A PROPOSITO DI VITIGNI E VINO

Questo articolo fu scritto nel 2001 e pubblicato nel Periodico storico tecnico scientifico “LE ANTICHE DOGANE” – Anno V n. 44 del febbraio 2003

UN VINO ECCELLENTE PRODOTTO IN MAREMMA NEI SECOLO PASSATI: IL VIN RIMINESE

(L’articolo, anche se è un po’ lungo, lo pubblico perché molto interessante)

Il Riminese 1La Maremma è stata interessata dalla produzione del vino fin dai tempi più remoti. Etruschi, Romani e, successivamente, gli altri popoli che dominarono questi territori, hanno perpetuato la tradizione producendo dell’ottimo vino.
E’ certo che la produzione di vino, come altre produzioni agricole, ha avuto lunghi periodi di decadenza dovuti, in particolare, alla disastrosa situazione in cui cadde la Maremma a seguito del malgoverno idraulico dei terreni e al conseguente spopolamento delle campagne, che determinarono il suo impaludamento e l’estendersi del morbo della malaria.
Tuttavia questa particolare produzione ha sempre avuto molte attenzioni da parte dei tanti produttori, riprendendo sempre vigore appena i tempi miglioravano.
Il Monte Argentario, insieme all’Isola del Giglio e all’immediato entroterra orbetellano, vengono da sempre indicati come luoghi dove si produceva, e si produce ancora, un eccellente vino: l’Ansonico.
In questa occasione non parleremo però dell’Ansonico, ma di un altro eccellente vino, il Riminese, che da parecchi decenni ormai non si produce più.
Da ragazzo, quando abitavo a Porto Ercole e facevo parte di una grande famiglia contadina, sentivo spesso parlare del Riminese, un vin che molti vignaioli e la stessa mia famiglia, producevano in una certa quantità.
Da quando la mia famiglia, nel 1938, cessò di svolgere questa attività, non avevo più avuto occasione di sentir nominare questo vino. Poi, improvvisamente, il Riminese riaffiora quando, nel 1988, andato in pensione, potevo dare sfogo alla mia grande passione: la ricerca storica e delle tradizione della mia terra natale, della Maremma.
Così, ogni tanto, nelle mie ricerche vengono fuori documenti d’archivio e vecchie cronache che decantano questo vino con parole di ammirazione per la sua bontà e per la sua qualità.
Allora, queste notizie e i conseguenti ricordi della mia gioventù, cominciarono a sollecitare la mia curiosità, per la storia che stava dietro all’arrivo di questo vitigno nella nostra zona e alla sua produzione che è durata fino ai primi decenni del 1900, anche se in quantità limitate e per uso familiare.
Sono così partito dalle testimonianze dei cronisti dei secoli scorsi trovati fino a questo momento, dei quali trascrivo le parti che trattano del riminese:

SANTI GIORGIO, Viaggio secondo per le due province Senesi che forma il seguito del viaggio al Monteamiata, Pisa 1798. “Le sue colline (di Porto Ercole N.d.R.) e la valle aggiacente stessa son coltivate a vigne, le quali producono ottimi vini. Fra essi si distingue il cosiddetto Vin Riminese, bianco, limpido, spiritosissimo, e tale, che fatto con diligenza, ed invecchiato non ha invidia ad altri liquori di Europa. Tale si era quello fattoci bere dal nostro Ospite, che vi pon cura particolare …”.

CUPPARI PIETRO, Escursione agraria sul Monte Argentario, in Giornale Agrario Toscano, Nuova Serie, 1854, T. I. pp. 139 e seguenti. “… Molte sono le varietà di uve coltivate al Monte Argentario e non poche di provenienza spagnola; ma la più distinta è quella che va sotto il nome di “Riminese” e che produce un vino gialliccio, assai generoso e di molta grazia”.

DELLA FONTE L., Da Firenze a Roma per Grosseto e Porto Ercole. In villeggiatura ed al Congresso degli Scienziati. Lettera al Marchese Commendatore Luigi Ridolfi, 1873 – 1874. “Porto Ercole 21 ottobre 1873, Il Riminese è un vino caratteristico del Monte Argentale celebre da antica data e di prodotto ristretto, come il Lacrina Cristi del Vesuvio ed il Capri: risente molto del vino di Sicilia, senza manifestare per nulla gusto d’alcool, cosa che spesso riscontrasi nei vini del mezzogiorno. E’ generoso, passante, piacevole, si avvicina molto ai vini da dessert senza lasciare d’essere buon vino da pasto”.

LOSI GIOVACCHINO, Viaggio in strada ferrata. Da Roma a Siena per Civitavecchia, Grosseto ed Asciano, Tipografia Righi Pastore e C., Roma, 1887. (Trattando del territorio orbetellano) “La campagna è fertile e caldina; ond’è che i prodotti del suolo vi maturano con sollecitudine. E’ celebre per la forza e squisitezza il vino che dicesi Riminese”.

CECCONI G., Il soldato Polfi e i suoi camerati, Ed. Baroni e Lastrucci, Firenze, 1897. “… Toh! Dice il Gori. O di dove vieni? E quando sei arrivato, pretaccio? Psi … fa il prete, mettendosi l’indice diritto appoggiato al naso e al mento. Zitto lingua maledica! Arrivo in questo momento, vengo dal convento, e vi porto questa bottiglia di Riminese di sei anni, uscita dalla cantina di Nieto …”

BANDI GIUSEPPE, I Mille, A. Salani editore, Firenze, 1902. “… Sulle ventiquattro, scendemmo giù nel cenacolo del generale per rifocillarci. Le provviste, fatte a Santo Stefano, avevano messo in grado il nostro cuoco di pascolarci assai bene; i fiaschetti di vino nero e le bottiglie di riminese del gonfaloniere Arus e d’un brav’uomo delle vicinanze d’Orbetello, ci resero degni d’invidia a Lucullo”.

DEL ROSSO RAFFAELE, Pesche e Peschiere antiche e moderne dell’Etruria Marittima, Ed. O. Paggi, Firenze, 1905. (A proposito della pesca del tonno nella tonnara di Porto S. Stefano) “… Dopo lo spettacolo di sangue gusterete le carni squisite, eccellenti in ogni salsa, tanto più se rallegrate dal vino squisito dell’Argentario, l’inebriante Riminese che ha scintillamenti di topazio …”.

Un altra citazione che, pur venendo proposta come semplice curiosità, ci dice, ancora una volta, quanto era rinomato il Riminese, proviene da un Manoscritto grossetano che si trova a Grosseto nella Biblioteca Chelliana, scritto da ignoti nell’aprile 1862, all’epoca dell’arresto del bandito Enrico Stoppa di Talamone. Probabile autore è il dottor Pietro Beltramini, allora medico a Talamone, che fu uno dei sequestrati dello Stoppa. Nel manoscritto l’estensore lancia terribili accuse nei confronti dello Stoppa e della sua famiglia, e tra le altre cose scrive: “Nella famiglia eranvi due avvenenti figlie (zie di Enrico) che generavano un proverbio ripetuto tuttavia con ilarità per la Maremma e che noi ci permettiamo anco ripetere: Riminese di Porto Ercole, e P. … di Banditella (Banditella era il casale ove abitava la famiglia Stoppa N. d. R.). Nota nel testo: “Il riminese è un vino di cui tuttora si vanta Porto Ercole”.

In Vini d’Italia giudicati da Papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio”, opera di Ferraro Giuseppe, tratta da manoscritti esistenti nella Biblioteca di Ferrara, che trattano anche del vino che produceva nel 1500 Agostino Chigi a Porto Ercole, troviamo questo passo: “… Il vino di Porto Ercole viene da un porto ed villa nel Monte Argentaro, et rare volte sono buoni, ma, quando sono nella loro perfettione, non è pari bevanda, massimo quelli della vigna che fece piantare Agostino Chigi, senese. Il sapore di tale vino vuole essere amabile et non fumoso, perché in tali vigne sono assai moscatelli. Il vino vuole havere colore dorato et non grasso ne agrestino, atteso che per la delicatezza presto si farebbe forte. Tale sorte di vino era molto grata a S. S. et a molti prelati. Et quando S. S. lasciò il mondo ne beveva, et più volte disse non havere avuto nel suo pontificato migliore ne pari bevanda …” Si trattava già allora del famoso Riminese? Da questa succinta descrizione delle sue caratteristiche e dalla sede di provenienza delle notizie, la Biblioteca di Ferrara, sembrerebbe possibile una risposta affermativa.

Quattro anni fa cominciò la mia ricerca storica e successivamente quella per capire con quale vitigno si produceva questo vino, che cronisti e storici hanno tanto decantato. Interpellati vecchi vignaioli di Porto Ercole, mi fu assicurato che nella zona esisteva ancora qualche vitigno.
La ricerca del vitigno non fu lunga; fra le persone di Porto Ercole che ancora hanno piccolo appezzamenti di terreno a vigneto, due anni or sono, sono finalmente entrato in possesso di alcune marze di questo vitigno ed ho cominciato a praticare, in modo del tutto artigianale e senza tante competenze, innesti in un piccolo vigneto sul Monte Argentario, località Spaccamontagne, nella zona di Porto Ercole.
Sarà effettivamente questo il vitigno con il quale in passato, a Porto Ercole in particolare, ma anche in altre zone del Monte Argentario e nell’orbetellano di produceva il Riminese?
L’uva, grappoli abbastanza grossi e lunghi con acini rotondi, è particolare per il colore tendente al giallo anche prima della maturazione e tendente al rosa a maturazione completa.
Quest’anno sono entrate in produzione una decina di viti; l’anno prossimo altre ne entreranno in produzione. Nella vendemmia 2002 sarà prodotto quindi un po’ di questo vino in modo del tutto artigianale, e ci renderemo conto delle sue caratteristiche e della sua bontà.
Nel frattempo la ricerca per sapere qualcosa di più su questo vitigno ha fatto un ulteriore passo avanti; consultando trattati di viticoltura ho trovato che il vitigno “Albana” è anche chiamato “Albana di Bertinoro o Riminese”, quindi un vitigno romagnolo.
Adesso, la parte più difficile. Scoprire se il vitigno fu importato nel Monte Argentario da quella zona della Romagna, oppure da qualche altra zona, in quale epoca e da chi.

PENSANDO AL FUTURO

Figura n, 8La situazione di difficoltà in cui si trovano le nostre comunità, ancor più aggravata oggi dalla crisi mondiale, impone a tutti noi, istituzioni e cittadini, una seria e ponderata riflessione: come salvaguardare la qualità della vita delle nostre città, dei territori, del patrimonio culturale e paesaggistico, e nello stesso tempo  come operare per un ulteriore sviluppo economico.
Per quanto ci riguarda, e credo che ormai molti concittadini la pensino come noi, calandoci nella realtà del nostro territorio, una delle principali risorse strategiche della  comunità, è il patrimonio culturale, monumentale e paesaggistico.
E proprio per questo motivo, pensiamo alla cultura e ai beni culturali come un fattore fondamentale per lo sviluppo socio-economico del nostro territorio, con qualche possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro per i giovani. Infatti, abbiamo un capitale naturale, artistico, storico, paesaggistico e di cultura tale che può, senza dubbio, rappresentare la molla più efficace per questo sviluppo, ma non solo, l’unicità di questo patrimonio può permetterci di dar vita ad un modello del tutto nuovo e, soprattutto, sostenibile.
Per questi motivi, oltre a stimolare la cittadinanza e le sue istituzioni, pubbliche e private, compreso quel vasto mondo che viene chiamato “società civile” ad una maggiore attenzione verso i problemi culturali, desideriamo fare qualche considerazione.
Per avviare questo processo, mettendo a tacere supponenza, presunzione, superbia, ignoranza e valendosi di un po’ di umiltà, sono necessarie intese e  collaborazioni fra le varie realtà della comunità, intese e collaborazioni che potranno anche favorire la ricerca di mezzi economici, logistici, sostegno morale e coordinamento.
Figura n, 13L’associazionismo e il volontariato, vogliamo riaffermarlo ancora, sono sempre un bene straordinario per le comunità, e quando queste realtà si sviluppano, operano e sono valorizzate, significa che la comunità progredisce socialmente, economicamente e culturalmente.
Sappiamo che esistono tante forze che, pur mantenendo le loro specificità e gli scopi per cui sono nate, potrebbero mettersi a lavorare insieme nell’interesse della comunità.
La storia e le tradizioni di questa parte della Maremma, l’opera e la vita dei nostri illustri antenati nella cultura, nel lavoro, nelle scienze, la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico e monumentale, l’ambiente naturale, tutte le altre espressioni culturali (cinema, teatro, musica, canto, arti figurative, ecc.), sono emergenze, per certi versi uniche nella loro specificità, che devono essere valorizzate per divenire un sicuro e forte elemento di sviluppo civile, ma, soprattutto, lo ripetiamo, di un sostenibile sviluppo economico e sociale.
Per noi, questa è la strada da seguire, per cui, se vogliamo un ulteriore sviluppo e una migliore qualità della vita, Comune, mondo imprenditoriale, società civile e singoli cittadini, devono cominciare a muoversi e progettare, seriamente, il nostro futuro.
E, pur essendo indispensabile la più larga partecipazione di tutti, non potremo raggiungere obiettivi importanti se l’Amministrazione comunale non sarà capace di suscitarlo e porsi alla testa di questo movimento.

SLOW FOOD. CONDOTTA DI ORBETELLO. MASTER OF FOOD DI FORMAGGIO

Layout 1Slow Food, benemerita associazione che opera ormai da molti anni nel mondo e in Italia per la valorizzazione del territorio e l’individuazione di comunità di cibo che sono anche espressione della storia passata e recente, con una attenzione particolare al buono, al pulito e al gusto.

I questa importante opera, la Condotta di Orbetello, si è inserita in modo interessante e proficuo con iniziative e progetti di grande respiro umano e civile.

Anche noi, vogliamo farci interpreti di questa importante realtà mondiale, nazionale e orbetellana, sostenendo e dove è possibile valorizzando le iniziative che vengono svolte sul territorio della nostra zona.

La prossima iniziativa è un “Master of Food di Formaggio”, che si svolgerà alla Parrina, secondo i programmi allegati.

MASTER OF FOOD 1 copia

L’AUTOSTRADA TIRRENICA

Abbiamo ricevuto il comunicato dell’Associazione Colli e Laguna di Orbetello sull’audizione presso la Commissione VII del Consiglio regionale della Toscana, tenuta a Firenze mercoledì  5 marzo e siccome condividiamo completamente il pensiero e l’azione dell’Associazione, riteniamo opportuno pubblicarlo anche sul nostro Blog.

Diga_da_terrarossa_ridotta2L’Associazione Colli e Laguna di Orbetello, sempre presente in tutte le manifestazioni in opposizione ai progetti di autostrada, che da anni incombono sul nostro territorio, ha partecipato all’audizione presso la Commissione VII del Consiglio regionale della Toscana, tenuta a Firenze mercoledì  5 marzo.

Nell’ampio resoconto nella cronaca di Grosseto del 6, tuttavia, vi è solo un cenno alla nostra presenza, perciò riteniamo opportuno inviare alcune note e precisazioni.

Pur condividendo le obiezioni all’opera degli altri partecipanti  (dalla sua inutilità a danno della valorizzazione dei trasporti ferroviari e marittimi, agli equivoci generati dalla c.d. “gratuità del pedaggio”, alla insostenibilità finanziaria ed ambientale come dimostrato in più occasione da tecnici

del settore indipendenti ecc.), la nostra Associazione ha messo in evidenza e fatto verbalizzare alcune ulteriori e ragionevoli motivazioni della propria contrarietà :

la prima obiezione, applicabile ad ogni concessione pubblica, riguarda l’addossare alla collettività (ANAS) le conseguenze di uno squilibrio economico-finanziario dell’opera e dei ricavi dai pedaggi(delibere CIPE 78/2010 e 85/2012);

lo scempio programmato del nostro delicatissimo territorio, facendo strame di tutti i vincoli paesaggistici ed ambientali posti da organismi nazionali ed internazionali, sarebbe la negazione del modello Maremma, guardato con interesse anche da imprenditori di tutto il mondo : turismo e vino danno molti più posti di lavoro di decotte e costosissime industrie ;

per il medesimo motivo, pur essendo favorevoli alla doverosa messa in sicurezza dell’Aurelia, NON riteniamo accettabile la tipologia autostradale come a nord di Grosseto, per la mancanza di un’idonea estensione dell’area necessaria sia al tracciato che alle complanari ;

ci siamo sempre mossi rimanendo nell’ambito della legalità, senza fomentare ribellismi di qualsiasi genere, ma ricorrendo alle aule dei tribunali, perché riteniamo che la Giustizia debba essere riaffermata e, in questa maniera, aiutata, come deve essere aiutata a rinascere la fiducia nelle Istituzioni.

A questo proposito ringraziamo i Consiglieri presenti all’audizione, ed in particolare il Presidente della Commissione Fabrizio Mattei, della grande disponibilità ed interesse dimostrati per questo argomento mai sottoposto al Consiglio Regionale, nonostante la sua fondamentale importanza per il futuro delle popolazioni maremmane.

 

La Presidenza

 

UN PICCOLO MA INTERESSANTE FRAMMENTO DELLA NOSTRA STORIA.

Qualche tempo fa accennai alla richiesta del Comune per la rettifica dell’antica denominazione di “Stagno” in “Laguna” sulle carte geografiche. Oggi, dato che rimuginando fra i documenti sono venute fuori le copie di archivio e pensando di far cosa gradita a molti amici, ho pensato di pubblicarli.

COMUNE DI ORBETELLO
Provincia di Grosseto
SETRETERIA (Cat. 11 – Classe 1 – Fasc. 3 – N. 285). Orbetello lì 15 gennaio 1914

OGGETTO: LAGUNA DI ORBETELLO: Rettificazione carte geografiche.

ILL. SIG. DIRETTORE DELL’ISTITUTO GEOGRAFICO MILITARE
FIRENZE

Nell’ultima adunata consiliare venne espresso il voto di aver subito rettificata la classificazione della nostra laguna sulle carte geografiche militari.
Credo opportuno trascrivere quanto fu verbalizzato: “Il signor Sindaco informa che nelle carte geografiche militari la Laguna di Orbetello trovasi ancora sotto la denominazione di “STAGNO”; tale e antica classificazione non corrisponde allo stato di fatto e nuove agli interessi della Città. Le competenti autorità avrebbero dovuto già rettificarla in considerazione dei canali di immissione esistenti, costruiti dalla parte di Levante e di Ponente; questi ultimi furono terminati da circa 40 anni, mentre quello di Ansedonia da circa 25 anni. Propone quindi di far pratiche presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze per ottenere, con cortese sollecitudine, l’ambita e giusta rettifica desiderata dall’intera cittadinanza. IL CONSIGLIO, mentre prende atto delle dichiarazioni del signor Presidente, unanime, esprime il voto di rivolgersi alle Competenti Autorità Militari perché provvedano alla rettifica dell’antica classificazione di “STAGNO” in “LAGUNA”.
Prego vivamente V. S. compiacersi disporre, con cortese sollecitudine, perché venga favorevolmente accolta la giusta richiesta fatta da questa Amministrazione.
Con osservanza.
IL SINDACO ff. (firma illeggibile)

L’Istituto Geografico Militare di Firenze rispondeva con la seguente nota:
STAGNO - LAGUNA 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Comune rispondeva con la seguente nota.

STAGNO - LAGUNA 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma dato che nel 1928 il Touring Club Italiano non aveva ancora proceduto ad adeguarsi alla decisione dell’Istituto Geografico Militare, il Comune di Orbetello ritornava con puntigliosità sul tema.
STAGNO - LAGUNA 3

ANCORA QUALCHE PENSIERO SULLO SVILUPPO SOCIO-ECONOMICO-CULTURALE DELLA NOSTRA ZONA.

mappa_toscanaIl bisogno di guardarsi indietro, di ricercare le motivazioni delle proprie origini, dovrebbe sempre far parte integrante dei programmi che ogni comunità progredita si prefigge.
La comunità dei cittadini, e in prima i Comuni devono favorire, stimolare e promuovere tutte le possibili iniziative che hanno come scopo una rivisitazione critica del territorio e della sua storia.
Questo può avvenire in diversi modi, per esempio tramite corsi didattico – formativi, gestiti direttamente dal Comune, meglio se in collaborazione con le associazioni del volontariato culturale e sociale che operano sul territorio della comunità e con qualche università.
Possiamo affermare, che malgrado la poca attenzione che l’ente locale ha posto, fin qui, a queste tematiche assai importanti, la comunità orbetellana possiede oggi un supporto bibliografico storico – critico di tutto riguardo. Ciò e dimostrato dall’interesse con cui sono state seguite varie iniziative fin qui organizzate da alcune associazioni cittadine, in particolare, dal Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”.
Un importante filone di ricerca è quello delle pubblicazioni sulla storia locale e sulle tradizioni millenarie che si sono stratificate sul nostro territorio. Qui, il complesso discorso che sta dietro a questo lavoro dovrebbe essere facilmente superabile, avendo in loco giovani studiosi che possono gestire bene, direttamente e con precise garanzie scientifiche i risultati di questa opera.
Anche se in modo del tutto scollegato, Orbetello, attraverso l’opera della Comunità ma, soprattutto, come dicevo, attraverso l’opera di quel vasto mondo culturale composto di tante associazioni di volontariato, ha portato avanti una sua specificità culturale.
Nello spirito delle diverse iniziative, più o meno importanti, le ricerche devono proseguire, per approfondire ulteriormente questo importante filone della nostra cultura e delle nostre tradizioni.
Ci sono luoghi che più di altri appartengono alla mitologia delle comunità. Sono i luoghi dell’infanzia, oppure dell’infanzia dei genitori, dei nonni, conosciuti attraverso l’affabulazione domestica. Così è per il territorio orbetellano, della Costa d’Argento, che si apre alla nostra vita anticipando la pianura maremmana e tutta la sua storia.
Quotidianamente presenti attraverso gli uomini e le donne, che dopo l’affrancamento da una vita di stenti, mai hanno dimenticato le loro radici, la Maremma divenne luogo ancor più ambito. E tale rimane, anche se oggi si tenta con ogni mezzo, lecito ed illecito, di renderla irriconoscibile per una edilizia non necessaria, insieme a progetti faraonici, la cui spocchia fa pari con la bruttezza.
Lasciando i luoghi sicuramente più seducenti, molti oggi provano come un’angoscia di fronte a tutto quello che è mutato, cercando di nascondere l’emozione che un qualcosa di quegli anni lontani – una voce, un sentiero dimenticato, un vecchio albero, le rovine di un insediamento etrusco o di una villa romana – basta a suscitare. Ma forse è solo il tempo, che rende magici i ricordi.
E’ sempre più spiccata in questi anni la tendenza a rivalutare zone territoriali come entità che abbiano saputo esercitare una propria presenza culturale, mai messa completamente in luce, per valorizzare il ruolo periferico rispetto alle città capoluogo e per reagire al rapido processo di trasformazione del territorio, avvenuto senza sicure garanzie di tutela dell’ambiente e dei suoi valori preesistenti.
Particolarmente significative, come è facile dimostrare approfondendone i particolari, tutte quelle opere, cosiddette impropriamente minori e perciò sottoposte più facilmente all’usura del tempo e all’abbandono degli uomini.
Affreschi murali, architettura rurale e militare, vetusti portali, antiche fontane, vecchi percorsi, insomma, il territorio vissuto e lavorato dall’uomo, diventano monumenti alla sua stessa storia, o meglio alla storia della comunità intesa come sintesi complessiva di eventi sovrapposti nel tempo.
Da qui dovrebbero prendere spunto progetti e saggi, rimarcando un idea complessiva di ambiente come grande espressione dell’attività umana e sollecitando a trarre delle conclusioni anche di carattere immediato, come quelle che tutto ciò, o meglio quello che si è salvato dalla stupidità degli uomini e dalle regole del tempo, possa essere conservato, magari attraverso un opera programmata di restauro, manutenzione e riutilizzazione, non solo delegando gli Enti pubblici preposti, che potrebbero non avere forza e mezzi sufficienti per sopportarla, ma coinvolgendo Enti privati, Associazioni locali, imprenditori.
Si dice che Orbetello … anzi, non si sa ancora, in modo definitivo, quando è nata, come è avvenuta la sua aggregazione e intorno a che cosa, qual’era il suo primitivo nome, anche se conosciamo ormai la sua vetusta età.
Ma è proprio questa descrizione ancora sommaria, che rafforza la tesi di un territorio singolare, già in parte antropizzato in tempi relativamente antichi, con un sistema di infrastrutture organizzate, del quale rimangono ancora vistosi resti in varie parti, nelle zone di campagna per quanto riguarda i periodi etruschi e romani e nei centri storici di Orbetello e Talamone, soprattutto, per le loro straordinarie architetture (militari) alto-medioevali conservatesi grazie al loro isolamento e malgrado gli attacchi per mano dell’uomo nel corso del tempo, in particolare nei secoli XIX e XX.
E’ il momento di smetterla con questa arretrata mentalità, tutta tesa a continuare un tipo di sviluppo economico che ci ha portato alla grande crisi di oggi, che, molti ormai pensano, non sarà più in grado di risolvere i grandi problemi che si ritrova oggi sulle spalle l’umanità che, dietro i suoi progetti dai colori allettanti, lascia intravedere solo un futuro negativo per il nostro territorio.
E’ il momento di coinvolgere la gente, i cittadini, per capire, tutti insieme, qual’é la strada migliore da seguire. Solo in questo modo, le comunità salveranno i loro territori, cominciando a ridare fiducia, forza e voglia a tanta gente, di rimettersi in giuoco per migliorare le cose.

LAZZARO SPALLANZANI E LE ANGUILLE DELLA LAGUNA DI ORBETELLO

Lazzaro SpallanzaniLo scienziato naturalista Lazzaro Spallanzani, durante un viaggio di studio nelle due Sicilie, partì da Napoli per raggiungere Genova il 16 novembre 1789, su un legno francese che dopo due giorni e mezzo di navigazione giunse a Porto Ercole.
Per assoluta mancanza di vendo, il veliero fu costretto a rimanere in Porto per cinque giorni e lo Spallanzani, approfittando di questa sosta, visitò il Lago di Orbetello.
Seguiamo questa esplorazione della nostra laguna, attraverso quanto egli scrive in “Viaggio alle due Sicilie” (Vol. quinto: parte seconda):
“…intesi col maggior piacere esistere verso l’ovest a cinque miglia di là il lago di Orbetello, feracissimo di grosse anguille (murena anguilla), la cui pesca si fa in ogni stagione, e considerabile ne è lo smercio, per venir ricercato questo pesce da Napoli, e nella massima parte dallo Stato Pontificio. Allora mi venne in mente la celebre controversia intorno alla generazione delle anguille, la quale ad onta di tante osservazioni e ricerche si antiche che moderne non è stata per ancora nettamente definita. Riflettei inoltre quanto poco sappiamo delle naturali abitudini di tali viventi, non ostante che sieno comunissimi, ed in infiniti paesi se ne faccia la pescagione: difetto per riguardo a noi che pur troppo è comune con la massima parte degli altri pesci, la cui scienza riducesi per lo più ad una semplice, né molto istruttiva nomenclatura. Avvisai pertanto di andare tostamente sul luogo, anzi di moltiplicarvi le mie visite, per apportare, se mi era possibile, qualche piccola luce a questa oscura materia. Il lago di Orbetello ha di circuito 18 miglia, non molta è la sua profondità, e con una apertura entra in mare, e con l’altra mette foce nel fiume Albegna. Comunica col lago un canale tortuoso, chiamato Peschiera, giacché le anguille prese nel lago, per via di graticci, vengono in lei imprigionate, e all’occorrenza si pescano. In questo canale, pulito nel fondo, e attorniato da muri, quantunque le anguille nulla trovino a mangiare, ed abbian di fatti nette le budella, in que’ mesi che vi rimangono dentro, pure ho veduto che si trovan grassissime. Nella prima visita ch’io vi feci non poteva giungervi più opportunamente per fare esami su quelle anguille. Alcune ore prima ne eran perite dentro alla Peschiera dodici mila libbre, che già cavate dall’acqua giacevano a gran mucchi alle sponde di essa: e il direttore della pesca mi disse di avere avuto per questa mortalità un danno di cinquecento e più ducati napoletani, necessitato essendo a salare quella moltitudine di pesce, e la salatura non da mai il prodotto lucrativo che ricavasi dal pesce fresco. Per avviso di lui e dei subalterni pescatori, l’origine di questo accidente n’era stata la seguente. L’acqua marina col mezzo del lago entra nella Peschiera, e vi fa correre quest’acqua, lo che succede nel flusso del mare. Nel riflusso quest’acqua prende un movimento contrario, e però può dirsi affetta da una continua commozione. La notte precedente il mattino ch’io vi andai, non si ebbe flusso di mare. Stagno adunque l’acqua della Peschiera, e si riscaldò, e il riscaldamento fu fatale alle anguille, potendo elleno tollerare il freddo, non già il calore. Così essi argomentavano nella loro disgrazia. A me sembrò tuttavia non troppo diritta codesta argomentazione, certo essendo che in estate più calda è la Peschiera che nell’autunnale stagione in cui moriron le anguille, nonostante che allora non periscano, purché l’acqua non diventi stagnante, siccome eglino non sepper negarmi. Pensai piuttosto che la loro morte provenisse dall’aver dovuto soggiornare in acqua non rinnovata e in conseguenza per esse fatale, massimamente per la pochissima profondità della Peschiera, e per innumerevole copia di anguille che vi eran dentro. Comunque però fosse io poteva aprire, ed interamente esaminare quel maggior numero di anguille ch’io voleva, ottenutane dal padron della pesca un’ampia permissione. Sono di doppia fatta, altre chiamate anguille fine, che ascendono a due o tre libbre di peso, altre denominate capitoni, il cui perso monta alle otto, alle dieci, ed anche alle dodici libbre, e queste formano il maggio numero, e per la delicatezza e deliziosità della carne sono stimatissime, e vengono forestieri a comperarle sul luogo, per venderle in Toscana, nello Stato Pontificio, e nel Napoletano. In quella mia prima gita alla Peschiera sparai 33 capitoni, ed altri 54 in tre visite consecutive, oltre ad una simile operazione fatta in 23 anguille fine. Nei primi, perché grossi di molto, non potevano essere più manifeste, più decise le interiora, cioè l’esofago, gli intestini, il fegato, la cistifellea, il pericardio, il cuore, le reni, la vescica natatoria, ecc. Ma l’organo che abbondantemente bramavo di trovare e che era il primario oggetto di queste visitazioni, non mi apparì mai, voglio dire l’ovaja, od altre viscere che caratterizzassero il sesso della femmina. Sebbene non vidi tampoco l’organo che è proprio del maschio, cioè i latti. Questi individui al numero di 87 erano interiormente configurati all’istessa maniera. Le ventitre anguille fine mi mostrarono, non così in grande, d’una maniera però chiaramente marcate, le parti interne summentovate, senza però che nessuna potesse caratterizzare il maschio o la femmina. Sono persuasi quei pescator che le anguille fine specificatamente diversifichino dai capitoni, giacché quantunque tutte le anguille quando dal mare entran nel lago emulino la minutezza dei capelli, pure a capo di due o tre anni pescansi i capitoni del peso di undici, e dodici libbre, quando le anguille fine non oltrepassano quasi mai le tre libbre. Sussistendo il fatto asserito la notizia sarebbe importante, non essendo finora nota che una sola specie di anguilla; ma resto in forse se i capitoni differiscono essenzialmente dalle anguille fine, o se debbano piuttosto chiamarsi due semplici varietà, per non avere io trovato in queste fuggitive mie osservazioni nessuna rimarchevole differenza fra loro sì nell’esterno abito, che nell’interno.
Tutti asseveratamene mi dicevano di non aver mai vedute nelle loro pescagioni un’anguilla che avesse le uova, o gli anguillini dentro il corpo; ed aggiungevano di aver sempre udito dire la stessa cosa da coloro, che nel peschereccio esercizio li avevano preceduti. Sono poi nell’erronia opinione che le anguille nascan nel fango, non però dentro il lago, non avendosi mai trovato uova, né anguillini neonati, venendo questi dal mare. Quanto però è falso, e ridicolo il primo fatto asserito, altrettanto è sicuro il secondo, notissimo essendo a tutti quei paesani, che nei mesi di marzo, di aprile, e di maggio entran nel lago a milioni le capillari anguilline nei tempi massimamente torbidi, e burrascosi. Finita poi che sia l’entrata più non possono uscire, per gli impedimenti ad esse frapposto, quantunque per naturale inclinazione le anguille non cerchino che in novembre di restituirsi al mare…”.

Di riviste rinate, acquecotte e sale

Massi Cavallo 58x58E’ da pochissimo uscito il secondo numero zero di una pubblicazione interessante e con molte cose da dire. Non stupisca il fatto che sia stato necessario nascere due volte (anzi, semmai per alcuni popoli è segno di maturità) a distanza di un anno dalla prima uscita perchè non è che lo specchio di tempi poco grati. Nonché la riprova, qualora ce ne fosse bisogno, della piccola prospettiva odierna dell’impresa editoriale nel grande e nel piccolo (purtroppo per noi).

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Il secondo numero zero è il frutto della tenace volontà di Lucio Niccolai, direttore de “La Maremma. Rivista”, questo il nome del periodico in oggetto: per la gran parte credo di poter dire che si deve a lui se un nutrito numero di redattori, collaboratori e intervistati ha avuto occasione di esprimersi sulle colonne cartacee di un formato 22 x 32, 80 pagine a colori. Da Severino Saccardi ad Alessandro Angeli, Mauro Papa, Alessandro Camillo, Massimo Seriacopi, Angelo Biondi, Corrado Barontini e molti molti altri. Il progetto grafico è di Maurizio Cont.

I temi del numero in oggetto (dove si legge la scritta “memoria” in copertina) presi in ordine sparso e senza alcuna mia ambizione di esaustività, si indirizzano verso gli ambiti della storia del nostro territorio, delle sue tradizioni e della sua arte ma dall’angolatura del qui e dell’ora: cosa stanno dicendo oggi artisti giovani e maremmani come Moira Ricci, Lapo Simeoni, Andrea Angione, Michele Guidarini… In quale modo stiamo vivendo e sviluppando l’eredità di una tradizione vitivinicola sul nostro territorio, e si può davvero parlare di una tradizione enologica locale? In quale modo è stato elaborato il trauma dell’alluvione del novembre di due anni fa? C’è una qualche autentica attenzione, nell’elaborazione tematica delle sagre paesane della provincia, nei confronti di una ricostruzione storica della vicenda gastronomica locale?
Sei sicuro che sia acquacotta quella che stai mangiando? Che cos’è l’acquacotta?

Proprio qui punto un cono di luce: il lungo articolo a firma di Lucio Niccolai che ha per titolo: “Sagre e/o valorizzazione del cibo locale?”. Tratta proprio di questo e inizia così:

Il recupero delle tradizioni alimentari. I sistemi alimentari, scrive lo storico Montanari, contengono e trasportano la cultura di chi li pratica, sono depositari delle tradizioni e delle identità di gruppo, cioè del «patrimonio culturale che ciascuna società riconosce al proprio passato».
E’ possibile, dunque, partire dal cibo per ricostruire percorsi di valorizzazione territoriale e consapevolezza culturale?” Continua a leggere

Un Teatro a Orbetello?..perché.

Nel Piano Regolatore del Comune di Orbetello nessuna amministrazione, nel secondo dopoguerra, ha mai pensato di prevedere un’area ove costruire un teatro. Ci sarà pure una ragione. “Ci sono tante cose più importanti da fare, senza contare che con la cultura non si mangia”, dicono in molti per giustificare questa e altre scelte in questo settore. Ma allora, come mai a Orbetello vi sono tanti gruppi che fanno cultura attraverso il canto, la recitazione, il ballo o la musica; non sarà mica una tradizione radicata negli anni?. Se consideriamo poi che in un comune di oltre 15.000 mila abitanti ci sono vari gruppi che fanno cultura attraverso queste importanti attività contando soprattutto sulla loro passione: la Scuola di Musica dell’Associazione Culturale Musicale “Alfredo Ceccherini”, Il Corpo Bandistico Città di Orbetello “M. Anteo Ercole”, la cui tradizione è centenaria, Le Compagnie Teatrali “Oratorà” e “La Pullera”, l’importante Coro Musicale “Ager Cosanus, il Coro Polifonico S. Biagio, la Scuola di Ballo Moderno, e vari altri gruppi musicali di giovani e meno giovani, basterebbe per giustificare un teatro come punto di unione culturale polivalente, che avrebbe, senza dubbio, anche presupposti turistici ed economici, oltre a soddisfare la necessità di valorizzare le specificità delle associazioni esistenti consentendo una ideale unione tra le vecchie e le nuove generazioni.

Nel fare queste considerazioni ci dobbiamo porre questi obiettivi:

a)      L’area deve essere di proprietà comunale;

b)      L’attività teatrale si deve svolgere prevalentemente nel centro storico;

c)       Deve, se possibile, valorizzare le strutture esistenti;

d)      Non solo teatro ma una struttura poliedrica, prevalentemente artistica ma che consenta una socialità diffusa con punti ove fruire d’internet e mediateca on-line.

Planimetria di Orbetello centro storico         PageB

A Orbetello ci sono almeno cinque siti, di proprietà comunale, ove poter realizzare un teatro da trecento posti. Ogni sito ha le sue caratteristiche, le sue difficoltà ma anche i suoi vantaggi legati all’ubicazione dove si possono impegnare volumi ora non utilizzati secondo il concetto che prevede la valorizzare delle strutture esistenti. Essi sono:

1)      Lo spiazzo della Caserma Umberto primo;

2)      Il Baccarini;

3)      Il parco delle Crociere;

4)      L’ex Idroscalo;

5)      La zona adiacente al Palazzetto dello sport.

VI PARE POCO ……… ???

ORBETELLO: ANCORA QUALCHE PENSIERO SUI BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

37 - Polveriera GuzmanLa dizione “beni culturali” cominciata a circolare in Italia negli anni “60 del secolo scorso, seguita da una grande e controversa discussione (dibattiti, convegni, inchieste, studi, ecc.),  aveva creato un certo ottimismo circa il destino del patrimonio culturale nazionale, nel senso che questo interesse sembrava, finalmente, poter modificare la sconfortante situazione in cui si trovava.
Si determinarono anche delle modifiche nelle strutture politico-amministrative con la istituzione del Ministero dei Beni Culturali e tutta una serie di adeguamenti a livello locale.
Purtroppo, a distanza di tanti anni, nulla è cambiato, e se guardiamo bene, molte cose sono peggiorata: si continua a pensare al settore come erogatore di semplice “consumo” culturale, con scarso interesse alle sue potenzialità per lo sviluppo economico e sociale.
Che fare allora per modificare questa negativa tendenza?
Dobbiamo cominciare a batterci perché la pubblica amministrazione operi un netto cambiamento verso il settore e nella logica degli investimenti, cominciando a dare centralità alla cultura e ai beni culturali, quale risorsa importante dello sviluppo economico e sociale, oltre che mezzo di qualificazione di ogni attività dell’uomo, insieme alla capacità di stabilire un nuovo rapporto produttivo e continuativo tra l’azione culturale e chi ne usufruisce.
Piazza del DuomoDi fronte ad iniziative rispondenti solo ad una domanda di puro “consumo” culturale, senza innestare meccanismi di formazione e di crescita, abbiamo il dovere di domandarci se non diventa obbligatorio privilegiare un nuovo tipo di domanda e, in caso affermativo, comportarsi di conseguenza.
Se l’osservazione ha un fondamento, l’interesse e l’attenzione dovranno finalmente rivolgersi non solo al palcoscenico ed a ciò che vi si rappresenta ma, soprattutto, alla platea poco affollata, al pubblico sempre uguale, alle mostre apprezzate da critici ed esperti con sale deserte di visitatori: spostare quindi l’obiettivo dai pochi ai molti, dai privilegiati agli esclusi, o autoesclusi, dai pregiudizi dei luoghi comuni alle analisi puntuali.
E’ fondamentale la conoscenza della realtà in cui operiamo, su cui fondare poi la strategia per arrivare al “nuovo” pubblico, strutturando la spesa per la cultura, pubblica in primo luogo, in un rapporto produttivo legato al territorio, per cui dovranno essere privilegiate le mostre, i concerti, il ciclo di films, i convegni, le rievocazioni storiche e delle tradizioni, ma sempre legate alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali, alla formazione di momenti di produzione, di gestione e di partecipazione, dando a questo “nuovo” pubblico la capacità di esprimersi e di divenire esso stesso soggetto produttore di cultura, un pubblico per cui si pone il problema del riconoscimento, della autoidentificazione e della affermazione, tre momenti importanti di un processo che deve essere aiutato a crescere con ogni mezzo.
La storia di questa parte della Maremma, delle sue antiche popolazioni, l’opera importante  di illustri concittadini, la tutela e la conservazione del patrimonio archeologico e monumentale, l’ambiente naturale,  sono emergenze uniche nelle loro specificità, da valorizzare e farne uno dei tanti possibili elementi di sviluppo di civiltà e veicolo di un sostenibile sviluppo economico e sociale.
Occorrono intese e collaborazioni ad ogni livelli, cose  che hanno sempre stentato a sviluppare, e le amministrazioni comunali, con le loro strutture e i loro servizi devono  divenire il punto centrale di questa azione e di riferimento per tutti.
Invece, purtroppo,  qualche volta si ha la sensazione che l’associazionismo e il volontariato siano visti  come antagonisti, e non come un bene straordinario della comunità, mentre invece bisogna comprendere che se queste realtà si sviluppano significa che la comunità progredisce economicamente e culturalmente.

Orbetello: Autostrada Tirrenica SI o NO

 
Autostrada SI autostrada NO .
E’ il dilemma che assilla i cittadini di questo territorio, perché impatti violenti come questo possono causare danni irreversibi.
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L’autostrada nella provincia di Grosseto è il tratto che manca per completare la tratta sulla costa Tirrenica, quest’opera dovrebbe essere realizzata anche se le strategie da seguire potevano essere a suo tempo molto diverse. Infatti questo tratto sarebbe sufficiente a supportare il traffico leggero qualora i mezzi pesanti venissero convogliati via mare o per ferrovia.
Certamente se l’autostrada s’ha da fare questa deve avere tutti i requisiti per far fronte alle esigenze dei prossimi cento e più anni e non è certo che questo avviene con un ampliamento dell’Aurelia, come vorrebbe la SAT.  Distruggere una così importante arteria, per il territorio maremmano, sarebbe pura follia perché viene a devastare tutte quelle strutture presenti lungo il suo tracciato, creando disaggi indescrivibili per i residenti, annientando strutture alberghiere e attività commerciali industriali e artigianali è vera follia partorita da una mente diabolica e speculativa.
Questo grosso intervento sul territorio porta al cambiamento delle politiche di sviluppo, di conseguenza niente sarà più come prima. Maremma sarà sempre meno maremma, perché  sarà distrutta sia la sua storia sia la sua tradizione, che a tutt’oggi sono da offrire ai molti turisti che
scelgono le nostre zone. Non si può accettare quindi che in nome di un grosso risparmio (tutto da verificare), il tracciato venga realizzato lungo la costa a spese di un’arteria realizzata a suo tempo con i soldi dei cittadini, ed ora confiscata per pura speculazione da una società.

Orbetello: Autostrada Tirrenica

adesivo-tirrenica

Cara concittadina e caro concittadino,

Governo e Regione Toscana stanno prendendo decisioni importanti per la provincia di Grosseto, purtroppo senza un’adeguata informazione dell’opinione pubblica. Poiché esse avranno rilevanti conseguenze sul territorio, sull’economia e sul nostro stesso modo di vivere, abbiamo deciso di interpellare la tua sensibilità prima di rivolgerti un accorato invito.

se non vuoi

la costruzione di un’autostrada inutile, fuori dal tempo e fonte di assurdi sprechi economici e territoriali, che prevede la cessione gratuita ai privati dell’Aurelia, scippandola alla Comunità;
lo stillicidio della soppressione dei treni passeggeri a lunga e a più breve percorrenza, che condanna il grossetano alla marginalità nel contesto nazionale, né una politica che privilegia il trasporto merci su gomma, energivoro e inquinante, nonché congestionatore di strade e città;

se, invece, vuoi

un sistema di mobilità integrata e correttamente inserita nell’ambiente, quale migliore concretizzazione del concetto di “corridoio tirrenico”, fondandolo sull’ammodernamento dell’Aurelia, che dovrà restare pubblica, sulla piena utilizzazione delle potenzialità proprie dell’asse ferroviario maremmano e della navigazione di cabotaggio,

DOMENICA 17 NOVEMBRE 2013
lotta con noi
Programma:

Ore 10, partenza carovana auto da Follonica, Piazza XXVII Aprile; ore 10,30 sosta a Scarlino Scalo, Piazza Gramsci; ore 11, sosta a Bagno di Gavorrano, Piazza Togliatti; ore 11,30-12,30, sosta a Potassa-Bivio Ravi-Grilli (pranzo al sacco); ore 14, sosta a Braccagni, davanti alla chiesa; ore 14,30, sosta a Grosseto, Piazza de Maria; ore 15,20, sosta a Rispescia, Piazza Italia; ore 16 arrivo a Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ore 14,30, partenza carovana auto da Fonteblanda, Piazza dell’Uccellina; ore 15, sosta ad Albinia, Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto; ore 16, arrivo ad Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ore 14,30, partenza carovana auto da Capalbio, Piazza della Provvidenza; ore 15, sosta a Capalbio Scalo, Piazza Aldo Moro; ore 16, arrivo ad Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ad ogni sosta saranno effettuati volantinaggi e comizi volanti; auto del luogo si aggiungeranno alle carovane.

Orbetello ore 16,30
Comizio pubblico
Auditorium e piazza Giovanni XXIII
Parleranno rappresentanti delle organizzazioni partecipanti
Ti Aspettiamo!!!

Ci battiamo

per il ritiro del progetto autostradale della SAT, sempre contestato dall’Amministrazione Provinciale e da tutti i comuni interessati (meno Capalbio), che per genesi e caratteristiche tecniche rappresenta una vera e propria provocazione contro il nostro territorio. Contemporaneamente indichiamo l’alternativa dell’ammodernamento dell’Aurelia con interventi strutturali adeguati a fronteggiare in piena sicurezza l’attuale e prevedibile volume di traffico veicolare. Peraltro a costi compatibili con le presenti ristrettezze economico-finanziare, mentre l’impatto ambientale dell’opera sarebbe pressoché nullo. Gli attuali 5.000 veicoli che ogni giorno transitano nella maggiore arteria maremmana sono già troppo pochi per giustificare un investimento molto impegnativo sull’autostrada, tanto più che questa produrrebbe un gravoso disavanzo di gestione, fatalmente caricato sulle spalle di noi contribuenti.
La pronta rimozione dell’emergenza, data dalla pericolosità di alcuni tratti della statale sotto Grosseto, ci darebbe modo di svolgere serenamente l’indispensabile confronto su un progetto di mobilità integrata nel Corridoio Tirrenico, in linea con le mutate condizioni dello sviluppo, quale direttrice costiera di collegamento longitudinale del Paese; un progetto basato sull’uso di tutti i vettori di trasporto, dal ferroviario alla navigazione di cabotaggio, nell’ottica dell’intermodalità per garantire al cittadino la fruizione nelle migliori condizioni di un diritto irrinunciabile nella società moderna, pure nella forma collettiva come avviene nelle aree più progredite del mondo.

L’asse ferroviario tirrenico è al momento sottoutilizzato rispetto alle proprie potenzialità tecnico- strutturali ed è interessato da una continua diminuzione di treni, così come il trasporto via mare di persone e merci reca, al pari della ferrovia, la possibilità di diminuire sensibilmente il traffico stradale, essendo la Maremma collocata tra i maggiori porti italiani, con meno dispendio energetico ed incidenza ecologica, anche in presenza di maggiore movimento. Deve essere affermata una volontà politica più lungimirante che finalizzi a tali scelte, alla viabilità trasversale, dalla costa all’entroterra, e al riassetto della rete viaria minore, le dovute risorse che sarebbero ampiamente remunerate in termini sia sociali sia economico-produttivi.

17-11-2013
SEL Grosseto, Italia Nostra Grosseto, M5S Grosseto, Associazione Colli e Laguna Orbetello, Mozione Civati PD Grosseto, Forum Cittadini del Mondo Grosseto, PRC Grosseto, Coordinamento No Sat Grosseto-Livorno, IDV Grosseto, Coordinamento dei Comitati e delle Associazioni Ambientaliste della provincia di Grosseto, PdCI Grosseto, Comitato No autostrada Tarquinia.