E’ NECESSARIO RIALZARE LA TESTA

Protesta-Si dice che il ‘900 sia stato il secolo della grande crescita e dell’affermazione delle istanze democratiche in una vasta parte del mondo. Io credo che ciò sia vero solo in parte, in quanto quel secolo ha anche, e soprattutto, evidenziato in modo drammatico i segni di una profonda crisi, che questo ultimo scorcio del secondo millennio ha ulteriormente aggravato.
Qualcuno, con poca fantasia, cerca di far passare tutto ciò come una crisi temporanea di un modello di vita; può anche essere ma io non ne sono convinto.
A parer mio questa crisi deriva, soprattutto, da due aspetti principali e fondamentali della democrazia e della vita dell’uomo:
1. l’assenza di partecipazione;
2. un sistema politico-socio-economico ormai in crisi irreversibile che non sarà più in grado di risolvere i gravi problemi della gente.
Pezzi sempre più consistenti di quelle che una volta chiamavamo “masse” si sono profondamente integrate nel modello del consumismo più sfrenato, e ipocritamente, privandosi di conquiste fondamentali per la nostra vita, hanno voltato le spalle agli strumenti della partecipazione, delegando a personaggi che non la meritavano ed estraniandosi completamente dai processi politici.
In questo scenario, sul quale incombono ombre minacciose, come quella del grande potere mediatico, o delle forze che fanno di tutto per scardinare il nostro sistema democratico, sono soprattutto le forze progressiste ad avere la peggio, perché le manca quell’alimento dello spirito che gli veniva dall’impegno e dalla passione di tanta gente, che nelle forme collettive più svariate agivano nella società, cogliendone i fremiti più profondi e contribuendo a farla crescere nella democrazia.
Penso che questo andamento non sia irreversibile. L’esperienza ha sempre insegnato che la storia poggia le sue basi su processi oggettivi e che è sempre determinante la capacità soggettiva di riuscire a segnare in modo profondo questi processi, trasformandoli e orientandoli quando è stato necessario.
Inoltre, tutto ciò insegna che le grandi scelte collettive, non subite, ma vissute e condivise, hanno sempre avuto la forza dirompente, capace davvero di indirizzare la storia.
Da anni, ormai, assistiamo impotenti a lunghi momenti di pauroso ripiegamento delle forze progressiste schiacciate da una specie di auto frustrazione da una parte, ed a scelte sbagliate, strategie inefficienti a far fronte a questa disfacimento dall’altra, che, purtroppo, noi stessi, con la nostra indolenza alimentiamo.
Come dice spesso un caro amico, “abbiamo negato noi stessi … quando pensavamo di poter sostituire la nostra forza, la nostra linfa vitale, che é appunto la partecipazione, con l’autorevolezza di un leader o con qualche campagna comunicativa …”, ed io aggiungo, dando il potere in mano a gruppi culturalmente sottosviluppati, attaccati a quel potere per motivi personali o di appartenenza.
Arriverà mai il momento della ripresa? Certo, potrebbe anche cominciare da questo 2013. Non ho ben presente ciò che si dovrebbe fare, anche se sento che una profonda e forte autocritica potrebbe essere un buon inizio, come lo potrebbe essere il favorire un profondo ricambio della classe dirigente.
Ma ciò, certamente, non basterà a produrre quel necessario cambiamento, soprattutto, se le forze progressiste non saranno in grado di impegnarsi seriamente per riappropriarsi della politica, rifondando comunità democratiche che sappiano affondare le loro radici nell’aspetto fondamentale e fondante della democrazia: la partecipazione.

UNA CURIOSITA’ DEL XIX SECOLO

Sul Periodico settimanale di Pitigliano “LA LENTE” del 24 dicembre 1893, consultato giorni or sono insieme ad altri giornali della Provincia di Grosseto, per una ricerca sull’attività politica in Maremma degli ultimi decenni di quel secolo, mi sono imbattuto in un articolo assai curioso, intitolato “Tiburziade” e firmato con il pseudonimo “G. Rovago”.
Così, proprio per il carattere bizzarro e insolito di quell’articolo, che fu pubblicato durante la campagna elettorale suppletiva per l’elezione del deputato del secondo collegio di Roma, con il quale vengono evidenziate la vita tormentata dei governi nazionali, le continue crisi governative e la dilagante corruzione politica e amministrativa, che poi, in fondo, non si discosta tanto da quella di oggi, ho deciso di pubblicarlo sul blog del Circolo Culturale e su Facebook,, certo di fare cosa gradita a qualcuno.

TIBURZIADE

I lettori dei giornali politici di Roma, e devono essere moltissimi, , perché oggi anche le serve fanno politica, avranno veduto che un gruppo d’elettori del 2° collegio proclamava suo candidato Domenico Tiburzi, e avranno anche osservato che tutti quei giornali, o quasi tutti, hanno gridato per questo allo scandalo e alla burletta.
Quelli poi che hanno ricevuto l’Asino (e chi è che in vita sua non ha avuto dell’asino almeno una volta?) avranno letto il manifesto-programma; una cosa nuova singolarissima, dove non si trova che idee negative.
Insomma per gli asini, volevo dire per i compilatori del detto giornale, come per tutti coloro che guardano il mondo con le lenti affumicate, l’uomo, e specialmente quello politico, può dirsi perfetto quando non nuoce, e per loro i meriti del Tiburzi consistono nell’esser privo di quei demeriti di cui son pieni gli altri uomini politici.
Io sono certamente più asino di loro, ma per avere buona vista, e non essere perciò abituato a portare occhiali di nessuna specie, vedo il mondo e l’uomo come sono veramente, cioè da una parte buoni, dall’altra cattivi, qui agri, là dolci; insomma come i gelati a giardinetto, mezzi di fragola e mezzi di limone.
E perciò mi pare cha abbiano torto, tanto coloro che hanno gridato allo scandalo, quanto quelli che non riconoscono nel Tiburzi alcuna virtù positiva, e mi pare invece che nessuno meglio che lui avrebbe potuto rendere all’Italia quei servigi pronti ed efficaci a sollevarla dalla presente prostrazione finanziaria.
Ammettiamo per esempio che al Tiburzi, elevato all’altissimo onore di deputato, fosse affidato il portafoglio delle finanze, cosa non difficile se è vero che Crispi vuole con esso acquistarci delle palle…bianche; chi potrebbe meglio che lui garantire l’esazione delle entrate?
Figuratevi un avviso di pagamento di questo genere: Il sottoscritto invita la S. V. a versare nella Casse dello Stato la sua quota bimestrale in conto ecc., il quale sarebbe seguito, come si usa, da un proscritto che potrebbe essere il seguente: Non ottemperando alle prescrizioni di legge entro il temine di cinque giorni, la S. V. riceverà quattro palle nello stomaco oltre cinque centesimi di multa per ogni lira.
Non sarebbe questo un buon sistema d’ esazione? Scommetto che dentro quattro giorni tutti i contribuenti sarebbero in regola, i dazi doganali sarebbero pagati in oro senza proteste, i contrabbandieri sparirebbero, ed il Tesoro sarebbe un tesoro vero, d’oro e d’argento, e non di carta e di debiti.
Ma se Crispi ne volesse fare un Presidente della Camera per avere sempre un corno da mostrare alli jettatori, egli sarebbe certo l’unico che potrebbe salvarci da quegli eterni seccatori che sono gli Onorevoli Mattei, Renati, Imbriani e Poeri.
Immaginate che uno di essi, per esempio l’On. Imbriani, continuasse a interrompere malgrado le scampanellate o le trombonate del Presidente; questi non avrebbe altro da dire che “Le tolgo la parola” e li con una fucilata gli toglierebbe la parola e la vita.
E non c’è ramo d’amministrazione ove l’opera sua non riuscisse feconda ed efficace, alla guerra, alla marina, agli esteri e magari all’istruzione, ma dove potrebbero risplendere tutte le sue virtù morali sarebbe agl’interni. Altro che pugno di ferro e Gamba di Vladimiro!
Basterebbe la solita circolare d’annunzio perché i magistrati facessero sciopero per mancanza di lavoro. Essa potrebbe essere compilata in questo modo.
Dalla macchia del Viterbese. Vado oggi ad assumere le funzioni di ministro dell’interno e di capo della pubblica sicurezza. Gli amici sono avvertiti. Tiburzi.
Conchiudo che i Giornali hanno fatto male ad osteggiare la sua candidatura perché è un vero peccato che tante belle doti sieno sfruttate da pochi disonorati, mentre vi sarebbero tanti Onorevoli che meriterebbero di stare sotto la sua protezione.
G. Rovago.