo.
Pubblicava una prima raccolte di versi nel 1898 dal titolo “LONTANI SORRISI” e nel 1902 escono, dall’Editore Giusti di Livorno “LUMIERE DI SABBIO”, un volume di racconti di infanzia.
Iniziava in questi anni la sua collaborazione alla rivista “LA RIVIERA LIGURE”, che Mario Novaro pubblicava ad Oneglia, e che costituì per molti anni, all’inizio del secolo, un punto di incontro per i più noti scrittori, poeti, letterati, filosofi. Sulla rivista uscirono numerose liriche dell’Agostini, poi raccolte in volume e pubblicate nel 1909 con il titolo “VENTI SALMASTRI”, della stessa casa editrice della rivista. Inizia in quegli anni l’amicizia con Mario Novaro che durerà tutta la vita.
Nel 1921 usciva il libro “CANTI DELL’OMBRA” per i tipi dell’Eroica di Ettore Cozzani. Ancora l’Eroica di Cozzani è l’editrice dei “CANTI DELLA LUCE”, il libro che usciva nel 1939.
Altre opere annunciate con la pubblicazione dei “CANTI DELLA LUCE”, rimanevano incompiute ed inedite per la morte dell’Agostini (“Terre selvatiche”, novelle, e “Gervasio”, romanzo).

1646. L’ASSEDIO MEMORABILE. Storia, cartografia, personaggi, letteratura.

Orbetello 1646È già reperibile in libreria, pubblicata a cura della casa editrice Effigi di Arcidosso, la nuova opera di Gualtiero Della Monaca sulla storia di Orbetello e Monte Argentario che ha come tema principale il famoso assedio di Orbetello del 1646.
Nelle oltre 500 pagine che formano il volume, vengono messi a fuoco i risvolti politici e gli aspetti militari in cui si trovarono coinvolti i Reali Presidi di Toscana. L’autore, con una approfondita indagine storica ricca di documenti, carte e testimonianze letterarie, ci trasmette un rilevante e originale contributo che riesce a valorizzare ulteriormente l’humus storico-culturale della bassa Maremma costiera, oggi conosciuta in tutto il mondo col nome di Costa d’Argento. L’opera, che è introdotta da una dedica in memoria di mons. Pietro Fanciulli, si divide in cinque parti.

PARTE I: I Reali Presidi di Toscana nelle relazioni di architetti militari e viaggiatori della prima metà del ‘600. Viene descritto il territorio di Orbetello e Monte Argentario con Talamone, Porto Ercole e il porto di S. Stefano sulla base di fonti coeve.

PARTE II: Istoria dell’assedio posto ad Orbitello dal Principe Tommaso di Savoja di Francesco Capecelatro. Diario seicentesco nel quale si narrano le vicende dell’attacco francese contro i Reali Presidi di Toscana del 1646. Oltre a commentare il testo originale con approfondimenti e note esplicative, l’autore fornisce una ricca nota bibliografica sull’episodio e i suoi protagonisti.

PARTE III: Iconografia storica dei Reali Presidi di Toscana al tempo dell’assedio di Orbetello del 1646. Esauriente documentazione iconografica a colori con molte rappresentazioni cartografiche ancora inedite.

PARTE IV: I commenti delle “Statue parlanti” di Roma sull’assedio di Orbetello del 1646. Ideali d’indipendenza e aspirazioni di unità nazionale nell’Italia del Cinque-Seicento. Pasquino, Marforio, Babuino e Facchino sono i protagonisti di due “commedie” inedite del Seicento nelle quali viene commentata la difficile situazione politica in cui versavano gli Stati italiani dell’epoca, sempre più divisi e in balia delle potenze straniere.

PARTE V: Canzoni, rime, versi e versacci sui protagonisti dell’assedio di Orbetello del 1646. Una raccolta di oltre 40 componimenti poetici scritti in lingua italiana, latina e in dialetto napoletano e milanese, che hanno come protagonisti i personaggi principali dell’assedio. Alcuni sono manoscritti anonimi di chiara derivazione popolare, altri sono di noti poeti napoletani, romani e fiorentini del Seicento.
Il volume sarà presentato il 13 giugno 2013 alle ore 21.30 in Orbetello, presso il Ristorante dei Pescatori. Nel corso della presentazione, che fa parte dell’iniziativa “Giovedì culturale” organizzata dal Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”, il gruppo storico “Reali Presidi di Orbetello” parteciperà con un intervento rivocativo in costumi d’epoca.