Firenze. Palazzo Strozzi – 27 settembre 2013 – 19 gennaio 2013

Il Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti organizza una visita alla mostra che si terrà a Firenze presso il Palazzo Strozzi dal 27 settembre 2013 al 19 gennaio 2013 dal titolo: L’AVANGUARDUA RUSSA LA SIBERIA E L’ORIENTE. Kandinsky, Malevié, Filonov, Goncarova.

prima

E’ la prima esposizione internazionale che pone come importanza fondamentale il legame delle fonti orientali ed euroasiatiche nel Modernismo russo, sollecitando il visitatore a seguire i sedicenti “barbari” dell’Avanguardia nella loro scoperta di nuove sorgenti d’ispirazione. Scopo dell’esposizione è tracciare una nuova “topografia” dell’arte russa del glorioso periodo del Simbolismo e dell’Avanguardia ponendola all’interno di un più ampio contesto storico geografico da un lato, e presentandone la pluralità delle fonti, delle influenze, delle relazioni dall’altro.

secondo

La visita alla mostra dovrebbe essere organizzata in un giorno feriale della prima decade del mese di Gennaio 2014 con partenza da Orbetello in pullman e rientro in serata. Il costo della visita comprende il viaggio in pullman Orbetello / Firenze e ritorno a cui si aggiunge il costo della mostra. Ovviamente per ottimizzare il costo del viaggio è necessaria un’adesione consistente.

La mostra è aperta tutti i giorni feriali dalle 9.00 alle 20.00, il biglietto d’ingresso, intero, dovrebbe costare 10.00 €  ma si possono ottenere degli sconti in funzione dell’età o di altre agevolazioni. Tutti coloro che vogliono aderire si possono prenotare contattando Edoardo Federici –  cel. 3280622146, Giovanni Damiani, Doriana Rispoli oppure uno qualsiasi dei componenti del direttivo di cui mettiamo l’indirizzo e_mail:

“Giovanni Damiani” <g.damiani5@virgilio.it>, “Doriana Rispoli” <doriana.rispoli@gmail.com>, “Rossella Rispoli” <rossellarspl1@gmail.com>, “Francesca Celestra” <francescacelestra@live.it>, edoardo.federici@libero.it.

Nella prenotazione, oltre al nome ed al cognome, dovrà essere specificato il recapito telefonico e l’età assieme ad altre eventuali caratteristiche che consentano di sfruttare gli eventuali sconti d’ingresso alla mostra.

Sperando che questa iniziativa vi giunga gradita attendiamo le vostre prenotazioni.

http://www.palazzostrozzi.org/SezioneAvanguardiaRussa.jsp;

CAMBIAMO ROTTA – LE COORDINATE

Care Amiche e cari Amici,
presa visione della lodevole iniziativa “Cambiamo Rotta”, con il lungo e importante lavoro fatto con gli alunni della classe IV della Scuola Primaria di Orbetello Scalo e con il prezioso aiuto della loro Maestra Sig.ra Stefania Zambernardi, che è terminato con la pubblicazione di un bel libro, visto lo scopo a cui sono destinati tutti i proventi della vendita del libro stesso, cioè all’acquisto di una Lavagna Interattiva Multimediale destinata alla classe, accogliendo la loro richiesta di collaborazione, affinché questa operazione possa concretizzarsi è fondamentale che ognuno di noi, come è avvenuto in molte altre circostanze, dimostri ancora una volta la propria volontà di mettersi a disposizione per un gesto di grande apertura e generosità.

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CAMBIAMO ROTTA - Le CoordinateCosa ci fanno insieme venti bambini, una maestra, un’amministrazione comunale, un’amministrazione provinciale, un libro e una bussola? Perché si cercano coordinate guardando al futuro ma osservando il presente? “Cambiamo Rotta – Le Coordinate” è un punto di vista, un’opinione, una simulazione di futuro, un passaggio, un percorso attraverso due generazioni a confronto che cercano di costruire un futuro in un presente in equilibrio. Un libro che racconta di una società in continuo cambiamento in cui è difficile trovare una rotta da seguire, di sogni di progetti, di prospettive, desideri e speranze. Un libro che parla di noi.
“Cambiamo Rotta – Le Coordinate” nasce dalla collaborazione del gruppo Cambiamo Rotta, nella figura della Dott.ssa Margherita Ambrogetti Damiani, con la classe IV della Scuola Primaria di Orbetello Scalo, a seguito della partecipazione al progetto “Cambiamo Rotta – Liberi di Partecipare”.
Il laboratorio che ha portato alla stesura del libro è stato frutto di un esperimento che ha coinvolto tutti i bambini in un confronto riguardo alla loro idea di futuro. Molti sono stati gli incontri che, in qualche mese, hanno dato forma alle 20 coordinate contenute nel libro raccontate dalla voce dei bambini. Il libro è un alternarsi di punti di vista diversi ma non lontani: quello delle generazioni degli anni 2000 e quello di qualche generazione precedente.
Generazioni a confronto, dunque, che si incontrano per capire da dove partire per dare forma ad un futuro che sembra non essere vicino.
La presentazione del libro “Cambiamo Rotta – Le Coordinate” si terrà in data 9 Ottobre 2013 alle ore 10.00 presso i locali della Scuola Elementare di Orbetello Scalo con la presenza del Sindaco di Orbetello Dott.ssa Monica Paffetti, dell’Assessore Provinciale Dott.ssa Cinzia Tacconi, della Dirigente Scolastica Dott.ssa Nunzia Squitieri.
L’acquisto del libro potrà essere effettuato su prenotazione versando il relativo importo di Euro 10,00 sul c/c 12213583, intestato al Circolo Culturale Orbetellano, che ha raccolto la nostra richiesta di collaboraione, con la seguente causale, obbligatoria: versamento per l’acquisto del libro “Cambiamo Rotta – Le Coordinate.”
Preghiamo, inoltre, tutti coloro che effettuano il versamento per l’acquisto del libro, di inviare una mail di conferma all’indirizzo: cambiamorotta@gmail.com
In occasione della presentazione potranno essere ritirate le copie acquistate i cui proventi sono destinati all’acquisto di una Lavagna Interattiva Multimediale (LIM) per la classe che ha partecipato al progetto; tutti coloro che non avranno la possibilità di ritirare la propria copia in occasione della presentazione saranno successivamente contattati per stabilire una nuova data di consegna.
Nel ringraziare tutti coloro che vorranno aderire all’iniziativa e rinnovando l’invito a partecipare all’evento di presentazione del libro.

VILLA DOMIZIA

Ho ritrovato la pagina del libro di Raffaele Del Rosso dove viene descritto il banchetto dell’imperatore Domiziano; essa si trova a pag.122-123 del libro Pesche e peschiere antiche e moderne volume primo capitolo La villa dei Domizi Enobarbi. Ho fotografato questa pagina in un cartello eplicativo che si trova sulla spiaggia antistante i resti della villa. Rileggendo questa pagina del libro di Del Rosso lo trovo di una sconvolgende attualità, le sue analisi di una incomparabile bellezza sono precise di indicazioni, rivelano un animo nobile ,un amore per i luoghi di origine, una condivisione dei risultati ed una competenza tecnica ancora oggi fonte di suggerimenti. Continuando questa pagina così egli scrive:
” Erano ormai lontani i tempi nei quali i migliori anni della Repubblica parvero tornare: quando il cacio vaccino premuto, l’uva duracina, i pescicoli minuti soddisfacevano la parsimonia di Augusto. A le tavole imperiali, a le quali non più Mecenate e il buon Agrippa assistevano, ma una corte di mezzani e di sicari si affollava, ben altro occorse e per certe cene di Vitellio, di Caligola e di Commodo si giunse a spendere oltre venti milioni di sesterzi. Per quelle di Nerone e di Domiziano, che né per gola, né per ferocia, furono a li altri inferiori, occorsero le spigole di un metro e i Vivai salsi della Domiziana le poterono ad ogni momento improntare. Ora tutto tace alla Domiziana, ma noi abbiamo tentato di vivificare l’imponente scheletro che tuttavia attesta della prisca grandiosità; perché chi sa come nei bondanoni delle nostre peschiere è impossibile conservare e crescere i bei pesci catturati, chi ve li ha veduti giorni per giorno deperire, chi sa quali guadagni possono ottenersi disponendo di spigole, di orate e di grossi muggini quando i prezzi dei mercati sono enormi per la scarsa pesca in mare, intenderà tutta la utilità pratica di questi nostri studi…” L’economia dunque, visti gli enormi risultati dell’allevamento ittico in questi anni, si nutre e si sviluppa anche dalla storia, dall’archeologia, dallo studio sul campo e sui vecchi documenti, genera guadagno e sviluppo. Niente è racchiuso in compartimenti stagno, ma soprattutto l’elemento culturale rende vivo ogni settore che senza di esso muore nella più completa solitudine.

Orbetello: Giovedì 23 ore 21 presenteremo Cafiero Braccianti un artista orbetellano del 900.

Per il ciclo “I Giovedì culturali dai pescatori” si conclude il tredicesimo evento con un lavoro di ricerca, effettuato da Rossella Rispoli, sull’amato Maestro orbetellano Cafiero Braccianti.

Gli incontri, iniziati nel mese di giugno, sono stati organizzati dal Circolo Culturale Gastone Mariotti  in collaborazione con la cooperativa dei Pescatori, e sono stati  tenuti nella splendida piazzetta antistante al ristorante.

CAFIERO BRACCIANTI - Scorcio del Duomo di Orbetello

CAFIERO BRACCIANTI – Scorcio del Duomo di Orbetello

Con l’incontro di questa sera, alle ore 21, sul maestro Cafiero Braccianti tenuto da Rossella Rispoli, il Circolo Culturale  orbetellano corona i venti anni di attività essendo nato nel 1993.  Per chi volesse festeggiare con noi e con tutti i nostri iscritti la ricorrenza ventennale c’è la possibilità di cenare al prezzo convenzionato di 20 euro con inizio alle ore 19,30 per evidenti motivi organizzativi.

Il Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti ringrazia tutti per la disponibilità e l’attenzione che,, anche in questo anno, ci avete concesso intervenendo sempre numerosi alle nostre iniziative.

QUI E ALTROVE. COMINCIAMO A RIALZARE LA TESTA

ProtestaSi dice che il ‘900 sia stato il secolo della grande crescita e dell’affermazione delle istanze democratiche in una vasta parte del mondo. Io credo che ciò sia vero solo in parte, in quanto quel secolo ha anche, e soprattutto, evidenziato in modo drammatico i segni di una profonda crisi, che l’ultimo scorcio del secondo millennio e il primo del terzo millennio hanno ulteriormente evidenziato e aggravato.
Qualcuno, con poca fantasia, cerca di far passare tutto questo come una crisi temporanea di un modello di vita; può anche essere ma io non ne sono convinto.
A parer mio questa crisi deriva, soprattutto, da due aspetti principali e fondamentali della democrazia e della vita dell’uomo:
1. l’assenza di partecipazione;
2. un sistema politico-socio-economico ormai in crisi irreversibile che non sarà più in grado di risolvere i gravi problemi della gente.

Pezzi sempre più consistenti di quelle che una volta chiamavamo “masse” si sono profondamente integrate nel modello del consumismo più sfrenato, e ipocritamente, privandosi di conquiste fondamentali per la nostra vita, hanno voltato le spalle agli strumenti della partecipazione, delegando tutto a personaggi che non lo meritano ed estraniandosi completamente dai processi politici.
In questo scenario, sul quale incombono ombre minacciose, come quella del grande potere mediatico, o delle forze che fanno di tutto per scardinare il nostro sistema democratico, sono soprattutto le forze progressiste ad avere la peggio, perché le manca quell’alimento dello spirito che un tempo gli veniva dall’impegno e dalla passione di tanta gente, che nelle forme collettive più svariate agivano nella società, cogliendone i fremiti più profondi e contribuendo a farla crescere nella democrazia.
Penso che questo andamento potrebbe ancora non essere irreversibile. L’esperienza ha sempre insegnato che la storia poggia le sue basi su processi oggettivi e che è sempre determinante la capacità soggettiva di riuscire a segnare in modo profondo questi processi, trasformandoli e orientandoli quando è stato necessario. Inoltre, tutto ciò insegna che le grandi scelte collettive, non subite, ma vissute e condivise, hanno sempre avuto la forza dirompente, capace davvero di indirizzare la storia.
Tuttavia, da anni, ormai, assistiamo impotenti a lunghi momenti di pauroso ripiegamento delle forze progressiste schiacciate da una specie di auto frustrazione da una parte, ed a scelte sbagliate, strategie inefficienti a far fronte a questo disfacimento dall’altra, che, purtroppo, noi stessi, con la nostra indolenza alimentiamo.
Come dice spesso un caro amico, “abbiamo negato noi stessi … quando pensavamo di poter sostituire la nostra forza, la nostra linfa vitale, che é appunto la partecipazione, con l’autorevolezza di un leader o con qualche campagna comunicativa …”, ed io aggiungo, dando il potere in mano a gruppi culturalmente sottosviluppati, attaccati a quel potere per motivi personali o di appartenenza.
Arriverà mai il momento della ripresa? Non so! Anche se penso che potrebbe cominciare in qualsiasi momento. Come tanta parte di noi, non ho ben presente ciò che si dovrebbe fare, anche se sento che una profonda e forte autocritica potrebbe essere un buon inizio, come lo potrebbe essere il favorire un profondo ricambio della classe dirigente, ma non solo in senso giovanile: quando ciò è successo non ha prodotto mai buoni risultati.
Certamente ciò non basterà a produrre il necessario cambiamento, soprattutto, se l’insieme delle forze progressiste non saranno in grado di impegnarsi seriamente, e responsabilmente, per riappropriarsi della politica e rifondando comunità democratiche che sappiano affondare le loro radici nell’aspetto fondamentale e fondante della democrazia: la partecipazione.

OCCASIONI FAVOREVOLI (Un sorriso fra una cosa seria e una cavolata)

Equilibrio  precario… Purgatorio! Avanti i signori pel Purgatorio! Due minuti di fermata!
L’agitazione destata nel vagone da queste parole pronunciate a voce alta, risvegliò Righetto dal leggero assopimento nel quale era caduto durante il viaggio. Tutti i viaggiatori si preparavano per scendere: tiravano le valigie di sotto le panchine, staccavano dalle reti le borse da viaggio, infilavano i loro cappotti. Righetto prese la valigia e si accinse a scendere come gli altri.
La notte era alta, ed una tramontanina secca, rigida, sferzava i viaggiatori assonnati, spingendoli verso l’uscita.
Righetto aveva tirato fuori macchinalmente il biglietto, e stava con un piede fuori, quando si sentì tirare per la manica del pastrano. Si voltò: era il controllore.
– Chiedo scusa, signore; Ella non può scendere!
– Perché, fece Righetto sorpreso.
– Questo è un biglietto pel Paradiso, non pel Purgatorio.
– Pel Paradiso? Ma è impossibile caro mio. Io sono un gran peccatore, vi prego di crederlo, e non posso ammettere a mio favore una eccezione così segnalata …
E inconsciamente, quasi a provare la giustezza del suo asserto, protese verso di lui la sua valigia piena zeppa di peccati, parecchi dei quali erano enormi e della più bella risma.
Ma il controllore riprese alzando le spalle.
– Io non so dir questo; il caso non è di mia competenza: ma, con sua buona pace non posso ammetterla in Purgatorio se non munito di un biglietto speciale e regolare! Capirà, noi abbiamo la nostra responsabilità …
E senz’altro gli cacciò il biglietto fra le mani e gli voltò le spalle.
Non c’era che ridire, aveva ragione: la parola Paradiso era lì, chiara, lampante, in maiuscoletto grasso, splendidamente dorato e adorno di fregi bellissimi: un piccolo capolavoro tipografico, che pareva uscito allora dalla Tipografia Ballini.
Diamine di contrattempo! Con quella tramontanina dover risalire in vagone per chissà quante ore ancora! Confessava che il pensiero del calduccio che l’avrebbe aspettato in Purgatorio lo solleticava.
Si affrettò al buffet e prese, con la massima sollecitudine, un consommè di pazienza e due fettine di buona volontà: ne aveva proprio bisogno! Ma trovò diabolicamente salata, la tariffa del buffet del Purgatorio. Vi basti sapere che nel vostro povero mondo non c’è che l’acqua della Laguna di Orbetello che la superi.
Risalì nel vagone quando appunto il treno era sulle mosse. Non vera rimasto che un solo viaggiatore: un anziano uomo con i capelli bianchi che staccavano sul rosso del suo simpatico volto, adorno di un sorriso intelligente e di grinze che dimostravano tanta esperienza, ma anche la fatica per il duro lavoro che aveva fatto durante tutta la sua vita.
L’aveva visto spesso gironzolare per Orbetello, ma in quel momento, non ricordava se si trattasse di un minatore della miniera del Passo, oppure di un pescatore della Laguna o di un muratore, che lavorava saltuariamente.
Per lui capiva benissimo il Paradiso: aveva speso la vita a fare un lavoro duro, sempre esposto al caldo e al freddo, ed era più che giusto che andasse a riposarsi lassù per l’eternità; – ma egli, peccatore impenitente, che il viaggio aveva colto con rapidità fulminea, fra una riunione e una passeggiata per la Diga! Era troppo !
– Fuma? Gli fece l’anziano uomo, porgendogli il portasigarette.
– Con piacere!… La ringrazio. Siamo rimasti in pochi, pel Paradiso!
– Eh, eh! Proprio così: la media pel Paradiso è sempre stata piuttosto scarsa …
– E, perdoni, il viaggio sarà ancora lungo?
– No, non troppo! Capirà, con la velocità del treno! Sa Ella che noi attraversiamo gli spazi interplanetari con la velocità di mille chilometri al minuto secondo?
Righetto lo guardò in viso credendo che celiasse: era invece serio come un bollettino ufficiale.
– Mille chilometri al secondo? Misericordia!
– Proprio così. Sulla terra neanche gli express delle linee americane hanno ancora raggiunto questo bel risultato! Col tempo, chi sa? Eh! Eh!
– Mille chilometri! Davvero, cose dell’altro mondo, è il caso di dirlo!
– Infine, meglio; è tutto tempo guadagnato.
– Per lei, signore, ma per me? – E qui gli narrò tutto: i suoi calcoli, i suoi timori, le osservazioni del controllore, e gli mostrò il biglietto.
– Uno sbaglio? Fece lui. Ma qua è impossibile.
L’amministrazione funziona con una precisione ed un accordo ammirabili, da cronometro svizzero: si persuada che s’Ella ha un biglietto pel Paradiso è proprio perché è stato trovato degno di entrarci.
– Ma, e i miei peccati? Ce n’ho qui una valigia piena, e di che qualità!
– Poco monta! Coi peccati avrà anche qualche buona azione che li riscatterà tutti. Gli angeli incaricati della visita dei bagagli, all’Ufficio di Sanità, hanno buon naso, non dubiti; e se invece di stivarlo nella diligenza per l’Inferno, lo hanno collocato nel diretto pel Paradiso, avranno le loro buone ragioni. Stia dunque di buon animo!
Il dialogo continuò così per un bel pezzo, mentre il treno, con la velocità vertiginosa di 3.600.000 chilometri all’ora, varcava spazi immensi avvolti nelle tenebre.
Finalmente il suo compagno di viaggio gli additò, sulla destra del treno, un punto luminoso che pareva si venisse avvicinando rapidamente.
– E’ la stazione del Paradiso: prepari i bagagli, siamo giunti.
E dopo poco si trovarono come immersi in un mare di luce tiepida e bianca dai riflessi opalini delicatissimi.
Righetto si rese conto immediatamente che in Paradiso erano ormai, da tempo, passati all’energia pulita, a quelle fonti alternative di cui da tanto tempo si parla sulla Terra e non si riesce a cavare un ragno da un buco, e pensò al buco nell’ozono, e a tante altre porcherie.
La portiera si aprì ed una voce in do maggiore, a petto della quale il do di Caruso sarebbe apparso un miagolio di micino raffreddato, gridò:
– Il Paradiso! Per di qua, signori! All’Ufficio di Sanità per la consegna bagagli!
Righetto decise di rinunciare a descrivere ciò che vedeva, ciò che provava quando scese dal vagone: vi basti sapere che la sua prima impressione fu quella di chi si desta all’improvviso in qualche casolare dell’Argentario e scopre quell panorama bellissimo.
Un angelo gli venne incontro sull’uscio dell’Ufficio visite.
Consegnò la valigia, ed egli l’aprì, e con destrezza meravigliosa cominciò a versare fuori quanto di bene e di male, sia in pensieri che in opere o in omissioni, egli aveva commesso negli anni di vita sublunare.
Oh! Come a quella divina luce, gli parve piccino e meschino e pietoso il mucchietto delle buone azioni, e dei buoni pensieri – grande e orrido e ributtante il mucchio delle azioni cattive e dei cattivi pensieri! Un vero letamaio.
L’angelo trasse dalla cintura una bilancia d’oro e rimboccate le maniche della tunica sfolgorante ammucchiò su un piatto i due o tre pizzichi di bene e sorridendogli per infondergli coraggio, sollevò la bilancia.
Vi lascio immaginare la confusione di Righetto quando vide il piatto del male calare pesantemente sul fondo e quello del bene sollevarsi leggermente
Anche l’angelo era titubante e cominciò a chiedergli se per caso gli era sfuggita qualche buona azione e lo spronò a frugare nella valigia. Dopo averla rovistata e scossa ben bene:
– Nulla! Null’altro! Veda in saccoccia! E’ impossibile un errore così madornale!
Al colmo della confusione Righetto cacciò le mani nelle tasche e tirò fuori un pieghevole e un pacchetto di volantini elettorali di vari partiti.
L’angelo, evidentemente al corrente della nostra politica terrena, prese il pieghevole contenente un programma culturale e i volantini li buttò in un canto:
– Non questi: cartaccia inutile; guardiamo quel pieghevole!
E preso il pieghevole lo gettò sul piatto del bene, che – o meraviglia! – scese a terra, sollevando senza sforzo tutto quel po’ di male ammucchiato sull’altro piatto.
– Salvo! Esclamò l’angelo raggiante di gioia: salvo!
E preso il pieghevole, lo esaminò curiosamente.
– Ah, ora comprendo: è il programma estivo “GIOVEDI CULTURALE”, del Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”. Non mi meraviglio s’Ella è stato trovato degno del Paradiso!
E prendendolo per mano lo scortò alla eterna beatitudine, ove fece il suo ingresso trionfale e si trovò in mezzo ad un gruppo di persone, fra le quali riconobbe Raffaele Del Rosso, Pietro Raveggi, Furio Lenzi, Giovanni Giuseppe Bartolomeo Vincenzo Merci, in arte Pinetti, Jacopo Gelli, Michele Bolgia, Alfredo Ceccherini, Anteo Ercole ed altri concittadini intenti a discutere sul ritorno della statua di Giuseppe Garibaldi in piazza Eroe dei due mondi.
E qui sarebbe il caso di dire qualche cosa di più del Paradiso, ma il primo articolo del Regolamento Interno vieta formalmente ogni indiscrezione.

ORBETELLO. PROPOSTE DI LAVORO APPENA ABBOZZATE

(PROPOSTE APPENA ABBOZZATE, CHE POTREBBERO FORMARE OGGETTO DI UN PROGETTO DI GRANDE VALORE ECONOMICO, SOCIALE E CULTURALE SUL QUALE IL COMUNE COADIUVATO DALLE DIVERSE ASSOCIAZIONI CULTURALI, DALLE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA E DA TANTI SINGOLI CITTADINI DOVREBBE COMINCIARE SERIAMENTE A LAVORARE)

1. MUSEO ETNORAFICO DELLA LAGUNA AD ORBETELLO
2. MUSEO DELLA CIVILTA’ CONTADINA AD ALBINIA
3. MUSEO ETNOGRAFICO DEL LAVORO INDUSTRIALE
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La Giannella vista dall'ArgentarioPREMESSA: Oggetto, luogo, spazio, lavoro di ricerca e sistemazione

Pur essendo consapevoli che il problema della comunicazione dei risultati di qualsiasi indagine su specifiche realtà di cultura materiale resta uno dei più ardui da risolvere per la quantità e complessità delle informazioni che ogni oggetto del lavoro (agricoltura, artigianato, industria, pesca) e della vita quotidiana (ambiente rurale e urbano) contiene, siamo certi che esso è in grado di fornire al ricercatore in prima battuta e successivamente a più ampie e generali aree di conoscenza, elementi di grande valore storico, sociale, culturale e, non ultimo, economico.
Per quanto si riferisce al lavoro da fare, sono molte le angolazioni da cui è possibile e necessario operare per una esplorazione globale dell’oggetto (nomenclatura, forma e dimensioni, materiale di costruzione, funzione o funzioni, modalità d’uso, quindi gesti e comportamenti umani).
Ogni oggetto è parte di una propria storia collegata con quella dell’esemplare che l’ha seguito. In questa consequenzialità sta il suo valore di documento per l’individuazione di più ampi percorsi di storia umana.
I luoghi e gli spazi, nel loro rapporto rappresentano i soggetti di tutta la vicenda (contadina, lagunare, industriale, ecc.) attraverso il tempo e scrivono nei loro movimenti e nel loro evolversi gli avvenimenti umani che si sviluppano quotidianamente intorno agli oggetti del lavoro.
Gli oggetti si collocano in luoghi e spazi diversi, a seconda dell’uso e della funzione a cui sono stati o vengono adibiti, del periodo o del momento in cui sono stati o vengono utilizzati.
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Orbetello vista dalla laguna di ponentePensando al nostro Comune e alle importanti attività che si sono sviluppate sul suo territorio nel corso dei secoli, dobbiamo evidenziare in questo campo una grande carenza derivata, soprattutto, dal mancato sviluppo culturale su un tema così rilevante, che poteva (forse lo potrebbe ancora) generare un contributo importante per lo sviluppo socio – economico della nostra comunità.
I settori principali che possono interessare questo progetto sono:
1. L’AGRICOLTURA. Un settore di grande importanza in Maremma che, con la sua rilevante cultura e le significative tradizioni, evidenzia una storia straordinaria per la vita di queste popolazioni e per lo sviluppo economico del nostro territorio. Già esiste un discreto e interessante museo della civiltà contadina ad Albinia che, tuttavia, ha necessità di avere una maggiore visibilità dedicandogli maggiore attenzione e forse una sede migliore e più adatta.
2. LA LAGUNA. PESCA ED ALTRE ATTIVITA’. La millenaria storia della nostra Laguna, strettamente legata alla vita sociale e culturale degli orbetellani e allo sviluppo economico della comunità, che ha prodotto e fatto giungere fino a noi grandi tradizioni popolari, nella cultura, nel lavoro, nella vita sociale, culinarie, ecc., come quella contadina, dovrebbe essere evidenziata attraverso la costituzione di un museo etnografico.
3. L’ATTIVITA’ INDUSTRIALE. Il Comune di Orbetello, attraverso un consistente sviluppo industriale cominciato subito dopo l’unità d’Italia e durato fino agli anni ’60 del secolo scorso, è stato uno dei comuni più industrializzato d’Italia. Per ricordarci di quel periodo della nostra comunità, si elencato alcuni dati relativi alle attività che venivano esercitate nel settore industriale:
a. Lo stabilimento della Soc. Prodotti Chimici Colla e Concimi a Orbetello Scalo per la produzione di acido solforico, acido cloridrico, fosfati minerali, che in certi periodi ha occupato anche 590 maestranze:
b. Lo stabilimento F.lli Bertolli per la produzione di concentrato di pomodoro coltivato in luogo e importato, con oltre 90 maestranze;
c. L’Impresa della Soc. Imbarchi Sbarchi e Trasporti per il trasporto delle merci attraverso il canale navigabile verso i porti di S. Liberata e S. Stefano e per la costruzione di barche da trasporto a motore e comuni, con 50 maestranze;
d. La scuola di aviazione per idrovolanti, che ebbe inizio nel 1916, poi sviluppatasi nel grande aeroporto ove operavano 30 ufficiali e 300 soldati;
e. La fabbrica di paste alimentari di Raffaele Barabesi, che produceva 60 quintali di pasta al giorno, con 50 maestranze;
f. Il molino a cilindri di Raffaele Barabesi, che produceva circa 200 quintali di farina al giorno, con 30 maestranze;
g. Una fabbrica per la produzione del ghiaccio che ne produceva 60 quintali il giorno, con 10 maestranze;
h. Una fabbrica di acque gazzose, che produceva 10.000 bottiglie al giorno, con 10 maestranze;
i. L’officina della Soc. Volsinia, che produceva e distribuiva energia elettrica, con 15 maestranze;
j. Lo stabilimento della ditta G. Bernardoni e &., per la produzione di 200.000 scatole di sardine uso Nantes, con 80 maestranze:
k. La fabbrica di concentrato di pomodoro di G. Bernardoni e &., per la produzione di 10.000 quintali l’anno, con 30 maestranze;
l. Lo stabilimento frigorifero De Luca per la conservazione del pesce;
m. Il molino elettrico Corsi, che produceva 6000 quintali di farina l’anno, con 20 maestranze;
n. La Miniera per l’estrazione del ferro manganese nel Monte Argentario della Soc. Ilva, con 300 maestranze, molte delle quali di Orbetello;
o. Lo stabilimento della Soc. Generale Munizioni, per la produzione di polvere da sparo ad Orbetello Scalo, con un considerevole numero di maestranze, che superarono, in alcuni momenti, le 1000 unità durante l’ultima guerra mondiale.

Se, come sembra, riteniamo la nostra comunità progredita socialmente e culturalmente, non possiamo permettere che un passato di questa natura e di straordinaria importanza per l’emancipazione della popolazione, scompaia definitivamente.
Prima che sia troppo tardi, è quindi necessario mettersi a lavoro per la creazione di un museo etnografico della civiltà industriale nel Comune di Orbetello e più in generale del sud della Maremma toscana.
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(UN ALTRO PROGETTO DOVREBBE INTERESSARE QUESTI ALTRI SETTORI IMPORTANTI DELLA STORIA DEL NOSTRO TERRITORIO)

1. MUSEO DELLO STATO DEI PRESIDI SPAGNOLI
2. MUSEO AEROPORTO E CROCIERE ATLANTICHE

Orbetello vista dalla digaI due periodi, è riconosciuto da tutti, anche se lontani nel tempo l’uno dall’altro, hanno rappresentato per la nostra comunità momenti particolarmente significativi e rappresentativi, per la sua storia, per il suo sviluppo culturale, sociale ed economico, per le sue tradizioni.
Certi che due luoghi, dove i cittadini (residenti, turisti e studiosi), possano avere una particolareggiata lettura di quei momenti della nostra storia, contribuirebbero allo sviluppo socio – economico del nostro territorio, proponiamo di metterci a lavorare per la costituzione dei due musei.
Sia per l’uno che per l’altro, si potrebbe cominciare a raccogliere documenti, fotografie, cartografia, ed eventuali cimeli che possono essere reperiti e tutti i libri che sono stati pubblicati con notizie circa i due importanti momenti storici della nostra comunità.
I due musei, che inizialmente potranno essere ubicati in locali di ripiego, dovrebbero avere la loro sede fissa nei locali della Fortezza una volta ristrutturata.
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Sento già la prima risposta che arriverà da parte delle istituzione a queste proposta: NON POSSIAMO MUOVERCI PERCHE’ NON CI SONO SOLDI.
La mancanza dei soldi è l’alibi di chi non ha idee e di chi non ha voglia di operare seriamente, per cui ci si appella a questa scusante e non si farà mai nulla (con i soldi tutti sono bravi a fare le cose).
Troviamo i richiami giusti per far cimentare intorno a questi temi la società civile e tutti coloro che credono in queste cose per tirar fuori idee, progetti, proposte, sulle quali lavorare anche per ricercare finanziamenti. In primo luogo occorrono i progetti. Se non hai i progetti dire che mancano i soldi è solo una scusa per coprire le proprie mancanze.

Orbetello: in piazzetta dai pescatori per ricordare Pietro Marelli, un pittore del 900.

Il Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti”, in collaborazione con la cooperativa “La Peschereccia” ha presentato il 19 settembre 2013, una ricerca, curata da Francesca Celestra, sulle opere di Pietro Marelli, un’artista orbetellano del 900 di cui in questo anno ricade il centenario della nascita.

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L’evento, il penultimo della serie di undici incontri programmati questa estate nell’ambito dei giovedì culturali che il Circolo G. Mariotti ha organizzato nei mesi di giugno, luglio, agosto e settembre, per far conoscere la tradizione pittorica degli artisti orbetellani vissuti nel 1900, si è svolto nella splendida cornice della piazzetta antistante il ristorante.

Durante la presentazione la relatrice Francesca Celestra ha parlato della vita e delle opere dell’artista, la cui caratteristica fondamentale era quella di essere bravo sia come fotografo, che come disegnatore e come pittore, ma anche e soprattutto un grande interprete della realtà della vita del suo tempo.

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Nelle sue composizioni troviamo infatti, che il disegno, la prospettiva, la forma, il volume e lo spazio vengono impreziositi sempre da un caldo e armonioso cromatismo.

Un artista eclettico per la sua capacità di spaziare in campi diversi con buoni risultati.

PASTORIZIA IN MAREMMA. LA TRANSUMANZA

Ovini nella Provincia di Grosseto in alcuni anni dei secoli XIX e XX:
Anno 1883 n. 193.964
” 1908 ” 286.420
” 1911 ” 320.883
” 1914 ” 256.155
” 1930 ” 258.537
” 1945 ” 172.520

-3 Pastorizia - pecore delinquenti o degenerateLa pecora dell’agro grossetano apparteneva, a quel tempo, alla razza merina allo stato puro, oppure era più o meno merinizzata.
Veniva allevata in gran numero per approvvigionare i mercati di carne, latte e suoi derivati, lana e pelli.
L’allevamento avveniva o in piccoli branchi (20-150 capi) da contadini o coltivatori diretti nei loro poderi, oppure in grandi branchi (2000-4000 capi) nelle Vergherie.
Ed è proprio la Vergheria che prenderemo in esame in questa occasione.
Le Vergherie venivano costruite sui terreni delle grandi Aziende, le Tenute agricole.
La Tenuta agricola era formata da vasti appezzamenti di terreno, il cui suolo veniva diviso in quattro parti, di solito quasi uguali: una per la semina del grano, un’altra, quella dove l’anno prima era stato seminato il grano (stoppia) serviva in parte per il pascolo delle pecore, in parte per raccogliere fieno e, qualche volta, in parte veniva ristoppiata per seminare la biada (avena). Nella terza parte, che veniva chiamata terzeria perchè ogni tre anni veniva rotta coll’aratro per seminarvi grano, vi si praticava il pascolo delle pecore quando rientravano dalla montagna e vi si costruiva la Vergheria. La quarta ed ultima parte, chiusa in qualche modo (muri a secco, steccati, siepi di marruca, ecc., serviva da mandrione per i cavalli, muli, asini, bovini che venivano allevati e per i vari servizi della Tenuta.
Questa parte era quasi sempre la meno produttiva, coperta qua e là di macchioni, macchia e bosco. Qualche volta questo bestiame viveva anche con le pecore e all’aperto in tutte le stagioni.
Quindi, riepilogando, abbiamo visto che le quattro parti in cui veniva divisa la Tenuta, una restava sempre soda: il mandrione; una veniva seminata a grano ogni tre anni; le altre due, stoppia e terzeria, servivano per il pascolo delle pecore, per produrre fieno, qualche volta per seminare la biada e per costruire la Vergheria ogni anno prima del ritorno delle pecore dalla montagna.
In una Tenuta potevano esservi ubicate anche più Vergherie.
La Vergheria era composta da una capanna circolare con il tetto a cono; nell’interno, al centro, si trovava la fornacetta dove ardeva sempre il fuoco, un somarello (argano) per alzare e abbassare la caldaia dove si cuoceva il latte e, intorno le rapazzole (cuccette) una sopra l’altra, a tre piani, l’ultimo dei quali veniva chiamato palchetto.
Questa capanna comunicava, di solito, con altre due capanne: la caciaia, dove veniva collocato il cacio e la ricotta appena fatti e il mungitoio, speciale costruzione dove avveniva la mungitura delle pecore nel periodo invernale, poichè nella bella stagione, di solito, si mungeva e si faceva il cacio all’aperto.
Nelle immediate vicinanze di queste veniva costruita la capanna per riparare carretti, basti, bardelle, selle, ecc., e la capanna per le bestie che servivano da cavalcatura a tutto il personale della Vergheria.
In disparte, sola, vi era la capanna del Vergaio e della sua famiglia.
Le capanne venivano costruite con passoni e filagne di castagno, coperte di scarza e cannuccia di padule; erano molto resistenti e duravano molti anni.
Il Vergaio era il capo assoluto della Vergheria; nessuno comandava più di lui e le sue azioni e decisioni circa la gestione del gregge e delle attività connesse erano insindacabili; di solito nemmeno il padrone della Tenuta era in grado di intervenire.
Quando nel branco si sviluppavano malattie contagiose, le pecore malate o sospette venivano confinate in una parte della Tenuta, in una capanna appositamente costruita, chiamata stazzarello, e personale addetto e bestie malate facevano vita a sè senza avere contatti con gli altri pastori e l’altro bestiame sano.
Relativamente al personale della Vergheria, oltre al Vergaio, c’era il Buttero che aveva il compito, dopo la levata del formaggio, di cavare la ricotta, distribuirla al personale e mettere la rimanente nelle fuscelle (piccoli canestri di vimini, salice, giunco o ginestra).
Era anche incaricato di portare, ogni tre giorni, il formaggio dalla caciaia della Vergheria alla caciaia della Fattoria con il barroccio o il carro.
Seguivano il Caciere o Primo branco, che parava il primo branco di pecore, faceva il cacio e stimolava gli altri lavoranti ad essere accorti, a fare presto e bene; il Secondo, Terzo, Quarto branco, ecc., che paravano ed erano responsabili dei rispettivi branchi di pecore; il Montonaio, colui che badava i montoni i quali venivano messi nel branco delle pecore da aprile giugno e da settembre a dicembre, assegnando ad ogni montone 25-30 pecore; l’Agnellaio, che badava gli agnelli; i Biscini, ragazzi che andavano a far legna e la spezzavano per mantenere il fuoco in capanna, portavano l’acqua, mettevano le reti dei recinti, toccavano le pecore dentro il mungitorio, spesso aiutati dai Bagaglioni che domavano i muli e i cavalli sotto la guida del Mulaio e del Cavallaio, costruivano le capanne e servivano per tutte le altre occorrenze.
Nelle Vergherie importanti gli addetti raggiungevano anche il numero di trenta persone.
Il complesso delle pecore, bestie da soma e da trasporto, cani, barrocci e carri, reti e passoni, uomini, ecc., si chiamava Masseria.
Si dicevano primaticce o matricine le pecore che figliavano da ottobre a tutto dicembre; mezzerecce quelle che figliavano da gennaio a marzo; sode le pecore non pregne e che non davano latte; lunaie quelle che non impregnavano; scarto quelle non più atte alla riproduzione per vecchiaia.
La femmina fino a due anni, o meglio fino alla seconda tosatura veniva chiamata recchia.
All’età di un anno la pecora può produrre; a 18 mesi il montone comincia a generare, ma la Vergheria condotta con criteri di gestione seria, adibiva alla produzione la pecora verso i due anni e il montone verso i tre anni.
I maschi fino ad un anno si dicevano agnelli, a due anni ciavarri se interi, diversamente castrati.
I montoni a otto anni venivano castrati e prendevano il nome di serroni, che poi finivano al macelli.
Era usanza che il 17 gennaio, per S. Antonio, il Vergaio consegnava ai pastori un castrato e una fune nuova della quale rimaneva proprietario; il pastore la legava al collo del castrato e non glie la toglieva fino a quando non rispondeva alla sua voce: Per ottenere questo risultato il pecoraio se lo conduceva dietro tutto il giorno e con le buone – pane, sale, carezze – o con le cattive – forti strattoni della fune, gl’insegnava a passargli fra le gambe girando a destra e a sinistra, a uscire la branco e venire a lui ad ogni chiamata, a mettersi alla testa del branco e da qui il nome di guidarello, nome che prendeva ufficialmente dopo la tosatura. Il guidarello, munito del campano, ad un cenno si metteva dietro al pecoraio e le altre pecore lo seguivano.
Reti di grosso spago e passoni appuntiti servivano per costruire i recinti delle pecore; i passoni venivano piantati nel terreno per mezzo di un martello di legno, tutto d’un pezzo, chiamato maglio.
Con frasche di varie piante, roghi, vitalbe, corbezzoli, ecc. venivano costruiti i graticci, che sostenuti da passoni di legno si sistemavano intorno alle reti dalla parte dove soffiava il vento o veniva la pioggia, perchè le pecore fossero abbastanza riparate.
Le graticciaie erano invece attrezzi anch’essi fatti con vettoni di varie piante, che messi orizzontalmente ad una certa altezza da terra, permettevano alle urine e allo sterzo di scolare, in modo che le pecore, pronte per la tosatura, non si sprecassero troppo la lana.
La tosatura veniva fatta nel piazzale, appositamente approntato, coperto da un tappeto fatto di canne spaccate.
Nel mese di ottobre, percorrendo in media 30 chilometri al giorno, le pecore tornavano in Maremma.
La Masseria giungeva alla Vergheria già predisposta in Tenuta (nuova se non esisteva; sistemata con una puntuale manutenzione se già esisteva), e dopo un breve riposo si procedeva alla scelta delle pecore dividendole in branchi di 200-500 bestie; le pecore venivano divise in pregne accorte, mezzerecce, sode e recchie.
Anche fra le pecore vi sono le madri degenerate. In questo caso le cattive madri venivano numerate e con lo stesso numero veniva marcato il figlio. La sera, quando queste cattive madri rientravano dal pascolo, venivano immobilizzate fra due o più passoni di legno appositamente infissi nel terreno e l’agnello marcato col numero della pecora veniva legato con una cordicella ad una zampa anteriore della madre, perchè potesse poppare a sufficienza. Di solito questo trattamento durava pochi giorni, perchè la madre, quasi sempre, si affezionava all’agnello.
In ottobre, novembre e dicembre figliavano le primaticce e man mano che gli agnelli “erano a tiro” (40-50 giorni), si sceglievano le femmine ed i maschi per incrementare l’allevamento, mentre tutti gli altri venivano destinati alla vendita.
Dopo questa operazione si formava il primo branco delle lattaie, si cominciava a mungere e fare il cacio. Poi, man mano che si levavano gli agnelli, si formava il secondo branco, e così via di seguito.
In gennaio, febbraio e marzo figliavano le mezzerecce (gran parte erano recchie dell’anno precedente): erano queste le pecore che davano abbondante latte in primavera, quando la maggior parte delle prime lattaie “s’asciuttavano” e venivano passate al branco delle sode.
Un importante rito era quello della conta delle pecore.
I branchi si contavano uno per volta; si contavano quando si formavano; tutte le sere quando la Masseria era in viaggio; ogni 7, 10, 15 giorni durante la sosta in Maremma o in Montagna.
Per contare un branco, si accompagnava in un luogo dove era stata montata un’apposita rete in modo particolare perchè potesse uscire una sola pecora per volta. All’uscita c’era il Vergaio o uno o due pastori; un pastore teneva in mano un coltello e un bastone di legno con la scorza: ogni 50 pecore passate faceva una tacca sul bastone. A 500 pecore invece della tacca faceva una croce; in questo modo si riusciva a contare tutte le pecore senza sbagliare.
Ogni branco contato veniva poi chiuso nel proprio recinto di rete per passarvi la notte.
Ogni branco veniva guardato da due o tre cani e da due o tre pastori che dormivano in un capanno trasportabile: letto e coperta erano pelli di pecora.
Ogni mattina alla 4 il Caciere faceva la sveglia battendo un bastone su di un secchio rovesciato.
I Biscini toccavano le pecore verso il mungitorio, un branco per volta, cominciando dal primo; i pastori armati dei secchi cominciavano a mungere.
Il Vergaio assisteva a tutte le operazioni e, se occorreva, aiutava.
Ogni branco munto veniva ricondotto alla propria rete.
Finito di mungere veniva portato il latte nella capanna e colato nella caldaia, mentre il Caciere preparava il caglio; quando il latte arrivava alla giusta temperatura, la caldaia veniva levata dal fuoco e il Caciere vi buttava dentro il caglio; dopo 15-20 minuti prendeva il mestolo, lo introduceva nella caldaia e aiutato dagli altri pastori “squagliava” (rompeva, agitava, mescolava) il latte.
A questo punto la caldaia veniva rimessa sul fuoco agitando continuamente con il mestolo fino a quando il Caciere non ordinava di smettere.
Si raccoglieva la pasta che si era formata, si metteva nei cascini e si incominciava l’operazione di premitura del cacio, che successivamente veniva custodito, per breve tempo, nella caciaia della Vergheria.
Mentre il Caciere e i pastori erano intenti a questa operazione, la caldaia veniva rimessa sul fuoco per fare la ricotta; il Buttero la raccoglieva, la metteva dentro le fuscelle e la distribuiva a tutto il personale della Vergheria.
Nella caldaia restava un liquido bianco, la scotta, che veniva data ai maiali, muli, somari, cani.
Il personale della Vergheria, si serviva della scotta anche per curare alcune malattie.
Finita la colazione, verso le 9 o le 10, si scerravano le pecore per inviarle al pascolo stabilito per ogni branco.
Di solito, appena si giungeva in Maremma, tutte le pecore venivano fatte pascolare nella terzeria; in seguito la terzeria si lasciava per le pecore sode e per i montoni; la stoppia diveniva così il pascolo abituale per le lattifere, fino a quando non si ripartiva per la montagna.
Nelle giornate piovose le pecore venivano mandate a pascolare prima, per allungare la giornata, mentre se c’era la brina, si ritardava l’andata al pascolo.
I pastori si armavano di cosciali (sopracalzoni di pelle), di incerato, di ombrello e di pelli, portandosi per mangiare solo pane; rientravano in Vergheria la sera verso le sedici.
Allora venivano ripetute tutte le operazioni della mattina: si mungevano le pecore, si faceva il cacio, si distribuiva ricotta e scotta.
Man mano che i branchi terminavano, venivano condotti alle loro reti.
Prima di coricarsi, di solito vestiti e coperti di pelli e cenci, il personale della Vergheria cenava: il vitto era di solito composto da acqua cotta, ricotta, scottino e qualche volta carne di pecora, se qualche capo era morto di malattia, infortunio, oppure appositamente macellato.
Questa era la vita che essi facevano in Maremma a partire da ottobre per durare fino ai primi di giugno, epoca in cui si ripartiva per la montagna.
In aprile o maggio, secondo l’andamento della stagione, si faceva fare il bagno alle pecore per la conseguente tosatura: si facevano saltare nell’acqua di un laghetto, artificiale o naturale, oppure in un fiume ove l’acqua era piuttosto profonda, servendosi, come sempre del guidarello.
Quando erano asciutte, due o tre giorni dopo, avveniva la tosatura: era l’occasione per fare festa grande e baldoria con vino, formaggio, pane a volontà e le pietanze particolari della Vergheria, quali la pezzatella, pecora a pezzi, acqua, sale, nepitella e peperoni cotti insieme nella caldaia; il buglione, spezzatino di carne di pecora; la frittura di carne di pecora in padella, con olio, cipolla, peperone e sale.
I tosini, di solito del Casentino, ricevevano le pecore incaprettate e, a mano che la tosatura procedeva, i velli di lana venivano imballati in grosse balle legate per la bocca a quattro passoni piantati per terra. Le balle piene e ben chiuse si caricavano sui barrocci e i Bagaglioni le trasportavano alla stazione ferroviaria o in Fattoria.

All’avvicinarsi della partenza per la montagna si dividevano le lattaie dalle sode, le recchie venivano passate con le sode, gli agnelli venivano messi da soli, ecc.; si costituivano così i nuovi branchi.
I Biscini e i Bagaglioni caricavano a soma e sui barrocci tutto il materiale della Vergheria (reti, passoni, magli, secchi, caldaie, sgabelli, ombrelli, coperte e pelli, ceste, sacchi, casse e cassette, ecc.).
Ogni branco, preceduto dal guidarello e dai cani si metteva in viaggio, sorvegliato dai pastori, davanti e dietro; si camminava di mattina presto, altrimenti il caldo avrebbe fatto soffrire le pecore che si sarebbero rifiutate di andare avanti.
Ogni giorno la Masseria si fermava in un luogo in precedenza stabilito per passare la notte; prima del buio si mungeva, si faceva il cacio e la ricotta e si contavano tutti branchi.
Giunti in montagna, finchè le pecore davano il latte si continuava a fare il cacio all’aperto. I pastori, la sera messe le pecore alla rete (il luogo non è mai fisso: ogni tre o quattro notti si cambiava), dormivano all’aperto e sorvegliavano il gregge insieme ai cani, perchè poteva essere rubato o attaccato dai lupi. Se la notte pioveva, il pastore faceva un mucchio di tutto ciò che formava il suo letto, vi si sedeva sopra, apriva l’ombrello e……prendeva quel che veniva.
Durante il periodo in cui le pecore stavano in montagna, i pecorai, a turno, andavano al proprio paese a rivedere la famiglia e ci restavano per 15 o 20 giorni.

Le Mura di Orbetello V

Raffaele Del Rosso nel secondo libro “Pesche e peschiere antiche e moderne. Nell’Etruria marittima” nel capitolo Le quattro peschiere di Cosa e i Vivai Salsi ad Orbetello” scrive così dei Palasgi : “ Simbolo delle origini dei civili consorzi, i Pelasgi furono autoctoni del Peloponneso diciotto generazioni prima della caduta di Troia. Per quanto, antichi anche per li antichi, sieno essi senza storia, a noi basta di ammirare i resti imponenti che ci han lasciati della loro civiltà nella semplice arte con la quale seppero dar forma unica a quelle grandiosi costruzioni che Niebhur e Petit Radel ci confermano essere a loro indubbiamente appartenute. Il Tesoro di Atreo e la Porta dei Leoni a Micene, le costruzioni preistoriche di Argo, di Tirino e di Tiresia non sono opere più superbe e che impongono più delle bellissime Mura Cosane, le quali per le torri quadrangolari e disposte ad intervalli ricordano quelle che i Fenici costrussero intorno a Tiro… L’apparecchio poligonale delle sue mura, quasi anche oggi intatto, è indubbiamente la più completa fra le opere ciclopiche che ressero a tanto corso di secoli e le torri quadrangolari, che, ricordano quelle della fenicia Tiro, accrescono imponenza a quelle bianche mura commesse di blocchi grandiosi”. (pag.297-299).
Per quanto riguarda Orbetello Del Rosso asserisce che era impossibile, mancando documentazione, dire con certezza storica le sue origini. Strabone parla di Cosa e non cita Orbetello, nel suo quinto libro : ” in prossimità del Mar Tirreno si trova la città di Cosa ed in seno sorge l’alto colle sul quale è il suo fabbricato. In faccia è Porto Ercole e vicino lo Stagno salso e nell’estremità del seno v’è l’osservatorio dei tonni”.
Dennis propende a ritenere che Orbetello sia stato un sito etrusco il cui nome non sia arrivato a noi e crede che sia sufficiente sapere che questa città sia stata originariamente palasgica, poi etrusca e quindi romana. Quindi il nostro concittadino comincia l’analisi delle differenze: mentre non fu possibile trovare a Cosa segni di necropoli a Orbetello furono si rinvennero sepolcreti di varie strutture ; i lavori che si sono fatti durante l’occupazione spagnola sconvolsero tutto il sottosuolo della città, ma le fondamenta di un antico abitato se vi fossero state si sarebbero ritrovate mentre tutti i corredi delle tombe fanno bella mostra di sé anche nell’attuale Museo. Secondo l’usanza etrusca che prediligeva mettere le tombe al sicuro da violazioni Del Rosso propende per l’ipotesi che le mura ciclopiche di Orbetello, simili a quelle di Cosa, siano state erette non a difesa di un abitato, ma a costituire un terrapieno che ponesse le tombe in più alto livello delle acque filtranti e al riparo dalla corrosione delle onde.
“ da Cosa i morti, trasportati dal battelliero infernale, traversavano il Lago… Questa ipotesi su Orbetello antichissimo sarebbe turbata dall’esistenza delle fondazioni di un tempio romano nell’abitato attuale. Su quelle sorse l’attuale cattedrale. Evidente è in Orbetello l’esistenza di quella fondazioni, poiché nella vecchia stanza mortuaria sono in luce e occorre tener conto ancora di alcuni pezzi di capitelli marmorei di stile etrusco-romano che sono giacenti nei magazzini della cattedrale. .. alcuni pezzi di marmo tolti dalla esterna scalinata del Duomo, da poco rinnovata, mostravano di essere tagliati in colossali capitelli ornamentali di grandi foglie di acanto. E l’antefissa etrusca di cinabro trovata nei lavori della nuova fognatura? Allora il tempio sarebbe stato preromano’”. L’ipotesi di Del Rosso allora è che se Orbetello non esistè in epoca etrusca, furono gli Etruschi di Cosa che costruirono le opere per far comunicare i due laghi con il mare e che Cosa posta su un colle scosceso ebbe tre porti la Subcosa a est, a nord il Porto Cosano e dinanzi Porto Ercole. Anche la moneta di Cosa, che porta da un lato una testa gorgonia e sul rovescio un pesce –e lo stemma di Orbetello porta come emblema un muggine, conferma questa ipotesi.

La laguna di Orbetello, storia lavoro e vita sociale dal 1414 al 1960

 

Nell’ambito degli undici incontri organizzati presso il ristorante “I Pescatori” dal Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti, giovedì 12 settembre 2013 è stato presentato il bel libro, tratto da una ricerca storica di Giovanni Damiani, dal titolo “La Laguna di Orbetello”. Un lavoro prezioso per conoscere la storia e le tradizioni del nostro passato nel quale Giovanni ha raccolto e commentato numerosi documenti prodotti dal 1414 al 1960. DSC_6853 Il libro, edito dalle edizioni “Effigi”, diventa l’ennesimo tassello di un mosaico che il Circolo Gastone Mariotti stà componendo da anni per documentare le vicende storiche orbetellane. La laguna rappresenta un patrimonio ambientale di grande valore in un territorio immerso su cui si è sviluppata la storia della città che, nel tempo, ha riservato ai suoi abitanti momenti di splendore e periodi oscuri condizionando la vita di tutti. La pesca è stato sempre un elemento economico importante come, in parte, la produzione del sale e la salvaguardia dell’ambiente. La ricerca di Giovanni rappresenta un contributo alla conoscenza di un tema sempre attuale che fa discutere anche oggi al quale nessun orbetellano si può sottrarre.

La Laguna di Orbetello COP.inddIl libro si può acquistare dalla libreria Bastogi oppure presso il circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariatti al prezzo di € 12,00, o richiederlo al seguente  indirizzo e_mail edoaro.federici@libero.it  

Ricordiamo a tutti i nostri lettori che il circolo, attraverso le quote associative e la vendita dei suoi libri, finanzia gli eventi culturali che organizza. Nel corrente anno sono stati organizzati 13 eventi.

Un po’ di Storia: l’Idroscalo di Orbetello “Agostino Brunetta”

Prese il nome in ricordo del Ten. di Vascello Agostino Brunetta, osservatore, Pilota d’idrovolante, Guardiamarina, durante la guerra Italo – Austriaca. Fu fatto costruire, dalla Regia Marina con la funzione di base aerea, venne acquisito successivamente dalla Regia Aeronautica come sede di un gruppo di bombardamento marittimo. Nel 1928, costituì la base di partenza e di arrivo della Crociera del Mediterraneo Occidentale che, con un percorso di circa 2800 km, passò per le città di Cagliari, Pollenza (Baleari), Los Alcazares (Cartagena), Port Alfaques (Tortosa), Berre (Marsiglia) e, infine, Orbetello.

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In questa moderna fotografia satellitare, presa da “Google Earth”, si vede delimitato in rosso il perimetro del territorio orbetellano su cui sorgeva e sono identificate le zone logistiche.

Negli anni trenta diventò importante, per aver legato il proprio nome alle memorabili trasvolate atlantiche organizzate e condotte dal generale Italo Balbo. Tra le sue mura si studiarono i piani operativi e si addestrarono gli uomini che parteciparono alle crociere intercontinentali tra le quali spiccano quelle Atlantiche, considerate per l’epoca avvenimenti aeronautici eccezionali. Queste imprese dimostravano l’alta professionalità dei piloti sorretta da un’ineccepibile organizzazione tecnico-logistica, e dal supporto di una preparazione professionale e morale che richiese una completa dedizione spinta a un monacale isolamento. L’idroscalo diede un forte impulso alla nascente aviazione italiana contribuendo alla crescita e al perfezionamento delle tecniche di volo, di addestramento dei piloti, dando un prestigio internazionale al nostro paese.

L’idea di organizzare delle crociere collettive al posto raid individuali, nacque nel 1928 con il duplice fine di addestrare i reparti di volo e di conseguire il successo internazionale con un raid in formazione dando l’immagine di una moderna ed efficiente aviazione.

Le crociere nelle quali Italo Balbo coinvolse la città di Orbetello e il suo idroscalo furono quattro:

1928      Crociera del Mediterraneo Occidentale (Orbetello-Los Alcazares);

1929      Crociera del Mediterraneo Orientale (Taranto-Odessa-Orbetello);

1930, Prima Crociera Atlantica (Orbetello-Rio De Janeiro);

1933, Seconda Crociera Atlantica (Orbetello-Chicago- New York-Roma).

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L’attività addestrativa del personale destinato al volo di altura, ebbe il riconoscimento ufficiale con la disposizione contenuta nel foglio d’Ordine n°2, datato 15 aprile 1931, del Ministero dell’Aeronautica, con il quale era formalmente riconosciuta la Scuola della N.A.D.A.M. (Navigazione Aerea di Alto Mare).  L’insegnamento, organizzato a carattere universitario, consentì di formare gli uomini per le due trasvolate oceaniche: la crociera Italia – Brasile alla fine del 1930 e la crociera in Nord America del 1933 in occasione dell’Esposizione Universale di Chicago. Quest’ultima fu un vero trionfo per le ali italiane tanto che ancora oggi in USA per indicare una formazione di aerei si usa il termine “Balbo”.

Tra il 1927 ed il 1937 i piloti e gli aerei italiani si distinguevano per la continua rincorsa all’ottenimento di record mondiali di velocità per aerei  a pistoni tra i quali si ricordano:

1927 Mario de Bernardi        km/ora 479,3   su Macchi M.52

1928 Mario de Bernardi        km/ora 512,7   su Macchi M.52 bis

1929 Giuseppe Motta            km/ora 582,6   su Macchi M.52 bis

1933 Francesco Agello          km/ora 682,0   su Macchi M.C. 72

Per oltre un decennio  tutti i primati aeronautici di velocità appartennero ad idrovolanti. Il motivo del predominio dei mezzi acquatici, anche in questo particolare campo dell’aeronautica, deriva dalla difficoltà che incontra un aereo da competizione nell’operare in campi di aviazione non accuratamente preparati. Un aereo da competizione vola e atterra a grande velocità e richiede quindi piste di adeguate dimensioni; questo problema non si pone per velivoli in grado di operare dall’acqua. In questo periodo la ricerca della velocità si concentrò quindi sugli idrovolanti.

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Nella fotografia il Macchi M.C. 72 con cui Agello conquistò il record mondiale di velocità su idrovolanti ( km/ora 682,0 ) conservato al museo aeronautico di Vigna di Valle sul lago di Bracciano a Roma.

Bisogna ricordare che l’industria Italiana di allora aveva progettato e realizzato degli idrovolanti che potevano ritenersi all’avanguardia rispetto a quelli prodotti dalle altre nazioni. Uno di questi fu l’idrovolante SIAI Marchetti S.55 che fu protagonista di numerose avventure nella storia del volo. Quest’aereo merita un posto di primo piano nella storia della nostra aeronautica militare. Fu progettato dall’Ing. Alessandro Marchetti nel 1923 come idrovolante di alto mare. Il primo esemplare volò nel 1925. Si trattava per quei tempi di un aereo modernissimo che per molti aspetti rappresentava un’innovazione sia per la scelta dei due scafi, che gli conferivano una struttura caratteristica, sia soprattutto per l’architettura dell’ala completamente a sbalzo, di notevole spessore e superficie. Inizialmente fu impiegato come bombardiere o come ricognitore essendo ai suoi tempi l’idrovolante più veloce del mondo nella sua categoria, fu anche utilizzato nella versione silurante.

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Nella fotografia vediamo, in primo piano, il carrello appositamente costruito per la movimentazione a terra del velivolo. Sullo sfondo  si vedono due  S55X parcheggiati sul piazzale dell’idroscalo di Orbetello.

La versione S55A fu quella impiegata nella crociera atlantica del sud nel 1930. La cellula del velivolo era stata modificata per consentire un maggior carico di carburante che era alloggiato in serbatoi alari collocati negli scafi. Montava due motori Fiat A22 ciascuno da 600 cavalli.

La versione S55X fu quella impiegata nella crociera atlantica del nord. Il velivolo fu ulteriormente potenziato dandogli una maggiore autonomia di volo ed equipaggiato con dei nuovi motori Isotta Fraschini da 750 cavalli, riconoscibili per la classica elica a tre pale.

Dimensioni e caratteristiche tecniche:

Apertura alare              m 24            Lunghezza                      m 16,50

Altezza                            m 5               Superficie alare             m93

Peso a vuoto               Kg 5500;       Peso a pieno carico     Kg 9500;

Velocità massima       km 265;        Velocità di crociera      km 220;

Autonomia normale    Km 2000.

Purtroppo la sorte dell’idroscalo fu legata alle vicende dell’ultimo conflitto mondiale. Fu occupato dai tedeschi dopo l’otto settembre 1943, data in cui il nostro paese firmò l’armistizio. In seguito, quando l’esercito tedesco, incalzato dagli alleati che avanzavano dal sud della nostra penisola, si ritirò verso nord lasciando il territorio di Orbetello e il controllo dell’idroscalo, esso fu successivamente distrutto da un reparto di guastatori tedeschi che arrivarono con i sidecar e le camionette. In un giorno, tra il dodici e il tredici giugno del 1944, gli hangar e quasi tutte le strutture militari furono rase al suolo.