LE BIBLIOTECHE, GLI ARCHIVI E I MUSEI ALLA DERIVA

Diga_da_terrarossa_ridotta2Se solo per un attimo mettiamo in evidenza la pericolosa deriva che va caratterizzando in Italia la gestione dei beni culturali e la loro valutazione sulla base di una possibile redditività economica, non si può fare a meno di constatare che l’orientamento prevalente porta ormai a privilegiare solo i grandi spazi museali e i momenti spettacolari, e solo quelli avrebbero importanza, per quella che molti considerano la massima industria del nostro Paese: il turismo e, in particolare,  il cosiddetto “turismo culturale”.

“Di qui l’infelice assimilazione dei beni culturali al petrolio o ai giacimenti minerari”, che molti cercano di far passare,  con la conseguenza di una evidente situazione di sottovalutazione di tante biblioteche, archivi, musei – almeno a livello di interessi  –  rispetto alle grandi strutture delle città: solo queste ultime sarebbero infatti in grado di calamitare le grandi masse del turismo internazionale, anzi solo un piccolo numero di esse svolgerebbe adeguatamente tale funzione, nel contesto nazionale.

BIBLIOTECASi connette a questa prospettiva, parziale e mistificante, la totale assenza di una seria e meditata valutazione in ordine alle funzioni che queste istituzioni (musei, archivi, biblioteche) svolgono nei processi di formazione e di crescita culturale dei cittadini.

Queste considerazioni, dovrebbero permetterci di capire meglio le ragioni che portano all’emarginazione di tanti archivi e biblioteche dal sistema dei beni culturali, insieme a tanti musei considerati minori.

Si dimentica così che proprio questi luoghi di studio offrono gli strumenti per la comprensione storica anche dei prodotti artistici, e soprattutto che essi costituiscono, o dovrebbero costituire, i grandi laboratori ove non solo si conserva e si trasmette un patrimonio storico  che appartiene all’umanità, ma dove si produce cultura, presupposto per la crescita civile ed economica delle comunità.

Di tutto questo non paiono consapevoli quanti hanno in mano le sorti dei beni culturali, ove sempre più lo spettacolare, il visuale e il virtuale sembrano affascinare e assicurare successo e sempre più spesso l’assenza di ogni riferimento agli archivi, alle biblioteche e ai musei nelle frequenti dichiarazioni programmatiche, conferma la deriva che si evidenzia abbastanza forte.

Non è quindi un caso se le biblioteche sembrano essere in irreversibile declino, gestite da personale sempre meno motivato, e spesso indifferente rispetto ai grandi compiti delle Biblioteche nel tessuto civile delle comunità.

Come non è un caso se tanti archivi e musei, con in testa quelli degli enti locali, sono chiusi, o restano aperti per poche ore la settimana.

Vogliamo continuare con questa deriva assai pericolosa per lo sviluppo culturale, sociale ed economico delle nostre comunità, o vogliamo diventare un po’ più coraggiosi, meno infingardi,  e cominciare, perlomeno, a discuterne seriamente, per vedere se sia possibile addrizzarla quella deriva?

Orbetello: Autostrada Tirrenica SI o NO

 
Autostrada SI autostrada NO .
E’ il dilemma che assilla i cittadini di questo territorio, perché impatti violenti come questo possono causare danni irreversibi.
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L’autostrada nella provincia di Grosseto è il tratto che manca per completare la tratta sulla costa Tirrenica, quest’opera dovrebbe essere realizzata anche se le strategie da seguire potevano essere a suo tempo molto diverse. Infatti questo tratto sarebbe sufficiente a supportare il traffico leggero qualora i mezzi pesanti venissero convogliati via mare o per ferrovia.
Certamente se l’autostrada s’ha da fare questa deve avere tutti i requisiti per far fronte alle esigenze dei prossimi cento e più anni e non è certo che questo avviene con un ampliamento dell’Aurelia, come vorrebbe la SAT.  Distruggere una così importante arteria, per il territorio maremmano, sarebbe pura follia perché viene a devastare tutte quelle strutture presenti lungo il suo tracciato, creando disaggi indescrivibili per i residenti, annientando strutture alberghiere e attività commerciali industriali e artigianali è vera follia partorita da una mente diabolica e speculativa.
Questo grosso intervento sul territorio porta al cambiamento delle politiche di sviluppo, di conseguenza niente sarà più come prima. Maremma sarà sempre meno maremma, perché  sarà distrutta sia la sua storia sia la sua tradizione, che a tutt’oggi sono da offrire ai molti turisti che
scelgono le nostre zone. Non si può accettare quindi che in nome di un grosso risparmio (tutto da verificare), il tracciato venga realizzato lungo la costa a spese di un’arteria realizzata a suo tempo con i soldi dei cittadini, ed ora confiscata per pura speculazione da una società.

DISPOSIZIONI SANITARIE DURANTE IL GRANDUCATO DI TOSCANA

les gens de médecineCon questa Sovrana Risoluzione, pubblicata il 20 maggio 1839, S. A. Imperiale e Reale emanava istruzioni speciali, e generali, alle quali i medici Dr. Tito Galli, Dr. Antonio Salvagnoli, Dr. Carlo Ghiozzi e Dr. Antonio Biagetti dovevano uniformarsi per il disimpegno della Commissione Sanitaria ad essi affidata per lo spazio di tempo dal 1 giugno a tutto ottobre 1839.  Come si vede, si trattava di mettere in atto, oltre al rafforzamento del servizio sanitario nel periodo estivo, un sistema di vigilanza e controllo.

Al Dr. Tito Galli, medico residente a Grosseto, veniva affidato il servizio nel Circondario composto dai paesi di Grosseto, Batignano, Istia, Montorsaio, Castiglione della Pescaia, Buriano, Colonna, Giuncarico, Montepescali, e loro territori.

Al Dr. Antonio Salvagnoli, medico residente a Massa Marittima veniva affidato il servizio nel Circondario composto dai paesi di Massa Marittima, Prata, Tatti, Monterotondo, Follonica (parte), e loro territori.

Al Dr. Carlo Ghinozzi, medico residente a Orbetello, veniva affidato il servizio nel Circondario composto dai paesi di Orbetello, Telamone, Porto Ercole, Santo Stefano, Capalbio, e loro territori.

Al Dr. Antonio Biagetti, medico residente a Scarlino veniva affidato il servizio nel Circondario composto dai paesi di Scarlino, Gavorrano, Ravi, Caldana, Follonica (parte), e loro territori.

Questi medici dovevano prestarsi all’interno del Comune di residenza e suoi contorni entro il raggio di un miglio per la visita e la cura dei malati, ed erano obbligati ad aiutare e sostituire i medici Condotti e quelli degli Ospedali, dove esistevano, in caso di malattia o altro impedimento, e si dovevano “prestare” ai Consulti per i quali venivano richiesti.

Dovevano, inoltre, effettuare ogni mese, e straordinariamente occorrendo, o quando “superiormente commesso”, la visita dei diversi paesi compresi nel proprio Circondario di servizio per conoscere lo stato sanitario dei luoghi, verificare se il servizio di Medicina, e Chirurgia veniva “regolarmente e pienamente disimpegnato dai titolari delle Condotte Comunicative” e se le popolazioni erano “convenientemente, e bastantemente assistite”.

Per ciascuna visita doveva essere redatto il “conveniente Rapporto”, che veniva trasmesso al “Provveditore della Regia Camera di Grosseto”, il quale, viste le osservazioni dei medici, suggeriva “quei provvedimenti che gli risultassero necessari.”

Essi dovevano “supplirsi vicendevolmente” nel servizio ogni volta che le necessità esigessero di adottare una tal misura. Di conseguenza erano tenuti ad occuparsi anche del servizio inerente altro Circondario,

Dovevano intervenire ed assistere alle visite che nelle Farmacie private comprese nei rispettivi Circondari di servizio venivano eseguite dai Vicari Regi in conformità alle disposizioni prescritte in rapporto alle Farmacie stesse.

E se in occasione di tali visite il Vicario Regio verificava la mancanza di medicinali, assegnava un termine al conduttore, o proprietario della Farmacia per il loro approvvigionamento, sotto il controllato dai medici di Circondario, che dovevano trasferirsi nuovamente presso la Farmacia per verificare se la provvista dei medicinali era avvenuta, se le loro qualità e quantità rispecchiavano la prescrizione, trasmettendo immediatamente “per l’affermativa o per la negativa il conveniente Rapporto al Giusdicente.”

Anche senza il concorso del Regio Vicario, erano obbligati a verificare, con visite ordinarie e straordinarie lo stato delle Farmacie in rapporto alla bontà e alla sufficienza dei medicinali, rendendo sempre conto di queste visite al Vicario Regio e al Provveditore della Regia Camera di Grosseto.

I medici rendevano conto settimanalmente dello stato sanitario del rispettivo Circondario, al Provveditore della Camera di Soprintendenza Comunicativa di Grosseto, dal quale dipendevano per il disimpegno della loro missione.

I medici residenti in Grosseto, Massa Marittima e Orbetello dovevano “estendere le loro osservazioni sull’indole delle malattie che vengono curate in quei respettivi Spedali”, per investigarne le cause che principalmente originavano le malattie nella stagione estiva, ponendosi in grado di render conto delle loro osservazioni con l’invio del “conveniente Rapporto al termine della loro Missione”.

La “Diaria” ad essi attribuita veniva corrisposta dalla Cassa della Camera di Soprintendenza Comunicativa di Grosseto, unitamente ad una somma giornaliera a titolo di spese di trasporto “che rimarranno intieramente a loro carico, come pure saranno rimborsati delle spese di viaggio per trasferirsi dal luogo di loro domicilio alla rispettiva residenza, e viceversa”.

Tutte le operazioni relative alla loro commissione dovevano essere disimpegnate gratuitamente e intendersi ricompensate con la Diaria, con le seguenti eccezioni:

1° – Per i Consulti di cui venivano richiesti ad una distanza superiore al miglio dalla loro residenza, doveva  essergli retribuito dai richiedenti un onorario non inferiore a soldi dieci per miglio e il mezzo di trasporto.

2° – Per la prima visita prescritta alle Farmacie per verificare se avevano adempiuto all’intimazione relativa alla provvista di medicinali, avevano diritto a percepire l’onorario a carico dei conduttori o proprietari, stabilito dalla Tariffa Fiscale, in caso di non avvenuto adempimento. Se necessaria una seconda visita avevano diritto a conseguire l’onorario suddetto anche se fossero stati trovati in regola.

Provveditore della Camera di Soprintendenza di Grosseto era il Cav. Giacomo Grandoni e Segretario l’Avv. Giuseppe Albergotti.

Il 24 aprile 1841 il Commissario Regio della Provincia Grossetana, Avv. Angelo Assirelli, “Riconosciuta sempre più la utilità delle straordinarie misure adottate nei due anni precedenti per provvedere nella stagione estiva al servizio sanitario in alcuni paesi della Provincia, Sua Altezza Imperiale e Reale volendo che tali straordinarie misure” ordinava che dovevano essere “attivate ancora nell’anno corrente,” dal 1 giugno a tutto novembre.

In relazione a ciò, i Circondari rimanevano quattro, ma con delle significative modifiche, ma da quel momento, i medici incaricati divennero cinque.

1 – Circondario di Orbetello, costituito dai paesi di Orbetello, S. Stefano, Port’Ercole, Telamone, Capalbio, Magliano, Montiano e  loro adiacenze.

2 – Circondario di Giuncarico. costituito dai paesi di Giuncarico, Colonna, Buriano, Monte Massi, Montepescali, Tirli, Castiglione della Pescaia e loro adiacenze.

3 – Circondario di Montorsaio, composto dai paesi di Grosseto, Montorsaio, Batignano, Paganico, Sticciano, Campagnatico, il Sasso e loro adiacenze.

4 – Circondario di Gavorrano, composto dai paesi Scarlino, Gavorrano, Ravi, Caldana, Follonica e loro adiacenze.

Orbetello: Autostrada Tirrenica

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Cara concittadina e caro concittadino,

Governo e Regione Toscana stanno prendendo decisioni importanti per la provincia di Grosseto, purtroppo senza un’adeguata informazione dell’opinione pubblica. Poiché esse avranno rilevanti conseguenze sul territorio, sull’economia e sul nostro stesso modo di vivere, abbiamo deciso di interpellare la tua sensibilità prima di rivolgerti un accorato invito.

se non vuoi

la costruzione di un’autostrada inutile, fuori dal tempo e fonte di assurdi sprechi economici e territoriali, che prevede la cessione gratuita ai privati dell’Aurelia, scippandola alla Comunità;
lo stillicidio della soppressione dei treni passeggeri a lunga e a più breve percorrenza, che condanna il grossetano alla marginalità nel contesto nazionale, né una politica che privilegia il trasporto merci su gomma, energivoro e inquinante, nonché congestionatore di strade e città;

se, invece, vuoi

un sistema di mobilità integrata e correttamente inserita nell’ambiente, quale migliore concretizzazione del concetto di “corridoio tirrenico”, fondandolo sull’ammodernamento dell’Aurelia, che dovrà restare pubblica, sulla piena utilizzazione delle potenzialità proprie dell’asse ferroviario maremmano e della navigazione di cabotaggio,

DOMENICA 17 NOVEMBRE 2013
lotta con noi
Programma:

Ore 10, partenza carovana auto da Follonica, Piazza XXVII Aprile; ore 10,30 sosta a Scarlino Scalo, Piazza Gramsci; ore 11, sosta a Bagno di Gavorrano, Piazza Togliatti; ore 11,30-12,30, sosta a Potassa-Bivio Ravi-Grilli (pranzo al sacco); ore 14, sosta a Braccagni, davanti alla chiesa; ore 14,30, sosta a Grosseto, Piazza de Maria; ore 15,20, sosta a Rispescia, Piazza Italia; ore 16 arrivo a Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ore 14,30, partenza carovana auto da Fonteblanda, Piazza dell’Uccellina; ore 15, sosta ad Albinia, Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto; ore 16, arrivo ad Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ore 14,30, partenza carovana auto da Capalbio, Piazza della Provvidenza; ore 15, sosta a Capalbio Scalo, Piazza Aldo Moro; ore 16, arrivo ad Orbetello, parcheggio Laguna di Ponente.
Ad ogni sosta saranno effettuati volantinaggi e comizi volanti; auto del luogo si aggiungeranno alle carovane.

Orbetello ore 16,30
Comizio pubblico
Auditorium e piazza Giovanni XXIII
Parleranno rappresentanti delle organizzazioni partecipanti
Ti Aspettiamo!!!

Ci battiamo

per il ritiro del progetto autostradale della SAT, sempre contestato dall’Amministrazione Provinciale e da tutti i comuni interessati (meno Capalbio), che per genesi e caratteristiche tecniche rappresenta una vera e propria provocazione contro il nostro territorio. Contemporaneamente indichiamo l’alternativa dell’ammodernamento dell’Aurelia con interventi strutturali adeguati a fronteggiare in piena sicurezza l’attuale e prevedibile volume di traffico veicolare. Peraltro a costi compatibili con le presenti ristrettezze economico-finanziare, mentre l’impatto ambientale dell’opera sarebbe pressoché nullo. Gli attuali 5.000 veicoli che ogni giorno transitano nella maggiore arteria maremmana sono già troppo pochi per giustificare un investimento molto impegnativo sull’autostrada, tanto più che questa produrrebbe un gravoso disavanzo di gestione, fatalmente caricato sulle spalle di noi contribuenti.
La pronta rimozione dell’emergenza, data dalla pericolosità di alcuni tratti della statale sotto Grosseto, ci darebbe modo di svolgere serenamente l’indispensabile confronto su un progetto di mobilità integrata nel Corridoio Tirrenico, in linea con le mutate condizioni dello sviluppo, quale direttrice costiera di collegamento longitudinale del Paese; un progetto basato sull’uso di tutti i vettori di trasporto, dal ferroviario alla navigazione di cabotaggio, nell’ottica dell’intermodalità per garantire al cittadino la fruizione nelle migliori condizioni di un diritto irrinunciabile nella società moderna, pure nella forma collettiva come avviene nelle aree più progredite del mondo.

L’asse ferroviario tirrenico è al momento sottoutilizzato rispetto alle proprie potenzialità tecnico- strutturali ed è interessato da una continua diminuzione di treni, così come il trasporto via mare di persone e merci reca, al pari della ferrovia, la possibilità di diminuire sensibilmente il traffico stradale, essendo la Maremma collocata tra i maggiori porti italiani, con meno dispendio energetico ed incidenza ecologica, anche in presenza di maggiore movimento. Deve essere affermata una volontà politica più lungimirante che finalizzi a tali scelte, alla viabilità trasversale, dalla costa all’entroterra, e al riassetto della rete viaria minore, le dovute risorse che sarebbero ampiamente remunerate in termini sia sociali sia economico-produttivi.

17-11-2013
SEL Grosseto, Italia Nostra Grosseto, M5S Grosseto, Associazione Colli e Laguna Orbetello, Mozione Civati PD Grosseto, Forum Cittadini del Mondo Grosseto, PRC Grosseto, Coordinamento No Sat Grosseto-Livorno, IDV Grosseto, Coordinamento dei Comitati e delle Associazioni Ambientaliste della provincia di Grosseto, PdCI Grosseto, Comitato No autostrada Tarquinia.

RAFFAELE SANTORO, GLI ANARCHICI E LA COLONIA PENALE DI PORTO ERCOLE

Forte Filippo in primo piano

Forte Filippo in primo piano

L’8 maggio 1893 Marcello Marcellino, Marcello Kidda, Dalmont Valentine e Gionchetti Isolina, accusati di associazione a delinquere e sospettati di far parte della sezione italiana della “Fourchette”, di cui Macè ex direttore della polizia di Parigi scrisse la storia, furono arrestati dalla Polizia,
Il Delegato di Polizia Santoro Raffaele che in quel periodo era di servizio nella nostra Provincia fu l’anima e l’artefice dell’indagine e della lunga procedura per l’arresto della banda. Alla fine di questa investigazione e del relativo procedimento si era formato un voluminoso carteggio di dieci volumi.
Fu lui, infatti, che dopo avere inseguito il Marcello e la sua banda per mezza Italia, lo arrestò presso l’Hotel “Il Cappello Nero” di Venezia, dov’era alloggiato sotto il falso nome di conte Enrico Raffaele Maifredy. Nello svolgimento dell’indagine e nell’arresto del gruppo, il Santoro fu coadiuvato dal Sottobrigadiere di P. S. Romano Felice e dalle Guardie Pirro Nicola e Russo Sebastiano.
A seguito di fatti delittuosi che evidenzieremo nel prosieguo del nostro racconto, il 7 febbraio 1896, si celebrò presso il Tribunale di Grosseto un processo contro Raffaele Santoro e fra le tante imputazioni figurava anche quella di peculato in danno della suddetta banda per essersi appropriato di oggetti di valore e denaro ad essi sequestrati e condannato, per questo reato alla pena di cinque anni di reclusione, mille lire di multa e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Ma facciamo qualche passo indietro e seguiamo le vicende di questo strano e particolare personaggio. Nel 1892 egli dirigeva la Polizia in Provincia di Grosseto e nei giorni 22 e 23 febbraio, avvennero nel capoluogo e ad Orbetello degli attentati dinamitardi. Quello di Orbetello era diretto ad attentare la vita del Cav. Michele Ugazzi, ff. funzioni di Sindaco.
L’attenzione della Polizia si indirizzo immediatamente sugli anarchici e ad Orbetello ne furono arrestati una decina, fra cui Pietro Raveggi.
Nell’aprile 1894 il Santoro fu nominato dal Ministro Crispi direttore della Colonia dei Coatti di Porto Ercole, in sostituzione del Delegato Tucci Nicola. La Colonia penale era formata da tre sezioni, il Forte di Monte Filippo, il Forte della Rocca e il Forte Stella. La sede della Colonia si trovava a Monte Filippo. Credo che questa colonia penale sia stata l’unica in Italia sulla terraferma e alcuni personaggi dell’epoca che avevano avuto modo di visitarla, la ritenevano una struttura carceraria molto dura, arrivando persino a paragonarla allo Spielberg e alle prigioni dell’Inquisizione.
In quel momento, la Colonia era occupata dai coatti siciliani arrestati durante i moti del 1893 – 94 (Fasci siciliani: movimento insurrezionale dei contadini e degli operai scoppiato verso la fine del 1893 e sanguinosamente soffocato nei primi mesi del 1894 dal Governo Crispi, con una feroce repressione).
Negli ultimi mesi del 1894, la Colonia penale di Porto Ercole, a seguito di una consistente repressione nei confronti delle associazioni della sinistra, fu predisposta per ricevere gli anarchici che in numero considerevole in quei mesi venivano arrestati, spesso senza motivazioni, in varie regioni italiane. Per questo motivo, i molti coatti siciliani ivi carcerati, furono rimessi in libertà o, in alcuni casi, trasferiti in altri luoghi di pena e, siccome, era necessario riattare e ripulire i locali, il Santoro ebbe l’incarico di predisporre e dirigere i lavori di riattamento dei locali stessi, servendosi dell’opera di 12 deportati siciliani appositamente trattenuti, con il consenso del Governo.
Il processo di Grosseto prende in esame anche questa parte della vita della Colonia e del Santoro il quale, si ritrova addosso la seconda imputazione di “Peculato consumato con falso in danno dell’Amministrazione della Colona dei coatti di Porto Ercole, di Pulvirenti Giovanni ed altri per il quale il Santoro fu condannato alla reclusione di anni 5 ed alla multa di lire 500” e la terza imputazione di “Truffa con falso di lire 37,20 in danno i Farina Alfonso per la quale il Santoro fu condannato a mesi 18 di reclusione.”
La quarta imputazione del Santoro, che, forse, è quella che ci interessa più da vicino è la seguente: “Tentata corruzione continuata in persona del delegato di P. S. Gigante Rinaldo e della guardia Valentini Emilio, delitto per il quale il Santoro fu condannato alla pena della reclusione per mesi nove ed alla multa di lire 100”.
I fatti che portarono a quest’ultima imputazione furono questi.
La notte fra il 17 e il 18 agosto 1894 in Orbetello avvenne un altro attentato, con l’esplosione di una bomba nei pressi della Delegazione di P. S. e della R. Pretura e dato che in quei giorni sui muri della città erano apparsi manifesti inneggianti a Caserio, all’anarchia e alla rivoluzione sociale, il delegato di P. S. locale, Gigante Rinaldo, ritenendone autori alcuni anarchici, nella notte si determinò a procedere alle perquisizioni e all’arresto di parecchi di costoro. Ma avendo pochi agenti telegrafò al Prefetto di Grosseto chiedendo un rinforzo di agenti e il Prefetto ordinò al Santoro di porre subito a disposizione del Gigante alcune guardie addette alla Colonia di Porto Ercole.
Il Santoro spinto dalla sua indole intraprendente e battagliera volle essere della partita, e insieme alle sue guardie si recò ad Orbetello, proponendosi di concorrere personalmente nell’operazione, dicendo al Gigante di affidarsi a lui e alle sue guardie, assicurandolo che nelle perquisizioni avrebbe pensato a regolare le cose in modo che ambedue si sarebbero fatti onore.
Questa parte della storia non è ben chiara, perché alcuni documenti sembrano avvalorare la tesi che il Gigante respinse sdegnoso la proposta ed il Santoro, dopo avere tentato invano di persuaderlo, si ritirasse non prendendo parte all’operazione, mentre altre carte con datazione più tarda sostengono che dovendosi fare dodici perquisizioni e dodici eventuali arresti, il lavoro fu di comune accordo diviso ed eseguito insieme.
Nella notte e la mattina successiva furono eseguite le perquisizioni a cui seguirono gli arresti di 12 anarchici o presunti tali: Pietro Raveggi, Palmieri Iader, Cerulli Virgilio, Mariotti Alfredo, Benedetti Andrea, Ercole Ferdinando, Giannella Pietro, Innocenti Raffaello, Anastasi Salvatore, Bigoni Sante, Pietrapiana Giuseppe. Il nome del dodicesimo personaggio non è ben chiaro, ma presumibilmente si trattava di Aldi Giavanbattista.
Tuttavia, malgrado questo lavoro in comune, fra i due cominciò a non correre buon sangue e le animosità che cominciarono ad insorgere furono molteplici. Qualche giorno dopo in una piazza di Orbetello il Santoro ed il Gigante cominciarono a leticare e stavano per venire alle vie di fatto se non interveniva il capitano dei carabinieri Silvio Rizzoli di Grosseto, comandante la stazione di Orbetello a placava la lite.
In questo capo di imputazione troviamo anche la proposta che il Santoro avrebbe fatto alla guardia Valentini Emilio di far esplodere sotto i Forti di Porto Ercole due bombe che lo stesso avrebbe messo a disposizione e che, secondo il Tribunale di Grosseto, dovevano servire come pretesto per ottenere dal Governo un assegno a titolo di spese segrete.
Altra imputazione con condanna ad un anno di detenzione era quella dei “Maltrattamenti usati al coatto Ilardi Domenico per i quali il Santoro in unione alla guardia Martignoni Luigi fu condannato ad un anno di detenzione.”
La difesa del Santoro dice che l’Ilardi era uno squilibrato e uno dei più riottosi coatti della Colonia e la sentenza lo descrive come “affetto da imbecillità congiunta con eccesso di esaltazione maniacale”.
Forse eccedono entrambi, perché se così fosse, si dovrebbe pensare che la Commissione per l’assegnazione degli anarchici al domicilio coatto non facesse il proprio lavoro correttamente e, come si diceva in alcuni ambienti, teneva mano a Sindaci, marescialli di carabinieri, commissari di P. S., parroci e ufficiali sanitari, che profittando della caccia agli anarchici e delle deportazioni toglievano di mezzo dai propri paesi tutti coloro che in qualche modo davano fastidio (pregiudicati, pecore nere a vario titolo, pessimi soggetti che davano fastidio alle autorità, ecc.)
Era in vigore un Regolamento carcerario approvato il 1 febbraio 1891, applicabile anche ai coatti di Porto Ercole, che prevedeva severe punizioni per le infrazioni che i detenuti potevano commettere, quali, secondo l’art. 345, la cella oscura, i ferri e la camicia di forza, punizioni che dovevano essere inflitte dall’autorità dirigente la Colonia, che era arbitra assoluta di quella materia.
Ora, dice la difesa, data l’indole violenta e patologicamente facinorosa dell’Ilardi, il Santoro si sarà talvolta trovato nella necessità d’infliggergli taluna di quelle punizioni.”
E ancora l’imputazione di “Concussione continuata in danno del coatto Carboni Gustavo per la quale il Santoro fu condannato alla reclusione per anni tre e a lire 250 di multa.”
Carboni Gustavo, di Perugia, fu associato alla Colonia di Porto Ercole il 19 gennaio 1895. Egli, di famiglia benestante, riceveva dal padre Antonio, mediante lettera raccomandata la somma di lire 30 ogni quindici giorni. Non c’era in tutta la Colonia alcun fortunato mortale su cui piovesse così di frequente una simile manna, e siccome è facile in certe condizioni e in certi casi esagerare e immaginarsi cose fantastiche, così nella Colonia si parlò di questo fatto con uno spiegabile senso d’invidia e di ammirazione.
E poiché si vide il Carboni, giovane colto e intelligente, assunto all’ufficio di scrivano presso la Direzione della Colonia e ricoverato per qualche tempo all’infermeria, se ne trasse argomento di malevoli supposizioni, fra le quali quella che il Santoro abusando del suo ufficio avesse indotto il Carboni a fargli spedire dal padre la somma di lire 400.
L’ultima imputazione era quella di “Sottrazione di atti e documenti e violazione di doveri inerenti a pubblico ufficiale per la quale imputazione Santoro fu condannato alla pena di quattro anni di reclusione e venti mesi di detenzione.”
Questa imputazione formava, senza dubbio, la parte più difficile e delicata di tutta la causa, perché l’elemento centrale della duplice imputazione era il Memoriale che nel maggio 1895 il Santoro aveva trasmesso all’on. Cavallotti e che fu la prima scintilla che aveva fatto divampare il processo. E’ infatti col richiamo a questo memoriale che comincia la denuncia dell’Ispettore Zaiotti contro il Santoro, che aveva formato il primo atto con cui il processo venne iniziato.
L’on. Cavallotti si servì del giornale “Il Secolo” per rendere di pubblica ragione il Memoriale Santoro, che lo pubblicò sul suo supplemento del 12 maggio 1895. Lo scandalo suscitato dalla pubblicazione del Memoriale fu enorme.
L’accusa addebitava al Santoro di avere, nella sua qualità di pubblico funzionario, sottratto documenti che dovevano rimanere nell’archivio della Colonia Penale di Porto Ercole, del quale egli era il consegnatario e di avere comunicato a terze persone i documenti suddetti ed altri che possedeva o conosceva per ragioni d’ufficio.
La difesa del Santoro, nelle memorie e negli altri atti difensivi, fra i vari motivi portati a discarico, sosteneva che per circondare il Memoriale Santoro di una fosca luce si era messa in circolazione persino la voce che egli avesse ricevuto un compenso di 5000 lire dall’on. Cavallotti, il quale smentì con fermezza questa diceria con una lettera inviata al Presidente Melli del Tribunale di Grosseto.
E facendo astrazione della pare polemica e personale del memoriale, la difesa non capiva dove i giudici di Grosseto avevano, se non trovato, almeno intravisto gli atti e i documenti pubblici che il Santoro aveva sottratto, sostenendo che era una ben ardua impresa quella di gabellare e battezzare atti pubblici lettere private scritte al loro assistito da alti e bassi funzionari o da pubblicisti, in occasione di elezioni per far mercimonio di voti, o per trarre un utile materiale o politico da ribalderie e da stolte macchinazioni.
E’ necessario a questo punto parlare un po’ del Memoriale del Santoro elaborato con molta cura ed inviato dal Santoro stesso all’on. Cavallotti dopo essere caduto in disgrazia del Governo e soprattutto del Presidente Crispi.
Nella seconda parte del Memoriale, il Santoro pone in risalto il deplorevole funzionamento della Colonia di Porto Ercole, e cerca di apparire uomo generoso e cosciente, cui ripugna il farsi complice di trattamenti che egli dice illegali e disumani e, in una forma che può sembrare da una parte ossequiente e dall’altra colorita, pone in evidenza i gravi difetti di un istituto politico e dell’organizzazione di uno stabilimento del quale egli aveva la direzione, evidenziando i provvedimenti che reputava necessari a correggere e lenire tante sciagure.
Non è possibile scorrere le pagine del Memoriale senza sentirsi invadere da un grande senso di commozione, e di rabbia, per il trattamento degli sventurati rinchiusi nei forti di Porto Ercole in qualità di coatti siciliani prima e anarchici successivamente, per la vita che dovevano condurre e per le sofferenze fisiche e morali cui venivano assoggettati.
Il trattamento stabilito per i coatti consisteva in un saccone di paglia, un traversino di paglia e una sola coperta (niente lenzuoli, materassi e asciugamani), un pane di 600 grammi ed una minestra di 160 grammi fatta di pasta o riso con legumi, e in base al cattivo stato dei locali, vivevano in condizioni igieniche ed ambientali inqualificabili.
In riferimento alla colonia penale di Porto Ercole il Memoriale consegnato all’on. Cavallotti, tratteggiava con ampiezza di particolari la durezza della detenzione e il trattamento disumano per i coatti.
Al Memoriale erano allegate copie di lettere e rapporti che egli in precedenza aveva diretto al ministro Crispi per avvertirlo che si era operato a casaccio nel decretare le assegnazioni a domicilio coatto dei siciliani arrestati per i moti del 1893-94, poiché, per esempio, tra costoro c’era Francesco Muratore, vecchio ottantenne, cieco ed inerte, Gaetano Proto che si trascinava sulle grucce, Catalano Carmelo affetto da piaga cancrenosa alla gamba destra, Salvatore Lo Grasso paralitico, Grasso Rosario affetto da lupus, Strano Prospero con asma cardiaca e molti altri nelle stesse condizioni.
Per molti altri sosteneva che sarebbe stato opportuno e morale metterli in libertà, sfollando la colonia e riducendo le spese, e che spesso, nei proscioglimenti si usava riguardo per malfattori veri e più volte condannati, mentre si ribadiva l’assegnazione per molti altri, come ad esempio Cavallaro Giuseppe mai ammonito e mai condannato.
Le stesse cose venivano evidenziate a riguardo degli anarchici che furono destinati a sostituire nella Colonia di Porto Ercole i coatti siciliani.
Nei rapporti al ministro, chiedeva anche che gli venisse dato il modo di occupare utilmente quegli infelici, facendoli in qualche modo lavorare. “Solo col lavoro, non lasciandoli nell’ozio, diceva, si possono conseguire la riabilitazione e il ravvedimento, le due più alte finalità della pena”.
Accennava ad un progetto di riorganizzazione della colonia, richiamando la teoria sostenuta dal Quetelet e così bene svolta dal Villari a proposito della responsabilità sociale nei delitti e riassunta nella massima “che vi ha una grande, una tremenda responsabilità collettiva, in tutto quanto avviene nella Società.”
Si trattava solo di perseguitati politici e non di incalliti delinquenti, tuttavia, per quanto grande possa essere il traviamento morale di un uomo, la sua esistenza deve rimanere sempre sacra per la società, anche quando la società, per una indiscutibile legge di conservazione, è costretta a segregarlo e metterlo nella impossibilità di nuocere.
La terza parte del Memoriale si riferisce agli attriti personali che il Santoro ebbe con Crispi dopo che fu destituito dalla Colonia penale di Porto Ercole, dove vengono evidenziate e documentate diverse accuse molto forti nei confronti del Ministro.
Infatti, al Memoriale del Santoro erano allegati documenti che accusavano il Crispi di aver utilizzato i mezzi del Ministero per fa vincere le elezioni ad un candidato amico in Puglia e sostenuto il giornale “Il Corriere delle Puglie” con il denaro che era destinato alla lotta contro il brigantaggio.
Nei documenti appare anche il nome di Carmine Senise, coinvolto nell’affare de “Il Correiere delle Puglie”, allora prefetto sconosciuto in una provincia pugliese, che era stato in precedenza sottoposto del Santoro, che, come appare dai documenti, sarebbe stato un giovane e zelante burocrate, che si preparava a far carriera assecondando, con spirito di sottomessa disciplina ogni richiesta proveniente dal potere. Diventerà in seguito capo della Polizia Italiana.
La vicenda, come scriveva “Il Secolo”, svelava un “mondo di retroscena polizieschi, un edificio di menzogne di questura, di artifizi innominabili che viene scoperto.”
Si era incrinato un sistema di omertà del mondo poliziesco, che tanto bene aveva funzionato fino a quel momento.
Il Governo decise di non poter perdonare la azioni intraprese dal Santoro, fino ad allora incensato ed adesso infido funzionario, che venne denunciato prima per la rivelazione di documenti segreti e successivamente, dopo che la polizia aveva scavato a fondo sulla vita e sul passato dello stesso, per abusi, veri e propri delitti e crimini contro lo Stato e contro la società, denuncia che ebbe lo sviluppo che abbiamo visto.
Il 7 gennaio 1895, cominciarono ad arrivate nella Colonia Penale di Porto Ercole i coatti anarchici da varie parti d’Italia e in poche settimana superarono il numero di 300 unità.
Molti di questi poveri disgraziati, inviati a Porto Ercole si trovavano già in carcere da quattro o cinque mesi nelle prigioni dei loro paesi e, dice il Santoro nel Memoriale inviato all’on. Cavallotti, “…giungevano coi capelli spioventi, gli abiti a brandelli, sudici, scalzi, brulicanti di insetti…”
Le schede biografiche che accompagnano i reclusi non lesinavano aggettivi come pericolosissimo, temibilissimo, da sorvegliare strettamente, è capace di commettere qualsiasi crimine, ecc.
Una massa di uomini, nella maggior parte anarchici, ma anche socialisti e repubblicani, che avevano il solo torto di lottare per il riscatto dell’umanità e per migliori condizioni di vita dei lavoratori e, non mancavano persone semplici, senza idee politiche, che in qualche modo, come abbiamo già visto, dovevano essere tolte di mezzo perché davano fastidio al potere.
Fra essi, c’erano anche molte persone malate e in questo senso il Memoriale Santoro così si esprime: “… tisici spacciati come il Calcagno e il Parente, disfatti dalle febbri palustri e piagati come il Biagi, storpi come il Bondi Livio …, oppure, semi idioti come il Santarelli e il Brunello, ecc…”
Dunque, il Cavallotti fece pubblicare il Memoriale Santoro affermando di avere sentito il dovere morale, la necessità di far conoscere quelle carte scottanti, chiedendo all’opinione pubblica di insorgere verso il governo e in particolare verso Crispi.
Ecco ciò che scriveva il Cavallotti a questo proposito: “Mi rivolgo a coloro che serbano profondo culto per le forme della giustizia e per la rigida osservanza delle leggi e a coloro che, al di sopra delle leggi scritte, pongono il diritto delle libere iniziative.
Mi rivolgo ai conservatori convinti e sinceri, perché interroghino se stessi, se leggendo queste pagine la loro coscienza conservatrice non si sente turbata da qualche sgomento di provocate ruine.
E agli uomini religiosi perché a me non massone insegnino, nell’ora che un massone invoca Dio a suo patrono, se è da Dio che gli vennero questi precetti di pietà cristiana e d’amore.
E ai socialisti seri e convinti perché rispondano essi per me a certe cose, e invitino quei loro compagni i quali nei caffè e nelle aule o a teatro trovano utile tutto quello che succede e dar al governo una mano, perché tutto quanto continui, li invitino ad informarsi se sian di questo parere anche i loro compagni reclusi, le vittime accatastate nei carnai della nuova Italia…
Non so se queste pagine strapperanno un grido dal fondo della coscienza nazionale. Per me che in giorni della mia vita dolorosi, senza secondi fini, senza alcun interesse mio, senza alcuna personale ambizione, traverso questo infame periodo della vita italiana, aspettando il giorno che si chiuda, per chiedere a tutt’altro ambiente l’oblio, per me amo sperare che intanto la pietà umana rivendichi in Italia i suoi diritti e li imponga.”
Ma torniamo al 1895 e agli anarchici della Colonia penale di Porto Ercole. Il 7 gennaio 1895, come abbiamo visto, cominciarono ad arrivare i coatti anarchici e ben presto, come abbiamo visto, furono assai numerosi. Erano sottoposti a condizioni di vita disumane, dormivano in cameroni umidi e gelidi, addirittura per terra, i più fortunati sopra un sacco di paglia, aggrediti da molte malattie, senza medici e infermieri.
La Colonia divenne un crogiolo politico, poiché fra loro c’erano anarchici assai conosciuti per battaglie politiche organizzate e combattute in varie parti d’Italia, come il carrarino Galileo Palla e il genovese Andrea Barabino. Si riunivano, discutevano e pure in quelle condizioni disumane e di grande sacrificio, organizzavano manifestazioni e proteste.
Il 18 marzo, anniversario della Comune di Parigi, dopo un segreto lavoro dei giorni precedenti, una grande bandiera rossa e nera venne alzata sugli spalti del forte di Monte Filippo e due palloni di carta con i colori anarchici cominciarono a volteggiare sopra la Colonia, mentre si udivano intonare canzoni inneggianti all’anarchia e grida di viva l’anarchia.
Sei giorni dopo, il 24 marzo, un gruppo di sette coatti, riuscì ad evadere attraverso un cunicolo scavato nelle spesse mura della fortezza spagnola.
Essi erano Galileo Palla, Andrea Barabino, Angiolo Colonnesi, Oreste Ristori, Guerrando Barsanti, Cesare Lapi e Gaetano Ruocco.
Dalle cronache dell’epoca, veniamo a sapere che gli evasi “… si portarono in comitiva ad Orbetello” e che verso le dieci di sera, “un gruppo di individui traversò la via principale di Orbetello” incamminandosi verso la Stazione.
Erano riusciti per un po’ di tempo a far perdere le loro tracce, se alcuni di loro furono arrestati presso la Stazione di Vada, in quel di Cecina, come si legge sui giornali dei giorni successivi, ben lontani da Porto Ercole.
Il 29 e il 30 marzo, dopo avere fatto scioperi della fame con richieste di poter avere la possibilità di lavorare, di leggere i giornali, l’abolizione della censura sulla corrispondenza e un eventuale trasferimento in altre carceri, avendo ottenuto tutte risposte negative, mettevano in atto una manifestazione per protestare contro le dure condizioni di vita a cui erano sottoposti. Fu necessario inviare a Porto Ercole 160 soldati del presidio di Orbetello, comandati da un maggiore, che appena giunti al forte di Monte Filippo, furono fatti appostare sui muri pronti a far fuoco.
La mattina del 30, stanchi per quella vita impossibile, si raccolsero tutti davanti al cancello della colonia gridando slogan contro il potere e cantando canzoni anarchiche.
Mentre il maggiore gridava ai soldati di essere pronti a far fuoco, partì un colpo che ferì tre coatti, Ferraglia, Apellino e Delbiglio. Furono attimi terribili e di paura per la rabbia che esprimevano i reclusi, resi ancor più indignati alla vista dei compagni feriti.
Le lievi ferite dei tre compagni, il fatto che il colpo era partito dal fucile di un giovane coscritto per poca esperienza e il modo cortese con cui gli ufficiali parlarono ai detenuti, fecero attenuare l’esasperazione. I detenuti, che avevano intanto preso in ostaggio una guardia, dopo aver tenuto una breve riunione, decisero di rilasciarla.
La situazione era talmente degradata per le sofferenze fisiche e morali dei detenuti, che il numero degli infermi aumentava di ora in ora e per questo motivo, la direzione della colonia, costretta a trattare, prometteva, a questo punto, che si sarebbero affievoliti i rigori della legge e che avrebbe adattato ad uso infermeria una parte del forte di S. Caterina.
A conclusione del breve e interessante approfondimento di questo momento storico del nostro territorio, c’è da registrare un’altra importante notizia a margine della sentenza emessa dal Tribunale di Grosseto il 7 febbraio 1896: Raffaele Santoro, già capo della polizia di Grosseto e, successivamente, direttore della Colonia penale di Porto Ercole, che come abbiamo visto fu condannato a diversi anni di reclusione per peculato, truffa con falso, tentata corruzione continuata, concussione continuata, sottrazione di atti e documenti, violazione di doveri inerenti a pubblico ufficiale, la sentenza, clamorosamente, stabiliva che gli attentati dinamitardi imputati agli anarchici, di cui abbiamo parlato cioè, quelli del 1892 e 1894, erano stati organizzati e diretti da Raffaele Santoro per incastrare gli anarchici e per poter così avere onori, oneri e una brillante carriera.

GUSTATUS: IL Circolo G. Mariotti espone 20 anni di attività

Anche quest’anno, come nel 2012, il Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti è presente con una propria postazione nella manifestazione di Gustatus che si svolge a Orbetello nei giorni tra il giovedì e la prima domenica di novembre. Il Circolo, i cui obiettivi sono quelli di promuovere la storia e le tradizioni Orbetellane e Maremmane, è presente con numerosi libri, scritti dai propri soci nei venti anni di attività. che trattano temi storici, sociali e gastronomici legati strettamente al territorio orbetellano.

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Con il ricavato della vendita, unito alle quote annue degli iscritti, Il circolo riesce a gestire le numerose iniziative come quella del “Giovedì Culturale” che ci ha visti impegnati per undici serate nel periodo estivo, in cui sono state presentate le opere e la vita dei pittori orbetellani del 1900.

L’attività del circolo, fondato con atto ufficiale del 10 febbraio 1993 come associazione non a fine di lucro che persegue obiettivi di solidarietà socio – culturale, si è concretizzata con numerose iniziative che, in 20 anni sono state 70 più o meno lunghe ed importanti, di cui ci piace ricordarne una per tutte che riteniamo la più significativa per la comunità orbetellana, in cui siamo stati impegnati in prima persona nel progetto, durato tre anni, che ha permesso il recupero, il riordino e il ripristino dei libri della Biblioteca Comunale, sottraendoli all’incuria in cui erano stati lasciati per oltre 16 anni.