Orbetello Le Mura

Nel libro “Orbetello. Le origini-le Mura- i nomi” di Galliano Bischi nel capitolo Rutilio Namanziano le Mura di Kusa e di Cosa l’autore afferma che l’antica Orbetello nel V VI sec si trovava nella stessa situazione della maggior parte delle città etrusche della costa dove le attività marittime languivano perciò sarebbe stato quanto mai improbabile che si costruissero da parte dei Romani nuove mura in una città vecchia da poco conquistata e vicina ad un’altra che stavano costruendo.
Inoltre “ … le mura appartengono all’opus antico di Vitruvio, il quale avendole definite molto antiche nel I sec. a.C. non possono ragionevolmente appartenere a due o tre secoli prima ma ad un’epoca molto più remota, quando una collettività che vive in un contesto speciale si forma autoctonamente o per invasione pelagica, visti il precoce inurbamento e la vivace intensità di vita ai bordi della laguna… Quelle mura per una città che vive quasi completamente sull’acqua le devono difendere in ogni momento da chi può, in silenzio, scivolare sull’acqua… Conquistata Kusa e rubandole il nome, i Romani, ormai in piena fase di espansione verso il nord ed il sud, capiscono che devono costituire un caposaldo diverso dall’occupata Kusa la quale, per la sua particolare situazione acquea, aveva prerogative che meno si adattavano alle loro momentanee strategie … Kusa costruita sul livello del mare non aveva la visibilità degli orizzonti collinari di Cosa e, addentrata nel suo stagno-laguna, non avrebbe mai dominato le strade da e per Roma… Inoltre cominciavano a farsi sentire le esigenze dei trasporti marittimi che comportavano la costruzione e la messa in attività di navi più grandi e capaci, con pescaggi certamente inadatti al basso fondale della laguna”. Forse i Romani tentarono di imitare le mura di Orbetello e le modificarono nel tempo adattandole alle risorgenti necessità, dotandole di torri e quindi esse risultarono ben visibili dal mare come Rutilio Namaziano ci ricorda nel suo De reditu mentre quelle di Orbetello erano le estreme difese di una città invisibile. Esse mostrano erosioni provocate dagli spruzzi della laguna dai venti pieni di salsedine, sono più differenziate nelle forme, hanno una maggiore ricchezza di angolazioni ed i suoi angoli sono più usurati dal tempo. Per capire meglio la loro origine esse dovrebbero essere indagate tramite una comparazione con quelle della romana Cosa la cui struttura propende per le forme del quadrato mentre quelle di Orbetello per le forme poligonali.
“ E’ evidente che la pietra delle mura di Orbetello, già diversa nel colore, fu estratta dall’Argentario : sui massi si scorgono frequentemente forti marezzature giallo-bluastre simili a ruggine che non si rivelano affatto nei massi di Cosa… Fra i vari orditi comparati, i più simili alle mura di Orbetello mi sembrano quelle di Delfi – specie nel tratto sul quale, molti secoli dopo, fu innalzato il tempio di Apollo- mura universalmente pelasgiche”.
Bischi denuncia poi nel suo libro tra l’incuria in cui è abbandonato il suo monumento più illustre l’abitudine che avevano i circhi di prelevare per fermare i carrozzoni i cugni cioè le zeppe di pietra incastrate negli angoli dei poligoni, ciò nel tempo ha fatto sì che questi si perdessero con evidenti problemi di staticità; ora anche se i circhi non stazionano più lungo le mura di levante la situazione delle mura non è certo migliore, e le Mura gridano dolore ad ogni metro!!!

I LUOGHI DI PENA NELLA TOSCANA GRANDUCALE

Sede del Bagno Penale di Orbetello

Sede del Bagno Penale di Orbetello

All’inizio del XIX secolo in Toscana i lavori forzati costituivano la modalità principale di esecuzione delle pene, di solito in bagni penali, mentre la normale carcerazione era limitata a periodi molto brevi.
Verso la fine del XVIII secolo, sulla scia di un grande dibattito a livello europeo sulla riforma dei sistemi penali, il Granducato di Toscana, primo in Italia, recepiva alcuni principi di matrice illuminista e nel 1786 attuava una riforma legislativa detta “Codice Leopoldino”, che si faceva notare per il suo dispotismo, detto allora, appunto, illuminato.
Il Codice, influenzato, dunque, da idee liberali , in particolare di Cesare Beccaria, tra le tante innovazioni in materia di giustizia penale, stabiliva un lungo elenco di pene. “pene pecuniarie, staffilate in privato, carcere non superiore ad un anno, esilio dalla foresteria, esilio dal vicariato, confino a Volterra, confino nella provincia inferiore, confino a Grosseto, esilio da tutto il Granducato, gogna senza esilio, frusta pubblica, frusta pubblica sull’asino, ergastolo, per le donne da un anno fino a tutta la vita, lavori pubblici per gli uomini per tre, cinque, sette, dieci, quindici, venti anni ed a vita.”
Come si vede, le norme relative alle pene riservavano al carcere un ruolo minore, rispetto alle pene corporali e all’esilio.
Tali norme furono abolite dal governo francese nel 1801 e nel 1810 il Regno d’Etruria introdusse il Codice napoleonico.
Caduto il Regno d’Etruria, il governo provvisorio succedutogli, con editto dell’8 luglio 1814, abolì il Codice napoleonico e sotto l’impulso di un forte movimento per la riforma penitenziaria, cercò di fare qualcosa per il miglioramento del sistema carcerario.
Tuttavia, malgrado l’espressa volontà, i timidi tentativi di riforma del Codice Leopoldino del 1786 non sortirono effetti positivi e le condizioni aberranti delle carceri non subirono miglioramenti.
Col ritorno dei Lorena sul trono del Granducato, uno dei primi atti fu proprio l’emanazione del regolamento generale per le carceri della Toscana del 9 gennaio 1815, che possiamo considerare un primo debole tentativo di umanizzazione delle pene carcerarie.
Costituito da una novantina di articoli, il regolamento, fra le altre cose, stabiliva le condizioni igieniche, le norme relative alle visite dei “giusdicenti”, addetti al controllo del vitto, le visite degli appartenenti alle Confraternite laiche.
Il regolamento stabiliva misure anche in materia di “trattamento dei detenuti”, con la concessione di respirare fuori delle celle qualche ora al giorno.
Per quanto riguardava il vitto, il regolamento stabiliva che esso era gratuito per coloro che erano condannati alle segrete, ovvero le carceri di custodia, mentre per le carceri di pena, dette pubbliche, lo stato sosteneva le spese di vitto solo per coloro che non erano nelle condizioni economiche per provvedere personalmente al proprio mantenimento.
Negli anni successivi, a partire dal 1816, il governo della Toscana emanava una serie di provvedimenti in materia penale, tra i quali l’abolizione del confino per i delitti di furto, sostituita con i lavori forzati, i condannati ai lavori pubblici per più di cinque anni venivano inviati ai lavori nelle saline e nelle miniere dell’Elba.
In questo periodo molte carceri toscane furono attrezzate in modo da favorire il lavoro dei detenuti, i quali, passavano la notte rinchiusi, mentre il giorno venivano portati a lavorare, in particolare per la costruzione di opere di utilità pubblica, molto spesso insieme agli operai liberi. Purtroppo, il forzato, oltre alla fatica propria del lavoro, subiva la “berlina” di dover lavorare “con la catena, la divisa da carcerato, la scritta attaccata al collo con l’indicazione del crimine commesso e la coccarda di colore diverso a secondo del reato, oltre a camminare a piedi nudi, legati con doppia o tripla catena”, pena che fu abolita nel 1832.
Quelle che seguono, sono le norme rilevate da una “Notificazione” per l’accollo delle forniture della carceri per l’anno 1837.
Il Presidente del Buon Governo e Provveditore del R. Uffizio del Fisco (in quel momento era il Cav. Auditore Giovanni Bologna), ogni anno provvedeva a rinnovare gli “Accolli delle Forniture Cibarie per i Detenuti nelle Carceri Pubbliche , e Segrete dei Tribunali del Granducato”, con condizioni ed obblighi che venivano pubblicati con una particolare “Nota di Oneri per gli Accollatari delle relative forniture”.
Ai concorrenti veniva dato un mese di tempo, “termine di stretto rigore”, per la presentazione delle “loro Offerte munite di firma, e sigillate”, per le Carceri della Capitale al Commissariato di S. Croce, per le Carceri dei Tribunali provinciali ai Giusdicenti rispettivi, e per la Casa di Forza di Volterra al Regio Commissario.
Il prezzo della fornitura era stabilito per ciascuna “Razione”, con le suddivisioni per i maschi adulti, minori e femmine delle Carceri Segrete, e per i maschi, minori e femmine nella Carceri Pubbliche e comprendeva il vitto della mattina e quello della sera.
Queste razioni, che erano “fisse e debitamente preparate”, contenevano.
NEI GIORNI DA GRASSO.
Carcere Segreta – Ai maschi adulti detenuti per cause ordinarie criminali.
La mattina:
“Minestra alternativa di Paste, Riso, o Pane del peso di once tre nel respettivo stato di aridità: Once cinque di Manzo a lesso, da cui sarà tratto il Brodo per detta Minestra. Un Pane di once dieci di Farina di puro Grano, estratta la Semola, di buona manipolazione, e cottura, ed una mezzetta di Vino, il tutto a bontà mercantile, ed a peso, e misura Toscana.”
La sera:
“Un pane di once dieci.”
Carcere Segreta – Ai minori e alle donne detenute per cause ordinarie criminali.
La mattina:
“Minestra alternativa come sopra d’once tre nello stato di aridità. Once cinque di Manzo lesso da cui verrà tratto il Brodo per la Minestra. Un pane di once otto di Farina di puro Grano, estratta la Semola, e della manipolazione, e cottura suddetta, ed un quartuccio di Vino, il tutto della bontà, misura, e peso sunnominato.”
La sera:
“Un pane di once otto.”
NEI GIORNI DA MAGRO
Tanto per i maschi adulti, che per i minori e le donne.
“Minestra alternativa di Paste, Riso, o Legumi, con adeguato condimento da magro. La Pietanza sarà di Pesce salato, o fresco d’inferior qualità, ma sano, convenientemente condito, ed uguale presso a poco in valore a quello delle pietanze dei giorni da Grasso, ferme stanti le qualità, e quantità del Pane, e del Vino sopra descritto”.
Carcere Segreta – Ai maschi adulti detenuti per affari economici e di Polizia.
“Gli adulti Maschi come sopra Detenuti, conseguiranno un pane d’once dodici la mattina dell’istessa qualità, ed uno d’once dodici la sera.”
Carcere Segreta – Ai minori e alle donne detenute per affari economici e di Polizia.
“I Minori, e le Donne conseguiranno un Pane d’once dieci la mattina, ed altro d’once dieci la sera dell’indicata qualità.”
Carcere Pubblica – Ai maschi adulti.
“I Maschi adulti nelle Pubbliche avranno un Pane d’once dodici la mattina, ed altro simile la sera della qualità e bontà sopraindicate.”
Carcere Pubblica – Ai minori e alle donne.
“I Carcerati Minori, e le Donne avranno nelle Pubbliche un Pane d’once dieci la mattina, ed altro simile la sera, della bontà, e qualità predette.”
Per i carcerati “Segreganti mortificati col vitto di pane a acqua” veniva corrisposto al Fornitore il valore del pane per un peso d’once ventiquattro per maschi adulti e di once venti per i minori e donne nell’intera giornata.
Il Fornitore del vitto, che doveva dare idoneo Mallevadore solidale, era obbligato a comprendere nel prezzo le occorrenti stoviglie, mestoli e vasi per il vino, ed era a suo rischio e pericolo il ritirarli dopo i pasti rispettivi, restando inoltre il loro “consumo, e rottura, confuso, e compreso nel prezzo delle Razioni.”
TRIBUNALI OVE SI TROVAVANO LE 60 CARCERI
SEGRETE O PUBBLICHE DELLA TOSCANA
Abbadia S. Salvatore, Anghiari, Arcidosso, Arezzo, Asinalunga, Bagno, Bagnone Barga, Borgo S. Sepolcro, Campiglia, Casole, Castiglion della Pescaia, Castiglion Fiorentino, Chiusi, Colle, Cortona, Empoli, Firenze, Firenzuola, Fivizzano, Fucecchio, Grosseto, Isola del Giglio, Lari, Livorno, Manciano, Marrani, Massa Marittima, Modigliana, Montalcino, Montepulciano, Monte S. Savino, Orbetello, Pescia, Pienza, Pietrasanta, Pieve S. Stefano, Piombino, Pisa, Pistoia, Pitgliano, Pontassieve Pontedera, Pontremoli, Poppi, Portoferraio, Prato, Radda, Radicofani, Rocca S. Casciano, Rosignano, S. Giovanni, S. Marcello, S. Miniato, Scansano, Scarperia, Sestino, Siena, Vicopisano, Volterra.
La riforma del 1845, oltre ad avere come primo obiettivo l’imposizione di una nuova disciplina nel funzionamento delle prigioni, stabiliva regole precise per la eliminazione degli enormi abusi e dell’imperante lassismo che imperava nelle carceri. Con l’introduzione di nuove norme si verificò un’inversione di tendenza che rese meno rigida la pena del carcere.
Fu soppressa la Presidenza del Buon Governo e al suo posto fu nominato un Soprintendente Generale degli Stabilimenti penali e delle carceri pretoriali del Granducato.
Ad esempio, in sostituzione delle carceri pretoriali esistenti in ogni capoluogo, nelle quali erano custoditi in condizioni di promiscuità i condannati alla pena del carcere e i debitori civili e commerciali, le prigioni furono classificate in tre distinte categorie: di custodia, di pena e di debito, dettando per ognuna apposite disposizioni, affinché le carceri segrete fossero realmente destinate alla semplice custodia o restrizione della libertà per i prevenuti ed accusati, fino all’esito del relativo giudizio, mentre le carceri pubbliche furono destinate all’espiazione della pena del carcere. A queste due categorie di prigioni la riforma ne aggiunse una terza, ossia le prigioni destinate ai debitori civili e commerciali.
Il regolamento in vigore a partire dal 1 gennaio 1846 stabiliva nuove norme in materia di segregazione cellulare continua, che pur imponendo la segregazione individuale durante la notte, le funzioni religiose, il consumo del vitto e il passeggio, permetteva la vita in comune durante le attività di istruzione e di lavoro.
Il sistema della segregazione cellulare continua, detto anche della Buona Compagnia, fu sperimentato nel 1849 sui condannati a pene lunghe e severe.

I CORSI NEL TERRITORIO ORBETELLANO DURANTE IL DOMINIO SENESE.

14 Frontespizio della prima copiaNell’Archivio Storico del Comune di Orbetello sono conservate di due copie degli antichi statuti istituiti dallo Stato di Siena nel 1414 che allora possedeva anche questi territori, con tutta una serie di integrazioni e aggiunte che arrivano fino alla vigilia della fine di questo lungo dominio senese.
Le norme di questi antichi statuti furono successivamente adottati anche dagli spagnoli dello Stato dei Presìdi, che nel loro lungo periodo di dominio, integrarono e modificarono, rimanente però il loro impianto originario sempre in vigore e valido.
Prima di passare alla trascrizione integrale delle provisioni che riguardano i corsi, contenute in questi antichi statuti, ho voluto approfondire, anche se superficialmente, la tematica che ci interessa consultando alcune pubblicazioni di studiosi del passato.
Da questa breve consultazione viene fuori uno spaccato assai interessante, che conferma gran parte delle notizie registrate negli antichi statuti di Orbetello, soprattutto per ciò che riguarda l’emigrazione, mentre si rilevano pochissime notizia dei “furti e robbarie” a cui si dedicavano molti corsi che venivano sulla terraferma.
Girolamo Boccardo nella sua “Enciclopedia Italiana ovvero Dizionario Generale di Scienze, lettere, Industria, ecc. (1875 – 1888)” riporta che Leone IV papa, nell’anno 849 concesse ad una colonia di corsi di stabilirsi a Ostia Nuova, per aiutare la rinascita e lo sviluppo di quella zona; purtroppo la malaria che infuriava nella regione decimò i nuovi abitanti.
Ma il vero fenomeno migratorio si manifestò all’epoca delle guerre combattute per l’indipendenza della Corsica. Emigrarono allora molti patrioti con i loro seguiti, per farvi ritorno appena i tempi si mostravano propizi a combattere per la libertà e l’indipendenza della loro terra.
Ovunque andavano si distinguevano, ed alcuni eccellevano fino ad essere chiamati ad occupare cariche importanti.
Uno dei maggiori storici corsi, Antonio Pietro Filippini, nella sua “Istoria di Corsica” (1594), fa risalire alla fine del secolo XV l’inizio delle grandi emigrazioni dall’Isola, allora sotto il dominio dell’inviso Banco di S. Giorgio (1) a cui Genova, che dominava la Corsica fin dal 1195, vendette i diritti sull’Isola nel 1453.
Il Livi ne “La Corsica e Cosimo I de’ Medici” (1885), scrisse che da documenti esistenti presso l’Archivio di Stato di Firenze risulta che fin dal 1423 nelle file della Milizia della Repubblica Fiorentina prestavano servizio capitani e soldati corsi, e successivamente, anche sotto le insegne dei Medici distinguendosi per valore e perizia nell’arte militare.
Il Volpe, nella sua pubblicazione “Corsica” ricorda che fin dalla metà del 1500, a Marsiglia si era formata una notevole colonia di corsi, energici ed intraprendenti mercanti, armatori e pescatori di corallo, i cui cognomi erano: Gasperi, Cipriani, Lenci, Orsini, Porrata, Sasso, Costantini, che furono anche i pionieri della colonizzazione francese nel Nord Africa, per i rapporti marittimi e commerciali che avevano stabilito con quelle regioni.
Ancora il Filippini ricorda che nel secolo XVI due Bey di Algeri erano corsi: Lazzaro di Bastia col nome di El-Hasam e successivamente un’altro corso, Bey di Ajaccio, col nome di Mammì.
Molti ufficiali e soldati corsi fecero parte delle truppe di molti stati della nostra penisola.
Dalla lettura di questi lavori si rileva chiaramente che i corsi, nati soldati e pastori, ripugnavano a qualsiasi lavoro manuale e lasciavano le loro terre incolte per non prendersi cura delle loro materiali lavorazioni, ma si nota anche, come quella mentalità, sebbene andasse lentamente mutando conformandosi alle nuove esigenze della vita, sviluppava personalità attive che venivano spese all’incremento della terra natale e ciò per il loro benessere materiale e morale.
Trascrizione integrale delle provisioni riguardanti i corsi, contenute negli antichi statuti della Comunità di Orbetello.

Officium balie civitatis senen’
Per tenore della presente se significa a tutti li officiali, comunità et sudditi di quella Jurisdiction’ nostra et maxima al infrascritte come per il collegio nostro è stato solemnemente deliberato che per l’avenire non sia alcuno de qualunque grado, o, conditione che recetti alcuno corso maschio o femina di qualunque conditione si sia che novamnente venisse di Corseca ne li dia alcuna victuaglia de qualunque ragione sotto pena de lire 25 da farsi pagare di fatto al monte del camarlengo nostro, et di tratti quattro di corda, ma essi descaccino si che nel Territorio nostro non faccino alcuna mentione sotto pena delle forche, debbino havere sgombro del Territorio nostro non dandoli ricetto ne termine alcuno a partir’ via et à tutti li altri corsi li quali da maggio in qua in lo Territorio nostro fossero venuti si dia tempo cinque dì à fare sgombrare et partir’ via et passati detti cinque dì si exequisca quanto di sopra è detto, sotto la medesima pena delle forche et per tanto comandiamo alli officiali predicti che quanto di sopra è detto exequischino, sotto pena de lire 50, et di essere privati de’ loro officij usando ogni diligenza per quanto stimano, la gratia nostra et sotto la medesima pena sieno obligate le comunità e sudditi nostri et che li officiali obediscano quanto de loro ne saranno richiesti, registrando le presenti letter’ in li statuti de essa communità et alli offici et lochi convicini ne ciano informatione mandando la copia delle presenti letter’ che così è di nostra intentione ex palatio sen’ die xvi Julij Mcccclxxxiiii Orbitello.
Considerati li grandi, et instimabili danno furti et robbarie si fanno nella nostra maremma, per li corsi et volendo cercare tutte quelle vie mediante le quali si possi obviare alle cose predette et rifrenare li detti corsi delle loro male opere mediante quegli corsi che sonno stanti et habitanti et posseggano beni nella detta maremma nostra li quali molte volte prestano favor’ secretamente alli detti corsi et però providero et ordinaro che per lo advenire sintendi che tutti li danni et mancamenti furti e robbarie che si faranno per alcun’ modo publici Vel occulte nel contado e distretto de siena, et maxime in la maremma si debbino pagare er mendare satisfare et restituire per li corsi habitanti et stanti nel detto contado et maremma di siena in questo modo cioè in quella Terra et corte dove fusse fatto danno furto o, robbarie tutti li corsi che habitano et stanno in detta Terra et corte sieno obligati et tenuti alla menda et satisfatione di detti danni provandosi però per tre Testimoni de fama et per fama tenghino et credito tali danni esser’ stati fatti per li corsi essendo obligati li officiali dei luochi sotto pena de esser’ privati del officio immediato facto el danno, et provato per tre Testimoni de fama como di sopra, gravare tutti li corsi habitanti in quel loco, quelli che potrà havere a pagare et satisfare detti danni si che sieno satisfati et pagati tutti quelli che haranno ricevuto tali danni et la presente provisione si debbi per legge observare et debbesi publicamente bandire et scrivere nelli statuti delle Terre del contadi et maremma predetta et li detti officiali che faranno pagare tali danni debbino havere soldi ij per lire de tutte le stime che montassiro detti danni dati per detti corsi et questo acciò che habbino causa con più diligenza et stare vigilante et observare, che tali mancamenti o, danni non se habbino à fare. (Norme registrate negli statuti da Petrus Joannes de Ascianus senarum publico et Imperiali aucte Notarius et Judex ordinarius sen’ et in presenza Cancellierus Communis Orbitelli il xxii Julij Mcccclxxxix).

Qui torna la materia di corsi – Officialis balie civitatis sen’
Avendo nuovamente fatto, alcune provisioni sopra la materia delli corsi, li quali le presenti lettere seranno incluse comandiamo a tutti et ciascuni officiali nostri alli quali queste nostre lettere seranno presentate che le dette provisioni scrivano et registrino in lo statuto de la communità et così li corsi che habitaranno in detta Terra, et tutto, ad plenu exequischino et mandino ad effetto, come detta provisione contiene, quanto stimano la gratia nostra et continentia di dette provisioni le quali faccino publicamente bandire et notificare acciò alcuna ignorantia non possino allegare scriptj ex palatio sen’. Die xix Januarij 1491
In nomine D. amen, D. Mcccclxxxxj indiction’ viiij die xviiij Januarij, considerato quanto fusse inconveniente che la materia dei corsi si lassi così sospesa ne si pigliasse modo o, forma altrimenti però sintenda proveduto et ordinato como qui appresso, e cioè:

Corsi no’ stiano nel contado di Siena, se non chi havra’ beni
Che per lo advenire nissuno della natione corsa di qualsivoglia conditione si sia possa ne li sia lecito per qualunche modo per lo advenire in terra possa restare ne habitare nel contado, o, Jurisditione, o, distritto della maremma commune di siena ne haver’ alchuna conversatione sotto pena di perder’ la vita eccepto per quelli della natione corsa li quali possedono beni nel distritto di siena secondo tenor’ delle leggi fatte, et quegli alli quali fusse concesso lo stare et habitare, per vigore di decreti et deliberation’ et privilegj et particular’ alli quali solamente sia licito lo stare secondo la continentia di dette gratie et non altrimenti.

Corsi che hanno licentia di stare, no’ ricettin’ li altri
Et similmente providero et ordinaro che nissuno corso el quale starà nel distritto et Jurisditione di siena de qualunche grado conditione si sia, non possa ricettarli per alcun modo sotto alchuno quesito colore conversare ne parlare ne tener in casa ne conversare con alchuno altro corso che non potesse stare nel distritto ne dare alcun’ ricetto, o vittuaglia sotto pena di Ribellione et di perdere tutti li suoi beni mobili et immobili et confiscati ipso fatto per il commune di Siena.

Si debbino partire fra 15 giorni
Item sintende proveduto et stabilito che tutte le famiglie di quegli corsi li quali nel distritto nostro non possino habitare in quindici dì proximi habbino havere sgombro dal contado Jurisditione et distritto del commune di siena sotto pena alli officiali di ciascuna Terra fiorin’ cinquanta se immediato non manda via la detta famiglia et simil pena sia a chi li desse ricetto favore, o vittuaglie et similmente sia pena fiorini cento per ciascuna detta famiglia.

Scrivansi i corsi che possan stare
Item che tutti li corsi che possano restare in quel di Siena in ogni Terra particularmente si debbino scrivere presso officiali di detta Terra ciascuno et tutti ne mandino alla balia in modo se ne habbia piena notizia de tutti li corsi sonno in quel di siena et che possino stare.
Hic inferius denotabunter omnes corsi qui manent in Terra Orbitelli in primis.
Adì XXiij de gennaro per Bernardino de Ambrosio famiglio delli nostri M. S. fu intimata a me ser Girolamo de Antonio di mastro Jacopo al presente Notario et Vicario del potestà Pietro Paulo Mignanelli per lo mag.co commune di siena per la lettera delli magnifici signori officiali di balia, della città di siena.
Questi sonno li corsi che habitano nella Terra di Orbitello che hanno beni stabili et habitanti di detta Terra d’Orbitello er in primis.

Antonio de gratiano
Babtista dantonio et suoi figlioli
Mariano de Antonio

Petro di Columbino
Tralonchese de guglielmo
Bartolomeo suo figlio

Galeotto de Antonello

Mattheo de traloncha
Angeletto suo nipote

Guillelmo de sozzone

Ciancione de Lucarello
Lorenzino di Pietro
Marchetto di buonaccorso

Petro di Liuto

Costantino de matteo

Marchion di pizzino

Ranfone di ambrogio
Gio: suo fratello

Michele ditto volpino
et Simone suo fratello

Antonio di Tome

Natalino di ferruccio
Santuccio di Matteo
Guglielmo di salvatorello
et Pasquino suo fratello

Ambrogio de occhione

Menico de orsone

Mariotto di corradino e il figlio
Gio: Petro suo fratello

Santolo de giscopino
et Bastiano suo figliolo

Liuto di Nicolò
Iuliano suo figliolo

Antonio de ferruccio

Paulo de donetta

Matteo de gasparrone

Felice de Nardino

Mariano de Zozzobono

Ferraccio et
Lucione de ferraccio

Ferruccio di sozzone

Bianchone de Nicola
et Corsucio di giullelmo e suoi nipoti

Baldasare di bozio
Carlotto suo figliolo

Gabriello di marciano

Paulo di Narpiolo

Andrea et Luciano
Bernardino di Luciano
et Marcuccio suo nipote

Palmieri di riccerello

Paganuccio di bianchone

Anno domini MccccLxxxxvij die XXV Junij in publico et generali consilio communitatis et hominum castro Orbitelli………..

Provisiones contra homines malignantes
In primis providero et ordinaro che per lo advenire acciò che li corsi boni et benestanti siano den’ veduti et ben’ trattati et habbino causa per lo advenire se seguire dal bene operare et far massaritie che tutti li homini et persone de natione corsa li quali sonno stati habitati almeno a salvamento nel contado, in maremma nostra per tempo d’anni vinti et che hanno et posseggono in quelle terre dove habitano almeno la Valuta in cose stabili de fiorini cinquanta questi Tali sieno trattati et reputati dalli officiali de esse terre et dal bargello in tutte le cose come Veri Terrieri et como li altri originari terrieri della terra dove habitano et questo sintenda quanto alla punition’ et non ad altro et similmente el bargello che al presente et quelli che per lo advenire saranno non possino procedere contra detti corsi che sonno habitati Vinti anni et posseggoni la valuta de cose stabili de Fiorini cinquanta ne contra di loro habbia auctorità o, cognitione se no’ in questa forma et modo cioè.

Il Bargello non proceda contra corsi ad altro che cattura etc.
Che quando esso Bargello havesse alcuno indicio contra li predetti o alcuno dessi per alcuno maleficio o delitto per loro commesso possi solamente procedere alla captura cioè pigliarlo non procedendo però contra di lui in alcune altre cose et subito che preso l’harà darne avviso alla balia et di poi quando per balia serà deliberato se exequisca si che in effetto detto bargello contra detti corsi no’ possi procedere se non alla captura.
Item per simile modo et forma sintenda per quelli corsi che sonno habitati continuamente et per lo tempo d’anni dece nel contado et maremma nostra li quali hanno e posseggono beni et in cose stabili per la summa et quantità de fiorini cento nelle Terre dove habitano per li quali si observi in tutto et per tutto come sopra detto.
Item che tutti gli altri corsi li quali al presente habitano nel contado et maremma nostra quantunque non siano habitanti anni diece se hanno et posseggono nelle Terre dove habitano in beni stabili la summa et Valuta di fiorini ducento sieno trattati come li altri sopra detti et contra di loro per lo detto bargello no’ si proceda se no’ nel modo et forma che sopra è dichiarato. Et per tutti li altri corsi se observi secondo le legi che sono ordinate.
Item providero et ordinaro acciò che li altri maligni che non vogliono ben’ vivere sieno puniti dissipati et scherniti et che li altri corsi habitanti et altri Terrieri habbino a dare favore al bargello et altri officiali in perseguitare et pigliare li altri tristi, providero et ordinaro che tutte le Terre del contado et maremma nostra in communità et particularità sieno obligati ad ogni richiesta et requisitione del bargello et altri officiali et commissarj che havessero commissione subito che saranno rechiesti pigliare le arme et dare favore a detto bargello, et officiali con quella quantità di fanti che li bisognasse et in le Terre dove richiedesse et quando in ciò fussero negligenti il bargello et altri officiali ne debbiano subito dare notizia alla balìa acciò che tale communità sia condemnata in pena de fiorini cento et in quello più paresse allo arbitrio della balìa et le presenti provisioni si debbino registrare in li statuti delle Terre.

Una conferma dei dati e delle notizie che emergono dalla presente ricerca viene anche da una ricerca effettuata da Ildebrando Imberciadori sui libri statutari di Batignano, giacenti nella Biblioteca Chelliana di Grosseto, pubblicata sulla rivista trimestrale “Archivio Storico di Corsica” N. 2 dell’aprile-giugno 1931.
Egli ci informa che alcune “provisioni” contenute in quei libri statutari, relative ai corsi, partono dal 1475 e interessano diciassette paesi del contado maremmano. Le “provisioni” furono emanate perchè un forte gruppo della popolazione corsa in Maremma esercitava il brigantaggio in grande stile, mettendo a dura prova la vita dei maremmani.
Trascrizione di uno dei passi più significativi della ricerca dell’Imberciadori: “Ora, tutto questo ci fa capire chiaramente in quale condizione si trovasse la Maremma e, in genere tutto il contado senese, sotto l’imperversare della violenza e della prepotenza di non pochi di questi immigrati dalla vicina isola. I corsi incendiano, tagliano viti, piante giovani, bruciano raccolti all’aperto, fanno ruberie di bestiame, chiudono, con intimidazioni o con qualche morto all’uscio di casa, la bocca di chi volesse parlare o svegliano chi fosse pigro nell’aiutarli con l’opera e col silenzio; hanno amici e favoreggiatori nelle comunità, impongono, forse, guardie campestri amiche perchè non guardino nulla e lascino fare”.
Dei diciassette paesi del contado maremmano ne indica alcuni lungo il litorale, in pianura e nelle colline retrostanti: Porto Ercole, Talamone, Grosseto, Montepescali, Montorgiali, Campagnatico, Roccalbegna, Manciano, Montemerano.


(1) Banco di S. Giorgio: antico Banco pubblico di Genova che trovò origine nella Casa di San Giorgio o, più propriamente, Società delle compere e dei banchi di San Giorgio, fondata nel 1407 dal Consorzio dei portatori dei titoli del debito pubblico genovese per la sua amministrazione.

APPUNTI ARCHEOLOGICI SUL TERRITORIO MERIDIONALE DELLA MAREMMA TOSCANA.

?????????Questo tratto della Maremma Toscana, che va dal Chiarore a Talamone per un percorso di circa 32 chilometri, presenta da per tutto tracce evidenti  e ruderi assai importanti del grado di civiltà raggiunto ai tempi dell’Etruria antica e dell’epoca romana, per cui si ebbe una fiorente popolazione, assai numerosa,  che l’abitò in uno stato, che tutto fa ritenere di grande prosperità.
Un territorio che, successivamente, e per lunghi secoli è stato in gran parte abbandonato e squallido di colture e che oggidì, rifiorito a nuova vita è tornato agli splendori di quei lontani tempi, rimanendo sempre un vasto e ricco campo, in gran parte poco esplorato per la ricerca storico archeologica,  e sul quale gli studiosi del settore non hanno abbastanza dedicato le loro indagini e i loro lumi di scoperta, salvi pochi lodevoli interventi.
Pertanto, in questa occasione, abbiamo voluto provare a redigere brevi cenni storici di quelle località che presentano notevoli vestigia di ruderi etruschi e romani, oltre quei luoghi già noti – ab antico – per fama e per importanza, quali centri di una continuata sede di popolazione.
Cominceremo figurandoci di eseguire una breve visita a questa nostra zona entrandovi dalla parte del Chiarore, da cui, come cantava il poeta della nostra Maremma Giosuè Carducci

… disvelasi lungi a vedere l’Argentario / lento scendente nel Tirreno cerulo.

Il Sughereto di Ballantino e le Settefinestre

Prima di giungere al colle sul quale sorge la vetusta Cosa, lasciando sulla destra la via Aurelia e immettendoci sulla strada Pedemontana incontreremo l’ultimo pittoresco residuo di un seghereto, che in quei lontani tempi doveva essere imponente, chiamato oggi Sughereto di Ballantino. Un tempo colpivano più di oggi, a prima vista, certi monticoli elevati con avvallamenti, indizio forse di antichi ipogei da far ritenere a Pietro Raveggi che costì sorgesse la necropoli di Cosa.
Ad un certo punto, in quel luogo, chiamato Valle d’Oro,  si trovano tracce di consistenti rovine di una grande villa romana, detta “Le colonnette” su cui l’indagine archeologica, a parere nostro, dovrebbe soffermarsi.
Più ad est, presso il caseggiato delle “Settefinestre” l’altra grande villa romana, che fu oggetto di scavo da parte del gruppo del prof. Carandini alcuni lustri or sono. In altri punti della zona, in località le Tombe e fino alla località il Marchi, si scorgono evidenti tracce di costruzioni romane e, forse, anche etrusco-romane, come nella località detta di “S. Petronilla”.
In ogni caso, sarebbe questa tutta una zona di territorio da saggiare con sicuro profitto, come riconobbe lo stesso prof. Carandini all’epoca degli scavi della villa di Settefinestre e di un insediamento povero in località Giardino.
Se ricordiamo bene, in questa occasione il gruppo del prof. Carandini dette vita ad un interessante lavoro su una vasta zona del territorio dei comuni di Capalbio ed Orbetello, con l’obiettivo di redigere una carta archeologica.

La chiesa di S. Biagio e la Tagliata

Intorno e nelle vicinanze della chiesa di S. Biagio alla Tagliata, ormai scomparsa per l’incuria e inghiottita dalla vegetazione, nella parte sottostante a sud-est del colle di Cosa, esistono varie tracce di rovine, che maggiormente si fanno evidenti avanzandosi sulla spiaggia del mare.
In questa località l’archeologo Marcelliani, dopo alcuni saggi di scavo che egli vi fece, poneva il sito della Sub Cosa, venendo con ciò a confermare, dice Pietro Raveggi in un suo inedito appunto, l’asserzione dell’antico geografo Strabone, che poneva tale sobborgo a due miglia a est di Cosa e dove appunto lo colloca la tavola Peutingeriana.
Certo è che alla Torre della Tagliata esistono i ruderi incontestabili di una sontuosa villa romana, con vestigia di vivai e di fabbricati che si prolungavano lungo la spiaggia verso il lago di Burano. Tanto la villa che le peschiere dovevano essere, indubbiamente, di un fasto notevole.
Alla Tagliata si trovano la famosa Cava o spacco della Regina e l’ammirabile bocca o apertura sul mare scavata nella viva roccia per servire da emissario al lago di Burano, che allora era molto più grande.
Senza accennare alle tante controversie suscitate dalla località, ove si trovava anche il porto cosano, resa celebre dalla famosa terzina di Fazio degli Uberti, molte volte citata a sproposito, riconoscendo non priva di geniale originalità e di fondamento l’illustrazione che ne fa Raffaele Del Rosso nella sua opera “Pesche e Peschiere Antiche e Moderne dell’Etruria Marittima”, ci rammarichiamo per l’assoluto abbandono in cui è stato lasciato questo importantissimo sito archeologico
Inoltre, non possiamo fare a meno di richiamare la più viva attenzione sulla famosa apertura a diaframma ivi esistente, un’opera antichissima, che suscita ancora oggi la generale meraviglia dei visitatori e può ancora servire di modello e di studio per i nostri idraulici moderni.

La città di Cosa

Ed eccoci a Cosa, e al suo navale di Vulci, divenuta nel Medio Evo Ansedonia, stando ad alcuni studiosi, da Ansedon, Capitano greco.
Il colle su cui sorgono le sue rovine è alto 114 metri circa, e la cinta delle sue mura poligonali, colle torri quadrate, si designa ancora in tutto il suo perimetro, malgrado i frequenti sgretolamenti, poco dissimili da quanto si designava dal mare alla contemplazione di Rutilio Numaziano, nella pittoresca scena riprodotta dai distici del suo “Itinerarium”: “Cernimus antiquas custode, ruinas et desolatae foedae Cosae”.
L’intervento di restauro effettuato dal  Comune di Orbetello, con i fondi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana di una parte delle mura ha dato un valore ulteriore all’importante sito archeologico.
La città aveva tre porte dalle quali si dipartivano le strade di cui tutt’ora si scorgono le tracce e in una i segni delle rotaie.
Sulla parte prospiciente al mare, da cui si può godere la vista di un magnifico panorama, si eleva l’Arce, o Acropoli; e che in seguito, ai tempi di Cesare Augusto, vi fu eretta la torre Julia in onore della sua figlia, della quale costruzione rimangono sempre importanti vestigia, come rimangono le rovine di un magnifico arco romano dell’epoca imperiale, che si dice innalzato in onore di Severo Settimio.
C’è chi sostiene che Cosa era una città etrusca. Ma, come molti hanno scritto, le città etrusche dovevano avere tre Templi ed invece a Cosa sono state evidenziate le probabili tracce di uno solo, per cui, alcuni studiosi, ad esempio il Raveggi,  sostengono che forse questo Tempio conteneva tre celle consacrate rispettivamente al culto delle tre deità proteggenti ogni città etrusca.
In diversi punti delle rovine di questa città morta, si distinguono le impronte delle due civiltà che si sono sovrapposte: romana e medioevale, ed anche se coloro che sostengono che ci sono anche le impronte della civiltà etrusca, gli scavi effettuati dall’Accademia Americani, sembrano smentire definitivamente questa ipotesi che è stata sostenuta per molto tempo.

I Frati

Partendo da Cosa, lungo il tratto della strada Aurelia per recarsi ad Orbetello, incontriamo la località denominata “I Frati”, forse perché nel Medio Evo sede di un antico convento,  che prima fu stato ridotto in un podere a coltura e successivamente a residenze private.
La detta località presenta tracce di notevole antichità;  negli scavi che vi furono eseguiti nei primi anni del secolo scorso e nello scasso per la piantagione della vigna, vi si trovarono diverse tombe con oggetti antichi, sia di epoca etrusca, che romana, fra cui delle bellissime antefisse, figuline, monete, spade e vari oggetti in metallo, che andarono dispersi o furono occultati, oltre a ruderi di vecchie costruzioni.
Da rilevare che detti scavi erano fatti senza nessun criterio direttivo e da persone di nessuna competenza.

Il Cristo

Lasciando la via Aurelia allo Scalo, a sinistra si biforca il ramo di strada che conduce alla città di Orbetello, considerata ormai la sede dell’antico Vico Cosano, e prima ancora, dell’antica città di Cosa.
A metà quasi di questo tratto di strada si trovava, lungo il lago dalla parte di Ponente, un piccolo possesso di proprietà dell’antica  famiglia De Witt, chiamato il Cristo.
Il terreno, sul quale le tante abitazioni oggi esistenti, costruite nel secondo dopoguerra, malgrado i due assedi francesi alla città nel 1646 e nel 1799, che sconvolsero quel territorio per costruire ripari di guerra, nel corso del 1800 era ancora  cosparso di monticoli, che indicavano subito l’esistenza di tombe; e infatti  questa famiglia, a cominciare dall’avolo Antonio De Witt, al figlio Raffaello, ad Antonio, illustre giurista e profondo latinista, ultimo della famiglia e figlio di Raffaello, in questa località si eseguì tutta una serie di scavi, che portarono alla scoperta di tombe etrusche e al rinvenimento di numerosi oggetti antichi di pregio.
Cosi nel 1823, in una cripta, fra i vari oggetti e vasi di notevole interesse, si ritrovò un disco manubrato, o specchio del quale parla il De Poveda nelle sue dotte  memorie di Talamone.
Altri vasi figurati ed oggetti stimabili furono ritrovati da Raffaello, e di cui si può trovare in parte il resoconto e la descrizione nella raccolta del “Bollettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica” e specialmente nelle annate 1849 e 1861.
Anche Antonio De Witt continuò gli scavi paterni, rinvenendo delle figuline di pregio ed altre antichità, che andarono disperse, o presso privati, o in qualche museo.

Orbetello

Anche se in questi ultimi anni sono stati fatti dei passi avanti, le origini storiche di Orbetello come sede di abitato e del suo antico nome, non sono ancora ben definite. Sembra  che nell’antichità la città si chiamasse prima Cusa e successivamente Vivo Cosano.
Raffaele Del Rosso nei suoi libri “Pesche e Peschiere Antiche e Moderne dell’Etruria Marittima”, la diceva senza storia, posizione successivamente corretta in base a nuovi risultati della ricerca.  Astenendoci dal riportare le opinioni del Lenzi, del Gori, del Santi, del Brocchi e del Dennis ed altri, insieme a Pietro Raveggi, escludiamo con convinzione che Orbetello fosse la Sub-Cosa dello Strabone, perché indizi certi, topografici e archeologici, ce la fanno ritenere, col suo agro, quale sede del famoso Vico Cosano in cui sorgeva il celebre Tempio a Giove Vicilino, nel quale, come narra Tito Livio, al precludere della seconda guerra punica, si udì lo strepitio d’armi:“Jovis Vicilini templo, quod in Cosano agro est, arma concrepuisse”.
L’archeologo Marcelliani la diceva una necropoli, precisamente quella di Cosa, opinione sostenuta dallo stesso Del Rosso nell’opera citata, come abbiamo detto, successivamente corretta.
Altri avvalendosi della quasi certezza che qui sorgeva il Tempio a Giove Vicilino e prendendo argomento dalle sue Mura Ciclopiche, della seconda epoca per alcuni, più vecchie per altri, vogliono vedervi come un recinto sacro a quelle riunioni anfictioniche, che ancora la Grecia antica sembrerebbe avere ereditato dalla vetusta tradizione dei Pelasghi.
Così le giudica e tali ipotesi tenta dimostrare con buoni argomenti lo studioso Rinaldo Costantini nelle sue “Divagazioni Ipotetiche sulle Origini di Orbetello”.
Altri ancora lo ritengono un antico e importante porto.
Poi c’è da tenere in considerazione lo scavo effettuato alcuni lustri or sono dalla Soprintendenza sotto il palazzo detto del “Pacchioni”. Lo scavo ha portato alla luce muri e altre strutture assai interessanti (tenuti nel più deplorevole abbandono), che appartengono al periodo etrusco. Non si comprende come mai i risultati di quello scavo, dopo tanto tempo, non siano  stati ancora resi ufficialmente noti.
In relazione a tutta questa situazione, meraviglia come la comunità orbetellana non abbia sentito e non senta ancora oggi la necessità, oseremmo dire l’obbligo, di promuovere gli studi necessari per dare una definitiva risposta alle tante incertezze della storia sulle origini della nostra città.
Uscendo da Orbetello città percorrendo la diga e prendendo la strada che conduce a Porto S. Stefano, a circa metà del cammino si trovano le Peschiere del Comune di Orbetello, alla bocca dell’apertura del canale di Nassa, che fa comunicare la Laguna con il mare.
Le dette Peschiere, che sappiamo aver funzionato anche ai tempi dell’antica Roma, e forse anche in precedenza, dovevano far parte col tombolo della Giannella, la zona di S. Liberata e il Valle dei vasti predi della famiglia dei Domizi Enobarbi, da cui discende anche Nerone, che possedevano anche l’isola del Giglio, quella di Giannutri e forse ancora quella di Montecristo.
Il Santi, Il Lambardi, l’Ademollo e successivamente anche il Del Rosso ne parlano con maggiore cognizione di soggetti e di argomenti

BIBLIOGRAFIA

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PARAFRASANDO UN COMPONIMENTO SCRITTO DA UN ELETTORE DURANTE UNA CAMPAGNA ELETTORALE DEL 1886.

Cuticagna 1A voi, chiamati ad eleggere Camera e Senato dedichiamo questo saggio critico meditato esaminando il lungo periodo di vita “democratica” di una ipotetica Nazione, che per ovvi motivi non nominiamo.

A voi cittadini lasciamo giudicare se la prova di competenza e di cultura che gli eletti hanno dato relativamente allo sviluppo economico, sociale e culturale della Nazione nel passato periodo, insieme all’audacia che hanno avuto ed ancora hanno chiedendo nuovamente i nostri voti, siano qualità bastanti per essere Ministri, deputati e senatori; o se il loro operato, invece di renderli degni di rappresentarci, li renda degni di una sola riflessione:  – quella disegnata nella  vignetta di testa.-

Sono, di solito, i mesi primaverili quelli sacri ai candidati alle elezioni.

Ed è forse per questo che tutti coloro che vogliono “rendersi utili alla collettività”  quando si avvicinano le tornate elettorali cominciano a scodinzolare.

Le scelte, bisogna dire la verità, spesso non sembrano cattive e dopo tutto, siccome nessuno può vantarsi di essere più “competente e culturalmente preparato di loro”, gli elettori non dovrebbero lasciarsi sfuggire un’occasione così propizia per far ricordare ai posteri i nomi di personaggi tanto potenti, facendoli restare con tanto di naso.

Cuticagna 2In tal modo essi, che fino a quel momento non erano che semplici “cittadini”, diverrebbero dei veri ed autentici “cittadini con tanto di naso”.

Esopo narra della montagna che, gonfiatasi in modo spettacolare, finì per partorire un topolino. Noi ci siano trovati con dei “cittadini con tanto di naso” che hanno partorito  comunità che arrancano: soltanto invece di gonfiarsi loro, hanno trovato un metodo più semplice e meno incomodo: – far gonfiare i c … ai cittadini. –

E fin qui, per parte nostra, non abbiamo nulla in contrario.

Cuticagna 3Quello che ci preoccupa vivamente è il fatto che i “cittadini con tanto di naso” continuano imperturbabili a scendere in campo. E, siccome il distogliere dall’arte di amministrare tanti fervidi ingegni, sarebbe un vero … peccato, abbiamo deciso di propagare, per quanto le nostre forze ce lo permettano, un’opera tanto utile e dilettevole, sicuri di questa grande verità: – chi ha visto al lavoro questi “cittadini con tanto di naso”, non può essere loro … elettore.

Faremo anzi di più. Perché i cittadini apprezzino degnamente i punti più salienti del loro operato, illustreremo qua e là con dei disegni tutte le belle qualità che i “cittadini con tanto di naso” possiedono.

Poiché, osiamo dirlo, nessuno ha compreso tutto il valore di questi geni che sfolgoreggiano illuminando di luce novella il nostro territorio e ciò è tanto vero che quando ci pensiamo è così intensa l’ammirazione che proviamo, che anche noi, divenuti ad un tratto cittadini ed elettori, sentiamo fremere nella fantasia alto e possente un inno di entusiasmo: – In Turchia, nell’Alemagna, nella Francia e nella Spagna, e neppur nella Bretagna, c’è tanta nobile e fervida cuticagna.-

E ce li figuriamo, con la nobile e fervida cuticagna splendente, in mezzo ad una folla di ammiratori banchettanti al loro prossimo trionfo: – Nei banchetti allo spumante sorgono i Vate in cappa magna col sorriso che si stagna nell’ottusa cuticagna.-

Cuticagna 4Oh ammirate, ammirate i loro discorsi divini, le loro perorazioni d’amore per i cittadini, che spirano tanta dolce … malinconia. Ammirateli senza disturbarli: – Quando son tristi se ne vanno  in campagna a ispirar la cuticagna e anche se qualcuno di loro con enfasi si lagna lo fa per l’amore altrui che si guadagna, che poi con l’Euro s’accompagna. –

Essi che nelle loro divinazioni  politiche, intravedono sempre un angelico destino, un sublime ideale che invano si affannano a raggiungere: – E così la cuticagna del frenetico miscuglio sogna sempre la cuccagna, ma soltanto tanti … cani  gli si attaccano alle calcagna. –

Ahimè! Ed è forse per questa infelice condizione che i grandi “cittadini con tanto di naso”, perdono di vista gli interessi della comunità nazionale: – Piangete o miseri con i cani attaccati alle calcagna, perché in quella cuticagna c’è di certo la magagna!

LA NOSTRA MAREMMA

Cavalli_maremmani 12Eravamo ormai vicini alla stagione primaverile, sul Monte Argentario e sulle colline maremmane dell’entroterra il crepuscolo allungava i suoi chiarori, le notti cominciavano ad essere più brevi e più lungo il giorno per camminare.

Era il momento  propizio per percorrere i silenziosi sentieri, prima che il tempo delle vacanze li rendeva troppo frequentati; andiamo, dunque, con passo leggero, e nella quiete avremo il tempo di pensare ai tempi andati, alle esperienze che la vita ci ha riservato, alle passioni che ci hanno legato per sempre a questa terra: il silenzio, il cielo, gli odori della macchia mediterranea, ci terranno compagnia.

Così, una mattina della scorsa primavera, di buon’ora, partimmo da Orbetello per arrivare lassù, sulla vetta più alta del Monte Argentario.

Dopo il Convento dei Passionisti, che domina la vallata fino alla Laguna, ci fermammo a guardare il paesaggio sottostante: il sole cominciava ad illuminarlo, era splendido, punteggiato di macchia mediterranea e pinete, vigne, campi verdi, tante piccole case in lontananza e la laguna, che sembrava uscire da un mondo incantato, un territorio colmo di storia millenaria, abbracciato dal mar il Tirreno in un amplesso intenso e partecipato. Maremma_cavalli In quel silenzio, insieme ai nostri pensieri, ascoltavamo i gorgheggi melodici degli usignoli che avevano appena raggiungo la nostra terra dopo un lungo viaggio e si apprestavano a preparare il loro nido. Riprendemmo a salire e alla deviazione che porta alla croce, un po’ stanchi, ci sedemmo sotto un leccio per riposare qualche minuto, prima di fare l’ultimo tratto che ci avrebbe portato alla meta. Eccoci arrivati: la parte più alta del Monte Argentario, a metri 635 e, come la prima volta che salimmo quassù,  restammo assorti e rapiti di fronte ad uno spettacolo di grande suggestione.

Nell’arco nord – est – sud, il grande anfiteatro che va da Grosseto e i monti dell’Uccellina ai confini con il Lazio ed oltre, passando per il Monte Amiata è ormai  completamente avvolto dalla luce del sole. Da quassù sembra ancora più grande, i paesi sulla costa e sulle colline sono immersi nel verde della macchia, nell’azzurro del mare o nel grigio di una lieve foschia in lontananza: Orbetello, Porto S. Stefano, Porto Ercole, Albinia, Talamone, Pereta, Montiano,  Magliano in Toscana, Manciano, Capalbio, Montalto di Castro. A ovest, la grande distesa del mar Tirreno, che mette in risalto, partendo da sud, l’isola della Formica di Burano, l’isola di Giannutri, in un velo di foschia l’isola di Montecristo, l’isola del Giglio, e più a nord, molto lontano, delle cime che dovrebbero essere quelle dell’Elba, e ancora le Formiche di Grosseto.

Pensavamo alla gloria, alla grande storica che l’ha coinvolta, alla  vetusta tradizione di questa terra, che finora, purtroppo, è stata un po’ trascurata e maltrattata e ai suoi figli, a tutti noi, che non siamo stati capaci di onorarla e dargli il valore che merita. Vacche maremmane bradePensavamo alle tante vestigia dell’antica cultura eneolitica, chiamata convenzionalmente di Rinaldone, della civiltà etrusca e di quella romana, che in gran parte giacciono neglettamente abbandonate senza che nessuno se ne curi, mentre potrebbero divenire degna meta di visitatori e nuovi lumi potrebbero proiettare sull’indagine archeologica; ai materiali  litici lavorati da uomini vissuti un milione di anni fa, rinvenuti a Montauto e in altre zone e alle civiltà litiche, che si sono susseguite nei millenni con una grande lentezza culturale su tutto il territorio maremmano; alle tante necropoli, alle mura poligonali come quelle di Orbetello e Cosa, alle città morte cosparse d’imponenti ruderi, ai manufatti meravigliosi di tecnica e di mole, come quelli della Tagliata, col mitico Speco, oggi chiamato Spacco della Regina, nelle vicinanze della tanto discussa Subcosa; alle mura ciclopiche di Orbetello, uniche sull’acqua, lasciateci dagli etruschi, o forse dai pelasgi; a Magliano in Toscana, tanto ricco di memorie della squisita arte senese, dove il nostro concittadino Pietro Raveggi identificò la tanto ricercata etrusca Heba, con la sua estesa necropoli di tombe dalle più svariate costruzioni e forme; alla Valle dell’Albegna dove era ubicata l’arcaica città di Caletra con i sorprendenti ritrovamenti, fra cui la meravigliosa Fibula d’oro, un gioiello dell’oreficeria rasenia, e più in alto Saturnia città degli Aurini, dove si possono ammirare le venerande mura e la grande necropoli di Pian di Palma; alla tenuta di San Donato, dove nell’esecuzione di lavori di bonifica, furono scoperte tombe a circolo del diametro di 32 metri, con bare in travertino e qualche cimelio della più alta antichità; a Manciano, Pitigliano e Sorano, a cavaliere del fiume Fiora, l’antico Armine, dove sorgono le vestigia di Statonia, ritrovate nel 1894 da Riccardo Mancinelli, alla sua area urbana e all’interessante necropoli, col sepolcreto in celle di tufo, che si può ancora rintracciare. E poi Sovana dalle tombe rupestri e i suoi superbi e silenziosi edifici; alle tante antichità romane da ammirare, a S. Liberata, Torre Saline, Sette Finestre, Sughereto di Ballantino, Talamone, isole di Giannutri e Giglio e alle tante altre rimaste sconosciute o conosciute solo da pochi fortunati, che attestano indiscutibilmente il fervore di vita goduto da questa zona in quei lontani tempi; ai longobardi e ai bizantini,  alla vita medievale, che seppure chiusa in un isolamento collinare, ha lasciato innumerevoli e interessanti testimonianze in quasi tutti i paesi del nostro territorio; alle lunghe dominazioni di Siena, della Spagna, dell’Austria, dei Borboni, con le innumerevoli e possenti testimonianze di difesa lasciate sul territorio; alla Maremma di ieri, alla malaria e ai tanti disagi delle popolazione che ci hanno preceduto,  al loro lavoro e ai loro sacrifici per domare queste, allora, dannate ed amate terre.

Pensavamo alla Maremma di oggi e al suo riscatto ma, nello stesso tempo non potevamo fare a meno di pensare  a ciò che potrebbe realmente essere questo territorio, se tutti noi fossimo in grado di pensare meno al presente e un po’ più al futuro.

QUAL E’ LA FUNZIONE DELLA SOCIETA’ CIVILE OGGI? (Articolo pubblicato su “LA GOTTATOIA”, nel 2009)

Società civileNella sala d’aspetto del medico, mentre aspettavo il mio turno, mi è capitato di leggere su una rivista settimanale del luglio 2009, un bell’articolo di un certo S. Veronesi il quale, oltre ad esprimere dei concetti interessanti sulla vita odierna, citava una storiella, che voglio prendere a prestito per vedere se riesco a fare un certo ragionamento su un problema che mi sta molto a  cuore: LA FUNZIONE DELLA SOCIETÀ CIVILE OGGI.

Ecco la storiella: c’è un pesce anziano che incontra due pesci giovani e li saluta. Buongiorno! Bella oggi l’acqua, vero? I pesci giovani gli sfilano accanto in silenzio, ignorandolo. Dopo un po’ uno dei due fa all’altro:  Che c … è l’acqua?

La storiella, pur nella sua semplicità, già  evidenzia una “moderna” morale, tuttavia, non è questo che mi preme mettere in luce.

Vorrei in realtà forzare un po’ quella storiella, per indirizzarla verso i rapporti che si sono creati in questi ultimi anni fra il potere politico e la società civile, che mi sembra il problema di fondo della nostra civiltà.

Come cittadino, infatti, mi sto ripetendo da qualche anno a questa parte la stessa domanda: a cosa posso servire? Purtroppo, col passare del tempo, la risposta, oltre che difficile, è stata sempre più problematica. Voglio provare a spiegarmi.

Nel frattempo ho constatato che di anno in anno la società civile  viene svuotata di valore, umiliata e marginalizzata con mille pretesti, oppure, nel migliore dei casi, trattata come una cosa da adoperare secondo le convenienze politiche, sociali, economiche e, in base alla sua acquiescenza, premiata o penalizzata dal vezzo inappellabile di coloro che in quel momento sono i reggenti del potere.

quarto-statoMi guardo indietro e rivedo, come l’estensore di quell’articolo, uomini lungimiranti (Moravia, Pasolini, Sciascia, Don Milani, De Andrè, e prima ancora, nel mondo, Orwell, Hugo, fra i tanti, che avevano tutto previsto, ammonito, predetto, mettendoci in guardia contro i mali di una certa politica  che a lungo andare avrebbe portato la società civile a contare zero , mali che poi ci hanno aggredito e ancora ci affliggeranno chissà per quanto tempo, dalla mercificazione del corpo all’omologazione della cultura, dallo sfruttamento alla persecuzione del “diverso”, dalla prepotenza politica alla prepotenza civile: purtroppo, le loro parole non sono state ascoltate, anzi, tanti li hanno derisi e in qualche caso li hanno anche perseguitati.

Eppure, si sta parlando della società civile, osannata e celebrata quando fa comodo, che può scrivere e dire (quasi) tutto quello che vuole, ma ascoltata no, quello mai.

Chiedere anche di essere ascoltati, di servire a qualcosa, è veramente una scorrettezza – accontentatevi, perbacco!

E a furia di evitare di prendere sul serio il pensiero che monta dalla società civile, che dovrebbe  affermarsi nel mondo, si è preferito che si aprisse questa pericolosa voragine d’ignoranza.

La società civile nel suo insieme molto variegato, cooperazione, associazionismo, volontariato, è invece una grande ricchezza della nazione, da tutti i punto di vista, culturale, sociale ed economico, e un potere politico intelligente e lungimirante, dovrebbe fare di tutto per valorizzarla, farla sviluppare, renderla forte, autonoma.

Ecco allora che possiamo ripensare alla storiella dei pesci, lievemente modificata, e immaginare un futuro nel quale, quando  l’uomo si sentirà dire che può servire alla società civile, egli  si chiederà che c … sia la società civile.

IL VEGLIO DEL MONTE ARGENTARIO

Pietro Raveggi 2Era d’agosto: il solleone dardeggiava in tutta la sua possanza. La campagna riarsa e come stanca si cominciava a spogliare di tutte le sue messi d’oro, che pochi giorni prima biondeggiavano, promettitrici di speranza e di vita.

Sulla parte retrostante dell’Argentario, che si protende nel Tirreno, dove egli si ritrova in solitario e remoto riposo, e precisamente a Torre Cannelle, spirava un senso di pace e di raccoglimento.

Sopra il suo rifugio, a qualche chilometro si ergeva imponente la cima del Telegrafo, la vetta più alta di questo bel Promontorio, e che nella geodetica d’Italia forma punto trigonometrico coll’Amiata e la Tolfa; mentre dalla terrazza della vecchia Torre Medicea si ammira il mare azzurro e vasto che si distende allo sguardo con le isole di Giannutri e del Giglio …

Ed è proprio in questa parte remota del Monte Argentario, e precisamente nel podere chiamato “Le Tre Fonti” che viveva un campione di longevità, il vecchio Fortunato Stagnaro novantacinquenne, che vedeva intorno a se, numerose e floride, le generazioni dei suoi discendenti.

Questo vegliardo, ancora aitante nella persona, dal comportamento dignitoso e fiero, che legge ancora senza l’aiuto degli occhiali era anche un autodidatta, dopo una vita spesa nel lavoro di campagna.

Aveva imparato da se a leggere e a scrivere, da giovane, nelle capanne dei carbonai che venivano per il taglio dei boschi e per produrre carbone, ai quali portava la spesa; ed era giunto a farsi tutta una cultura propria e meravigliosa, che faceva rimanere veramente sorpresi.

Egli conosceva e declamava con vero sentimento di comprensione i nostri quattro grandi Poeti, e specialmente del Divino Poema sapeva interi canti a memoria di tutte e tre le Cantiche. Dei poemi dell’Ariosto e del Tasso ripeteva i più begli episodi, ai quali intervallava, di quando in quando, qualche sonetto o stanza del Petrarca. E sapeva numerosi passi della Bibbia, fra altri il  Cantico di Mosè, i Salmi e i Profeti, che venivano da lui recitati col più profondo fervore di comprensione e di fede.

Da quando ebbe agio di conoscerlo la prima volta, la sua figura gli era rimasta solennemente impressa e un pomeriggio di domenica nel marzo di quell’anno e nei primi tepori primaverili lo incontrò che incedeva tranquillo e dritto nella persona, per una passeggiata lungo un sentiero del bosco sottostante alla sua casa fra gli elci e i cespugli di mirto e rosmarino in fiore.

Fu per lui una rivelazione allorché gli disse della sua età di 95 anni, e quando lo vidi leggere senza occhiali e manifestargli tanta conoscenza di poesia e distinzione di tratto.

Andò a ritrovarlo con la mia famiglia in uno di questi bei tramonti, e lo  rividero, tuttora lo stesso, dedito alle sue letture, colla memoria sempre fresca e limpida.

Interrogato sulla sua vita gli narrava di aver sempre lavorato, di aver menato una esistenza modesta, senza eccessi di sorta alcuna, mai dedito al fumo, di piacergli regolarmente il vino che, secondo le sue parole, era la poccia dei vecchi, mangiava poca carne e alla sera faceva la sua cena con una buona minestra di legumi.

E il buon vegliardo dalle bianche ciocche di capelli a riccioli, guardava con compiacenza la sua numerosa famiglia che lo attorniava, di figli, uno già settantenne, di nipoti e pronipoti e sorridendo  salutava sempre affabilmente …

Lo lasciarono che si era fatta sera, una sera patetica e tranquilla, come si hanno nell’agosto per queste colline imbalsamate dagli effluvi della macchia mediterranea così degradabili verso il Tirreno, e del mare

Erano  commossi dei suoi racconti e della sua esistenza, tanto bene spesa e condotta, mentre dalla sua finestra il buon vecchio li accompagnava ancora col suo sguardo benevolo e sereno.

Nel cielo cominciavano a spuntare le prime stelle e dalla vetta del Telegrafo un vago chiarore annunziava il prossimo sorgere della luna piena.

I grilli facevano sentire il loro canto, un usignolo nel bosco fiancheggiante armonizzava i suoi flebili gorgheggi;  davanti a loro il mare soffuso di una leggera albedine, solcato da due piroscafi illuminati e a tratti i fanali delle due isole vicine che  proiettavano il loro chiarore, infondevano una nota di grande mestizia.

Perduti in quel silenzio, mentre la luna già sorta spargeva i suoi fiotti di luce argentea sulla scena, col ricordo del buon vecchio, al pensiero gli venne il contrasto di un’altra esistenza, a loro direttissima, alla quale furono cari e graditi questi luoghi, e che non ancora quattordicenne doveva mancarle col sogno delle sue virtù e delle sue belle speranze di purità femminile.

Zona delle Cannelle (Monte Argentario), agosto 1922.

Pietro Raveggi Pietro Raveggi 3 per tutto ciò che pubblicava era solito scrivere delle brutte copie a mano, sulle quale apportava, prima della pubblicazione, tutte le correzioni ritenute necessarie, ma fra le carte che ha lasciato ci sono numerosi appunti anche di cose mai pubblicate. Gli appunti che mi hanno consentito di scrivere questo breve racconto, come tutti gli altri che potrebbero ancora dirci qualcosa del nostro concittadino, sono abbastanza deteriorati  e poco leggibili, tuttavia, sono riuscito, con un po’ di pazienza, a decifrarli. Lo pubblico quindi sul nostro blog, perché mi sembra molto interessante e ci permette ci conoscere un altro aspetto della vita del nostro concittadino.   

 

MAREMMANI CHE SI SONO FATTI ONORE. GIOVANNI CARDOSA.

Navi-trasporto-merciNei primi anni del secolo scorso erano già in funzione i colossi transatlantici, gli Ossians, gli Ocean Monarchs, come li chiamavano allora, che con i loro tagliamari slanciati e con discrete velocità traversavano l’Atlantico da Amburgo a New Jork in meno di sei giorni.

Quei colossi viaggiavano ormai con propulsori ad elica e quella che in quegli anni andava per la maggiore era un elica giapponese. Tuttavia, permanevano grosse difficoltà nella propulsione delle imbarcazioni, soprattutto, per quelle di grande stazza.

Ma molti esperimenti di propulsione per dare maggiori velocità alle navi e per togliere i tanti inconvenienti (forti vibrazioni e attrito parassitario) si stavano compiendo da qualche decennio, e continuavano alacremente in quel primo scorcio del secolo passato e fra questi, si stava sperimentando anche un elica inventata da un nostro concittadino, Giovanni Cardosa.

Un po’ di storia ci dice che dopo lo Smith che adoperò per primo due spire di legno, ossia due rivoluzioni complete della generatrice alcaloide alla sua barca e quando una delle spire gli si troncò ebbe un improvviso aumento della velocità dimostrando che una sola spirale lavorava meglio di due, perché la barca non veniva perturbata dal lavoro dell’altra; nonostante gli studi continui per far affermare il sistema dell’elica singola, nonostante le applicazioni e gli esperimenti di numerosissimi tecnici, addetti ai lavori e scienziati per la determinazione di un miglior  modello per questo importantissimo strumento di navigazione, per lungo tempo essi hanno proceduto con calcoli molto approssimativi e, malgrado gli infiniti esperimenti, molte ragioni di fatto restavano oscure e spesso allo stato di incognite. E sebbene già a quell’epoca si era giunti alle graziose eliche rovesciabili, alle eliche a forma corretta, a quelle rialzabili, alle eliche in tunnel e a quelle applicate sotto la chiglia,  queste restavano utili solo per le applicazioni sulle piccole imbarcazioni.

La grande elica per le grandi navi rimaneva tuttora coi suoi innumerevoli difetti, i principale dei questi erano l’azione centrifuga che essa esercitava sulla massa liquida; il vuoto che formava dietro la poppa per il quale oltre alla mancanza di uniformità nel moto della nave e della sua azione propulsiva, generava una preponderanza nella pressione statica della massa liquida a prua, che veniva a costituire un aumento di resistenza all’avanzamento della nave stessa. Senza dire poi della limitazione della velocità di rotazione imposta dal fatto che quando questa aumentava l’acqua veniva spinta verso la periferia con tale violenza che alle ali dell’elica stessa veniva a mancare il mezzo nel quale dovevano agire.

Rimediare a tutti questi inconvenienti è stato, per lungo tempo, per l’architettura navale uno degli scopi di studio più assiduo. Tuttavia, i tanti sforzi  erano giunti, fino a quel momento  a limitare solo leggermente questi grossi e negativi inconvenienti.

E in mezzo a tutti questi esperimenti, a tutto questo lavorio per risolvere questi problemi, si innestava il lavoro di Giovanni Cardosa e la sua elica che avrebbe dovuto risolvere i problemi delle grandi navi. Il principio costruttivo sul quale si basava il suo lavoro era completamente diverso da quello fatto fino ad allora cioè, soprattutto,  quello elicoidale. Egli aveva sostituito la forma geometrica per cui, la sua elica si differenziava completamente dalle eliche in uso, sia nella forma che nel contorno delle ali e nella loro disposizione rispetto all’asse e al piano longitudinale della nave per cui, l’andatura della nave veniva resa, dopo la sua applicazione, più dolce e uniforme; quasi ogni vibrazione veniva soppressa; quasi ogni attrito parassitario veniva eliminato; nessuna formazione di vuoto avveniva perché l’azione dell’elica ideata da Giovanni Cardosa era centripeta, cioè diretta al centro e non centrifuga come avveniva con le altre eliche. Ne conseguiva che il miglioramento nella utilizzazione della forza degli apparati motore era notevolissimo.

Una nota di colore si innesta sull’invenzione del Cardosa: la maggioranza degli ingegneri che operavano nel settore emisero giudizi, a priori e sui disegni, pronunciandosi sfavorevolmente, mentre gli esperimenti che vennero espletati subito dopo, non solo dettero ragione al nostro concittadino, ma furono accolti con grande soddisfazione.

Così, non solo teoricamente, ma anche nella pratica, i valori delle efficienze relative alle diverse forze di rotazione e i loro rapporti con le vecchie eliche, insieme ai valori relativi delle forze sviluppate per ottenere le diverse spinte dimostrarono la superiorità del nuovo propulsore italiano sulle eliche fino a quel momento adoperate.

L’invenzione era stata sottoposta a calcoli rigorosi attraverso numerosi esperimenti, giungendo a trovare la ragione matematica del numero e della forma delle ali delle eliche e a stabilire, dato il diametro, che tutti gli elementi di esse gli sono subordinati. Così, da quel momento, finalmente e dopo tanti sforzi, non ci si basava più sulle ipotesi, e su una spesso infinita sequela di tentativi, ma la costruzione di quel primario elemento di navigazione, si basava su dati ed elementi certi e definitivi.

Mi è sembrato di capire, esaminando il poco materiale a disposizione, che l’applicazione di questa invenzione con i perfezionamenti che conseguentemente seguirono, come sempre avviene quando una nuova scoperta si materializza, abbia segnato nel campo dell’architettura navale una grande risoluzione.

PRO ORBETELLO

PRO ORBETELLOQuesto volumetto di 20 pagine, stampato dalla Tipografia Etruria Nuova di Grosseto, Raffaele Del Rosso lo pubblicò nel 1927 e lo dedicò “A dodici dei miei più intellettuali amici di Orbetello”. Apre con due Aforismi antichi “Pochi conoscono la loro fortuna, né uomini né paesi – L’amore al proprio paese deve consistere in fatti e non in sole parole”, e comincia così:

 Subito vi farò ridere. Poi, riflettendo a quanto vi sto per scrivere, non riderete più e direte che ho ragione.

Dico, anzitutto, che la nostra Orbetello è una città che per le tante sue doti, che ha allo stato latente, piace a quanti vi vengono anche per un solo giorno, più di quanto non appaia a noi Orbetellani. Ciò avviene perché Orbetello ha multiformi doti e godimenti che, nel loro insieme, mancano a tutte le più grandi e belle e importanti città d’Italia. …

Si tratta di un vero e proprio progetto di sviluppo economico della zona, che contempla ogni settore della vita di una comunità. Turismo, cultura, tradizioni, valorizzazione dei monumenti, agricoltura, altre attività produttive, svaghi di ogni genere, innovazioni tecnologiche, ecc. ecc.

Certamente un progetto faraonico e di difficile attuazione, come lo è stato qualche altro progetto di Del Rosso.

Non è questo, però, il dato che volevo mettere in evidenza, ma il fatto che nelle società che si sono susseguite, dall’antichità ad oggi, ci sono sempre stati personaggi o  piccoli gruppi, delle avanguardie, che si sono battute per far avanzare, in modo ideale e corretto, lo sviluppo economico, sociale e culturale delle loro comunità, con idee e progetti assai spesso importanti e aderenti alle realtà dove operavano: idee e progetti che si sono affermati solamente la dove hanno trovato delle popolazioni culturalmente preparate, aperte e disponibili ad operare seriamente e immuni da egoismi e preconcetti, personali o di gruppo.

Dove ciò non è avvenuto, e continua a non avvenire, si è vissuto e si continua a vivere nell’incertezza e senza vedere all’orizzonte nessuna prospettiva.


QUANDO LA MALARIA IMPERVERSAVA IN MAREMMA: ESPERIMENTI TALAMONESI.

Saggio profilassi antimalarica a TalamoneNella seconda metà del 1800 sul colle di Talamonaccio furono costruite una caserma militare e un forte-deposito munizioni.
Ogni anno, per periodi di 15 – 30 giorni, la caserma ospitava compagnie di artiglieria da costa che effettuavano esercitazioni di tiro su sagome in movimento nel canale fra Telamone e Porto S. Stefano.
Il 1 luglio 1901 arrivarono nella caserma due compagnie di artiglieria da costa provenienti, una da La Spezia e una da Ancona, per le solite esercitazioni di tiro.
Le autorità militari, su richiesta del Prof. B. Gosio, direttore della Campagna Antimalarica della Maremma Grossetana, inviarono al seguito di questa truppa il Tenente medico G. B. Mariotti Bianchi, con il compito di organizzare un servizio per la sperimentazione degli ultimi ritrovati per combattere la malaria,al fine di poter trarre risultati scientificamente attendibili da quel “materiale abbondante dato dal buon numero di militari”.
I militari giunti nella caserma di Talamone consistevano in 6 ufficiali e 176 uomini di truppa; un complesso di 182 persone, le quali rimasero in quel luogo per 15 giorni.
Prima dell’arrivo dei militari tutte le aperture esterne della caserma (porte e finestre) furono munite di rete metallica e furono uccise le zanzare rimaste prigioniere con abbondanti fumigazioni di anidride solforosa.
Per la protezione dei militari era stato provveduto mercè l’uso di guanti allungati che coprivano la parte inferiore delle braccia e veli che si applicavano direttamente al chepì con rapidissima operazione, facendo uso di un cerchio di filo di ottone; si trattava degli stessi strumenti usati dai membri della Commissione governativa del presidio di Grosseto nei suoi spostamenti per verifiche e sopralluoghi nelle zone malariche.
Finalmente ebbe inizio la fase più delicata, la profilassi con l’uso del chinino e tutta una serie di raccomandazioni circa l’uso dei mezzi meccanici e i comportamenti da tenere.
La somministrazione del chinino venne fatta al mattino a digiuno alla dose di un grammo per individuo, nei giorni 7, 8, 14 e 15 luglio e, tornate le due compagnie alle rispettive guarnigioni, La Spezia ed Ancona, venne somministrata una ulteriore dose di un grammo di chinino nei giorni 21 e 23 luglio.
I militari interessati all’esperimento vennero tenuti per un mese, dopo la loro partenza da Talamone, in osservazione rigorosa dai rispettivi ufficiali medici.
Durante la sperimentazione nella caserma di Talamone il Tenente medico mise in atto una serie di verifiche e controllo sul comportamento dei militari che lo convinsero che non tutti si attenevano alle disposizioni ricevute; così, per modificare questo comportamento si arrivò persino alle minacce di restrizione di tutti coloro che disobbedivano e fu necessario stabilire delle Ronde con il compito di sorvegliare che gli ordini circa l’uso dei guanti e del velo, del corretto uso di porte e finestre e della somministrazione del chinino nei giorni prescritti, avvenisse regolarmente.
Ogni mattina, subito dopo l’uscita dei militari dalle camerate, il Tenente medico vi faceva una ispezione minuziosa cercando le zanzare entrate durante la giornata precedente. I risultati delle ricerche sono esposti nella seguente tabella:

ANOFELI  CATTURATE  NEI  LUOGHI  PROTETTI
Data                   anofeli catturate
2 luglio                     "  5
3                            "  1
4                            "  5
5                            "  7
6                            "  9
9                            " 28
10                           "  6
11                           " 36
12                           " 12
13                           " 80
14                           " 92

L’ufficiale medico, nella sua relazione finale, precisa che essendo il soffitto delle camerate altissimo e non possedendo scale, la ricerca fu limitata ai luoghi più bassi.
Alla fine dell’esperimento, dei 176 militari 161 avevano compiuto regolarmente la cura e 15 irregolarmente.
Il 24 luglio si ebbe il primo colpito da accessi di febbre malarica e l’8 agosto si ammalava l’ultimo.
I militari ammalati furono 13 in tutto, ripartiti come segue:

                                          N. degli individui              N. dei malati
Regolare                                       161                                    11
Irregolare                                       15                                      2

Anche se i militari non si erano comportati del tutto correttamente, soprattutto per l’uso dei mezzi meccanici, l’esperimento fu ritenuto assai importante; si verificò solo una morbosità del 4,97% sui 161 individui che avevano fatto regolarmente la cura.
I metodi di cura, assai diversi, che si sperimentavano in quel periodo un po’ ovunque, non avevano ancora dato risultati così incoraggianti.
Dalla relazione conclusiva del Tenente medico G. B. Mariotti Bianchi vengono fuori dati e fatti assai importanti circa la situazione esistente nella zona a riguardo della morbosità malarica.
A tale proposito, per non aggiungere o togliere qualcosa dalle riflessioni del relatore, si trascrivono integralmente alcuni passi significativi;

“La plaga è eminentemente malarica. Mi detti cura nei giorni della mia permanenza in quei luoghi, di visitare le poche case circostanti, e potei constatare che sono veramente eccezionali quegli abitanti che non siano malarici o che non lo siano stati in questi ultimi anni. Quasi tutti erano recidivi dell’anno precedente, per la più parte terzanari; nella prima quindicina di luglio si ammalarono inoltre alcuni di quei pochi che non avevano contratto le febbri l’anno precedente; citerò del più piccolo bambino dell’operaio d’artiglieria, dell’età di 10 mesi, che, a quanto mi riferirono i parenti non aveva avuto febbre negli ultimi mesi del 1900. Il 2 luglio ebbe il primo accesso febbrile, il 4 il secondo, e l’esame del sangue dimostrò la presenza di innumerevoli parassiti di terzana. Intervenni subito con adatta cura.
Un altro caso fu osservato in persona di un caterattaio che lavorava alla bonifica dell’Osa, arrivato sul luogo da poco tempo. Quando lo visitai era affetto da terzana doppia e prescrissi la cura opportuna:
Come ho detto, gli altri erano quasi tutti malarici, e parecchi ebbero accessi febbrili nei giorni in cui rimasi sul luogo. Cito qualche esempio tolto a caso dai miei appunti:
1) La famiglia dell’operaio d’artiglieria è composta di 5 persone. Di esse il solo operaio fa eccezione, non avendo da molto tempo sofferto di febbri, le altre quattro sono malariche ed ebbero febbri anche in quei giorni (uno è un caso nuovo come sopra ho riferito). La loro casa è vicinissima alla caserma e non è protetta.
2) Nel casello ferroviario vicino alla Stazione abitano tre famiglie. Una è venuta in Febbraio. Le altre due comprendono 11 persone le quali tutte hanno avuto le
febbri nella passata stagione, prolungandosi in molti anche nell’inverno. Una ha avuto la febbre anche negli ultimi giorni di giugno.
3) Nel casello ferroviario prossimo al cavalcavia (N. 162) abitano 4 persone le quali tutte soffrirono di malaria l’anno precedente con recidive nell’inverno e nella primavera.
Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ma quelli che ho riferito bastano a dimostrare che la zona in cui sperimentammo è eminentemente malarigena. Ciò viene dimostrato e dal fatto che l’anno scorso si ebbe negli scarsi abitanti una morbosità che varia dall’80 al 100% e dall’altro, non meno importante, che i pochi individui che non avevano contratto le febbri, cominciarono ad ammalarsi i primi di luglio.
E che la zona sia gravemente infestata dalla malaria è dimostrato da un altro fatto importantissimo, che mi venne riferito da persone degne di fede. Alcuni anni fa venne inviata da Spezia a Talamone una compagnia di artiglieria da costa nel mese di luglio. Las truppa vi rimase per un periodo presso a poco uguale a quello di quest’anno e al suo ritorno in Spezia quasi il 50% cadde ammalato. Fu appunto in seguito a ciò che le autorità militari sospesero la dimora estiva in quella località, e solo dopo le recenti conquiste della scienza, fidando con saggio e illuminato consiglio nei mezzi che essa ci ha fornito, vi inviarono di nuovo le truppe nella certezza che il flagello sarebbe stato domato.
Debbo alla cortesia del medico locale il chiarissimo Dottor Pistoni, se posso aggiungere alcune altre informazioni sulla regione. Egli mi ha riferito quanto appresso:
1) Gli abitanti del paese di Telamone e dintorni sono tutti o quasi tutti malarici.
2) I luoghi più malarici sono: Fonteblanda, Bengodi e le adiacenze della Stazione, i quali luoghi sono quelli appunto che circondano da vicino la caserma.
Nel periodo di massima intensità delle febbri (luglio e agosto) il numero dei colpiti (primitivi e recidivi) raggiunge il 65% circa, compresovi il paese, il quale ha una morbosità minore”.

VISITA AD UN VECCHIO ITALIANO

Raffaele Del Rosso 45Lo scrittore Ardengo Soffici scrisse  l’articolo seguente, assai interessante, nel quale descrive una visita, avvenuta nel 1927, al nostra illustre concittadino Raffaele Del Rosso, allora sessantottenne, e che ci lasciò qualche mese dopo, nel gennaio 1928. L’articolo fu pubblicato negli anni immediatamente successivi in un suo libro dal titolo “RICORDI DI VITA ARTISTICA E LETTERARIA” e l’ho tratto dalla seconda edizione accresciuta del libro, data alle stampe nel 1942 e pubblicata dagli Stabilimenti Grafici A. Vallecchi, Firenze.

Credo, pertanto, di far cosa gradita alle tante Amiche e ai tanti Amici che seguono il nostro Blog e la nostra pagina su Facebook, proponendogli la lettura questo scritto, pensando che i più non lo conoscano e, soprattutto,  al di la del lavoro di ricerca sul personaggio e della divulgazione della sua opera effettuata dal Circolo Culturale Orbetellano “G. Mariotti” nel corso degli anni, quello scritto ci suggerisce quanto c’è da operare ancora per concludere il lavoro  di conoscenza della grande opera svolta dal Del Rosso a favore della propria terra e più in generale della Maremma.

Lo scritto del Soffici è un po’ lungo (4 pagine e mezza) ma, ritengo,  per coloro che amano il il proprio territorio, la sua storia e le sue tradizioni, sarà senza dubbio una piacevole scoperta.

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Il mio amico Vallecchi ed io si tornava in automobile da Roma a Firenze per Grosseto. Dopo ore e ore di corsa attraverso l’agro di Civitavecchia, lungo la riva del mare etrusco, fra interminabili pascoli e distese selvose di tamarischi, d’olivo e d’ignote piante aromatiche, l’oscurità era calata su noi quasi di sorpresa mentre entravamo nel cuore della Maremma.

Col vanir della luce, oltre alle forme del paese erano diventati invisibili anche i pochi segni di vita che fino allora ci eravamo visti d’intorno; e solo di tanto in tanto avevamo continuato ad accorgerci che tutto non era piombato nel buio, per certe bestie alate, specie di scarabei o di bucapere, le quali, volando basse basse sopra la strada nel senso opposto a quello della nostra corsa, venivano a batter nel viso a qualcuno di noi con violenza, come sassi scagliati da gente che fosse appiattata dietro i muriccioli e le siepi.

Adesso la macchina, condotta impetuosamente ora dall’uno ora dall’altro figlio dell’amico – il quale percosso più volte da quegli insetti aveva finito per calarsi il cappello sul viso a guisa di maschera e così se ne stava zitto zitto – la macchina strisciava un po’ alla cieca, divorando all’incerto biancore di un solo fanale la via ignota, mentre dalla solitaria campagna a mano a mano più nera e più tacita arrivavano ad investirci ondate di forti odori che il fresco della sera rendeva ancor più gagliardi, effluvi selvaggi di cui non sapevamo comprendere né la vera natura né la provenienza.

C’era nel nostro itinerario una fermata a Orbetello, dove Vallecchi doveva abboccarsi con un autore della sua Casa, il quale stava da tempo preparando un libro sulla Maremma antica.

–       Tu forse lo conosci appena di nome – mi aveva detto l’amico – ma farà piacere anche a te vederlo e parlarci un poco. E’ un tipo straordinario e fenomenale: Raffaele Del Rosso.

Senonché trovare Orbetello in quella oscurità ormai serrata, totale, non era come dirlo; Trovare il vero Orbetello, intendo. Già due o tre volte uno scintillio di luci fitte e distese dal lato della marina ci aveva fatto creder d’esserci; ma poi l’errore s’era dimostrato palese anche senza bisogno d’informazioni – d’altronde introvabili in quella gran solitudine.

L’ultima delusione ci era toccata a un punto della strada che da tutto pareva quella d’arrivo alla meta, dall’infittir delle case, da certi meccanismi intravisti nel buio, dallo splendore più vivo e diffuso di moltissimi lumi allineati con certa simmetria sulla nostra sinistra, e che, perciò, palesavano non più la vicinanza di un  semplice paesello o borgo come quelli oltrepassati, ma di una cittadina quale appunto ci si figurava quella verso cui correvamo impazienti.

Avremmo dunque giurato d’esser giunti; ma un’osteria che vedemmo piena di gente al margine della strada ci dette l’idea di sincerarcene. Fermata la macchina, demmo una voce a quei di dentro. La porta si spalancò e varie persone ne uscirono, uomini e donne.

Prima ancora che avessimo il tempo di fare la nostra domanda, uno di costoro rientrò ratto in bottega, ne risortì sollevando alta una bicicletta, e avvicinandosi a noi:

–       Vanno a Orbetello loro ? – disse –

–       Appunto; ma non è questo?

–       Oh no: qui è Porto Ercole. Se potessero montarmi, io ci vado a Orbetello, e insegnerei la strada.

Fu fatto un po’ di posto all’individuo, che era un giovanotto operaio, e che restò tutto il tempo del viaggio mezzo seduto e mezzo ritto, sostenendo a braccio teso la sua guasta bicicletta fuor ella macchina con appena un pedale appoggiato a un parafango.

Oltre che del cammino da seguire, egli c’informò esattamente circa la strada e la casa di colui che andavamo a visitare; così che quando, per un labirinto di binari, di ponti, di passaggi a livello, di vicoli torti e misteriosi, fummo entrati in Orbetello, quasi all’improvviso e senza che nessuno di noi potesse immaginar la cosa tanto semplice, ci trovammo davanti all’abitazione di Del Rosso.

Qui, mentre il giovane ci salutava e ringraziava, un gruppetto di gente s’era formato e circondava l’automobile. Vallecchi stava per domandare a qualcuno di costoro se lo scrittore  ci fosse, allorché il ciclista esclamò, indicando uno fra il gruppo:

–       Oh, ecco qui il suo figliolo. – E rivolto a lui: – Questi signori cercan del tuo babbo; accompagnali su te.

–       Non so mica se ci sia in casa – rispose quegli, facendosi avanti; ed era un ragazzone in maniche di camicia, dall’aspetto di popolano, rosso in viso e pieno d’imbarazzo. – Vo a vedere. – E infilò di corsa la porta e le scale.

Vallecchi e i figli Enrico e Piero erano intanto scesi dalla macchina e gli s’avviavano dietro; ché già dalle voci che venivano dal primo piano s’era capito che il cercato era in casa; il che subito confermò il figlio ritornando in strada e rimescolandosi ai suoi compagni.

Stavano dunque salendo, Vallecchi e i figli mentre io ero restato al mio posto, allorché di cima alla scala arrivò un fracasso come di seggiole rovesciate, di roba arrandellata, insieme a un vociare scomposto, del quale non arrivavo ad afferrare che poche parole e slegate.

–       Fucilate ci vorrebbero! Legnate da orbi! – tonava la voce. – A quest’ora; senza avvertire! Soffici! dov’è? Botte anche a lui! E’ una porcheria!…

Miste a questi strepiti, ma sopraffatte al tutto dalle ingiurie e dalle minacce, giungevano anche le voci dei tre Vallecchi e qualche confusa risata. Non fossero state queste risa, si sarebbe pensato a una lite o a un acciacco: difatti la gente della strada con la faccia intenta alla finestra aperta e illuminata pareva essa stessa sbalordita del fatto. Qualcuno osservò tra l’impaurito e il faceto:

–       Ma senti Del Rosso, stasera, come sbattaglia. O che ha?

Frattanto Piero era tornato e, sogghignando, mi diceva che salissi anch’io. Obbedii e feci a mia volta le scale. In un enorme stanzone alto come una chiesa, lungo e largo come un capannone, ingombro di tante cose e cos’ varie da acquistarne insieme l’aspetto di biblioteca, di museo e di laboratorio, trovai gli amici alle prese col vociferatore, un vecchio alto e ossuto, malamente vestito; il quale scortomi appena, corse a me gesticolando e mi attirò con gli altri presso un tavolone carico di libri, d’istrumenti da geometra, di meccanismi diversi, di piani architettonici appuntati su tavolette o arrotolati, specialmente di ciarpe e polvere.

La conversazione che s’intavolò fu molto animata, per me tuttavia quasi del tutto incomprensibile; giacché, oltre che il vecchio, privo affatto di denti, biascicava le parole fino a non rendere che suoni strani e inarticolati, essa si riferiva tutt’in una volta all’opera che il Del Rosso preparava per l’editore Vallecchi, a una certa Villa detta Miramare, all’industria della pesca, a antiche visite di personaggi illustri, come il cantore di Satana, un principe reale, a un lago dei dintorni, al regime fascista, e ad un certo sistema di cabine in eternit da condursi con ferrovia Dècauville fino entro il mare, la mattina, per riportarle la sera con lo stesso mezzo davanti ad un albergo.

Di tutto questo, e d’altro, parlava tutt’insieme il vecchio, correndo continuo da una capo all’altro dello stanzone, agguantando e recando volumi, bozze, progetti, piante inserti, che via via ributtava a catafascio sui mobili, sugli sgabelli già colmi di libri, di carte, o per terra addirittura, fra un bailamme di rottami archeologici, di plastici e modelli, di cassette, panieri di altra roba sfondata.

Trascinatosi poi dietro alcuno di noi, lo traeva dinanzi a grandissimi quadri appesi al muro, ov’erano tracciate le linee dell’idea che in quel momento esprimeva: la sistemazione di Roma porto di mare; il trenino formato do cabine anziché di carrelli; un albergo spettacolare in stile gotico-toscano decorato all’etrusca; una rete di canali da servire a un sistema di pesca; planimetrie di una città da costruirsi, o scoperta dopo millenni di oblio sotterraneo nelle vicinanze.

Di tratto in tratto correva verso una vetrata spalancata urlando tuttavia con enormi richiami del braccio:

–       O gente! qua! Sposa! Michela, dove è stato cacciato?…

Ed allora appariva una banbinella macilenta, spaurita, confusa non osando né di entrare né di rispondere; o si faceva avanti la sposa, vecchietta piccola, tonda, rinfagottata in un giacchetto bigio, con la faccia gonfia e attonita che si sforzava di sorridere.

Ma il vecchio enciclopedico era corso altrove, né si curava di terminare la sua domanda, già occupato a spiegare altri piani, a documentare algtre asserzioni erudite con tomi e disegni alla , gli occhi spimano.

–       Vedete, questo è il vero fiore sacro degli etruschi, quello raffigurato lì in mano a quella divinità. Specie perduta; ritrovata da me in una tomba di Tarquinia. Ho i semi; ve ne darò quanti volete. Michela, porta i semi … Disegnato e acquerellato dalla sposa …

Sedette per un  poco, stanco, sorridente con la sua bocca sdentata e salivosa, gli occhi spiritati a fior di testa. Com’io guardavo quella bocca, egli vi caccio due dita, l’allargò, mostrandomi le gengive paonazze e nude.

–       Più nemmeno un dente. Anni fa, per veder di parlare, mi feci fare a Firenze una dentiera; ma una volta mi sdrucciolò per la gola e quasi mi soffocò. Allora la presi e la buttai nel lago.

Ad un certo punto ribalzò in piedi, prese la rincorsa e, fattoci segno di seguirlo, si slanciò per un corridoio, anche quello zeppo di libri, di scartafasci, di filze. Traversammo dietro lui nuove stanze, cucine, salottini, non so, che non ebbi il tempo di raccapezzarmi, finché, usciti sopra una terrazza:

–       Ecco, ecco – si mise a clamare Del Rosso con l’indice teso verso la fitta tenebra di fuori. – Ecco la città Anadioméne; il lago, magnifico; la Villa doveva sorger là. Servizio automobilistico di prim’ordine, velodromo, ascensioni, canottaggio, musiche, armeria, sale da giuochi. Ma questo è nulla. Ho da farvi vedere altra roba. E un’altra volta, non arrivate improvvisi a quest’ora. Si deve cenare insieme. Insieme si deve cenare!

E con un’altra corsa ci ricondusse verso il salone. Correndo per l’andito, acciuffò da un mucchio un opuscoletto e me lo cacciò in tasca.

–       Pro Orbetello. Lo leggerai a comodo.

Nella gran sala ricominciò l’esposizione vertiginosa degli intenti, dei propositi; l’enumerazione delle opere da lui fatte e da farsi. La città trasformata, ingrandita, arricchita; da trasformare, ingrandire, arricchire ancora. Gli scavi, le scoperte compiute e da compiere; libri da scrivere. Far rivivere la Maremma etrusca. Primo nido della nostra gente, di una luminosa civiltà millenaria.

Mentre l’ascoltavo, vidi vicino a lui i due grossi volumi di un’opera uscita di fresco e relativa a quel mondo di cui egli parlava, entrambi spiegazzati e postillati con furia, per ogni verso nei margini. Gli domandai se già in quelli la materia in questione non fosse assai ben trattata.

Del Rosso fece una smorfia di disgusto e, con una manata spregiosa ai libri:

–       Quello è un animale. Confessa da se di non essere mai stato in Maremma: e vuol parlar degli Etruschi! Ma se l’Etruria è questa, pezzo di lavativo!

Non osai replicare; ma non seppi trattenermi dall’accennargli certe mie idee circa quell’antico popolo, stipite della nostra razza. Idee da ignorante perfetto; ma che mi ronzano in testa da anni. Insomma gli feci intendere che a me è sempre seccato di pur supporre, e tanto meno poi saprei ammettere, che noi Toscani si debba discendere da gente venuta di Levante, da semiti, in ultima analisi, mentre tutto in noi smentisce una simile discendenza; dai caratteri somatici a quelli dello spirito.

–       E allora? – domandò Del Rosso stupito.

–       Mi perdoni – spiegai – io non so nulla della lingua etrusca, e della storia di quel popolo; quel tanto che ne so l’ho appreso negli ultimi libri che ne trattano. Tuttavia, come artista, credo d’essere arrivato a intravedere come né la ricostruzione dell’idioma, né l’indagine storica siano cose essenziali alla soluzione del problema; bensì l’esame puramente intuitivo delle varie forme dell’arte, appunto detta etrusca. Lei m’insegna che tre sono le principali.

La prima orientaleggiante, di evidente derivazione assira o babilonese: forma di arte decorativa, manierata, simbolica e ieratica; del tutto estranea al nostro modo di concepire e di esprimerci.

La seconda non è che un riflesso confuso e piuttosto grossotto dell’arte ellenica; forma per più versi comune ai Romani e agli Etruschi; ed anche queste per nulla rispondente ai caratteri del nostro genio.

Invece la terza,  quella che si palesa in certe terraglie casalinghe, in certi canopi, anfore e ferramenta d’uso comune, in certi sarcofagi fittili di gente privata, o in funebri affreschi modesti e fatti alla buona, io vedo specchiati tutti quei caratteri con schiettezza mirabile: senso acuto del reale, della massiccia plasticità, della comodità compositiva e bonomia espressiva; tanto da riconoscere a colpo d’occhio negli artefici autori di tali opere gli evidenti antenati dei nostri, da Giotto a Donatello, da Masaccio a Fattori, magari, e a Medardo Rosso.

Mi aspettavo che il vecchio ospite mi piantasse in asso da un momento all’altro. Invece, s’era fermato quasi che quello che dicevo lo interessasse, incoraggiandomi così a continuare.

–      Questo mi fa pensare – seguitai dunque – che le tracce vere del popolo autoctono siano da riconoscere in queste ultime espressioni del suo profondo spirito. I vasai, gli scalpellini, i fabbri che creavano opere di questa specie dovevano essere i rappresentanti genuini della massa popolare indigena; mentre gli Etruschi, coi loro lucumoni e i loro artisti raffinati non dovevano essere che degli intrusi, sbarcati, o comunque arrivati qui di fuorivia e impostisi con le armi, poi con qualche virtù politica ed amministrativa a una nazione di contadini e di pastori incapaci di difendersi, e di governarsi autonomamente. Press’a poco come avrebbero fatto i Germanici invasori se non fossero stati ributtati dai Romani, quando eran calati in antico dalle Alpi in Lombardia e nel Veneto.

Così si spiegherebbe anche come della lingua di quei dominatori non resti nulla o quasi, non si ritrovino tracce profonde nei linguaggi posteriori di qui. Si trattava di una lingua ufficiale, impiegata soltanto nei documenti statali e religiosi degli occupanti, per le costoro relazioni; ma che il popolo mai apprese né quindi parlò o usò in famiglia, per pregare o cantare tenendosi alla parlata paesana, molto simile forse alla latina bassa nella quale poi si mutò, e da questa nella nostra che ora ci serve.

Del Rosso mi ascoltava attento: ma non mi riuscì di capire se con assentimento o con compassione. Del resto sentivo io stesso che la questione non era da trattasi così stans pede in uno, e che il momento era malissimo scelto, dovendocene andare tra un momento.

–       Ho letto – dissi per finire – che prima degli Etruschi vivevano qui gli Umbri, gente italica vetustissima. Preferisco molto credere che noi discendiamo da loro.

–       Ne riparleremo – urlò allora Del Rosso piantandomi finalmente e correndo agli altri, che s’eran frattanto fatti in disparte.

–       Ritornate presto; ma a cena. C’è tanto da dire. Guardate quel dipinto sopra la porta, con quelle due figure: fatto copiar da me. Le hanno prese per due uccelli palustri, mentre si tratta nientemeno di due divinità: il simbolo dell’Amore! Tutti asini. E tu tieni a mente questo: la gente etrusca veniva dall’India!…

Era ormai tempo che ce n’andassimo, e tutti ci preparammo al commiato. Ma non avevamo ancora aperto bocca, che Del Rosso saltò su indignato come se ci volesse mangiare.

–      Andar via, scappare? Tradimento! Tradimento! Sposa! Michela … Fermi tutti: di qui non s’esce.

Pareva un brigante che non volesse lasciar fuggire degli ostaggi. Per calmarlo alla meglio, dovemmo promettergli un’altra visita a  brevissima scadenza. Saremmo tornati, con altri amici, in massa, al tempo delle grandi pesche. Ma ci vollero dieci minuti buoni, durante i quali fummo tutti strapazzati, costretti ad ammirar lungo i muri disegni originali di Ussi, di Morelli, di Cesare Maccari, ritratti di Carducci e di altre celebrità, tavole di botanica etrusca, prima di farlo persuaso della urgenza per noi di ripigliare il lungo viaggio notturno.

–       Bè! Allora levatevi di tra i piedi. Ma, oh! Se non mantenete la parola, Dio mi fulmini, corro a Firenze e vi sparo, vi sbudello tutti!

Così minacciando, torvo e allegro ad un tempo, ci guidò smanacciando alla scala lunga e ripida, si precipitò fra noi fino alla strada, ci spinse a uno a uno nell’automobile.

Quando fummo dentro si acquietò, ma finché la macchina non fu partita e sparita alla cantonata, non rientrò in casa, e restò ritto davanti al suo uscio a strillare qualcosa che non si poteva più capire, a gesticolare, a salutare con ambe le mani sventaglianti al di sopra della testa pelata e lustra.

Rimettendoci per la campagna buia, fresca odorosa, rievocammo fra noi ridendo le impressioni avute nel breve tempo trascorso in compagnia di quell’uomo bizzarro e meraviglioso. Una grande tenerezza si mescolava però alla nostra ilarità, accompagnata da un senso di grave ammirazione.

Quanto a me, intuivo oscuramente che in quel vecchio corpo logoro dall’azione e dai dotti studi e in quella mente fervida, ancora animatrice, che in quel solitario quasi sconosciuto e povero costruttor di città, re suscitatore di un mondo estinto, inventore di meccanismi, creatore d’industrie, arricchitore del luogo natìo, scrittore, storico e poeta, avevo contemplato forse l’ultima immagine di’italiano vero, all’antica. Che in lui si perpetuava, per questo tempo grossolano e infedele, una figura di eroe assurdo ma, più di ogni altro nostro.