Le antiche mura “etrusche” di Orbetello – Atti della Tavola Rotonda

In questo libro sono contenuti gli atti della Tavola Rotonda che si è svolta il 22 e 23 settembre 2017 ad Orbetello, primo atto di un progetto, presentato nella premessa al volume, che ha come obiettivo la conoscenza, la riqualificazione e la valorizzazione dell’antica struttura che cinge il centro storico della città.

Nel corso dei lavori, dopo una presentazione della storia del monumento dall’epoca rinascimentale ad oggi (Cardosa), una serie di relazioni hanno offerto un quadro complessivo della formazione dell’ambiente lagunare (Velasco) e del popolamento della città e del suo territorio in epoca preistorica (Leonini – Cardosa), etrusca (Zifferero, Ciampoltrini) e romana (Celuzza). Nella seconda parte si è offerta una panoramica dei sistemi di fortificazione in Etruria dalla tarda protostoria (di Gennaro) all’epoca etrusca, con confronti con strutture simili nei territori vicini, quali Vulci (Cerasuolo), Saturnia (Rendini) e Vetulonia (Rafanelli), mettendo inoltre a confronto le mura poligonali di Orbetello con le strutture in tecnica analoga note in area laziale (Cifarelli). A conclusione si è presentato un saggio di rilievo strumentale dell’antica struttura con le possibilità, dal punto di vista della conservazione e della valorizzazione, che tale tecnica offre (Palla – Scalabrelli).

Dai lavori del convegno è emerso come l’ambiente in cui si è sviluppato il primo insediamento dell’area urbana sia tutt’altro che conosciuto; in particolare rimangono incerti: il livello dell’acqua, la stessa morfologia della laguna, la profondità del suo fondale, il collegamento o meno con il mare aperto, la salinità dell’acqua, la navigabilità, tutti dati di fondamentale importanza per comprendere le vicende insediative di Orbetello. Sembrerebbe invece assodato che le mura si fondarono su una paleo spiaggia, oggi scomparsa, quasi sicuramente agli inizi del III secolo a.C., in concomitanza con la fondazione della colonia romana di Cosa (273 a.C.), anche se sulla datazione non tutti gli studiosi sono concordi.

Il volume costituisce una prima ed unica raccolta di informazioni sul manufatto, sul periodo in cui fu realizzato con confronti tra strutture simili, e costituisce il necessario punto di partenza per una qualsiasi operazione di valorizzazione. Abbiamo fatto un ulteriore sforzo per dare un’importanza all’evento ed alla riqualificazione delle mura perché vogliamo ripartire da questi atti per proseguire nel progetto di valorizzazione.

Durante i lavori del gruppo è stato realizzato un modello 3d di una parte delle mura, circa 350 metri, che ci ha permesso di evidenziare le criticità e gli interventi necessari.

Leggendo questo codice QR con uno smartphone potrete vedere il modello 3d delle mura in una versione alleggerita.

http://www.effigi.it/muraorbetello/

Le Antiche Mura “etrusche” di Orbetello

Carissimi amici, soci, sostenitori e Sponsor.

La Tavola Rotonda che si è svolta il 22 e 23 settembre ha raggiunto lo scopo di fare il punto sullo stato delle conoscenze sulle mura di Orbetello e sulle fortificazioni di età ellenistica in generale. I lavori delle due giornate di studio hanno fornito gli strumenti per ridefinire il progetto di studio scientifico delle mura e più in generale della città etrusca di Orbetello di cui lo stesso convegno è stato parte. Come già sapete il progetto è articolato in tre fasi:

  • una conoscitiva, di sintesi della documentazione disponibile e di realizzazione di indagini geognostiche (carotaggi che permettano di datare le stratigrafie del promontorio e della laguna);
  • una congressuale, della durata di due giorni (Tavola Rotonda), per fare il punto sulle conoscenze e sulle problematiche relative;
  • una progettuale, per stabilire le strategie su cui impostare le indagini future e le possibili scelte di valorizzazione. Ad esempio, scavi mirati o sondaggi stratigrafici per verificare le fasi di impostazione delle mura, creare percorsi di visita che aiutino gli abitanti e i visitatori a comprendere la complessa storia della città e del suo ambiente unico.

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La prima fase conoscitiva, che è stata arricchita dalle attività della Tavola Rotonda, non si può ancora considerare conclusa. Infatti è auspicabile che il quadro conoscitivo di sintesi venga formalizzato in una Relazione archeologica a cura di un professionista del settore, che completi l’attività di raccolta dei dati bibliografici e d’archivio sulle evidenze archeologiche del promontorio e della laguna, in cui sia riportata una cartografia in scala adeguata con il posizionamento dei rinvenimenti, la loro affidabilità stratigrafica e la loro profondità di giacitura. Nella relazione archeologica dovrebbero confluire anche i dati a oggi disponibili di natura paleoambientale e geomorfologica, eventuali carotaggi già effettuati anche per scopi non archeologici a disposizione del Comune.

Dai lavori del convegno è inoltre emerso che l’ambiente in cui si è sviluppato il primo insediamento dell’area urbana è tutt’altro che conosciuto: in particolare, il livello dell’acqua, la stessa morfologia della laguna, la profondità del suo fondale, il collegamento o meno con il mare aperto, la salinità dell’acqua, la navigabilità, tutti dati di fondamentale importanza per comprendere le vicende insediative di Orbetello. Invece, risulta ormai assodato che le mura si impostano su una paleospiaggia a poca profondità, che doveva essere emersa al momento della costruzione, che si considera senza ombra di dubbio risalente al terzo sec. a.C.

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Si ritiene pertanto prioritario che le indagini geognostiche previste si concentrino sugli aspetti paleoambientali e geomorfologici, tralasciando le indagini geofisiche i cui risultati attesi in questa fase sono sicuramente meno interessanti e sostanzialmente noti.

Le attività da sviluppare, a seconda delle disponibilità economiche, potranno concentrarsi sui seguenti aspetti:

  • redazione della relazione archeologica, da cui si potrà valutare il posizionamento più opportuno per i carotaggi in area urbana;
  • esecuzione e lettura di carotaggi, anche in numero maggiore di quelli previsti inizialmente. Sarebbe interessante posizionarli sia nell’area del centro storico, a ridosso delle mura ma anche al centro dell’ipotetico insediamento, per valutare lo spessore dei depositi e le eventuali profondità di giacitura dei livelli antichi, oppure se questi siano interamente stati asportati dalle costruzioni moderne; inoltre, sarebbe fondamentale posizionare alcuni carotaggi direttamente nella laguna, sia in prossimità del promontorio sia in prossimità dei tomboli;
  • studio delle malacofaune (conchiglie) eventualmente presenti nei carotaggi della laguna da parte di uno specialista; le specie presenti nei vari livelli potrebbero fornire indicazioni su temperatura e salinità dell’acqua nelle fasi antiche;
  • datazione al radiocarbonio di resti organici eventualmente recuperati dai carotaggi, per contestualizzare la stratigrafia dal punto di vista cronologico. Se i campioni saranno rappresentativi, questo permetterà inoltre di datare le prime fasi di formazione della stessa laguna;
  • lettura sedimentologica dei carotaggi da parte di uno specialista in sedimenti degli ambienti umidi.

Si ricorda infine che tra gli scopi del progetto è prevista la promozione, messa in sicurezza e valorizzazione dell’opera muraria. A tale scopo, sarà opportuno prevedere sin d’ora di destinare risorse alla pulizia delle mura dalle erbe infestanti (anche attraverso campagne di volontariato, purché con la direzione scientifica di professionisti del restauro) ed eseguire una prima mappatura delle lacune che dovranno essere tamponate con un successivo progetto di restauro.

Inoltre la valorizzazione del monumento potrà essere pensata attraverso un’opportuna illuminazione e il posizionamento di materiale informativo didattico.

Edoardo Federici

Le fontane dell’ex idroscalo di Orbetello

Vogliamo fare un po’ di chiarezza sulle fontane che esistevano nell’Idroscalo orbetellano visto che, in una recente mia visita all’Open Day del Ministero della Difesa Comando dell’Aeronautica militare, situato a Roma in Viale dell’Università 4, https://www.youtube.com/watch?v=lj8aXfo4a70,  la guida dichiarava che la fontana dell’Idroscalo di Orbetello, attualmente collocata presso il Museo Storico di Vigna di Valle, presto sarà messa in uno dei piazzali interni del palazzo ministeriale.

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Le fontane dell’Idroscalo orbetellano più importanti erano due, la prima posta a sinistra dell’edificio Comando e la seconda posta in fondo al lungo viale che dal cancello d’ingresso portava alle sponde della laguna di levante, dietro ad una gru per il sollevamento degli aeroplani.

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La prima fontana fu costruita ex novo per abbellire la struttura aeronautica, mentre per quanto riguarda la seconda fontana, che si trovava ubicata nella piazza Eroe dei due Mondi, già piazza Garibaldi, fu smontata per far posto al capolinea della  linea di autobus che collegava Orbetello alla provincia, e riutilizzata presso l’Idroscalo.

La prima fontana attualmente si trova presso il Museo Aeronautico di Vigna di Valle, mentre della seconda, il piatto superiore fu riciclato e installato sulla sommità di quella che si trova nella piazza della stazione di Orbetello Scalo, ma nessuno sa dove sia finito il basamento e la stele che sorreggeva il piatto riciclato.

ORBETELLO. UNA LAPIDE DELL’ETÀ AUGUSTEA

Palazzo municipale -Le iscrizioni latine dell’età repubblicana, augustea ed imperiale scoperte, soprattutto, nei secoli XVIII e XIX nella nostra zona sono tante e le ha documentate con grande chiarezza e abbondanza di particolari, Mons. Pietro Fanciulli, nel suo libro “TRA PASSATO E PRESENTE. Raccolta di scritti minori e inediti sulla Maremma e la Costa d’Argento”, edito dalla Laurum Editrice di Pitigliano nel 2005.
La conoscenza di queste iscrizioni latine, “nel passato riservata a pochi iniziati e agli studiosi di epigrafia”, non è stata molto utilizzata dagli studiosi di storia locale e per questo, oggi, è poco conosciuta.
Sono invece una testimonianza importante perche oltre a “scoprire le mute testimonianze della vita di ieri”, potrebbero diventare oggetto di analisi interessanti, sotto l’aspetto grafico, stilistico, archeologico e storico, per farci conoscere in modo più completo la storia della nostra terra.
In questa occasione voglio parlare della lapide che si trova murata nello spigolo del palazzo comunale (Piazza Plebiscito), ad un altezza di circa quattro metri da terra, difficile a vedersi e nell’assoluta impossibilità di poterla leggere. Vi sono incise lettere latine, molto eleganti, in due versioni sui due lati.
Ecco il testo:

Lato destro:
IMP . CAES . M . AVRELIANO
ANTONINO . AVG . PIO . FELICI
PARTH . MAX . BRIT . MAX
PONT . MAX . TRIB . POT
XVI IMP . II . COS . IIII . P . P
RESPUBLICA COSANORVM
INFATICABILI
[…]VLGENTIA . EIVS

Lato sinistro:
CAES . M . AVR . ANTONIMO
AVG . PIO . FEL . PARTH . MAX
BRIT . MAX . IIII . ET
DECIMO . CAELIO . BALBINO
COS . DEDIC . V . NON . MA
PER PORCIVM . SEVERINVM . C[…]
CUR . REIP . COSANORVM
LEGATO . ENNIO . HVACINTO

“Si trovava su una piccolo base marmorea. Fu rinvenuta nel 1776 in Orbetello nel fare nuove fortificazioni, tra altri frammenti di marmi antichi di un pilastro che fu demolito, vicino alla via Aurelia.
La lapide fu posta sul muro della prima porta di Orbetello, detta Porta a Terr; poi murata, non si sa quando, sullo spigolo del Palazzo Comunale tra la Piazza e il Corso Italia, ove si trova tutt’ora.”

Come dicevo, è impossibile leggere l’iscrizione ed ammirarla, murata com’è, a quell’altezza da terra.
Non sarebbe più logico rimuoverla e portarla nel nostro museo archeologico, a disposizione dei visitatori e di coloro che si interessano di archeologia, epigrafia e storia antica?

Il progressivo e inarrestabile degrado dei beni culturali Orbetellani

Cari amici,

il Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti, in relazione alla situazione in cui si trovano i beni culturali e i monumenti della nostra comunità, da un po’ di tempo si domanda se sia necessario un intervento dibattito sul loro stato di degrado per formulare proposte utili ha sensibilizzare l’opinione pubblica e gli enti preposti alla loro tutela, e avviare interventi di recupero e valorizzazione.

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A questo proposito v’invitiamo a un incontro per esaminare l’attuale situazione e decidere quali azioni mettere in atto per raggiungere questi obiettivi.  Noi pensiamo di organizzare un convegno dibattito al quale invitare tutte le componenti culturali, sociali ed economiche della nostra comunità.  Appena possibile vi faremo conoscere data e luogo del convegno al quale speriamo partecipiate numerosi.

ANCORA QUALCHE PENSIERO SULLO SVILUPPO SOCIO-ECONOMICO-CULTURALE DELLA NOSTRA ZONA.

mappa_toscanaIl bisogno di guardarsi indietro, di ricercare le motivazioni delle proprie origini, dovrebbe sempre far parte integrante dei programmi che ogni comunità progredita si prefigge.
La comunità dei cittadini, e in prima i Comuni devono favorire, stimolare e promuovere tutte le possibili iniziative che hanno come scopo una rivisitazione critica del territorio e della sua storia.
Questo può avvenire in diversi modi, per esempio tramite corsi didattico – formativi, gestiti direttamente dal Comune, meglio se in collaborazione con le associazioni del volontariato culturale e sociale che operano sul territorio della comunità e con qualche università.
Possiamo affermare, che malgrado la poca attenzione che l’ente locale ha posto, fin qui, a queste tematiche assai importanti, la comunità orbetellana possiede oggi un supporto bibliografico storico – critico di tutto riguardo. Ciò e dimostrato dall’interesse con cui sono state seguite varie iniziative fin qui organizzate da alcune associazioni cittadine, in particolare, dal Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”.
Un importante filone di ricerca è quello delle pubblicazioni sulla storia locale e sulle tradizioni millenarie che si sono stratificate sul nostro territorio. Qui, il complesso discorso che sta dietro a questo lavoro dovrebbe essere facilmente superabile, avendo in loco giovani studiosi che possono gestire bene, direttamente e con precise garanzie scientifiche i risultati di questa opera.
Anche se in modo del tutto scollegato, Orbetello, attraverso l’opera della Comunità ma, soprattutto, come dicevo, attraverso l’opera di quel vasto mondo culturale composto di tante associazioni di volontariato, ha portato avanti una sua specificità culturale.
Nello spirito delle diverse iniziative, più o meno importanti, le ricerche devono proseguire, per approfondire ulteriormente questo importante filone della nostra cultura e delle nostre tradizioni.
Ci sono luoghi che più di altri appartengono alla mitologia delle comunità. Sono i luoghi dell’infanzia, oppure dell’infanzia dei genitori, dei nonni, conosciuti attraverso l’affabulazione domestica. Così è per il territorio orbetellano, della Costa d’Argento, che si apre alla nostra vita anticipando la pianura maremmana e tutta la sua storia.
Quotidianamente presenti attraverso gli uomini e le donne, che dopo l’affrancamento da una vita di stenti, mai hanno dimenticato le loro radici, la Maremma divenne luogo ancor più ambito. E tale rimane, anche se oggi si tenta con ogni mezzo, lecito ed illecito, di renderla irriconoscibile per una edilizia non necessaria, insieme a progetti faraonici, la cui spocchia fa pari con la bruttezza.
Lasciando i luoghi sicuramente più seducenti, molti oggi provano come un’angoscia di fronte a tutto quello che è mutato, cercando di nascondere l’emozione che un qualcosa di quegli anni lontani – una voce, un sentiero dimenticato, un vecchio albero, le rovine di un insediamento etrusco o di una villa romana – basta a suscitare. Ma forse è solo il tempo, che rende magici i ricordi.
E’ sempre più spiccata in questi anni la tendenza a rivalutare zone territoriali come entità che abbiano saputo esercitare una propria presenza culturale, mai messa completamente in luce, per valorizzare il ruolo periferico rispetto alle città capoluogo e per reagire al rapido processo di trasformazione del territorio, avvenuto senza sicure garanzie di tutela dell’ambiente e dei suoi valori preesistenti.
Particolarmente significative, come è facile dimostrare approfondendone i particolari, tutte quelle opere, cosiddette impropriamente minori e perciò sottoposte più facilmente all’usura del tempo e all’abbandono degli uomini.
Affreschi murali, architettura rurale e militare, vetusti portali, antiche fontane, vecchi percorsi, insomma, il territorio vissuto e lavorato dall’uomo, diventano monumenti alla sua stessa storia, o meglio alla storia della comunità intesa come sintesi complessiva di eventi sovrapposti nel tempo.
Da qui dovrebbero prendere spunto progetti e saggi, rimarcando un idea complessiva di ambiente come grande espressione dell’attività umana e sollecitando a trarre delle conclusioni anche di carattere immediato, come quelle che tutto ciò, o meglio quello che si è salvato dalla stupidità degli uomini e dalle regole del tempo, possa essere conservato, magari attraverso un opera programmata di restauro, manutenzione e riutilizzazione, non solo delegando gli Enti pubblici preposti, che potrebbero non avere forza e mezzi sufficienti per sopportarla, ma coinvolgendo Enti privati, Associazioni locali, imprenditori.
Si dice che Orbetello … anzi, non si sa ancora, in modo definitivo, quando è nata, come è avvenuta la sua aggregazione e intorno a che cosa, qual’era il suo primitivo nome, anche se conosciamo ormai la sua vetusta età.
Ma è proprio questa descrizione ancora sommaria, che rafforza la tesi di un territorio singolare, già in parte antropizzato in tempi relativamente antichi, con un sistema di infrastrutture organizzate, del quale rimangono ancora vistosi resti in varie parti, nelle zone di campagna per quanto riguarda i periodi etruschi e romani e nei centri storici di Orbetello e Talamone, soprattutto, per le loro straordinarie architetture (militari) alto-medioevali conservatesi grazie al loro isolamento e malgrado gli attacchi per mano dell’uomo nel corso del tempo, in particolare nei secoli XIX e XX.
E’ il momento di smetterla con questa arretrata mentalità, tutta tesa a continuare un tipo di sviluppo economico che ci ha portato alla grande crisi di oggi, che, molti ormai pensano, non sarà più in grado di risolvere i grandi problemi che si ritrova oggi sulle spalle l’umanità che, dietro i suoi progetti dai colori allettanti, lascia intravedere solo un futuro negativo per il nostro territorio.
E’ il momento di coinvolgere la gente, i cittadini, per capire, tutti insieme, qual’é la strada migliore da seguire. Solo in questo modo, le comunità salveranno i loro territori, cominciando a ridare fiducia, forza e voglia a tanta gente, di rimettersi in giuoco per migliorare le cose.

RAFFAELE DEL ROSSO ED ETTORE SOCCI IN VISITA A VETULONIA

Raffaele Del Rosso 4Il dottor Ambrogio Cardosa, importante personaggio orbetellano vissuto nel XVIII secolo, del quale Raffaele Del Rosso traccia un bel quadro della sua vita operosa nel libro “IL DOTTOR AMBROGIO. STORIA ANEDOTTICA DI UN PICCOLO STATO DISTRUTTO DAL 1799”, pubblicato in 140 puntate nel 1909 sul giornale repubblicano “La Ragione” di Roma e pubblicato in volume, per la prima volta, dal Circolo Culturale Orbetellano “G. Mariotti” nel 1966. fra le varie attività che svolgeva in Orbetello (notaio, priore maggiore e priore minore della comunità orbetellana, politico,letterato, ecc., era attratto dall’archeologia e spesso percorreva i territori maremmani alla ricerca delle antiche vestigia etrusche e romane.
Raffaele Del Rosso, ci fa conoscere queste notizie sulla vita del dottor Ambrogio in un bell’articolo pubblicato sul giornale “Etruria Nuova” nel 1905, quando ancora firmava i suoi articoli col pseudonimo “Gabriel Cosano”, nel quale descrive una sua visita al Dottor Falchi Isidoro presso gli scavi della città etrusca di Vetulonia.
Il Dottor Ambrogio Cardosa, “il nostro grande precursore”, per anni si era posto il problema del ritrovamento di quella Vetulonia “che a dire di Silio Italico diede a Roma i fasci e la scure dei littori e cioè il simbolo del potere repubblicano.”
            Purtroppo, dovette lasciare quel desiderio insoddisfatto e la lotta che aveva attraversato “tutta la sua nobile vita”, senza vedere appagata quella curiosità.
             Trascorse invano intere giornate perlustrando i  piani dell’Albegna e i colli di Magliano in Toscana, dove alcuni volevano, a quel tempo, che si trovassero Heba e Vetulonia. Tuttavia, nessuna traccia certa riuscì a trovare “che lo portasse alla scoperta dei resti di quella grande culla della nostra civiltà primitiva che fu la Vetulonia Mater.”
             Quasi un secolo dopo la sua morte, il  2 giugno 1905, Raffaele Del Rosso visitava il colle di Colonna ormai “riconsacrato nel nome antichissimo di Vetluna o Vetulonia.”
            E vuole farci sapere, con un certo orgoglio,  di avere ancora fortemente presente la memoria dei particolari di quella gita, nella quale ebbe come compagno Ettore Socci, “il compianto nostro confratello, l’impeccabile repubblicano.”          
            Nell’alba fresca di quel mattino per un gagliardo maestrale, illuminata dal primo sole di una primavera che fino a quel momento era stata assai piovosa, salirono il “sacro colle, ormai da tutti ritenuto come la prima sede del popolo civilizzatore venuto dal mare e quindi il centro diffonditore di quella prima civiltà” che i toscani, dopo duemila anni da che fu guasta” ricorderanno che quello fu un fascio di luce diretto a tutto il mondo, che prese il nome di “Rinascenza”, e Del Rosso c i tiene a precisare che questa non è solo una sua opinione ed è in buona compagnia: “Carducci chiamò l’Etrusco Pontefice Redivivo, e sono anche gli stranieri che affermano che fu l’Etruria, con l’influenza della sua civiltà nelle epoche posteriori, che produsse i Giotto, i Brunelleschi, i Michelangelo, i Vespucci, i Galilei e li altri mille”. Continua a leggere

ORBETELLO: ANCORA QUALCHE PENSIERO SUI BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

37 - Polveriera GuzmanLa dizione “beni culturali” cominciata a circolare in Italia negli anni “60 del secolo scorso, seguita da una grande e controversa discussione (dibattiti, convegni, inchieste, studi, ecc.),  aveva creato un certo ottimismo circa il destino del patrimonio culturale nazionale, nel senso che questo interesse sembrava, finalmente, poter modificare la sconfortante situazione in cui si trovava.
Si determinarono anche delle modifiche nelle strutture politico-amministrative con la istituzione del Ministero dei Beni Culturali e tutta una serie di adeguamenti a livello locale.
Purtroppo, a distanza di tanti anni, nulla è cambiato, e se guardiamo bene, molte cose sono peggiorata: si continua a pensare al settore come erogatore di semplice “consumo” culturale, con scarso interesse alle sue potenzialità per lo sviluppo economico e sociale.
Che fare allora per modificare questa negativa tendenza?
Dobbiamo cominciare a batterci perché la pubblica amministrazione operi un netto cambiamento verso il settore e nella logica degli investimenti, cominciando a dare centralità alla cultura e ai beni culturali, quale risorsa importante dello sviluppo economico e sociale, oltre che mezzo di qualificazione di ogni attività dell’uomo, insieme alla capacità di stabilire un nuovo rapporto produttivo e continuativo tra l’azione culturale e chi ne usufruisce.
Piazza del DuomoDi fronte ad iniziative rispondenti solo ad una domanda di puro “consumo” culturale, senza innestare meccanismi di formazione e di crescita, abbiamo il dovere di domandarci se non diventa obbligatorio privilegiare un nuovo tipo di domanda e, in caso affermativo, comportarsi di conseguenza.
Se l’osservazione ha un fondamento, l’interesse e l’attenzione dovranno finalmente rivolgersi non solo al palcoscenico ed a ciò che vi si rappresenta ma, soprattutto, alla platea poco affollata, al pubblico sempre uguale, alle mostre apprezzate da critici ed esperti con sale deserte di visitatori: spostare quindi l’obiettivo dai pochi ai molti, dai privilegiati agli esclusi, o autoesclusi, dai pregiudizi dei luoghi comuni alle analisi puntuali.
E’ fondamentale la conoscenza della realtà in cui operiamo, su cui fondare poi la strategia per arrivare al “nuovo” pubblico, strutturando la spesa per la cultura, pubblica in primo luogo, in un rapporto produttivo legato al territorio, per cui dovranno essere privilegiate le mostre, i concerti, il ciclo di films, i convegni, le rievocazioni storiche e delle tradizioni, ma sempre legate alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali, alla formazione di momenti di produzione, di gestione e di partecipazione, dando a questo “nuovo” pubblico la capacità di esprimersi e di divenire esso stesso soggetto produttore di cultura, un pubblico per cui si pone il problema del riconoscimento, della autoidentificazione e della affermazione, tre momenti importanti di un processo che deve essere aiutato a crescere con ogni mezzo.
La storia di questa parte della Maremma, delle sue antiche popolazioni, l’opera importante  di illustri concittadini, la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico e monumentale, l’ambiente naturale,  sono emergenze uniche nelle loro specificità, da valorizzare e farne uno dei tanti possibili elementi di sviluppo di civiltà e veicolo di un sostenibile sviluppo economico e sociale.
Occorrono intese e collaborazioni ad ogni livelli, cose  che hanno sempre stentato a sviluppare, e le amministrazioni comunali, con le loro strutture e i loro servizi devono  divenire il punto centrale di questa azione e di riferimento per tutti.
Invece, purtroppo,  qualche volta si ha la sensazione che l’associazionismo e il volontariato siano visti  come antagonisti, e non come un bene straordinario della comunità, mentre invece bisogna comprendere che se queste realtà si sviluppano significa che la comunità progredisce economicamente e culturalmente.

LE BIBLIOTECHE, GLI ARCHIVI E I MUSEI ALLA DERIVA

Diga_da_terrarossa_ridotta2Se solo per un attimo mettiamo in evidenza la pericolosa deriva che va caratterizzando in Italia la gestione dei beni culturali e la loro valutazione sulla base di una possibile redditività economica, non si può fare a meno di constatare che l’orientamento prevalente porta ormai a privilegiare solo i grandi spazi museali e i momenti spettacolari, e solo quelli avrebbero importanza, per quella che molti considerano la massima industria del nostro Paese: il turismo e, in particolare,  il cosiddetto “turismo culturale”.

“Di qui l’infelice assimilazione dei beni culturali al petrolio o ai giacimenti minerari”, che molti cercano di far passare,  con la conseguenza di una evidente situazione di sottovalutazione di tante biblioteche, archivi, musei – almeno a livello di interessi  –  rispetto alle grandi strutture delle città: solo queste ultime sarebbero infatti in grado di calamitare le grandi masse del turismo internazionale, anzi solo un piccolo numero di esse svolgerebbe adeguatamente tale funzione, nel contesto nazionale.

BIBLIOTECASi connette a questa prospettiva, parziale e mistificante, la totale assenza di una seria e meditata valutazione in ordine alle funzioni che queste istituzioni (musei, archivi, biblioteche) svolgono nei processi di formazione e di crescita culturale dei cittadini.

Queste considerazioni, dovrebbero permetterci di capire meglio le ragioni che portano all’emarginazione di tanti archivi e biblioteche dal sistema dei beni culturali, insieme a tanti musei considerati minori.

Si dimentica così che proprio questi luoghi di studio offrono gli strumenti per la comprensione storica anche dei prodotti artistici, e soprattutto che essi costituiscono, o dovrebbero costituire, i grandi laboratori ove non solo si conserva e si trasmette un patrimonio storico  che appartiene all’umanità, ma dove si produce cultura, presupposto per la crescita civile ed economica delle comunità.

Di tutto questo non paiono consapevoli quanti hanno in mano le sorti dei beni culturali, ove sempre più lo spettacolare, il visuale e il virtuale sembrano affascinare e assicurare successo e sempre più spesso l’assenza di ogni riferimento agli archivi, alle biblioteche e ai musei nelle frequenti dichiarazioni programmatiche, conferma la deriva che si evidenzia abbastanza forte.

Non è quindi un caso se le biblioteche sembrano essere in irreversibile declino, gestite da personale sempre meno motivato, e spesso indifferente rispetto ai grandi compiti delle Biblioteche nel tessuto civile delle comunità.

Come non è un caso se tanti archivi e musei, con in testa quelli degli enti locali, sono chiusi, o restano aperti per poche ore la settimana.

Vogliamo continuare con questa deriva assai pericolosa per lo sviluppo culturale, sociale ed economico delle nostre comunità, o vogliamo diventare un po’ più coraggiosi, meno infingardi,  e cominciare, perlomeno, a discuterne seriamente, per vedere se sia possibile addrizzarla quella deriva?

Orbetello: Autostrada Tirrenica

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Cara concittadina e caro concittadino,

Governo e Regione Toscana stanno prendendo decisioni importanti per la provincia di Grosseto, purtroppo senza un’adeguata informazione dell’opinione pubblica. Poiché esse avranno rilevanti conseguenze sul territorio, sull’economia e sul nostro stesso modo di vivere, abbiamo deciso di interpellare la tua sensibilità prima di rivolgerti un accorato invito.

se non vuoi

la costruzione di un’autostrada inutile, fuori dal tempo e fonte di assurdi sprechi economici e territoriali, che prevede la cessione gratuita ai privati dell’Aurelia, scippandola alla Comunità;
lo stillicidio della soppressione dei treni passeggeri a lunga e a più breve percorrenza, che condanna il grossetano alla marginalità nel contesto nazionale, né una politica che privilegia il trasporto merci su gomma, energivoro e inquinante, nonché congestionatore di strade e città;

se, invece, vuoi

un sistema di mobilità integrata e correttamente inserita nell’ambiente, quale migliore concretizzazione del concetto di “corridoio tirrenico”, fondandolo sull’ammodernamento dell’Aurelia, che dovrà restare pubblica, sulla piena utilizzazione delle potenzialità proprie dell’asse ferroviario maremmano e della navigazione di cabotaggio,

DOMENICA 17 NOVEMBRE 2013
lotta con noi
Programma:

Ore 10, partenza carovana auto da Follonica, Piazza XXVII Aprile; ore 10,30 sosta a Scarlino Scalo, Piazza Gramsci; ore 11, sosta a Bagno di Gavorrano, Piazza Togliatti; ore 11,30-12,30, sosta a Potassa-Bivio Ravi-Grilli (pranzo al sacco); ore 14, sosta a Braccagni, davanti alla chiesa; ore 14,30, sosta a Grosseto, Piazza de Maria; ore 15,20, sosta a Rispescia, Piazza Italia; ore 16 arrivo a Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ore 14,30, partenza carovana auto da Fonteblanda, Piazza dell’Uccellina; ore 15, sosta ad Albinia, Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto; ore 16, arrivo ad Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ore 14,30, partenza carovana auto da Capalbio, Piazza della Provvidenza; ore 15, sosta a Capalbio Scalo, Piazza Aldo Moro; ore 16, arrivo ad Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ad ogni sosta saranno effettuati volantinaggi e comizi volanti; auto del luogo si aggiungeranno alle carovane.

Orbetello ore 16,30
Comizio pubblico
Auditorium e piazza Giovanni XXIII
Parleranno rappresentanti delle organizzazioni partecipanti
Ti Aspettiamo!!!

Ci battiamo

per il ritiro del progetto autostradale della SAT, sempre contestato dall’Amministrazione Provinciale e da tutti i comuni interessati (meno Capalbio), che per genesi e caratteristiche tecniche rappresenta una vera e propria provocazione contro il nostro territorio. Contemporaneamente indichiamo l’alternativa dell’ammodernamento dell’Aurelia con interventi strutturali adeguati a fronteggiare in piena sicurezza l’attuale e prevedibile volume di traffico veicolare. Peraltro a costi compatibili con le presenti ristrettezze economico-finanziare, mentre l’impatto ambientale dell’opera sarebbe pressoché nullo. Gli attuali 5.000 veicoli che ogni giorno transitano nella maggiore arteria maremmana sono già troppo pochi per giustificare un investimento molto impegnativo sull’autostrada, tanto più che questa produrrebbe un gravoso disavanzo di gestione, fatalmente caricato sulle spalle di noi contribuenti.
La pronta rimozione dell’emergenza, data dalla pericolosità di alcuni tratti della statale sotto Grosseto, ci darebbe modo di svolgere serenamente l’indispensabile confronto su un progetto di mobilità integrata nel Corridoio Tirrenico, in linea con le mutate condizioni dello sviluppo, quale direttrice costiera di collegamento longitudinale del Paese; un progetto basato sull’uso di tutti i vettori di trasporto, dal ferroviario alla navigazione di cabotaggio, nell’ottica dell’intermodalità per garantire al cittadino la fruizione nelle migliori condizioni di un diritto irrinunciabile nella società moderna, pure nella forma collettiva come avviene nelle aree più progredite del mondo.

L’asse ferroviario tirrenico è al momento sottoutilizzato rispetto alle proprie potenzialità tecnico- strutturali ed è interessato da una continua diminuzione di treni, così come il trasporto via mare di persone e merci reca, al pari della ferrovia, la possibilità di diminuire sensibilmente il traffico stradale, essendo la Maremma collocata tra i maggiori porti italiani, con meno dispendio energetico ed incidenza ecologica, anche in presenza di maggiore movimento. Deve essere affermata una volontà politica più lungimirante che finalizzi a tali scelte, alla viabilità trasversale, dalla costa all’entroterra, e al riassetto della rete viaria minore, le dovute risorse che sarebbero ampiamente remunerate in termini sia sociali sia economico-produttivi.

17-11-2013
SEL Grosseto, Italia Nostra Grosseto, M5S Grosseto, Associazione Colli e Laguna Orbetello, Mozione Civati PD Grosseto, Forum Cittadini del Mondo Grosseto, PRC Grosseto, Coordinamento No Sat Grosseto-Livorno, IDV Grosseto, Coordinamento dei Comitati e delle Associazioni Ambientaliste della provincia di Grosseto, PdCI Grosseto, Comitato No autostrada Tarquinia.

Orbetello Le Mura

Nel libro “Orbetello. Le origini-le Mura- i nomi” di Galliano Bischi nel capitolo Rutilio Namanziano le Mura di Kusa e di Cosa l’autore afferma che l’antica Orbetello nel V VI sec si trovava nella stessa situazione della maggior parte delle città etrusche della costa dove le attività marittime languivano perciò sarebbe stato quanto mai improbabile che si costruissero da parte dei Romani nuove mura in una città vecchia da poco conquistata e vicina ad un’altra che stavano costruendo.
Inoltre “ … le mura appartengono all’opus antico di Vitruvio, il quale avendole definite molto antiche nel I sec. a.C. non possono ragionevolmente appartenere a due o tre secoli prima ma ad un’epoca molto più remota, quando una collettività che vive in un contesto speciale si forma autoctonamente o per invasione pelagica, visti il precoce inurbamento e la vivace intensità di vita ai bordi della laguna… Quelle mura per una città che vive quasi completamente sull’acqua le devono difendere in ogni momento da chi può, in silenzio, scivolare sull’acqua… Conquistata Kusa e rubandole il nome, i Romani, ormai in piena fase di espansione verso il nord ed il sud, capiscono che devono costituire un caposaldo diverso dall’occupata Kusa la quale, per la sua particolare situazione acquea, aveva prerogative che meno si adattavano alle loro momentanee strategie … Kusa costruita sul livello del mare non aveva la visibilità degli orizzonti collinari di Cosa e, addentrata nel suo stagno-laguna, non avrebbe mai dominato le strade da e per Roma… Inoltre cominciavano a farsi sentire le esigenze dei trasporti marittimi che comportavano la costruzione e la messa in attività di navi più grandi e capaci, con pescaggi certamente inadatti al basso fondale della laguna”. Forse i Romani tentarono di imitare le mura di Orbetello e le modificarono nel tempo adattandole alle risorgenti necessità, dotandole di torri e quindi esse risultarono ben visibili dal mare come Rutilio Namaziano ci ricorda nel suo De reditu mentre quelle di Orbetello erano le estreme difese di una città invisibile. Esse mostrano erosioni provocate dagli spruzzi della laguna dai venti pieni di salsedine, sono più differenziate nelle forme, hanno una maggiore ricchezza di angolazioni ed i suoi angoli sono più usurati dal tempo. Per capire meglio la loro origine esse dovrebbero essere indagate tramite una comparazione con quelle della romana Cosa la cui struttura propende per le forme del quadrato mentre quelle di Orbetello per le forme poligonali.
“ E’ evidente che la pietra delle mura di Orbetello, già diversa nel colore, fu estratta dall’Argentario : sui massi si scorgono frequentemente forti marezzature giallo-bluastre simili a ruggine che non si rivelano affatto nei massi di Cosa… Fra i vari orditi comparati, i più simili alle mura di Orbetello mi sembrano quelle di Delfi – specie nel tratto sul quale, molti secoli dopo, fu innalzato il tempio di Apollo- mura universalmente pelasgiche”.
Bischi denuncia poi nel suo libro tra l’incuria in cui è abbandonato il suo monumento più illustre l’abitudine che avevano i circhi di prelevare per fermare i carrozzoni i cugni cioè le zeppe di pietra incastrate negli angoli dei poligoni, ciò nel tempo ha fatto sì che questi si perdessero con evidenti problemi di staticità; ora anche se i circhi non stazionano più lungo le mura di levante la situazione delle mura non è certo migliore, e le Mura gridano dolore ad ogni metro!!!

APPUNTI ARCHEOLOGICI SUL TERRITORIO MERIDIONALE DELLA MAREMMA TOSCANA.

?????????Questo tratto della Maremma Toscana, che va dal Chiarore a Talamone per un percorso di circa 32 chilometri, presenta da per tutto tracce evidenti  e ruderi assai importanti del grado di civiltà raggiunto ai tempi dell’Etruria antica e dell’epoca romana, per cui si ebbe una fiorente popolazione, assai numerosa,  che l’abitò in uno stato, che tutto fa ritenere di grande prosperità.
Un territorio che, successivamente, e per lunghi secoli è stato in gran parte abbandonato e squallido di colture e che oggidì, rifiorito a nuova vita è tornato agli splendori di quei lontani tempi, rimanendo sempre un vasto e ricco campo, in gran parte poco esplorato per la ricerca storico archeologica,  e sul quale gli studiosi del settore non hanno abbastanza dedicato le loro indagini e i loro lumi di scoperta, salvi pochi lodevoli interventi.
Pertanto, in questa occasione, abbiamo voluto provare a redigere brevi cenni storici di quelle località che presentano notevoli vestigia di ruderi etruschi e romani, oltre quei luoghi già noti – ab antico – per fama e per importanza, quali centri di una continuata sede di popolazione.
Cominceremo figurandoci di eseguire una breve visita a questa nostra zona entrandovi dalla parte del Chiarore, da cui, come cantava il poeta della nostra Maremma Giosuè Carducci

… disvelasi lungi a vedere l’Argentario / lento scendente nel Tirreno cerulo.

Il Sughereto di Ballantino e le Settefinestre

Prima di giungere al colle sul quale sorge la vetusta Cosa, lasciando sulla destra la via Aurelia e immettendoci sulla strada Pedemontana incontreremo l’ultimo pittoresco residuo di un seghereto, che in quei lontani tempi doveva essere imponente, chiamato oggi Sughereto di Ballantino. Un tempo colpivano più di oggi, a prima vista, certi monticoli elevati con avvallamenti, indizio forse di antichi ipogei da far ritenere a Pietro Raveggi che costì sorgesse la necropoli di Cosa.
Ad un certo punto, in quel luogo, chiamato Valle d’Oro,  si trovano tracce di consistenti rovine di una grande villa romana, detta “Le colonnette” su cui l’indagine archeologica, a parere nostro, dovrebbe soffermarsi.
Più ad est, presso il caseggiato delle “Settefinestre” l’altra grande villa romana, che fu oggetto di scavo da parte del gruppo del prof. Carandini alcuni lustri or sono. In altri punti della zona, in località le Tombe e fino alla località il Marchi, si scorgono evidenti tracce di costruzioni romane e, forse, anche etrusco-romane, come nella località detta di “S. Petronilla”.
In ogni caso, sarebbe questa tutta una zona di territorio da saggiare con sicuro profitto, come riconobbe lo stesso prof. Carandini all’epoca degli scavi della villa di Settefinestre e di un insediamento povero in località Giardino.
Se ricordiamo bene, in questa occasione il gruppo del prof. Carandini dette vita ad un interessante lavoro su una vasta zona del territorio dei comuni di Capalbio ed Orbetello, con l’obiettivo di redigere una carta archeologica.

La chiesa di S. Biagio e la Tagliata

Intorno e nelle vicinanze della chiesa di S. Biagio alla Tagliata, ormai scomparsa per l’incuria e inghiottita dalla vegetazione, nella parte sottostante a sud-est del colle di Cosa, esistono varie tracce di rovine, che maggiormente si fanno evidenti avanzandosi sulla spiaggia del mare.
In questa località l’archeologo Marcelliani, dopo alcuni saggi di scavo che egli vi fece, poneva il sito della Sub Cosa, venendo con ciò a confermare, dice Pietro Raveggi in un suo inedito appunto, l’asserzione dell’antico geografo Strabone, che poneva tale sobborgo a due miglia a est di Cosa e dove appunto lo colloca la tavola Peutingeriana.
Certo è che alla Torre della Tagliata esistono i ruderi incontestabili di una sontuosa villa romana, con vestigia di vivai e di fabbricati che si prolungavano lungo la spiaggia verso il lago di Burano. Tanto la villa che le peschiere dovevano essere, indubbiamente, di un fasto notevole.
Alla Tagliata si trovano la famosa Cava o spacco della Regina e l’ammirabile bocca o apertura sul mare scavata nella viva roccia per servire da emissario al lago di Burano, che allora era molto più grande.
Senza accennare alle tante controversie suscitate dalla località, ove si trovava anche il porto cosano, resa celebre dalla famosa terzina di Fazio degli Uberti, molte volte citata a sproposito, riconoscendo non priva di geniale originalità e di fondamento l’illustrazione che ne fa Raffaele Del Rosso nella sua opera “Pesche e Peschiere Antiche e Moderne dell’Etruria Marittima”, ci rammarichiamo per l’assoluto abbandono in cui è stato lasciato questo importantissimo sito archeologico
Inoltre, non possiamo fare a meno di richiamare la più viva attenzione sulla famosa apertura a diaframma ivi esistente, un’opera antichissima, che suscita ancora oggi la generale meraviglia dei visitatori e può ancora servire di modello e di studio per i nostri idraulici moderni.

La città di Cosa

Ed eccoci a Cosa, e al suo navale di Vulci, divenuta nel Medio Evo Ansedonia, stando ad alcuni studiosi, da Ansedon, Capitano greco.
Il colle su cui sorgono le sue rovine è alto 114 metri circa, e la cinta delle sue mura poligonali, colle torri quadrate, si designa ancora in tutto il suo perimetro, malgrado i frequenti sgretolamenti, poco dissimili da quanto si designava dal mare alla contemplazione di Rutilio Numaziano, nella pittoresca scena riprodotta dai distici del suo “Itinerarium”: “Cernimus antiquas custode, ruinas et desolatae foedae Cosae”.
L’intervento di restauro effettuato dal  Comune di Orbetello, con i fondi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana di una parte delle mura ha dato un valore ulteriore all’importante sito archeologico.
La città aveva tre porte dalle quali si dipartivano le strade di cui tutt’ora si scorgono le tracce e in una i segni delle rotaie.
Sulla parte prospiciente al mare, da cui si può godere la vista di un magnifico panorama, si eleva l’Arce, o Acropoli; e che in seguito, ai tempi di Cesare Augusto, vi fu eretta la torre Julia in onore della sua figlia, della quale costruzione rimangono sempre importanti vestigia, come rimangono le rovine di un magnifico arco romano dell’epoca imperiale, che si dice innalzato in onore di Severo Settimio.
C’è chi sostiene che Cosa era una città etrusca. Ma, come molti hanno scritto, le città etrusche dovevano avere tre Templi ed invece a Cosa sono state evidenziate le probabili tracce di uno solo, per cui, alcuni studiosi, ad esempio il Raveggi,  sostengono che forse questo Tempio conteneva tre celle consacrate rispettivamente al culto delle tre deità proteggenti ogni città etrusca.
In diversi punti delle rovine di questa città morta, si distinguono le impronte delle due civiltà che si sono sovrapposte: romana e medioevale, ed anche se coloro che sostengono che ci sono anche le impronte della civiltà etrusca, gli scavi effettuati dall’Accademia Americani, sembrano smentire definitivamente questa ipotesi che è stata sostenuta per molto tempo.

I Frati

Partendo da Cosa, lungo il tratto della strada Aurelia per recarsi ad Orbetello, incontriamo la località denominata “I Frati”, forse perché nel Medio Evo sede di un antico convento,  che prima fu stato ridotto in un podere a coltura e successivamente a residenze private.
La detta località presenta tracce di notevole antichità;  negli scavi che vi furono eseguiti nei primi anni del secolo scorso e nello scasso per la piantagione della vigna, vi si trovarono diverse tombe con oggetti antichi, sia di epoca etrusca, che romana, fra cui delle bellissime antefisse, figuline, monete, spade e vari oggetti in metallo, che andarono dispersi o furono occultati, oltre a ruderi di vecchie costruzioni.
Da rilevare che detti scavi erano fatti senza nessun criterio direttivo e da persone di nessuna competenza.

Il Cristo

Lasciando la via Aurelia allo Scalo, a sinistra si biforca il ramo di strada che conduce alla città di Orbetello, considerata ormai la sede dell’antico Vico Cosano, e prima ancora, dell’antica città di Cosa.
A metà quasi di questo tratto di strada si trovava, lungo il lago dalla parte di Ponente, un piccolo possesso di proprietà dell’antica  famiglia De Witt, chiamato il Cristo.
Il terreno, sul quale le tante abitazioni oggi esistenti, costruite nel secondo dopoguerra, malgrado i due assedi francesi alla città nel 1646 e nel 1799, che sconvolsero quel territorio per costruire ripari di guerra, nel corso del 1800 era ancora  cosparso di monticoli, che indicavano subito l’esistenza di tombe; e infatti  questa famiglia, a cominciare dall’avolo Antonio De Witt, al figlio Raffaello, ad Antonio, illustre giurista e profondo latinista, ultimo della famiglia e figlio di Raffaello, in questa località si eseguì tutta una serie di scavi, che portarono alla scoperta di tombe etrusche e al rinvenimento di numerosi oggetti antichi di pregio.
Cosi nel 1823, in una cripta, fra i vari oggetti e vasi di notevole interesse, si ritrovò un disco manubrato, o specchio del quale parla il De Poveda nelle sue dotte  memorie di Talamone.
Altri vasi figurati ed oggetti stimabili furono ritrovati da Raffaello, e di cui si può trovare in parte il resoconto e la descrizione nella raccolta del “Bollettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica” e specialmente nelle annate 1849 e 1861.
Anche Antonio De Witt continuò gli scavi paterni, rinvenendo delle figuline di pregio ed altre antichità, che andarono disperse, o presso privati, o in qualche museo.

Orbetello

Anche se in questi ultimi anni sono stati fatti dei passi avanti, le origini storiche di Orbetello come sede di abitato e del suo antico nome, non sono ancora ben definite. Sembra  che nell’antichità la città si chiamasse prima Cusa e successivamente Vivo Cosano.
Raffaele Del Rosso nei suoi libri “Pesche e Peschiere Antiche e Moderne dell’Etruria Marittima”, la diceva senza storia, posizione successivamente corretta in base a nuovi risultati della ricerca.  Astenendoci dal riportare le opinioni del Lenzi, del Gori, del Santi, del Brocchi e del Dennis ed altri, insieme a Pietro Raveggi, escludiamo con convinzione che Orbetello fosse la Sub-Cosa dello Strabone, perché indizi certi, topografici e archeologici, ce la fanno ritenere, col suo agro, quale sede del famoso Vico Cosano in cui sorgeva il celebre Tempio a Giove Vicilino, nel quale, come narra Tito Livio, al precludere della seconda guerra punica, si udì lo strepitio d’armi:“Jovis Vicilini templo, quod in Cosano agro est, arma concrepuisse”.
L’archeologo Marcelliani la diceva una necropoli, precisamente quella di Cosa, opinione sostenuta dallo stesso Del Rosso nell’opera citata, come abbiamo detto, successivamente corretta.
Altri avvalendosi della quasi certezza che qui sorgeva il Tempio a Giove Vicilino e prendendo argomento dalle sue Mura Ciclopiche, della seconda epoca per alcuni, più vecchie per altri, vogliono vedervi come un recinto sacro a quelle riunioni anfictioniche, che ancora la Grecia antica sembrerebbe avere ereditato dalla vetusta tradizione dei Pelasghi.
Così le giudica e tali ipotesi tenta dimostrare con buoni argomenti lo studioso Rinaldo Costantini nelle sue “Divagazioni Ipotetiche sulle Origini di Orbetello”.
Altri ancora lo ritengono un antico e importante porto.
Poi c’è da tenere in considerazione lo scavo effettuato alcuni lustri or sono dalla Soprintendenza sotto il palazzo detto del “Pacchioni”. Lo scavo ha portato alla luce muri e altre strutture assai interessanti (tenuti nel più deplorevole abbandono), che appartengono al periodo etrusco. Non si comprende come mai i risultati di quello scavo, dopo tanto tempo, non siano  stati ancora resi ufficialmente noti.
In relazione a tutta questa situazione, meraviglia come la comunità orbetellana non abbia sentito e non senta ancora oggi la necessità, oseremmo dire l’obbligo, di promuovere gli studi necessari per dare una definitiva risposta alle tante incertezze della storia sulle origini della nostra città.
Uscendo da Orbetello città percorrendo la diga e prendendo la strada che conduce a Porto S. Stefano, a circa metà del cammino si trovano le Peschiere del Comune di Orbetello, alla bocca dell’apertura del canale di Nassa, che fa comunicare la Laguna con il mare.
Le dette Peschiere, che sappiamo aver funzionato anche ai tempi dell’antica Roma, e forse anche in precedenza, dovevano far parte col tombolo della Giannella, la zona di S. Liberata e il Valle dei vasti predi della famiglia dei Domizi Enobarbi, da cui discende anche Nerone, che possedevano anche l’isola del Giglio, quella di Giannutri e forse ancora quella di Montecristo.
Il Santi, Il Lambardi, l’Ademollo e successivamente anche il Del Rosso ne parlano con maggiore cognizione di soggetti e di argomenti

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