PICCOLI MA INTERESSANTI FRAMMENTI DELLA NOSTRA STORIA: ELEZIONI POLITICHE DEL 1921. COMUNE DI ORBETELLO

Cuticagna 5Il 15 maggio 1921 si svolsero in Italia le elezioni politiche anticipate, che sostanzialmente confermano il verdetto di due anni prima. L’esame è sviluppato sul voto per il rinnovo della Camera dei Deputati che già allora era composta da 508 deputati. Il Partito Socialista pur scendendo da 156 a 122 deputati resta il maggiore gruppo politico del Paese. I popolari di Don Sturzo migliorano le loro posizioni passando da 100 a 107 deputati. I comunisti che si presentano per la prima volta con una propria lista ottengono 16 deputati. I fascisti entrano in Parlamento con 35 deputati e nelle precedenti elezioni del 1919 che si erano presentati solo a Milano,  non  riuscirono a fa eleggere alcun deputati.  Gli altri 223 seggi andarono ai repubblicani e ai gruppi politici borghesi tradizionali divisi in una miriade di partiti e sottopartiti.

Queste le formazioni politiche che si presentarono alle elezioni: Partito Socialista Italiano, Partito Popolare Italiano, Blocchi Nazionali, Liberali Democratici, Liberali, Democrazia Sociale, Partito Comunista d’ Italia, Partito Repubblicano Italiano, Partito Democratico Riformista, Partito dei Combattenti, Lista di Slavi e di Tedeschi, Partito Economico, Socialisti indipendenti, Partito Dissidente e Cristiano del Lavoro, Fasci di Combattimento.

Ad Orbetello si presentarono cinque liste così denominate:

  1. Lista con contrassegno vanga e piccone (Repubblicani), rappresentata da Valeri Umberto;
  2. Lista con contrassegno ramo di olivo con la parola “Pace”(Fascisti), rappresentata da Amalfitano Antonio;
  3. Lista con contrassegno falce e martello contornati da spighe (Comunisti), rappresentata da Bottacci Armando;
  4. Lista  con contrassegno scudo crociato e la parola “Libertas”(Popolari – Demoscristiani), rappresentata da Don Vittorio Mattioli;
  5. Lista con contrassegno Falce martello e libro (Socialisti), rappresentata da Catani Alfredo.

Il territorio era diviso in cinque sezioni elettorali, tre in Orbetello centro, 370, 371 e 372, una a Capalbio, 373 e una a Talamone, 374, nelle quali si ebbe la seguente affluenza al voto:

  1. Sezione elettorale N. 370, su 583 iscritti votarono 330 elettori:
  2. Sezione elettorale N. 371, su 578 iscritti votarono 255 elettori;
  3. Sezione elettorale N. 372, su 528 iscritti votarono 271 elettori;
  4. Sezione elettorale N. 373, su 273 iscritti votarono 159 elettori;
  5. Sezione elettorale N. 374, su 205 iscritti votarono 125 elettori.

Questi i voti che furono assegnati ad ogni schieramento politico: Lista N. 1, voti 127 – Lista N. 2, voti 389 – Lista N. 3, voti 182 – Lista N. 4, voti 24 – Lista N. 5 voti 507.

Nella sezione elettorale 373 (Capalbio) repubblicani e comunisti non ottennero alcun voto e nella sezione elettorale 374 (Talamone) non ottennero alcun voto popolari e comunisti.

UN PICCOLO MA INTERESSANTE FRAMMENTO DELLA NOSTRA STORIA.

Qualche tempo fa accennai alla richiesta del Comune per la rettifica dell’antica denominazione di “Stagno” in “Laguna” sulle carte geografiche. Oggi, dato che rimuginando fra i documenti sono venute fuori le copie di archivio e pensando di far cosa gradita a molti amici, ho pensato di pubblicarli.

COMUNE DI ORBETELLO
Provincia di Grosseto
SETRETERIA (Cat. 11 – Classe 1 – Fasc. 3 – N. 285). Orbetello lì 15 gennaio 1914

OGGETTO: LAGUNA DI ORBETELLO: Rettificazione carte geografiche.

ILL. SIG. DIRETTORE DELL’ISTITUTO GEOGRAFICO MILITARE
FIRENZE

Nell’ultima adunata consiliare venne espresso il voto di aver subito rettificata la classificazione della nostra laguna sulle carte geografiche militari.
Credo opportuno trascrivere quanto fu verbalizzato: “Il signor Sindaco informa che nelle carte geografiche militari la Laguna di Orbetello trovasi ancora sotto la denominazione di “STAGNO”; tale e antica classificazione non corrisponde allo stato di fatto e nuove agli interessi della Città. Le competenti autorità avrebbero dovuto già rettificarla in considerazione dei canali di immissione esistenti, costruiti dalla parte di Levante e di Ponente; questi ultimi furono terminati da circa 40 anni, mentre quello di Ansedonia da circa 25 anni. Propone quindi di far pratiche presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze per ottenere, con cortese sollecitudine, l’ambita e giusta rettifica desiderata dall’intera cittadinanza. IL CONSIGLIO, mentre prende atto delle dichiarazioni del signor Presidente, unanime, esprime il voto di rivolgersi alle Competenti Autorità Militari perché provvedano alla rettifica dell’antica classificazione di “STAGNO” in “LAGUNA”.
Prego vivamente V. S. compiacersi disporre, con cortese sollecitudine, perché venga favorevolmente accolta la giusta richiesta fatta da questa Amministrazione.
Con osservanza.
IL SINDACO ff. (firma illeggibile)

L’Istituto Geografico Militare di Firenze rispondeva con la seguente nota:
STAGNO - LAGUNA 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Comune rispondeva con la seguente nota.

STAGNO - LAGUNA 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma dato che nel 1928 il Touring Club Italiano non aveva ancora proceduto ad adeguarsi alla decisione dell’Istituto Geografico Militare, il Comune di Orbetello ritornava con puntigliosità sul tema.
STAGNO - LAGUNA 3

Il progressivo e inarrestabile degrado dei beni culturali Orbetellani

Cari amici,

il Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti, in relazione alla situazione in cui si trovano i beni culturali e i monumenti della nostra comunità, da un po’ di tempo si domanda se sia necessario un intervento dibattito sul loro stato di degrado per formulare proposte utili ha sensibilizzare l’opinione pubblica e gli enti preposti alla loro tutela, e avviare interventi di recupero e valorizzazione.

CIMG6951

A questo proposito v’invitiamo a un incontro per esaminare l’attuale situazione e decidere quali azioni mettere in atto per raggiungere questi obiettivi.  Noi pensiamo di organizzare un convegno dibattito al quale invitare tutte le componenti culturali, sociali ed economiche della nostra comunità.  Appena possibile vi faremo conoscere data e luogo del convegno al quale speriamo partecipiate numerosi.

ANCORA QUALCHE PENSIERO SULLO SVILUPPO SOCIO-ECONOMICO-CULTURALE DELLA NOSTRA ZONA.

mappa_toscanaIl bisogno di guardarsi indietro, di ricercare le motivazioni delle proprie origini, dovrebbe sempre far parte integrante dei programmi che ogni comunità progredita si prefigge.
La comunità dei cittadini, e in prima i Comuni devono favorire, stimolare e promuovere tutte le possibili iniziative che hanno come scopo una rivisitazione critica del territorio e della sua storia.
Questo può avvenire in diversi modi, per esempio tramite corsi didattico – formativi, gestiti direttamente dal Comune, meglio se in collaborazione con le associazioni del volontariato culturale e sociale che operano sul territorio della comunità e con qualche università.
Possiamo affermare, che malgrado la poca attenzione che l’ente locale ha posto, fin qui, a queste tematiche assai importanti, la comunità orbetellana possiede oggi un supporto bibliografico storico – critico di tutto riguardo. Ciò e dimostrato dall’interesse con cui sono state seguite varie iniziative fin qui organizzate da alcune associazioni cittadine, in particolare, dal Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”.
Un importante filone di ricerca è quello delle pubblicazioni sulla storia locale e sulle tradizioni millenarie che si sono stratificate sul nostro territorio. Qui, il complesso discorso che sta dietro a questo lavoro dovrebbe essere facilmente superabile, avendo in loco giovani studiosi che possono gestire bene, direttamente e con precise garanzie scientifiche i risultati di questa opera.
Anche se in modo del tutto scollegato, Orbetello, attraverso l’opera della Comunità ma, soprattutto, come dicevo, attraverso l’opera di quel vasto mondo culturale composto di tante associazioni di volontariato, ha portato avanti una sua specificità culturale.
Nello spirito delle diverse iniziative, più o meno importanti, le ricerche devono proseguire, per approfondire ulteriormente questo importante filone della nostra cultura e delle nostre tradizioni.
Ci sono luoghi che più di altri appartengono alla mitologia delle comunità. Sono i luoghi dell’infanzia, oppure dell’infanzia dei genitori, dei nonni, conosciuti attraverso l’affabulazione domestica. Così è per il territorio orbetellano, della Costa d’Argento, che si apre alla nostra vita anticipando la pianura maremmana e tutta la sua storia.
Quotidianamente presenti attraverso gli uomini e le donne, che dopo l’affrancamento da una vita di stenti, mai hanno dimenticato le loro radici, la Maremma divenne luogo ancor più ambito. E tale rimane, anche se oggi si tenta con ogni mezzo, lecito ed illecito, di renderla irriconoscibile per una edilizia non necessaria, insieme a progetti faraonici, la cui spocchia fa pari con la bruttezza.
Lasciando i luoghi sicuramente più seducenti, molti oggi provano come un’angoscia di fronte a tutto quello che è mutato, cercando di nascondere l’emozione che un qualcosa di quegli anni lontani – una voce, un sentiero dimenticato, un vecchio albero, le rovine di un insediamento etrusco o di una villa romana – basta a suscitare. Ma forse è solo il tempo, che rende magici i ricordi.
E’ sempre più spiccata in questi anni la tendenza a rivalutare zone territoriali come entità che abbiano saputo esercitare una propria presenza culturale, mai messa completamente in luce, per valorizzare il ruolo periferico rispetto alle città capoluogo e per reagire al rapido processo di trasformazione del territorio, avvenuto senza sicure garanzie di tutela dell’ambiente e dei suoi valori preesistenti.
Particolarmente significative, come è facile dimostrare approfondendone i particolari, tutte quelle opere, cosiddette impropriamente minori e perciò sottoposte più facilmente all’usura del tempo e all’abbandono degli uomini.
Affreschi murali, architettura rurale e militare, vetusti portali, antiche fontane, vecchi percorsi, insomma, il territorio vissuto e lavorato dall’uomo, diventano monumenti alla sua stessa storia, o meglio alla storia della comunità intesa come sintesi complessiva di eventi sovrapposti nel tempo.
Da qui dovrebbero prendere spunto progetti e saggi, rimarcando un idea complessiva di ambiente come grande espressione dell’attività umana e sollecitando a trarre delle conclusioni anche di carattere immediato, come quelle che tutto ciò, o meglio quello che si è salvato dalla stupidità degli uomini e dalle regole del tempo, possa essere conservato, magari attraverso un opera programmata di restauro, manutenzione e riutilizzazione, non solo delegando gli Enti pubblici preposti, che potrebbero non avere forza e mezzi sufficienti per sopportarla, ma coinvolgendo Enti privati, Associazioni locali, imprenditori.
Si dice che Orbetello … anzi, non si sa ancora, in modo definitivo, quando è nata, come è avvenuta la sua aggregazione e intorno a che cosa, qual’era il suo primitivo nome, anche se conosciamo ormai la sua vetusta età.
Ma è proprio questa descrizione ancora sommaria, che rafforza la tesi di un territorio singolare, già in parte antropizzato in tempi relativamente antichi, con un sistema di infrastrutture organizzate, del quale rimangono ancora vistosi resti in varie parti, nelle zone di campagna per quanto riguarda i periodi etruschi e romani e nei centri storici di Orbetello e Talamone, soprattutto, per le loro straordinarie architetture (militari) alto-medioevali conservatesi grazie al loro isolamento e malgrado gli attacchi per mano dell’uomo nel corso del tempo, in particolare nei secoli XIX e XX.
E’ il momento di smetterla con questa arretrata mentalità, tutta tesa a continuare un tipo di sviluppo economico che ci ha portato alla grande crisi di oggi, che, molti ormai pensano, non sarà più in grado di risolvere i grandi problemi che si ritrova oggi sulle spalle l’umanità che, dietro i suoi progetti dai colori allettanti, lascia intravedere solo un futuro negativo per il nostro territorio.
E’ il momento di coinvolgere la gente, i cittadini, per capire, tutti insieme, qual’é la strada migliore da seguire. Solo in questo modo, le comunità salveranno i loro territori, cominciando a ridare fiducia, forza e voglia a tanta gente, di rimettersi in giuoco per migliorare le cose.

UN MONDO MIGLIORE E’ POSSIBILE?

Senza titolo-2 copiaEccomi qui!!!
Non faccio altro che pensare alla mia terra, alla sua storia millenaria, alle sue tradizioni e alla sua cultura, a ciò che potrebbe essere nel contesto delle comunità nazionali, e nello stesso tempo non posso non pensare al lavoro volontario svolto in tutti questi anni, insieme ad un bel gruppo di amiche ed amici, per comprendere e, soprattutto, far comprendere il singolare valore di queste nostre peculiarità.

E allora, giocoforza,  mi ritrovo a riflettere sulla crisi che ci attanaglia, sul tristo sviluppo industriale che si porta appresso tante negative responsabilità, dal consumismo sfrenato con i danni, forse, irreversibili che ha prodotto nella coscienza dell’uomo e sul territorio, al sottosviluppo culturale mantenuto, con l’inganno, inalterato nel tempo per scopi ben definiti, alla disperazione che ne consegue.  Una situazione, senza precedenti riconoscibili, che crea perplessità sul da farsi, spingendoci in un vicolo cieco e sbarrando la strada a soluzioni creative nuove e audaci.

Questi pensieri, e non può essere altrimenti, inducono a meditare sulla nostra vita, lasciando spazio ad ulteriori riflessione che, anche senza volerlo, fanno volare alto e, inevitabilmente,  fanno pensare a come sarebbe oggi il mondo se fosse prevalso il pensiero dello “sviluppo su cala umana”. E penso a quanto sarebbe bello, interessante, se sulla base di ciò che sta succedendo, riuscissimo finalmente comprendere la potenza creatrice e rigeneratrice  di questa breve e semplice frase e la possibilità di verificare i cambiamenti positivi che certamente si produrrebbero mettendola in atto.

Potremmo così assistere, finalmente, all’adozione dell’autosufficienza, intesa come processo in grado di promuovere la partecipazione nelle decisioni, la creatività sociale, l’autodeterminazione politica, l’equa distribuzione del benessere e la tolleranza per la diversità delle identità, che poi diventerebbe un punto di svolta dell’articolazione (rapporti – collaborazioni – connessioni) tra esseri umani, natura e tecnologia, tra personale e sociale, tra micro e macro, tra autonomia e pianificazione e, infine, tra società civile e Stato e potremmo capire, finalmente, il vero significato dei bisogni umani, della qualità della vita, del benessere: ecco, questo è forse ciò che vorrebbero le persone, non le astrazioni degli indicatori macroeconomici che non hanno nulla a che fare con la vita reale del popolo.

Compreso ciò, inevitabilmente nascerebbe l’esigenza di sviluppare un nuovo modo di pensare, un nuovo modello culturale, che ci permetterebbe di dar vita ad una società di uomini in grado di collocare al primo posto le persone e non gli oggetti, che ci permetterebbe di superare quelle riflessioni e quelle analisi che suggeriscono, indipendentemente da chi le propone, le ricette tradizionali e convenzionali che ormai non funzionano e non funzioneranno più, che ci aiuterebbe a scrollarci dalle nostre spalle una sorta di paura paralizzante che impedisce di ideare approcci radicalmente nuovi, potenzialmente in grado di liberarci dall’attuale confusione.

 

DOMITIANA POSITIO

La villa Imperiale di Monte Argentario.
Sono stata al mare, pochi giorni fa, nella piccola insenatura dell’antica villa Domizia a Santa Liberata ed ho trovato un cartello esplicativo con uno scritto del 1905 del concittadino Raffaele Del Rosso, che ho fotografato; esso riporta la descrizione di una cena allestita dall’imperatore Domiziano, molto curiosa.

Immagine 002
“Chi sa della cena magnificamente lugubre nella quale Domiziano a intimorire Roma, decorata a funebre pompa la sala del convito, posta una colonna funeraria accanto ad ogni letto conviviale, scritto il nome di ogni singolo invitato sulla colonna stessa, fece servire una cena sontuosa ai senatori e a li uomini consolari da bambini vestiti di nero, che come larve si agitavano intorno ai convitati pallidi di paura, vede spiccare stranamente sulla tavola nera di quel macabro convito, quasi a limitare la limitata policromia della scena simbolica di strage l’argento delle spigole di un metro che i vivai salsi della Domiziana dovevano fornire”. Ho cercato nel famoso libro di Del Rosso “Pesche e peschiere antiche e moderne” nel capitolo dedicato alla Villa Domizia , ma non ho trovato questo scritto, forse più oltre.
Tra le caratteristiche della villa, infatti vi sono la imponente peschiera a mare e le banchine ritagliate nella roccia, vivai marini per coltivare pesce di cui i ricchi Enobarbi erano particolarmente ghiotti. Oggi i resti di questa antica peschiera offrono una vista suggestiva , chi si avventura a largo improvvisamente sembra camminare sulle acque. Incastonata tra le rocce dell’Argentario oasi di pace e di delizie, villa di ozi e di piaceri. Bene archeologico di più grande rilievo della zona ora è inglobata all’interno delle proprietà della famiglia Agnelli che ne custodisce con amore le antiche vestigia.

di dorianarispoli2013 Inviato su Varie

LAZZARO SPALLANZANI E LE ANGUILLE DELLA LAGUNA DI ORBETELLO

Lazzaro SpallanzaniLo scienziato naturalista Lazzaro Spallanzani, durante un viaggio di studio nelle due Sicilie, partì da Napoli per raggiungere Genova il 16 novembre 1789, su un legno francese che dopo due giorni e mezzo di navigazione giunse a Porto Ercole.
Per assoluta mancanza di vendo, il veliero fu costretto a rimanere in Porto per cinque giorni e lo Spallanzani, approfittando di questa sosta, visitò il Lago di Orbetello.
Seguiamo questa esplorazione della nostra laguna, attraverso quanto egli scrive in “Viaggio alle due Sicilie” (Vol. quinto: parte seconda):
“…intesi col maggior piacere esistere verso l’ovest a cinque miglia di là il lago di Orbetello, feracissimo di grosse anguille (murena anguilla), la cui pesca si fa in ogni stagione, e considerabile ne è lo smercio, per venir ricercato questo pesce da Napoli, e nella massima parte dallo Stato Pontificio. Allora mi venne in mente la celebre controversia intorno alla generazione delle anguille, la quale ad onta di tante osservazioni e ricerche si antiche che moderne non è stata per ancora nettamente definita. Riflettei inoltre quanto poco sappiamo delle naturali abitudini di tali viventi, non ostante che sieno comunissimi, ed in infiniti paesi se ne faccia la pescagione: difetto per riguardo a noi che pur troppo è comune con la massima parte degli altri pesci, la cui scienza riducesi per lo più ad una semplice, né molto istruttiva nomenclatura. Avvisai pertanto di andare tostamente sul luogo, anzi di moltiplicarvi le mie visite, per apportare, se mi era possibile, qualche piccola luce a questa oscura materia. Il lago di Orbetello ha di circuito 18 miglia, non molta è la sua profondità, e con una apertura entra in mare, e con l’altra mette foce nel fiume Albegna. Comunica col lago un canale tortuoso, chiamato Peschiera, giacché le anguille prese nel lago, per via di graticci, vengono in lei imprigionate, e all’occorrenza si pescano. In questo canale, pulito nel fondo, e attorniato da muri, quantunque le anguille nulla trovino a mangiare, ed abbian di fatti nette le budella, in que’ mesi che vi rimangono dentro, pure ho veduto che si trovan grassissime. Nella prima visita ch’io vi feci non poteva giungervi più opportunamente per fare esami su quelle anguille. Alcune ore prima ne eran perite dentro alla Peschiera dodici mila libbre, che già cavate dall’acqua giacevano a gran mucchi alle sponde di essa: e il direttore della pesca mi disse di avere avuto per questa mortalità un danno di cinquecento e più ducati napoletani, necessitato essendo a salare quella moltitudine di pesce, e la salatura non da mai il prodotto lucrativo che ricavasi dal pesce fresco. Per avviso di lui e dei subalterni pescatori, l’origine di questo accidente n’era stata la seguente. L’acqua marina col mezzo del lago entra nella Peschiera, e vi fa correre quest’acqua, lo che succede nel flusso del mare. Nel riflusso quest’acqua prende un movimento contrario, e però può dirsi affetta da una continua commozione. La notte precedente il mattino ch’io vi andai, non si ebbe flusso di mare. Stagno adunque l’acqua della Peschiera, e si riscaldò, e il riscaldamento fu fatale alle anguille, potendo elleno tollerare il freddo, non già il calore. Così essi argomentavano nella loro disgrazia. A me sembrò tuttavia non troppo diritta codesta argomentazione, certo essendo che in estate più calda è la Peschiera che nell’autunnale stagione in cui moriron le anguille, nonostante che allora non periscano, purché l’acqua non diventi stagnante, siccome eglino non sepper negarmi. Pensai piuttosto che la loro morte provenisse dall’aver dovuto soggiornare in acqua non rinnovata e in conseguenza per esse fatale, massimamente per la pochissima profondità della Peschiera, e per innumerevole copia di anguille che vi eran dentro. Comunque però fosse io poteva aprire, ed interamente esaminare quel maggior numero di anguille ch’io voleva, ottenutane dal padron della pesca un’ampia permissione. Sono di doppia fatta, altre chiamate anguille fine, che ascendono a due o tre libbre di peso, altre denominate capitoni, il cui perso monta alle otto, alle dieci, ed anche alle dodici libbre, e queste formano il maggio numero, e per la delicatezza e deliziosità della carne sono stimatissime, e vengono forestieri a comperarle sul luogo, per venderle in Toscana, nello Stato Pontificio, e nel Napoletano. In quella mia prima gita alla Peschiera sparai 33 capitoni, ed altri 54 in tre visite consecutive, oltre ad una simile operazione fatta in 23 anguille fine. Nei primi, perché grossi di molto, non potevano essere più manifeste, più decise le interiora, cioè l’esofago, gli intestini, il fegato, la cistifellea, il pericardio, il cuore, le reni, la vescica natatoria, ecc. Ma l’organo che abbondantemente bramavo di trovare e che era il primario oggetto di queste visitazioni, non mi apparì mai, voglio dire l’ovaja, od altre viscere che caratterizzassero il sesso della femmina. Sebbene non vidi tampoco l’organo che è proprio del maschio, cioè i latti. Questi individui al numero di 87 erano interiormente configurati all’istessa maniera. Le ventitre anguille fine mi mostrarono, non così in grande, d’una maniera però chiaramente marcate, le parti interne summentovate, senza però che nessuna potesse caratterizzare il maschio o la femmina. Sono persuasi quei pescator che le anguille fine specificatamente diversifichino dai capitoni, giacché quantunque tutte le anguille quando dal mare entran nel lago emulino la minutezza dei capelli, pure a capo di due o tre anni pescansi i capitoni del peso di undici, e dodici libbre, quando le anguille fine non oltrepassano quasi mai le tre libbre. Sussistendo il fatto asserito la notizia sarebbe importante, non essendo finora nota che una sola specie di anguilla; ma resto in forse se i capitoni differiscono essenzialmente dalle anguille fine, o se debbano piuttosto chiamarsi due semplici varietà, per non avere io trovato in queste fuggitive mie osservazioni nessuna rimarchevole differenza fra loro sì nell’esterno abito, che nell’interno.
Tutti asseveratamene mi dicevano di non aver mai vedute nelle loro pescagioni un’anguilla che avesse le uova, o gli anguillini dentro il corpo; ed aggiungevano di aver sempre udito dire la stessa cosa da coloro, che nel peschereccio esercizio li avevano preceduti. Sono poi nell’erronia opinione che le anguille nascan nel fango, non però dentro il lago, non avendosi mai trovato uova, né anguillini neonati, venendo questi dal mare. Quanto però è falso, e ridicolo il primo fatto asserito, altrettanto è sicuro il secondo, notissimo essendo a tutti quei paesani, che nei mesi di marzo, di aprile, e di maggio entran nel lago a milioni le capillari anguilline nei tempi massimamente torbidi, e burrascosi. Finita poi che sia l’entrata più non possono uscire, per gli impedimenti ad esse frapposto, quantunque per naturale inclinazione le anguille non cerchino che in novembre di restituirsi al mare…”.

RELAZIONE DI UN ISPETTORE SCOLASTICO SULLE SCUOLE DI ORBETELLO NEL 1865

1925 - Scuola maschileGrosseto 20 novembre 1865
Il fermo proposito di migliorare e svolgere la popolare istruzione – da cui so essere animata codesta Amministrazione Comunale – mi spinge a sottoporre al giudizio della S. V. Ill.ma alcune mie idee sulle scuole maschili e femminili di codesta città.
Sono esse il frutto di due anni di esperienze, e varranno se non altro a mostrare le mie buone intenzioni e l’affetto che nutro per il progresso della popolare istruzione.
Dirò prima delle scuole maschili serali e diurne.
La scuola serale degli operai è diretta da un abile e zelante maestro, e ben poco lascia a desiderare l’insegnamento che vi si da. Il fare però di essa una scuola a parte, e il continuarla anche nella primavera e nell’estate, non credo sia economico pel Comune ed utile agli alunni. In tutte le città d’Italia simili scuole vengono affidate (mediante una piccola gratifica) ai maestri elementari che fanno la scuola diurna.
Si sogliono esse aprire alla metà di novembre e chiudersi alla fine di marzo, giacché è dimostrato dall’esperienza che quanto sono esse frequentate ed utili nelle lunghe serate dell’inverno, altrettanto riescono scomode in quelle brevissime della primavera e dell’estate.
L’Asilo maschile vuoi per il numero e la disciplina, vuoi per l’istruzione e l’educazione degli alunni è nel suo genere un istituto modello, ed al Ministero della Pubblica Istruzione che per due volte me ne domandò risposi:
= L’Asilo essere la migliore scuola di Orbetello, e la Direttrice di esso meritare il nome pietoso di madre dei fanciulli.
Non potei però lodarne il locale.
I ragazzi per sviluppare le loro tenere membra abbisognano d’aria e di spazio. L’immobilità è contraria alla loro natura vivace. Egli è per questo che gli asili hanno in generale annesso un piccolo orto, oppure vengono collocati in sale ariose e capaci. L’Asilo d’Orbetello non ha ne l’uno ne le altre, ed anzi l’ultima volta che lo verificai dovetti far aprire l’uscio e le finestre di una delle sale per modificare l’aria mefitica che vi si respirava.
Mi si dice che vi fosse tempo fa il progetto di fare sopra la stanza del Direttore una nuova sala per l’Asilo. Io raccomando vivamente tale progetto.
In quanto all’insegnamento consigliai alla Direttrice – e ora consiglierei alla S. V. Ill.ma – di stabilire nell’Asilo il corso elementare inferiore – affidando al maestro primario del Collegio il corso elementare superiore.
La Pinzi dovrebbe svolgere il programma della prima classe – Sezione inferiore – la Direttrice quelli della prima classe Sezione superiore e della seconda classe.
Nella Scuola Elementare maschile non riscontro quell’ordine – quella classificazione bene intesa – quell’attività mentale continua ed alternata di cui tanto si giovano la disciplina e l’insegnamento. Ma se il maestro potrebbe rendere minori gli sconci accennati – non li potrebbe però togliere del tutto.
Nella scuola del Diaz trovi gli elementi di tutte e quattro le classi elementari – e il maestro è quindi costretto a fare da solo quanto dovrebbe per legge farsi da due maestri almeno. Per me è di assoluta necessità il dividere l’insegnamento elementare fra l’Asilo e la Scuola primaria del Collegio – stabilendo in quello la prima e la seconda, in questo la terza e quarta.
Vengo ora alle scuole maschili superiori.
Premetto che faccio astrazione del merito degli insegnanti. Non mi occupo, nè mi occuperò mai delle persone, ma si dei sistemi che quando riconosco fallaci combatto per motivi di studio, per dovere e per l’applicazione delle leggi
A me ed al Cav. Buonazia coteste scuole superiori dettero l’idea di quegli astri vaganti che non fanno parte di alcun sistema solare. Sono qualche cosa di più – salvo quella del Potestà – delle scuole elementari, meno – assai meno – delle tecniche e della ginnasiali.
Hanno qualche punto di contato con ciascuna di queste tre categorie – senz’appartenervi intieramente. Hanno qualche sfumatura di tutti i colori dell’iride – senz’averne alcuno in modo spiccato. Esse mi richiamano alla mente gli Angioli di Dante che per non essere stati né ribelli – né fedeli a Dio – vennero respinti e dal cielo, e dall’inferno.
Occorre assolutamente dare a coteste scuole superiori un carattere ben definito – e far cessare l’assurdo di chiamare Retorica una scuola ove non si fa parola né di latino, né di greco. Vi è il nome senza la cosa – Ridicola vanità!
Ma qui sorge una questione – queste scuole senza colore le trasformeremo noi in classiche o in tecniche? Avanti di rispondere a tale quesito occorre indicare il fine che queste due specie di scuole si propongono.
Le scuole classiche mirano ad ammaestrare i giovani in quelle discipline con cui s’acquista una cultura letteraria e filosofica, che apre l’adito al conseguimento dei gradi accademici nelle Università.
Le scuole tecniche hanno per fine di dare la conveniente cultura generale e speciale a quei giovani che intendono darsi ai commerci – alle banche – alle officine industriali – ai magisteri d’agrimensore – di ragionare – e a diverse sorta d’impieghi amministrativi.
Quali di queste scuole (tecniche o classiche) saranno più utili a Orbetello?

Firma illeggibile

LA STORIA SI RIPETE

NPG D36867; Edward Bolton King by Samuel Angell, after  William GillSto per concludere la lettura dell’opera “STORIA DELL’UNITA’ D’ITALIA, 1814 – 1871”, di Bolton King (1860 – 1937), storico inglese. I suoi studî più importanti furono dedicati all’Italia e fra questi, quello forse più interessante è proprio quella storia dell’unità d’Italia, scritta nel 1899 e tradotta in italiano per la prima volta nel 1909 – 1910.
Quella in mio possesso è una edizione del 1960, prodotta dagli “Editori Riuniti”, formata da quattro volumi per complessive pagine 887.
Qualcuno potrà domandarsi il perché mi sia presa la voglia di leggere quest’opera. Senza dubbio perché mi sono sempre sentito attratto dallo studio e dall’approfondimento della storia, in particolare quella della mia terra, e poi perché trovarmi di fronte ad un opera di così vaste proporzioni scritta da un inglese sulla mia patria, mi ha talmente incuriosito che non ho potuto fare a meno di cominciare a leggerla pensando che mi sarei stancato presto e l’avrei abbandonata.
Fin dalle prime pagine, mi sono però reso conto che la storia di quegli anni, scritta da un inglese, e con quei minuti e particolari approfondimenti sulla vita degli uomini, italiani e stranieri, che hanno contribuito all’unità d’Italia e sui dettagli dei fatti e delle posizioni politiche che movimentarono la vita di quel periodo, non sarebbe stata una perdita di tempo.
Ma la cosa che mi ha attratto nella lettura di quel testo, oltre quei dettagliati e particolari momenti della storia e della vita degli uomini me delle popolazioni, è stata la conferma di ciò che ho tante volte sentito dire o letto in tanti studi, che cioè, anche se atti, posizioni e logiche sembrano lontane e hanno, magari, altri obiettivi, la storia si ripete in continuazione, dandoci l’impressione che non sia cambiato nulla. E di questi momenti quella storia è davvero piena.
Ve ne trascrivo due pagine:

“…
Due uomini di temperamento così diverso ed egualmente forti dovevano necessariamente scontrarsi, benché si comportassero lealmente l’uno verso l’altro e fossero non di rado disposti a mettere da parte i loro sentimenti personali.
Sella voleva colmare il deficit del bilancio con la tassa sul macinato; Lanza temeva invece che un’imposta di quel tipo, che avrebbe inevitabilmente riportato alla mente i tempi dell’antico dispotismo, avrebbe portato al culmine il malcontento popolare. Aveva sollecitato una politica di conciliazione con la chiesa e tentava di attenuare ogni ingerenza dello Stato.
La Marmora non aveva alcuna fede nella libera chiesa, e Lanza si trovò in aperta opposizione con la maggioranza del governo. Il suo incondizionato appoggio agli ufficiali che avevano adottato misure rigorose contro i disertori in Sicilia lo espose ad un aspro attacco da parte dei democratici. Impopolare nel paese e privi di qualsiasi appoggioi da parte dei colleghi, si vide ben presto costretto a rassegnare le dimissioni (agosto 1865).
Lanza abbandonava il governo in un momento particolarmente critico e non a torto i suoi colleghi protestarono che “aveva sacrificato gli interessi del paese ai suoi gesti plateali”.
Le sue dimissioni resero insostenibile la posizione del governo, i quale si decise a sciogliere una Camera inefficiente e priva di ogni prestigio, nella speranza che il paese avrebbe eletto una maggioranza stabile. I fatti dimostrarono che gli elettori erano confusi e pieni di contraddizioni almeno quanto lo era stata la Camera.
Tutti gli interessi che la rivoluzione aveva colpito, tutte le ambizioni locali che il parlamento non aveva fatto in tempo a considerare e soprattutto il malcontento per le nuove tasse e il timore di oneri fiscali anche maggiori contribuirono a far fallire le speranze governative: dappertutto, tranne che nel Piemonte, le elezioni portarono alla caduta di molti vecchi deputati. La consorteria subì un sensibile calo di voti, mentre uscirono rafforzate dalle elezioni sia la sinistra, che aveva un programma democratico ed anticlericale, sia l’opposizione liberale, la quale si raccoglieva intorno alla “permanente” e tendeva a costituirsi in partito di centro sinistra, seguendo in una certa misura Rattazzi.
I tre partito, come forza, erano quasi pari, e ciò rendeva più che mai difficile assicurare una maggioranza ministeriale. Ricasoli credette opportuno rinnovare i tentativi di unificare la sinistra con gli uomini migliori della destra e del centro, ma i suoi sforzi fallirono ancora una volta.
Nella Camera la confusione regnava sovrana.
Lanza si abbandonava ai propri rancori; Rattazzi era più o meno sfavorevole al ministero, aspettando il momento opportuno per succedergli. La “vecchia guardia” piemontese, che fino ad allora aveva costituito il più fidato appoggio del governo, stava ormai diventando una banda di settari, capace soltanto di azioni e iniziative meschine e negative.
Il nuovo governo era nettamente inferiore al precedente.
La grande maggioranza dei deputati si recò a Firenze senza altro programma politico che non fosse quello di creare difficoltà al governo. La “superba indifferenza di Sella per l’impopolarità” concentrò sulla sua persona tutta l’ostilità; il nuovo bilancio da lui proposto, – che comprendeva la tassa sul macinato e quella sulle porte e finestre, – suscitò critiche violente. Il parlamento si era riunito da appena un mese quando il governo fu battuto su una questione di secondaria importanza (19 dicembre 1865).
Il voto ostile fu espresso da una coalizione della sinistra e del centro sinistra, ma la maggioranza del centro sinistra era separata da Crispi e da Mordini da pregiudizi quasi altrettanto radicati quanto quelli che lo dividevano dalla destra. Entrambi i partiti si erano impegnati ad appoggiare la riduzione delle imposte, ma sapevano perfettamente quanto fosse complicato, se non addirittura impossibile, attuare, una volta al governo, le promesse che avevano fatto quando si trovavano all’opposizione.
Non restava altra scelta che restituire l’incarico a La Marmora facendo di Sella il capro espiatorio; La Marmora acconsentì a formare di nuovo il gabinetto, sia perché contava in tal modo di portare avanti i propri piani per ottenere il Veneto, sia perché tutta la situazione era così pericolosa, e così scossa la fiducia nel parlamento, da convincerlo che, sotto qualsiasi altro primo ministro, la Costituzione stessa avrebbe corso seri pericoli.
…”