Le Antiche Mura “etrusche” di Orbetello

Carissimi amici, soci, sostenitori e Sponsor.

La Tavola Rotonda che si è svolta il 22 e 23 settembre ha raggiunto lo scopo di fare il punto sullo stato delle conoscenze sulle mura di Orbetello e sulle fortificazioni di età ellenistica in generale. I lavori delle due giornate di studio hanno fornito gli strumenti per ridefinire il progetto di studio scientifico delle mura e più in generale della città etrusca di Orbetello di cui lo stesso convegno è stato parte. Come già sapete il progetto è articolato in tre fasi:

  • una conoscitiva, di sintesi della documentazione disponibile e di realizzazione di indagini geognostiche (carotaggi che permettano di datare le stratigrafie del promontorio e della laguna);
  • una congressuale, della durata di due giorni (Tavola Rotonda), per fare il punto sulle conoscenze e sulle problematiche relative;
  • una progettuale, per stabilire le strategie su cui impostare le indagini future e le possibili scelte di valorizzazione. Ad esempio, scavi mirati o sondaggi stratigrafici per verificare le fasi di impostazione delle mura, creare percorsi di visita che aiutino gli abitanti e i visitatori a comprendere la complessa storia della città e del suo ambiente unico.

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La prima fase conoscitiva, che è stata arricchita dalle attività della Tavola Rotonda, non si può ancora considerare conclusa. Infatti è auspicabile che il quadro conoscitivo di sintesi venga formalizzato in una Relazione archeologica a cura di un professionista del settore, che completi l’attività di raccolta dei dati bibliografici e d’archivio sulle evidenze archeologiche del promontorio e della laguna, in cui sia riportata una cartografia in scala adeguata con il posizionamento dei rinvenimenti, la loro affidabilità stratigrafica e la loro profondità di giacitura. Nella relazione archeologica dovrebbero confluire anche i dati a oggi disponibili di natura paleoambientale e geomorfologica, eventuali carotaggi già effettuati anche per scopi non archeologici a disposizione del Comune.

Dai lavori del convegno è inoltre emerso che l’ambiente in cui si è sviluppato il primo insediamento dell’area urbana è tutt’altro che conosciuto: in particolare, il livello dell’acqua, la stessa morfologia della laguna, la profondità del suo fondale, il collegamento o meno con il mare aperto, la salinità dell’acqua, la navigabilità, tutti dati di fondamentale importanza per comprendere le vicende insediative di Orbetello. Invece, risulta ormai assodato che le mura si impostano su una paleospiaggia a poca profondità, che doveva essere emersa al momento della costruzione, che si considera senza ombra di dubbio risalente al terzo sec. a.C.

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Si ritiene pertanto prioritario che le indagini geognostiche previste si concentrino sugli aspetti paleoambientali e geomorfologici, tralasciando le indagini geofisiche i cui risultati attesi in questa fase sono sicuramente meno interessanti e sostanzialmente noti.

Le attività da sviluppare, a seconda delle disponibilità economiche, potranno concentrarsi sui seguenti aspetti:

  • redazione della relazione archeologica, da cui si potrà valutare il posizionamento più opportuno per i carotaggi in area urbana;
  • esecuzione e lettura di carotaggi, anche in numero maggiore di quelli previsti inizialmente. Sarebbe interessante posizionarli sia nell’area del centro storico, a ridosso delle mura ma anche al centro dell’ipotetico insediamento, per valutare lo spessore dei depositi e le eventuali profondità di giacitura dei livelli antichi, oppure se questi siano interamente stati asportati dalle costruzioni moderne; inoltre, sarebbe fondamentale posizionare alcuni carotaggi direttamente nella laguna, sia in prossimità del promontorio sia in prossimità dei tomboli;
  • studio delle malacofaune (conchiglie) eventualmente presenti nei carotaggi della laguna da parte di uno specialista; le specie presenti nei vari livelli potrebbero fornire indicazioni su temperatura e salinità dell’acqua nelle fasi antiche;
  • datazione al radiocarbonio di resti organici eventualmente recuperati dai carotaggi, per contestualizzare la stratigrafia dal punto di vista cronologico. Se i campioni saranno rappresentativi, questo permetterà inoltre di datare le prime fasi di formazione della stessa laguna;
  • lettura sedimentologica dei carotaggi da parte di uno specialista in sedimenti degli ambienti umidi.

Si ricorda infine che tra gli scopi del progetto è prevista la promozione, messa in sicurezza e valorizzazione dell’opera muraria. A tale scopo, sarà opportuno prevedere sin d’ora di destinare risorse alla pulizia delle mura dalle erbe infestanti (anche attraverso campagne di volontariato, purché con la direzione scientifica di professionisti del restauro) ed eseguire una prima mappatura delle lacune che dovranno essere tamponate con un successivo progetto di restauro.

Inoltre la valorizzazione del monumento potrà essere pensata attraverso un’opportuna illuminazione e il posizionamento di materiale informativo didattico.

Edoardo Federici

Le fontane dell’ex idroscalo di Orbetello

Vogliamo fare un po’ di chiarezza sulle fontane che esistevano nell’Idroscalo orbetellano visto che, in una recente mia visita all’Open Day del Ministero della Difesa Comando dell’Aeronautica militare, situato a Roma in Viale dell’Università 4, https://www.youtube.com/watch?v=lj8aXfo4a70,  la guida dichiarava che la fontana dell’Idroscalo di Orbetello, attualmente collocata presso il Museo Storico di Vigna di Valle, presto sarà messa in uno dei piazzali interni del palazzo ministeriale.

fontana degli atlantici

Le fontane dell’Idroscalo orbetellano più importanti erano due, la prima posta a sinistra dell’edificio Comando e la seconda posta in fondo al lungo viale che dal cancello d’ingresso portava alle sponde della laguna di levante, dietro ad una gru per il sollevamento degli aeroplani.

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La prima fontana fu costruita ex novo per abbellire la struttura aeronautica, mentre per quanto riguarda la seconda fontana, che si trovava ubicata nella piazza Eroe dei due Mondi, già piazza Garibaldi, fu smontata per far posto al capolinea della  linea di autobus che collegava Orbetello alla provincia, e riutilizzata presso l’Idroscalo.

La prima fontana attualmente si trova presso il Museo Aeronautico di Vigna di Valle, mentre della seconda, il piatto superiore fu riciclato e installato sulla sommità di quella che si trova nella piazza della stazione di Orbetello Scalo, ma nessuno sa dove sia finito il basamento e la stele che sorreggeva il piatto riciclato.

PENSANDO AL FUTURO

Figura n, 8La situazione di difficoltà in cui si trovano le nostre comunità, ancor più aggravata oggi dalla crisi mondiale, impone a tutti noi, istituzioni e cittadini, una seria e ponderata riflessione: come salvaguardare la qualità della vita delle nostre città, dei territori, del patrimonio culturale e paesaggistico, e nello stesso tempo  come operare per un ulteriore sviluppo economico.
Per quanto ci riguarda, e credo che ormai molti concittadini la pensino come noi, calandoci nella realtà del nostro territorio, una delle principali risorse strategiche della  comunità, è il patrimonio culturale, monumentale e paesaggistico.
E proprio per questo motivo, pensiamo alla cultura e ai beni culturali come un fattore fondamentale per lo sviluppo socio-economico del nostro territorio, con qualche possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro per i giovani. Infatti, abbiamo un capitale naturale, artistico, storico, paesaggistico e di cultura tale che può, senza dubbio, rappresentare la molla più efficace per questo sviluppo, ma non solo, l’unicità di questo patrimonio può permetterci di dar vita ad un modello del tutto nuovo e, soprattutto, sostenibile.
Per questi motivi, oltre a stimolare la cittadinanza e le sue istituzioni, pubbliche e private, compreso quel vasto mondo che viene chiamato “società civile” ad una maggiore attenzione verso i problemi culturali, desideriamo fare qualche considerazione.
Per avviare questo processo, mettendo a tacere supponenza, presunzione, superbia, ignoranza e valendosi di un po’ di umiltà, sono necessarie intese e  collaborazioni fra le varie realtà della comunità, intese e collaborazioni che potranno anche favorire la ricerca di mezzi economici, logistici, sostegno morale e coordinamento.
Figura n, 13L’associazionismo e il volontariato, vogliamo riaffermarlo ancora, sono sempre un bene straordinario per le comunità, e quando queste realtà si sviluppano, operano e sono valorizzate, significa che la comunità progredisce socialmente, economicamente e culturalmente.
Sappiamo che esistono tante forze che, pur mantenendo le loro specificità e gli scopi per cui sono nate, potrebbero mettersi a lavorare insieme nell’interesse della comunità.
La storia e le tradizioni di questa parte della Maremma, l’opera e la vita dei nostri illustri antenati nella cultura, nel lavoro, nelle scienze, la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico e monumentale, l’ambiente naturale, tutte le altre espressioni culturali (cinema, teatro, musica, canto, arti figurative, ecc.), sono emergenze, per certi versi uniche nella loro specificità, che devono essere valorizzate per divenire un sicuro e forte elemento di sviluppo civile, ma, soprattutto, lo ripetiamo, di un sostenibile sviluppo economico e sociale.
Per noi, questa è la strada da seguire, per cui, se vogliamo un ulteriore sviluppo e una migliore qualità della vita, Comune, mondo imprenditoriale, società civile e singoli cittadini, devono cominciare a muoversi e progettare, seriamente, il nostro futuro.
E, pur essendo indispensabile la più larga partecipazione di tutti, non potremo raggiungere obiettivi importanti se l’Amministrazione comunale non sarà capace di suscitarlo e porsi alla testa di questo movimento.

ORBETELLO: ANCORA QUALCHE PENSIERO SUI BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

37 - Polveriera GuzmanLa dizione “beni culturali” cominciata a circolare in Italia negli anni “60 del secolo scorso, seguita da una grande e controversa discussione (dibattiti, convegni, inchieste, studi, ecc.),  aveva creato un certo ottimismo circa il destino del patrimonio culturale nazionale, nel senso che questo interesse sembrava, finalmente, poter modificare la sconfortante situazione in cui si trovava.
Si determinarono anche delle modifiche nelle strutture politico-amministrative con la istituzione del Ministero dei Beni Culturali e tutta una serie di adeguamenti a livello locale.
Purtroppo, a distanza di tanti anni, nulla è cambiato, e se guardiamo bene, molte cose sono peggiorata: si continua a pensare al settore come erogatore di semplice “consumo” culturale, con scarso interesse alle sue potenzialità per lo sviluppo economico e sociale.
Che fare allora per modificare questa negativa tendenza?
Dobbiamo cominciare a batterci perché la pubblica amministrazione operi un netto cambiamento verso il settore e nella logica degli investimenti, cominciando a dare centralità alla cultura e ai beni culturali, quale risorsa importante dello sviluppo economico e sociale, oltre che mezzo di qualificazione di ogni attività dell’uomo, insieme alla capacità di stabilire un nuovo rapporto produttivo e continuativo tra l’azione culturale e chi ne usufruisce.
Piazza del DuomoDi fronte ad iniziative rispondenti solo ad una domanda di puro “consumo” culturale, senza innestare meccanismi di formazione e di crescita, abbiamo il dovere di domandarci se non diventa obbligatorio privilegiare un nuovo tipo di domanda e, in caso affermativo, comportarsi di conseguenza.
Se l’osservazione ha un fondamento, l’interesse e l’attenzione dovranno finalmente rivolgersi non solo al palcoscenico ed a ciò che vi si rappresenta ma, soprattutto, alla platea poco affollata, al pubblico sempre uguale, alle mostre apprezzate da critici ed esperti con sale deserte di visitatori: spostare quindi l’obiettivo dai pochi ai molti, dai privilegiati agli esclusi, o autoesclusi, dai pregiudizi dei luoghi comuni alle analisi puntuali.
E’ fondamentale la conoscenza della realtà in cui operiamo, su cui fondare poi la strategia per arrivare al “nuovo” pubblico, strutturando la spesa per la cultura, pubblica in primo luogo, in un rapporto produttivo legato al territorio, per cui dovranno essere privilegiate le mostre, i concerti, il ciclo di films, i convegni, le rievocazioni storiche e delle tradizioni, ma sempre legate alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali, alla formazione di momenti di produzione, di gestione e di partecipazione, dando a questo “nuovo” pubblico la capacità di esprimersi e di divenire esso stesso soggetto produttore di cultura, un pubblico per cui si pone il problema del riconoscimento, della autoidentificazione e della affermazione, tre momenti importanti di un processo che deve essere aiutato a crescere con ogni mezzo.
La storia di questa parte della Maremma, delle sue antiche popolazioni, l’opera importante  di illustri concittadini, la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico e monumentale, l’ambiente naturale,  sono emergenze uniche nelle loro specificità, da valorizzare e farne uno dei tanti possibili elementi di sviluppo di civiltà e veicolo di un sostenibile sviluppo economico e sociale.
Occorrono intese e collaborazioni ad ogni livelli, cose  che hanno sempre stentato a sviluppare, e le amministrazioni comunali, con le loro strutture e i loro servizi devono  divenire il punto centrale di questa azione e di riferimento per tutti.
Invece, purtroppo,  qualche volta si ha la sensazione che l’associazionismo e il volontariato siano visti  come antagonisti, e non come un bene straordinario della comunità, mentre invece bisogna comprendere che se queste realtà si sviluppano significa che la comunità progredisce economicamente e culturalmente.

LE BIBLIOTECHE, GLI ARCHIVI E I MUSEI ALLA DERIVA

Diga_da_terrarossa_ridotta2Se solo per un attimo mettiamo in evidenza la pericolosa deriva che va caratterizzando in Italia la gestione dei beni culturali e la loro valutazione sulla base di una possibile redditività economica, non si può fare a meno di constatare che l’orientamento prevalente porta ormai a privilegiare solo i grandi spazi museali e i momenti spettacolari, e solo quelli avrebbero importanza, per quella che molti considerano la massima industria del nostro Paese: il turismo e, in particolare,  il cosiddetto “turismo culturale”.

“Di qui l’infelice assimilazione dei beni culturali al petrolio o ai giacimenti minerari”, che molti cercano di far passare,  con la conseguenza di una evidente situazione di sottovalutazione di tante biblioteche, archivi, musei – almeno a livello di interessi  –  rispetto alle grandi strutture delle città: solo queste ultime sarebbero infatti in grado di calamitare le grandi masse del turismo internazionale, anzi solo un piccolo numero di esse svolgerebbe adeguatamente tale funzione, nel contesto nazionale.

BIBLIOTECASi connette a questa prospettiva, parziale e mistificante, la totale assenza di una seria e meditata valutazione in ordine alle funzioni che queste istituzioni (musei, archivi, biblioteche) svolgono nei processi di formazione e di crescita culturale dei cittadini.

Queste considerazioni, dovrebbero permetterci di capire meglio le ragioni che portano all’emarginazione di tanti archivi e biblioteche dal sistema dei beni culturali, insieme a tanti musei considerati minori.

Si dimentica così che proprio questi luoghi di studio offrono gli strumenti per la comprensione storica anche dei prodotti artistici, e soprattutto che essi costituiscono, o dovrebbero costituire, i grandi laboratori ove non solo si conserva e si trasmette un patrimonio storico  che appartiene all’umanità, ma dove si produce cultura, presupposto per la crescita civile ed economica delle comunità.

Di tutto questo non paiono consapevoli quanti hanno in mano le sorti dei beni culturali, ove sempre più lo spettacolare, il visuale e il virtuale sembrano affascinare e assicurare successo e sempre più spesso l’assenza di ogni riferimento agli archivi, alle biblioteche e ai musei nelle frequenti dichiarazioni programmatiche, conferma la deriva che si evidenzia abbastanza forte.

Non è quindi un caso se le biblioteche sembrano essere in irreversibile declino, gestite da personale sempre meno motivato, e spesso indifferente rispetto ai grandi compiti delle Biblioteche nel tessuto civile delle comunità.

Come non è un caso se tanti archivi e musei, con in testa quelli degli enti locali, sono chiusi, o restano aperti per poche ore la settimana.

Vogliamo continuare con questa deriva assai pericolosa per lo sviluppo culturale, sociale ed economico delle nostre comunità, o vogliamo diventare un po’ più coraggiosi, meno infingardi,  e cominciare, perlomeno, a discuterne seriamente, per vedere se sia possibile addrizzarla quella deriva?

APPUNTI ARCHEOLOGICI SUL TERRITORIO MERIDIONALE DELLA MAREMMA TOSCANA.

?????????Questo tratto della Maremma Toscana, che va dal Chiarore a Talamone per un percorso di circa 32 chilometri, presenta da per tutto tracce evidenti  e ruderi assai importanti del grado di civiltà raggiunto ai tempi dell’Etruria antica e dell’epoca romana, per cui si ebbe una fiorente popolazione, assai numerosa,  che l’abitò in uno stato, che tutto fa ritenere di grande prosperità.
Un territorio che, successivamente, e per lunghi secoli è stato in gran parte abbandonato e squallido di colture e che oggidì, rifiorito a nuova vita è tornato agli splendori di quei lontani tempi, rimanendo sempre un vasto e ricco campo, in gran parte poco esplorato per la ricerca storico archeologica,  e sul quale gli studiosi del settore non hanno abbastanza dedicato le loro indagini e i loro lumi di scoperta, salvi pochi lodevoli interventi.
Pertanto, in questa occasione, abbiamo voluto provare a redigere brevi cenni storici di quelle località che presentano notevoli vestigia di ruderi etruschi e romani, oltre quei luoghi già noti – ab antico – per fama e per importanza, quali centri di una continuata sede di popolazione.
Cominceremo figurandoci di eseguire una breve visita a questa nostra zona entrandovi dalla parte del Chiarore, da cui, come cantava il poeta della nostra Maremma Giosuè Carducci

… disvelasi lungi a vedere l’Argentario / lento scendente nel Tirreno cerulo.

Il Sughereto di Ballantino e le Settefinestre

Prima di giungere al colle sul quale sorge la vetusta Cosa, lasciando sulla destra la via Aurelia e immettendoci sulla strada Pedemontana incontreremo l’ultimo pittoresco residuo di un seghereto, che in quei lontani tempi doveva essere imponente, chiamato oggi Sughereto di Ballantino. Un tempo colpivano più di oggi, a prima vista, certi monticoli elevati con avvallamenti, indizio forse di antichi ipogei da far ritenere a Pietro Raveggi che costì sorgesse la necropoli di Cosa.
Ad un certo punto, in quel luogo, chiamato Valle d’Oro,  si trovano tracce di consistenti rovine di una grande villa romana, detta “Le colonnette” su cui l’indagine archeologica, a parere nostro, dovrebbe soffermarsi.
Più ad est, presso il caseggiato delle “Settefinestre” l’altra grande villa romana, che fu oggetto di scavo da parte del gruppo del prof. Carandini alcuni lustri or sono. In altri punti della zona, in località le Tombe e fino alla località il Marchi, si scorgono evidenti tracce di costruzioni romane e, forse, anche etrusco-romane, come nella località detta di “S. Petronilla”.
In ogni caso, sarebbe questa tutta una zona di territorio da saggiare con sicuro profitto, come riconobbe lo stesso prof. Carandini all’epoca degli scavi della villa di Settefinestre e di un insediamento povero in località Giardino.
Se ricordiamo bene, in questa occasione il gruppo del prof. Carandini dette vita ad un interessante lavoro su una vasta zona del territorio dei comuni di Capalbio ed Orbetello, con l’obiettivo di redigere una carta archeologica.

La chiesa di S. Biagio e la Tagliata

Intorno e nelle vicinanze della chiesa di S. Biagio alla Tagliata, ormai scomparsa per l’incuria e inghiottita dalla vegetazione, nella parte sottostante a sud-est del colle di Cosa, esistono varie tracce di rovine, che maggiormente si fanno evidenti avanzandosi sulla spiaggia del mare.
In questa località l’archeologo Marcelliani, dopo alcuni saggi di scavo che egli vi fece, poneva il sito della Sub Cosa, venendo con ciò a confermare, dice Pietro Raveggi in un suo inedito appunto, l’asserzione dell’antico geografo Strabone, che poneva tale sobborgo a due miglia a est di Cosa e dove appunto lo colloca la tavola Peutingeriana.
Certo è che alla Torre della Tagliata esistono i ruderi incontestabili di una sontuosa villa romana, con vestigia di vivai e di fabbricati che si prolungavano lungo la spiaggia verso il lago di Burano. Tanto la villa che le peschiere dovevano essere, indubbiamente, di un fasto notevole.
Alla Tagliata si trovano la famosa Cava o spacco della Regina e l’ammirabile bocca o apertura sul mare scavata nella viva roccia per servire da emissario al lago di Burano, che allora era molto più grande.
Senza accennare alle tante controversie suscitate dalla località, ove si trovava anche il porto cosano, resa celebre dalla famosa terzina di Fazio degli Uberti, molte volte citata a sproposito, riconoscendo non priva di geniale originalità e di fondamento l’illustrazione che ne fa Raffaele Del Rosso nella sua opera “Pesche e Peschiere Antiche e Moderne dell’Etruria Marittima”, ci rammarichiamo per l’assoluto abbandono in cui è stato lasciato questo importantissimo sito archeologico
Inoltre, non possiamo fare a meno di richiamare la più viva attenzione sulla famosa apertura a diaframma ivi esistente, un’opera antichissima, che suscita ancora oggi la generale meraviglia dei visitatori e può ancora servire di modello e di studio per i nostri idraulici moderni.

La città di Cosa

Ed eccoci a Cosa, e al suo navale di Vulci, divenuta nel Medio Evo Ansedonia, stando ad alcuni studiosi, da Ansedon, Capitano greco.
Il colle su cui sorgono le sue rovine è alto 114 metri circa, e la cinta delle sue mura poligonali, colle torri quadrate, si designa ancora in tutto il suo perimetro, malgrado i frequenti sgretolamenti, poco dissimili da quanto si designava dal mare alla contemplazione di Rutilio Numaziano, nella pittoresca scena riprodotta dai distici del suo “Itinerarium”: “Cernimus antiquas custode, ruinas et desolatae foedae Cosae”.
L’intervento di restauro effettuato dal  Comune di Orbetello, con i fondi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana di una parte delle mura ha dato un valore ulteriore all’importante sito archeologico.
La città aveva tre porte dalle quali si dipartivano le strade di cui tutt’ora si scorgono le tracce e in una i segni delle rotaie.
Sulla parte prospiciente al mare, da cui si può godere la vista di un magnifico panorama, si eleva l’Arce, o Acropoli; e che in seguito, ai tempi di Cesare Augusto, vi fu eretta la torre Julia in onore della sua figlia, della quale costruzione rimangono sempre importanti vestigia, come rimangono le rovine di un magnifico arco romano dell’epoca imperiale, che si dice innalzato in onore di Severo Settimio.
C’è chi sostiene che Cosa era una città etrusca. Ma, come molti hanno scritto, le città etrusche dovevano avere tre Templi ed invece a Cosa sono state evidenziate le probabili tracce di uno solo, per cui, alcuni studiosi, ad esempio il Raveggi,  sostengono che forse questo Tempio conteneva tre celle consacrate rispettivamente al culto delle tre deità proteggenti ogni città etrusca.
In diversi punti delle rovine di questa città morta, si distinguono le impronte delle due civiltà che si sono sovrapposte: romana e medioevale, ed anche se coloro che sostengono che ci sono anche le impronte della civiltà etrusca, gli scavi effettuati dall’Accademia Americani, sembrano smentire definitivamente questa ipotesi che è stata sostenuta per molto tempo.

I Frati

Partendo da Cosa, lungo il tratto della strada Aurelia per recarsi ad Orbetello, incontriamo la località denominata “I Frati”, forse perché nel Medio Evo sede di un antico convento,  che prima fu stato ridotto in un podere a coltura e successivamente a residenze private.
La detta località presenta tracce di notevole antichità;  negli scavi che vi furono eseguiti nei primi anni del secolo scorso e nello scasso per la piantagione della vigna, vi si trovarono diverse tombe con oggetti antichi, sia di epoca etrusca, che romana, fra cui delle bellissime antefisse, figuline, monete, spade e vari oggetti in metallo, che andarono dispersi o furono occultati, oltre a ruderi di vecchie costruzioni.
Da rilevare che detti scavi erano fatti senza nessun criterio direttivo e da persone di nessuna competenza.

Il Cristo

Lasciando la via Aurelia allo Scalo, a sinistra si biforca il ramo di strada che conduce alla città di Orbetello, considerata ormai la sede dell’antico Vico Cosano, e prima ancora, dell’antica città di Cosa.
A metà quasi di questo tratto di strada si trovava, lungo il lago dalla parte di Ponente, un piccolo possesso di proprietà dell’antica  famiglia De Witt, chiamato il Cristo.
Il terreno, sul quale le tante abitazioni oggi esistenti, costruite nel secondo dopoguerra, malgrado i due assedi francesi alla città nel 1646 e nel 1799, che sconvolsero quel territorio per costruire ripari di guerra, nel corso del 1800 era ancora  cosparso di monticoli, che indicavano subito l’esistenza di tombe; e infatti  questa famiglia, a cominciare dall’avolo Antonio De Witt, al figlio Raffaello, ad Antonio, illustre giurista e profondo latinista, ultimo della famiglia e figlio di Raffaello, in questa località si eseguì tutta una serie di scavi, che portarono alla scoperta di tombe etrusche e al rinvenimento di numerosi oggetti antichi di pregio.
Cosi nel 1823, in una cripta, fra i vari oggetti e vasi di notevole interesse, si ritrovò un disco manubrato, o specchio del quale parla il De Poveda nelle sue dotte  memorie di Talamone.
Altri vasi figurati ed oggetti stimabili furono ritrovati da Raffaello, e di cui si può trovare in parte il resoconto e la descrizione nella raccolta del “Bollettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica” e specialmente nelle annate 1849 e 1861.
Anche Antonio De Witt continuò gli scavi paterni, rinvenendo delle figuline di pregio ed altre antichità, che andarono disperse, o presso privati, o in qualche museo.

Orbetello

Anche se in questi ultimi anni sono stati fatti dei passi avanti, le origini storiche di Orbetello come sede di abitato e del suo antico nome, non sono ancora ben definite. Sembra  che nell’antichità la città si chiamasse prima Cusa e successivamente Vivo Cosano.
Raffaele Del Rosso nei suoi libri “Pesche e Peschiere Antiche e Moderne dell’Etruria Marittima”, la diceva senza storia, posizione successivamente corretta in base a nuovi risultati della ricerca.  Astenendoci dal riportare le opinioni del Lenzi, del Gori, del Santi, del Brocchi e del Dennis ed altri, insieme a Pietro Raveggi, escludiamo con convinzione che Orbetello fosse la Sub-Cosa dello Strabone, perché indizi certi, topografici e archeologici, ce la fanno ritenere, col suo agro, quale sede del famoso Vico Cosano in cui sorgeva il celebre Tempio a Giove Vicilino, nel quale, come narra Tito Livio, al precludere della seconda guerra punica, si udì lo strepitio d’armi:“Jovis Vicilini templo, quod in Cosano agro est, arma concrepuisse”.
L’archeologo Marcelliani la diceva una necropoli, precisamente quella di Cosa, opinione sostenuta dallo stesso Del Rosso nell’opera citata, come abbiamo detto, successivamente corretta.
Altri avvalendosi della quasi certezza che qui sorgeva il Tempio a Giove Vicilino e prendendo argomento dalle sue Mura Ciclopiche, della seconda epoca per alcuni, più vecchie per altri, vogliono vedervi come un recinto sacro a quelle riunioni anfictioniche, che ancora la Grecia antica sembrerebbe avere ereditato dalla vetusta tradizione dei Pelasghi.
Così le giudica e tali ipotesi tenta dimostrare con buoni argomenti lo studioso Rinaldo Costantini nelle sue “Divagazioni Ipotetiche sulle Origini di Orbetello”.
Altri ancora lo ritengono un antico e importante porto.
Poi c’è da tenere in considerazione lo scavo effettuato alcuni lustri or sono dalla Soprintendenza sotto il palazzo detto del “Pacchioni”. Lo scavo ha portato alla luce muri e altre strutture assai interessanti (tenuti nel più deplorevole abbandono), che appartengono al periodo etrusco. Non si comprende come mai i risultati di quello scavo, dopo tanto tempo, non siano  stati ancora resi ufficialmente noti.
In relazione a tutta questa situazione, meraviglia come la comunità orbetellana non abbia sentito e non senta ancora oggi la necessità, oseremmo dire l’obbligo, di promuovere gli studi necessari per dare una definitiva risposta alle tante incertezze della storia sulle origini della nostra città.
Uscendo da Orbetello città percorrendo la diga e prendendo la strada che conduce a Porto S. Stefano, a circa metà del cammino si trovano le Peschiere del Comune di Orbetello, alla bocca dell’apertura del canale di Nassa, che fa comunicare la Laguna con il mare.
Le dette Peschiere, che sappiamo aver funzionato anche ai tempi dell’antica Roma, e forse anche in precedenza, dovevano far parte col tombolo della Giannella, la zona di S. Liberata e il Valle dei vasti predi della famiglia dei Domizi Enobarbi, da cui discende anche Nerone, che possedevano anche l’isola del Giglio, quella di Giannutri e forse ancora quella di Montecristo.
Il Santi, Il Lambardi, l’Ademollo e successivamente anche il Del Rosso ne parlano con maggiore cognizione di soggetti e di argomenti

BIBLIOGRAFIA

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CASTAGNOLI F., La centuriazione di Cosa, in “Memoirs of the American Accademy in Rome” XXIV, 1956, pp. 147, 165.
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CELUZZA MARIA GRAZIA (a cura di), Grosseto, Roselle, Populonia, Vetulonia, Orbetello, Ansedonia, di George Dennis, Nuova Immagine Editrice, Siena 1988.CIAMPOLTRINI GIULIO. Il monumento funerario di S. Biagio alla Tagliata. Sta in “Studi e materiali“, 1991.
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DE WITT RAFFAELLO. Scavi di Orbetello. Sta in Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica“, Roma 1851 e 1858.
FASCIATO M., A traverso le Maremme Toscane. Cosa e Roselle, in “Lèlanges de l’Ecole Francaise de Rome”, LVIII, 1941, 1946, pp. 272, 286.
LOPEZ PEGNA M., La vera origine di Cosa Vulcente, in “Studi Etruschi” XXII, 1952, 1953, pp. 412, 420.
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MILANI L.A., Orbetello. Antichità riferibili alla necropoli Succosa, acquistate pel Museo Fiorentino, in “Notizie degli Scavi di Antichità – Atti dell’Accademia dei Lincei”, 1885, pp. 241-248.
MILANI L.A., Orbetello. Antichità riferibili alla necropoli Subcosa, acquistate dal Museo Fiorentino e descritte dal Prof. Milano. Sta in “Notizie degli scavi“, anno 1885, pog. 241 – 248.
RAVEGGI PIETRO, Ville imperiali romane nell’agro Cosano, in “Maremma” XIII (n.a.II), f.3, 1933, pp. 3, 8.
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RAVEGGI PIETRO, La Sub-Cosa e il Vico Cosano. Comunicazione letta al Convegno Nazionale etrusco di Firenze il 30 aprile 1926, nella seduta antimeridiana.
RAVEGGI PIETRO, Orbetello. Recenti scoperte in prossimità del supposto Vico Cosano, in “Notizie degli Scavi di Antichità – Atti dell’accademia dei Lincei”, 1937, Vol. XII, fascicoli 10°, 11°, 12°.
RAVEGGI PIETRO, Recenti ritrovamenti nel podere “Brilletto” (Orbetello) Agro Cosano, in “Studi Etruschi, Vol. XI, 1937.
RAVEGGI PIETRO, Ansedonia. L’etrusca Cosa e la Tagliata, Coop. Tip. La Maremma, Grosseto, 1937.
RAVEGGI PIETRO, Recenti ritrovamenti nell’Agro Cosano e Talamonese, in “Studi Etruschi”, Vol. VIII, 1939.

LA NOSTRA MAREMMA

Cavalli_maremmani 12Eravamo ormai vicini alla stagione primaverile, sul Monte Argentario e sulle colline maremmane dell’entroterra il crepuscolo allungava i suoi chiarori, le notti cominciavano ad essere più brevi e più lungo il giorno per camminare.

Era il momento  propizio per percorrere i silenziosi sentieri, prima che il tempo delle vacanze li rendeva troppo frequentati; andiamo, dunque, con passo leggero, e nella quiete avremo il tempo di pensare ai tempi andati, alle esperienze che la vita ci ha riservato, alle passioni che ci hanno legato per sempre a questa terra: il silenzio, il cielo, gli odori della macchia mediterranea, ci terranno compagnia.

Così, una mattina della scorsa primavera, di buon’ora, partimmo da Orbetello per arrivare lassù, sulla vetta più alta del Monte Argentario.

Dopo il Convento dei Passionisti, che domina la vallata fino alla Laguna, ci fermammo a guardare il paesaggio sottostante: il sole cominciava ad illuminarlo, era splendido, punteggiato di macchia mediterranea e pinete, vigne, campi verdi, tante piccole case in lontananza e la laguna, che sembrava uscire da un mondo incantato, un territorio colmo di storia millenaria, abbracciato dal mar il Tirreno in un amplesso intenso e partecipato. Maremma_cavalli In quel silenzio, insieme ai nostri pensieri, ascoltavamo i gorgheggi melodici degli usignoli che avevano appena raggiungo la nostra terra dopo un lungo viaggio e si apprestavano a preparare il loro nido. Riprendemmo a salire e alla deviazione che porta alla croce, un po’ stanchi, ci sedemmo sotto un leccio per riposare qualche minuto, prima di fare l’ultimo tratto che ci avrebbe portato alla meta. Eccoci arrivati: la parte più alta del Monte Argentario, a metri 635 e, come la prima volta che salimmo quassù,  restammo assorti e rapiti di fronte ad uno spettacolo di grande suggestione.

Nell’arco nord – est – sud, il grande anfiteatro che va da Grosseto e i monti dell’Uccellina ai confini con il Lazio ed oltre, passando per il Monte Amiata è ormai  completamente avvolto dalla luce del sole. Da quassù sembra ancora più grande, i paesi sulla costa e sulle colline sono immersi nel verde della macchia, nell’azzurro del mare o nel grigio di una lieve foschia in lontananza: Orbetello, Porto S. Stefano, Porto Ercole, Albinia, Talamone, Pereta, Montiano,  Magliano in Toscana, Manciano, Capalbio, Montalto di Castro. A ovest, la grande distesa del mar Tirreno, che mette in risalto, partendo da sud, l’isola della Formica di Burano, l’isola di Giannutri, in un velo di foschia l’isola di Montecristo, l’isola del Giglio, e più a nord, molto lontano, delle cime che dovrebbero essere quelle dell’Elba, e ancora le Formiche di Grosseto.

Pensavamo alla gloria, alla grande storica che l’ha coinvolta, alla  vetusta tradizione di questa terra, che finora, purtroppo, è stata un po’ trascurata e maltrattata e ai suoi figli, a tutti noi, che non siamo stati capaci di onorarla e dargli il valore che merita. Vacche maremmane bradePensavamo alle tante vestigia dell’antica cultura eneolitica, chiamata convenzionalmente di Rinaldone, della civiltà etrusca e di quella romana, che in gran parte giacciono neglettamente abbandonate senza che nessuno se ne curi, mentre potrebbero divenire degna meta di visitatori e nuovi lumi potrebbero proiettare sull’indagine archeologica; ai materiali  litici lavorati da uomini vissuti un milione di anni fa, rinvenuti a Montauto e in altre zone e alle civiltà litiche, che si sono susseguite nei millenni con una grande lentezza culturale su tutto il territorio maremmano; alle tante necropoli, alle mura poligonali come quelle di Orbetello e Cosa, alle città morte cosparse d’imponenti ruderi, ai manufatti meravigliosi di tecnica e di mole, come quelli della Tagliata, col mitico Speco, oggi chiamato Spacco della Regina, nelle vicinanze della tanto discussa Subcosa; alle mura ciclopiche di Orbetello, uniche sull’acqua, lasciateci dagli etruschi, o forse dai pelasgi; a Magliano in Toscana, tanto ricco di memorie della squisita arte senese, dove il nostro concittadino Pietro Raveggi identificò la tanto ricercata etrusca Heba, con la sua estesa necropoli di tombe dalle più svariate costruzioni e forme; alla Valle dell’Albegna dove era ubicata l’arcaica città di Caletra con i sorprendenti ritrovamenti, fra cui la meravigliosa Fibula d’oro, un gioiello dell’oreficeria rasenia, e più in alto Saturnia città degli Aurini, dove si possono ammirare le venerande mura e la grande necropoli di Pian di Palma; alla tenuta di San Donato, dove nell’esecuzione di lavori di bonifica, furono scoperte tombe a circolo del diametro di 32 metri, con bare in travertino e qualche cimelio della più alta antichità; a Manciano, Pitigliano e Sorano, a cavaliere del fiume Fiora, l’antico Armine, dove sorgono le vestigia di Statonia, ritrovate nel 1894 da Riccardo Mancinelli, alla sua area urbana e all’interessante necropoli, col sepolcreto in celle di tufo, che si può ancora rintracciare. E poi Sovana dalle tombe rupestri e i suoi superbi e silenziosi edifici; alle tante antichità romane da ammirare, a S. Liberata, Torre Saline, Sette Finestre, Sughereto di Ballantino, Talamone, isole di Giannutri e Giglio e alle tante altre rimaste sconosciute o conosciute solo da pochi fortunati, che attestano indiscutibilmente il fervore di vita goduto da questa zona in quei lontani tempi; ai longobardi e ai bizantini,  alla vita medievale, che seppure chiusa in un isolamento collinare, ha lasciato innumerevoli e interessanti testimonianze in quasi tutti i paesi del nostro territorio; alle lunghe dominazioni di Siena, della Spagna, dell’Austria, dei Borboni, con le innumerevoli e possenti testimonianze di difesa lasciate sul territorio; alla Maremma di ieri, alla malaria e ai tanti disagi delle popolazione che ci hanno preceduto,  al loro lavoro e ai loro sacrifici per domare queste, allora, dannate ed amate terre.

Pensavamo alla Maremma di oggi e al suo riscatto ma, nello stesso tempo non potevamo fare a meno di pensare  a ciò che potrebbe realmente essere questo territorio, se tutti noi fossimo in grado di pensare meno al presente e un po’ più al futuro.

TURISMO, CULTURA E SVILUPPO DEL TERRITORIO

Orbetello dalla Tordara 2Ritorno ancora sull’argomento dei beni e delle attività culturali, legati allo sviluppo economico di una zona, perché,  anche se a certi livelli se ne parla,  purtroppo, le cose non fanno un passo avanti. Nessuno di coloro che sono deputati a portare avanti questi temi nell’interesse della comunità, con il Comune in prima fila e poi via via,  partiti politici, cittadini e loro associazioni, realtà economiche, hanno intenzione di aprire un dibattito il più largo possibile su questi temi per trovare, tutti insieme, delle  soluzioni adeguate, contentandoci di organizzare qualche iniziativa del tutto staccata dal contesto, che, purtroppo, lascia le cose come stanno.

Affrontare il lavoro di recupero delle emergenze storiche, artistiche, naturalistiche e delle tradizioni di un territorio, costituisce uno dei compiti principali  dell’amministrazione pubblica, particolarmente nelle zone come la nostra, dove queste emergenze sono strettamente legata allo sviluppo dell’economia e all’assetto del territorio.

Certo, è un compito difficile, reso ancora più arduo dalla carenza, sul posto, di strutture culturale e scientifiche adeguate a rispondere ai più elementari compiti di studio e di documentazione del patrimonio da prendere in considerazione, anche se le forze umane potrebbero essere disponibili.

Da secoli i resti degli insediamenti eneolitici, etruschi, romani, le vestigia medievali, insieme alla storia che si portano dietro, alle tradizioni e alle bellezze naturali, trasmettono un’immagine banale e usata di una specie di “eden” dal clima eccezionale, dove esistono luoghi di rara bellezza. Ma a ben guardare e anche se in parte ciò è evidente, la realtà in cui viviamo, vista da vicino e con occhio attento, fa scoprire ben altre situazioni.

Potremo allora vedere le varie attività che cercano un loro spazio di sussistenza dettato quasi sempre da improvvisazione, la ricerca frenetica di un adattamento alla caotica corsa estiva e l’adagiarsi poi in un negativo letargo invernale, appena ritornato il silenzio.

E’ una situazione che, così come l’abbiamo fatta crescere, ci costringe a guardare ad un turismo che occupa città e paesi, campagne e colline, un turismo che si accontenta, alla meno peggio, del mare e del sole, e che lascia a sua volta, case, alberghi, campeggi, agriturismi vuoti per nove mesi all’anno.

Inoltre, il paesaggio si arricchisce, si fa per dire, di enormi villaggi,  di palazzoni non necessari, oltre che brutti, che in un territorio solcato da valli, rappresentato da coste quasi uniche, da paesi antichi e straordinari e da emergenze per boschi e colline fortunatamente ancora, per buona parte, intatte, sembrano costituire, nella maggior parte dei casi, interventi estranei all’ambiente e certamente dannosi.

Tuttavia il turismo,  in una zona come la nostra, è necessario. Una volta cessate le attività industriali e minerarie e di fronte ad una agricoltura che arranca dietro ai ritardi di una politica senza capo e  improvvisata, questo si è rivelato una delle fonti di entrata più sicura per i residenti.

orbetello_ridotta_in_altezzaPartendo da queste considerazioni, le amministrazioni locali dovrebbero sentirsi obbligate a superare la precarietà culturale in cui si dibattono, cominciando ad  operare con serietà e ricercando le competenza, che pure ci sono, insieme alla società civile nella sua totalità (cittadini, operatori economici, istituzioni culturali e sociali, mondo del volontariato, ecc.) oggi relegata ad una marginalità biasimevole, per aprire spazi nuovi di studio e di progettazione, per tentare di darci una società meglio organizzata e con un certo equilibrio nel suo sviluppo.

Dunque, “beni e attività culturali” che possono aiutare, concretamente, il territorio su cui viviamo a crescere in modo più equilibrato e senza essere distrutto.

E’, però, necessario comprendere che “bene culturale”, oggi, non è più riconducibile all’ormai sorpassata terminologia di “cosa storica, artistica, archeologica”, ma è identificabile con tutto quanto sia riferibile alla connotazione fisiologica di un territorio o di un evento storico o etnografico nelle varie fasi di trasformazione, sia per quanto riguarda l’ambiente, la sua antropizzazione e  le sedimentazioni che nel tempo sono avvenute.

I beni culturali, fino ad ieri considerati “peso morto”, per la loro peculiarità di assorbire forti somme necessarie alla conservazione, in questa visione di “risorsa” necessaria non solo al “godimento pubblico”, come si diceva nel passato, ma anche alla gestione del territorio ed alla promozione culturale e turistica, vengono così a porsi come elemento indispensabile nella programmazione pubblica in ogni campo di attività.

Le leggi regionali, ormai da tempo, hanno previsto una visione unitaria dei “beni” non ripartendoli per “categorie” o per “periodi storici”, ma individuando “strutture di servizio” nuove rispetto alla vecchia ripartizione per tipologie o per aree territoriali, puntando su “comprensori” o “sistemi”, al di la della loro specializzazione – biblioteche, archivi, musei, parchi, ecc., per permettere a tali istituzioni di fruire in maniera più utile delle rispettive risorse, pur nella autonomia scientifica che continuerà a caratterizzarle.

La creazione dei sistemi museale, bibliotecario, archivistico, ecc. doveva ricomprendere e coordinare tutti quegli studi, quelle ricerche, quegli interventi che Soprintendenze, Università, Accademie, Istituti Scientifici, Associazioni ed Istituti Culturali avevano condotto separatamente, molto spesso ignorati dagli Enti Pubblici o essi stessi ignoranti di quanto negli Enti Locali, soprattutto per l’assetto del territorio, per la gestione dell’ambiente o per la promozione culturale, si stesse facendo.

Si dovevano costituite aree sufficientemente piccole, ma significative, per unitarietà storica e geografica, per essere più agevolmente seguite sotto l’aspetto amministrativo e scientifico, un punto di riferimento informativo e formativo capace di documentare, spaziando nei vari settori, ma con il dovuto coordinamento, la realtà del territorio in una “lettura comparata” capace di soddisfare le richieste più diverse: dal compito istituzionale del confronto col pubblico, alla formazione del personale specializzato, dalla difesa del territorio e dei beni in esso esistenti, alla individuazione delle risorse e alla programmazione dei nuovi interventi.

In questi ultimi anni, alcune zone della Toscana più aperte al confronto,  alla collaborazione con i diversi soggetti della comunità, superando lo stato di ideologizzazione che tanto danno ha prodotto e ancora produce, qualcosa è stato fatto, mentre in  altre zone, fra cui la nostra, dove l’arretratezza di idee è generalizzata e ancora prevalgono  interessi personali e di parte, le cose si muovono poco o non si muovono affatto.

LA CAMPANA DELLA CHIESA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE DI ORBETELLO

CampanaE’ ormai a conoscenza dei più la questione della chiesa della Madonna delle Grazie, forse la più antica di Orbetello, attraverso le denunce del Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti e di molti altri concittadini, con le polemiche, e i vari interventi, anche da parte della stampa, che da alcuni anni a questa parte si sono susseguiti per la soluzione di un problema davvero emblematico, sorto per la cecità e la superficialità con cui si è soliti affrontare i problemi comunitari.

Attualmente, quella della chiesa è un questione che, pur in modo abbastanza inconsueto e non accolto con soddisfazione da molti cittadini, per quanto riguarda i locali, sembra risolta.

In questa occasione vorrei però parlare della campana della chiesa, che fin dalla prima denuncia, quindi sono passati già alcuni anni, rivelammo che forse era scomparsa. Gli ultimi nostri interenti sulla  chiesa in parola, unitamente a quelli di altre fonti, sono di circa due mesi fa, con l’esplicita denuncia che la campana non si trova più e che forse qualcuno se l’è portata via. Ad oggi, nessuno (la ditta adesso proprietaria dell’ex ospedale dove si trova inglobata la chiesa, il clero orbetellano, l’amministrazione comunale, ecc.) ha fatto sentire la propria voce in proposito.

Di cosa si tratta. Perdurando un lungo periodo di pace e di quiete il Comune di Orbetello quale patrono e per ringraziamento restaurò la chiesa della Madonna delle Grazie, ponendo anche la campana sopra la chiesa stessa. Correva l’anno 1488 e sulla campana del peso di 30 Kg. con impresso lo stemma del Municipio di Orbetello e la scritta:

–      Nel primo rigo – AVE REGINA COELORUM VOCETUR MARIA VERGINAE.

–      Nel secondo rigo – LUISI DI RICCARDO, ANTONIO DI MAESTRO GIOVANNI OPERAI.

Qualcuno potrà obiettare: ma si tratta di una campana, c’è bisogno di fare tante storie se non si trova più?

No, quella campana, fusa nel 1488, è stata per oltre cinquecento anni sulla chiesa ed ha un grande valore per la nostra comunità, non solo storico e religioso, ma anche affettivo e comunicativo, per cui nessuno si deve permettere di appropriarsene.

Pertanto, chiediamo ancora una volta, dato che i nostri tentativi per verificare se quanto si dice è vero non sono andati a buon fine, che coloro che sono preposti a queste verifiche intervengano per vedere se la campana si trovi in qualche ripostiglio del palazzo che si sta ristrutturando, altrimenti facciano i passi necessari perché venga restituita.

Orbetello: La chiesa da salvare

 

Riportiamo un articolo pubblicato  mercoledì 21 agosto 2013 sul quotidiano il Fatto Quotidiano 

PATRIMONIO ALL’ITALIANA     di Tomaso Montanari

articolo del 21-03-13

articolo del 21-03-13

A ORBETELLO, città sull’acqua alle soglie della Toscana e alle porte dell’Argentario, continua la lotta per la difesa della piccola, antica chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Nel luglio del 2003 (sindaco Rolando Di Vincenzo, braccio destro del suo ben più noto predecessore Altero Matteoli) la giunta comunale di Orbetello alienò a privati l’ex-ospedale cittadino (6200 mq, in parte antichi e in zona pregiatissima) alla società romana Global Service, che sborsò la cifra non strepitosa di 3.620.000 euro.

Nello storico complesso (destinato a diventare un condominio) è incastonata anche la chiesetta, carissima agli orbetellani per esser da sempre luogo degli arrivi (battesimi) e delle partenze (funerali) dei loro cari: ma dopo la privatizzazione SantaMaria (con affreschi, arredi liturgici, archivi) andava allegramente in malora, inaccessibile a tutti tranne che ai topi, nella più completa indifferenza delle Soprintendenze di Siena. Dopo un articolo del Fatto (agosto 2011) che riprendeva la protesta di alcuni comitati civici locali e dopo una conseguente interrogazione parlamentare, la nuova giunta di Orbetello si mosse. Ma i risultati (denuncia oggi il Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”) sono assai dubbi. Con delibera dell’11 giugno scorso, il Comune si riprende indietro la chiesa, sì, ma intanto senza la sacrestia, e poi questa cessione non è affatto gratuita, ma compensa la mancata realizzazione dei parcheggi di cui la Global Service avrebbe dovuto dotare il condominio che ricava dall’ospedale. In altre parole, la comunità di Orbetello paga il recupero (parziale) di uno suo inalienabile bene storico (in pessime condizioni) con un prevedibile aggravamento del già tremendo problema del parcheggio estivo.

E intanto, denuncia ancora il Circolo, risulta scomparsa la campana fusa nel 1488 che fino all’apertura del cantiere era al suo posto.

E uno si chiede: ma perché l’interesse di tutti e di ciascuno (cioè l’interesse della comunità, l’interesse pubblico) anche quando non viene del tutto calpestato deve sempre venire dopo, ma molto dopo, l’interesse di qualcuno?

Orbetello: La lunga odissea della chiesa della Madonna delle Grazie

Ospedale_vecchioSanta Maria delle Grazie rappresenta  uno degli edifici, sacri, più antichi di Orbetello. La sua costruzione risale al secolo nono con il nome di “Santa Maria ad Portam” per la sua vicinanza alla porta d’ingresso alla città. Nel secolo diciottesimo fu ridotta, privata delle navate laterali, ed inglobata nel palazzo che ospitava l’ospedale “San Giovanni di Dio” attualmente ceduto a privati ed in via di ristrutturazione. Al suo interno vi sono degli affreschi quattrocenteschi, di origine Senese, che rappresentano, per Orbetello, l’unica testimonianza artistica di quel periodo. Il Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti” preoccupato dell’integrità delle opere, già nell’ottobre 2008, ha segnalato il fatto con una lettera alle seguenti autorità, ecclesiastiche e laiche, senza ottenere nessuna risposta:

  • Diocesi di Pitigliano – Sovana – Orbetello;
  • Sovraintendenza per il patrimonio storico e artistico per le provincie di Siena e Grosseto;
  • Assessore alla Cultura del Comune di Orbetello.

Successivamente, nell’agosto 2011, in seguito all’articolo uscito sul Fatto Quotidiano che aveva letto della chiesa sul nostro blog, il circolo ha chiesto ed ottenuto la possibilità di promuovere una interpellanza parlamentare al ministro dei Beni Culturali del governo Berlusconi presentata dall’ Onorevole Manuela Ghizzoni e Luca Sani, per sapere:

  1. Se il Ministro fosse a conoscenza dei fatti narrati;
  2. Quali erano le motivazioni che avevano indotto la Soprintendenza a non intervenire per tutelare la chiesa della Madonna delle Grazie di Orbetello;
  3. Come intendesse provvedere a preservare il sacro edificio, espressione del patrimonio storico-artistico toscano e nazionale.
pagina del giornale "Il Fatto Quotidiano"

pagina del giornale “Il Fatto Quotidiano”

Dopo questa interpellanza che andò a buon fine, da fonti comunali vicine all’attuale giunta, ci fu detto che vi erano dei contatti tra la GLOBAL SERVICE S.R.L., proprietaria dell’immobile che comprende la chiesa, e l’attuale amministrazione, in cui veniva sancita da parte della Global Service la volontà di: 1. Restituire la chiesa alla Curia Vescovile e alla Sovrintendenza ai Beni Culturali. 2. Di procedere alla messa in sicurezza del tetto, la sistemazione dello scolo delle acque e il restauro degli affreschi a spese della proprietà. 3. Di definire il passaggio di proprietà della CHIESA alla Curia Vescovile per un restauro completo e per la sua definitiva apertura al culto.

A Giugno 2013, il comune con verbale di Deliberazione della Giunta Comunale n° 163 del 11-06-2013 con Oggetto: CESSIONE DELL’IMMOBILE SITO IN PIAZZA CORTESINI N. 7 DENOMINATO “CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE” IN LUOGO DEL VALORE DELLA MONETIZZAZIONE DEI PARCHEGGI PRIVATI PERTINENZIALI – PIANO DI RECUPERO DEL. C.C.N. 25/2007 – DETERMINAZIONE, accetta la proposta della Soc. GLOBAL SERVICE S.R.L che chiede la compensazione dei parcheggi pertinenziali, proposti nel progetto e non realizzati, con la cessione della Chiesa di S.Maria delle Grazie, per una superficie lorda di c.a 72,00 mq., mutilata della parte che era utilizzata come sacrestia.

Noi non sappiamo se questo sia il mezzo migliore e più economico per restituire alla comunità un patrimonio artistico di questa portata. Venduto dalla ASL in maniera arbitraria senza il consenso della Curia, e con la complicità della precedente amministrazione che ha cambiato la destinazione d’uso dell’immobile prima dell’atto di vendita, come risulta dai documenti allegati al contratto.

Madonna di Costantinopoli, raffigura la Madonna col bambino e San Biagio

Madonna di Costantinopoli, raffigura la Madonna col bambino e San Biagio

Per tutte queste cose lasciamo giudicare la magistratura, ma sappiamo che a norma di legge, alcuni nostri iscritti ci confortano tecnicamente nel rilevare le seguenti anomalie:

1) I parcheggi pertinenziali (privati) non sono monetizzabili la legge prevede che siano previsti in ogni progetto al momento della concessione della licenza, lo sono invece gli standards urbanistici;

2) Le delibere fatte in proposito sono poco convincenti perché in giurisprudenza si contemplano solo fatti sporadici che si riferiscono a leggi regionali diverse dalle nostre;

3) Gli oneri concessori si pagano prima dell’inizio dei lavori è giusto ma qui trattasi di parcheggi pertinenziali che vanno previsti per legge. Pensiamo a cosa succederebbe se ogni cittadino che si costruisce la casa chiedesse al comune di pagare invece di costruire il proprio parcheggio.

4) Non è vero che non si possono realizzare parcheggi privati nel contesto di cui si parla perché, il fabbricato adiacente al cantiere dell’ex ospedale, costruito negli anni 70 con tecniche meno moderne, ha parcheggi interrati perfettamente agibili. Si potrebbero fare parcheggi parzialmente interrati o addirittura al piano terra come dice la legge ricordata (l.122);

5) Il danno ai fabbricati lungo il confine del cantiere, che impedirebbe il completamento dei parcheggi non è dimostrato;

6) Il tutto, valutato politicamente, è un bel regalo alla Global Service che si ” leva di torno” un edificio (senza sacrestia ove è prevista un’attività diversa);

7) In delibera non si dice lo stato in cui viene conferita la chiesa (restaurata o no), viene data alla fine lavori quando la legge dice che gli oneri concessori si pagano all’inizio dei lavori;

8) L’acquiescenza ai voleri della proprietà è sospetta e poco concorde con il bene pubblico. Non viene spiegato ove verranno parcheggiate le auto del nuovo insediamento, nel centro storico? e in parcheggi riservati?

9) La chiesa è urbanizzazione secondaria e passerà al comune che non è un soggetto preposto al culto quindi la passerà alla curia? per assurdo se invece di una chiesa cattolica si fosse trattato di una moschea il comune avrebbe avuto lo stesso atteggiamento?.

Concludendo; a noi del Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti, a tutti i nostri soci e a buona parte della popolazione orbetellana a cui è stato sottratto, dalla passata amministrazione, un bene culturale patrimonio di tutta la collettività, preme conoscere quale siano le conclusioni di questa operazione visto che la chiesa, per la sua funzione ha perso l’uso della sacrestia.

DENUNCIAMO inoltre la scomparsa dell’antica campana, costruita nel 1488, che fino agli inizi del cantiere era situata, al suo posto, sulla cipolletta del tetto dell’ospedale.

Firmato  –  Il comitato direttivo del Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti.

L’architettura Gotica a Siena con richiami alla zona Orbetellana

 

Il Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”, in collaborazione con la cooperativa “I Pescatori” ha presentato, ieri 08 agosto 2013, L’architettura gotica di Siena con richiami evidenti alla nostra storia. La conferenza è stata  tenuta dal socio più giovane del Circolo, Lorenazo Fusini, appassionato di storia locale  ma  sopratutto esperto di Gotico.

8-08-13 Fusini conferenza sul gotico di Siena

8-08-13 Fusini conferenza sul gotico di Siena

L’evento si colloca nell’ambito degli undici giovedì culturali che il Circolo G. Mariotti si è ha organizzato nei mesi di giugno, luglio, agosto e settembre, per unire la cultura alla cucina e alle tradizioni locali orbetellane.

Quello di ieri è stato il sesto evento della serie aperta nel mese di giugno che ci ha visto impegnati:

  • giovedì 13 giugno nella presentazione del Libro “Orbetello 1646 L’Assedio Memorabile” del Prof. Gualtiero Della Monaca.
  • giovedì 27 giugno Enzo Lenzi un artista orbetellano del 900, a cura di Rossella Rispoli.
  • giovedì 11 luglio Il Sistema Difensivo di porto Ercole tra Medioevo e Rinascimento. Illustrato da Lorenzo Fusini.
  • giovedì 25 luglio Teopisto Scotto, un artista della Costa D’Argento del 900, curato da Rossella Rispoli.
  • mercoledi 31 luglio Alfredo Romagnoli, un artista della Costa D’Argento del 900, curato da Rossella Rispoli.

Lorenzo ha saputo descrivere l’architettura gotica senese con molta chiarezza evidenziando particolari di essa presenti  nel duomo di Orbetello.

Le sue spiegazioni sono state seguite con interesse da tutto il pubblico presente.

Nel prossimo incontro, che ci sarà giovedì 22 agosto, sarà illustrato, e presentato dall’autore, il libro “Orbetello a Confronto” la città come era la città come è di Edoardo Federici.