IL SECONDO INCIDENTE AEREO MORTALE SUI CIELI DI ORBETELLO

Da poco meno di due anni era in funzione il primo insediamento aereo orbetellano, nella parte ovest della cittadina, all’inizio della diga, quando si verificò il secondo incidente mortale aereo dove perì l’ufficiale pilota Felice Pavesi.
La mattina del 6 dicembre 1918 il Tenente Felice Pavesi doveva fare ¾ di volo per un passaggio, ma per cause mai accertate, in un dato istante, dopo aver fatto circa 250 metri di discesa, spegneva i motori e a 150 metri circa da terra iniziava un giro stretto e poco picchiato, di modo che l’apparecchio si avvitava e poi cadeva a piombo in mezzo alla Laguna.
Il compagno di volo, mitragliere Angelo Brezza dopo l’urto sul fondo della Laguna, incolume, anche se con qualche ferita, riuscì ad uscire dall’aereo e cercò di aiutare il pilota ad uscire, senza riuscirci perché era rimasto sotto il castello motore.
Fu estratto dopo poco tempo dal capitato Moltoni accompagnato dai suoi soldati e da altri piloti del Campo Scuola accorsi sul posto.
Il Pavesi, purtroppo, per la rottura delle vertebre del collo 6^ e 7^, moriva dopo pochi istanti.
Gli fu allestita una camera ardente piena di fiori preparati dai suoi soldati presso il Campo Scuola, che lo vigilarono con grande amore e solennità.
Intanto a Bergamo, città del defunto ufficiale, fu affisso il seguente annuncio mortuario dalla famiglia:
“Il 6 corrente alle ore 9,40 cadeva tragicamente da un nuovo apparecchio aereo il Tenente FELICE PAVESI di solo 24 anni.
Straziati dal dolore che non ha conforto, né danno il triste annuncio: la mamma Stefania Gipponi vedova Pavesi; i fratelli: Giuseppe con la moglie Malvestito; Vittorio, automobilista alla fronte; Angelo, ardito dalle fiamme nere; le sorelle Adele e Teresina; gli zii e i parenti tutti; la fidanzata Maria Carminati.
I funerali imponentissimi, ebbero luogo in Orbetello il 7 corrente.
La cara salma verrà strasportata a Carobbio, nella tomba di famiglia, appena possibile.
Si ringraziano sentitamente tutti quelli che interverranno all’Ufficio funebre, che avrà luogo il 7 gennaio 1919 alle ore 8 in Brembate Sotto.
Bergamo, 28 Dicembre 1918.

Fu sepolto provvisoriamente a Orbetello, in attesa di venire trasportato al suo paese, con un tributo di mestizia generale e al suo feretro seguivano otto corone, un generale e uno stuolo di ufficiali e soldati, nonché le autorità pubbliche, signori e signorine di Orbetello.
Dissero parole sul suo feretro, il capitano Moltoni, il capitano Giordani del Campo Scuola di Orbetello e un Assessore comunale (Pietro Raveggi), che fece il seguente discorso commemorativo:
“Questa volta nell’adempiere ad un penoso incarico, che è quello di portare sul feretro del povero Felice Pavesi il saluto del nostro Sindaco, assente da qui, e quello della nostra Amministrazione Comunale, io sento il dovervi ancora portare l’espressione personale del mio più sentito cordoglio verso la memoria di un amico diletto, che avevo imparato a conoscere e ad amare in questi ultimi tempi.
Poiché io, in questo momento di supremo compianto e davanti al Suo feretro, posso affermare che legami di una salda amicizia, cementati nel vincolo di comuni idealità politiche e sociali, mi avevano ormai unito a Lui nella più cordiale confidenza.
Così pure i diversi amici, miei concittadini, che insieme a me lo conobbero e ne poterono apprezzare le rare doti di cuore e di mente, proprio ora commossi mi hanno pregato di tributare alla venerata Salma in loro nome, il saluto d’affetto e di rimpianto, prova eloquente delle forti simpatie, che il povero Estinto sapeva suscitare in tutti coloro che lo avvicinavano.
Di Felice Pavesi si potrebbe tessere il migliore elogio, rievocando quell’epitaffio latino “la Tua anima al Cielo, il Tuo corpo alla Terra, la Tua memoria a noi, Tuoi amici, che Ti sapemmo apprezzare nelle Tue virtù, e che ci fosti tanto caro!…”
Egli ci veniva dalla forte regione Bergamasca, da quella terra generosa che dette i natali a Francesco Nullo, l’Aiace della leggenda garibaldina, e a tanti prodi Soldati, che portarono alto il loro nome nelle battaglie dell’indipendenza Italiana.
E il nostro Pavesi ne aveva tutta l’anima e gli ardimenti eroici, come aveva dimostrato al nostro fronte, mentre aveva in Lui una tale mitezza d’animo e gentilezza di cuore da far pensare all’indole di un fanciullo. E un fanciullo dell’Ideale Egli è stato veramente, e come tale dobbiamo salutarlo, nel tragico destino che ce lo ha tolto, sul fiore degli anni e quando più rosee gli sorridevano le speranze di un lieto e promettente avvenire!…
Oh si! Era pur vero che ieri insieme a Lui, per queste vie cittadine, salutavamo la fulgida Vittoria delle nostre armi, la liberazione di Trento e Trieste e delle altre terre irredente…!
Era pure ieri, che insieme a noi festeggiava, vibrante d’entusiasmo, il trionfo dell’Intesa, sognando la fine del barbaro militarismo teutonico, che ha cosparso il mondo di lutti e di rovine con lo scatenamento della grande conflagrazione, che ancora divampa fra i popoli.
Ricordo: or sono pochi giorni, in una mattina nubilosa dello scorso novembre passeggiavamo insieme lungo le nostre Mura; ed Egli mi parlava dei Suoi progetti per il futuro, della visione che nel Suo animo affacciatasi, di muove applicazioni industriali per preparare il risveglio economico dello nostra Nazione e la Sua indipendenza commerciale. E mi accennava con gioia al Suo prossimo ritorno a Milano, al Suo studio, al Suo lavoro, nella grande Metropoli Lombarda, pulsante di opere e di energie!
Ed ora ahime! Quante speranze troncate! Quale schianto di giovane esistenza dobbiamo piangere!… Ieri mattina montava baldo e sicuro il Suo apparecchio per ascendere nell’azzurro, che tanto lo attraeva… e pochi momenti dopo ne ricadeva tragicamente, trovando la morte nella nostra placida laguna, sulla quale si era tante volte librato coi Suoi voli audaci!
E la notizia della ferale sciagura gettava della più profonda costernazione tutti i Suoi Superiori, Colleghi ed Amici, che tanto bene gli volevano e lo amavano, e che non potevano mai pensare gli fosse riserbata una fine così immatura.
Piangiamo questa bell’anima di giovane Soldato ma soprattutto di Cittadino intelligente e fattivo che si è dipartita fa noi.
E nella piena dell’emozione che mi prorompe dall’animo, rivolgendomi a Voi Suoi Colleghi Ufficiali, e nel figurarmi il dolore e lo strazio della povera Mamma, che Egli lascia, Vi pregherei (se fra tanta pena vi può essere parola di conforto) di farle noto quanto la nostra cittadinanza lo abbia amato e pianto e con quale profondo cordoglio ne abbia seguito il feretro, dai segni manifesti che qui appariscono sul volto di tutti. E se sarà destino che la Sua salma rimanga qui a dormire nel nostro campo di riposo, piacciavi assicurarla che gelosamente ne custodiremo la tomba, come quella di un diletto fratello.
E a Te, caro Pavesi, i fiori semprevivi della nostra memoria, a Te che fosti valoroso soldato, caduto innanzi sera nell’adempimento del Tuo dovere, a Te gentile figura di buono e di generoso, ora che il Tuo spirito ci accoglie nei campi radiosi dell’al di là, a Te voli il nostro reverente saluto d’amore e di speranza per la vita Eterna! Vale Fratello.
Pietro Raveggi

di Giovanni Damiani Inviato su Storia

USI E COSTUMI. IL FOLCLORE ORBETELLANO

1941 - Serata del dilettante a GrossetoPremettiamo che in fatto di tradizioni e d’usi storici locali, da parte nostra, non ci sentiamo di conservare atteggiamenti troppo misoneisti, ma pure ci piace di farne la rievocazione nella veste leggendaria, che la patina del tempo ha fatto loro assumere, come una dolce e cara visione del passato.
Infatti, chi ricorda più l’antico Carnevale Orbetellano, che aveva la sua entrata nel giorno si Sant’Antonio abate (17 Gennaio), in cui cominciavano i ritrovi familiari di divertimento e le veglia danzanti; e che culminavano nella celebrazione del fatidico Giovedì Grasso (Berlingaccio) precedente al Martedì Grasso, ultimo giorno di Carnevale, coi loro tradizionali Corsi e Veglioni mascherati, nei quali si effondevano tutto il brio e la nota gaia e satirica della nostra gente?… Quando alla mezzanotte di quest’ultimo dì carnevalesco, il suono del Campanone della Cattedrale annunziava la venuta della Quaresima, col Mercoledì delle Ceneri, portando la fine dei sospirati ritrovi e dei furtivi colloqui, nel culto di Tersicore.
Ma anche in quel rimpianto notturno veniva a sorridere il conforto, che nel pomeriggio di quello stesso giorno si sarebbe festeggiata la costumanza della “Insalatina”, fra liete brigate, che si recavano negli orti circostanti con fisarmoniche, chitarre e mandolini per chiudere, con altri quattro salti alla villereccia quel periodo di allegria spensierata.
Il ritorno in città delle comitive avveniva sul tramonto, tra l’eco degli ultimi canti e suoni.
Tuttavia, dopo i Festeggiamenti Patronali del Maggio, la solennità maggiore orbetellana rimaneva quella di S. Maria Assunta del 15 Agosto, perché al di lei nome era consacrata la nostra trecentesca Cattedrale, sorta sui ruderi dell’antica Tempio pagano.
La sopradetta solennità veniva preceduta da due particolari manifestazioni, ormai tramontate.
Il 1° di Agosto per noi fanciulli di scuola era giorno di gioia e di vacanza, perché celebravamo la ricorrenza del “Cavalluccio”, una costumanza spagnola inseritasi nelle usanze della nostra popolazione. Infatti al mattino ci recavamo con una piccola offerta in denaro dalle rispettive maestre, che ci ricambiavano del dono col detto cavalluccio, un dolce di pasta soffice, foggiato nella forma di tale quadrupede.
Poi nella prima Domenica del mese veniva celebrata la festa della “Madonna delle Vigne”, la umile chiesetta ancora esistente sul tratto della via Aurelia, tra la nostra Stazione Scalo ed Orbetello città. Forse era come la continuazione di un antico rito propiziatorio per una buona Vendemmia!… Oltre le sacre Funzioni, vi si effettuavano corse di cavalli a pieno, montati da butteri dell’agro, ed altri divertimenti campestri, rallegrati dal corpo bandistico locale, che alla sera accompagnava il lungo corteo facente ritorno in città.
Ma la vera festa avveniva il giorno 15 del Ferragosto con una grande Messa Solenne in musica, cantata nella Cattedrale da appositi cantori e diretta dal maestro di Cappella, che in tempi remoti fu il noto musicista senese, Marcantonio Tornioli, il quale chiuse la sua vita, qui da noi, venendo seppellito nella chiesa di Sant’Antonio o del Suffragio.
Avanti la lettura del Vangelo, era allora che si procedeva da parte del Comune e a mezzo dei suoi Pescatori di Nassa e Fibbia, alla tradizionale offerta in denaro e in pesce a favore dell’Opera della Cattedrale, quale riconoscimento del diritto di piscata, che gli Abati Commendatari dell’Abbazia si erano riserbati, durante la notte tra il 14 e 15 Agosto, nel cedere le due suddette Peschiere alla nostra Comunità.
La cerimonia assumeva un tono speciale, perché l’invito veniva fatto da un ecclesiastico ai nobili pescatori, in caratteristico costume e dietro i rituali squilli di tromba, onde passassero ad offrire.
Nel pomeriggio quindi aveva luogo la grande Processione dell’Assunta, con l’intervento dei Pescatori, che portavano a spalla l’urna della loro “Madonna” e dei “Massari” con quella del loro “San Biagino”, offrendo una visione oltremodo folcloristica di particolare effetto per lo sfarzo dei costumi.
Qualcuno chiamerà tutto questo reminiscenze nostalgiche, melanconie del passato, ricorsi storici locali, che più non torneranno.
E sia pure! Ma ricordiamo quanto l’autore della poderosa Storia del Folclore – Raffaello Corso – ritenesse questa materia del più alto interesse, giudicandola “un patrimonio meraviglioso che, nei costumi e negli usi, nei canti e nei proverbi, nelle leggende e nelle manifestazioni artistiche, racchiuse, in buona parte, i primi germi da cui si vennero svolgendo la grandiosità e la bellezza morale del nostro incivilimento.”
Giacché è nello studio degli usi e costumi di un popolo che si completa la piena conoscenza della sua Storia.
Tropie (1)

Abbiamo voluto riproporre questo scritto del nostro concittadino Pietro Raveggi, pubblicato sul Giornale “IL ROCCHIO” nel 1947, a dimostrazione che già a quell’epoca cominciavano a vedersi i primi sintomi di un disinteresse delle istituzioni e dei cittadini verso la storia e le tradizioni della propria terra.
Certo, è sempre stato difficile affrontare questi problemi e, riconosciamo, che oggi, con i cambiamenti avvenuti non solo nella società, ma anche nella mentalità della gente, può essere ancora più difficile.
Ma, dobbiamo anche riconoscere, che una comunità che ha dimenticato storia e tradizioni della propria terra, le radici della sua esistenza, è considerata una comunità culturalmente e socialmente arretrata, che non sarà quindi in grado di affrontare l’avvenire.

(1) Pseudonimo di Pietro Raveggi.

di Giovanni Damiani Inviato su Cultura

AL CONFINE CON LA CULTURA.

DSC_3213IL FASCINO DELLA LAGUNA OFFUSCATO DAL DEGRADO E DALL’INCURIA. MA C’È UN’IDEA.
E’ il titolo che possiamo leggere sulla pagina 8 de “La Nazione” di mercoledì 10 febbraio 2010: Campionato Giornalismo – Cronisti in classe – 2009 – 2010. Lo spunto per l’ideazione del progetto è nato dal tema della “Festa della Toscana 2009”.
Si tratta di una pagina realizzata dagli alunni della classe 3° della Scuola Media Statale “Don Lorenzo Milani” di Orbetello, egregio lavoro di venti ragazzi, seguiti dall’insegnante Anna Genovesi, da Andrea Butelli per la parte tecnologica e dalla dirigente Nunzia Squittieri.
In conclusione, i ragazzi presentano alla comunità la loro “Città ideale”. Un progetto che vuole trasformare la nostra cittadina in un fiorente centro culturale, con tutta una serie di obiettivi che coinvolgono strutture e spazi oggi fatiscenti, come la polveriera Guzman, la Rocca spagnola , il parco delle crociere, il palazzo del Frontone, con l’auditorium, i locali sulla porta di Medinacoeli, spazi nei pressi della Canottieri, ecc.
Le indicazioni sono particolari e molto interessanti: musei d’arte, mestieri dimenticati, incontri fra culture, la casa della letteratura, la casa del cinema e del teatro, incontri tra generazioni per parlare di storia e per la conservazione della memoria, gli impianti sportivi, ecc.
Il lavoro ha avuto diverse fasi di svolgimento: l’individuazione e la fotografia dei luoghi e degli edifici, le ricerche storiche attraverso i documenti, le interviste a persone anziane che hanno spiegato come erano una volta i luoghi e gli edifici interessati. Tutto ciò ha permesso di realizzare delle rappresentazioni contenenti la descrizione dei siti, la funzione che dovrebbero avere, le interviste, le fotografie, i disegni, e grandi mappe elaborate dai ragazzi che mostrano com’era Orbetello e come vorrebbero che fosse.
Quali conclusioni possiamo trarre da un lavoro tanto attuale e interessante come questo?
Per quanto mi riguarda lo ritengo un forte grido di allarme, un richiamo imperioso alla comunità, ai cittadini, agli amministratori, ai partiti politici; una critica senza dubbio positiva e, soprattutto, illuminante, perché viene da venti ragazzi della Scuola Media, che sicuramente riponevano nei confronti dei “grandi” delle aspettative che non si sono avverate.
E, forse, è arrivato il momento che qualcuno cominci a spiegare loro, senza menzogne e senza scuse, che le classi “dirigenti” che si sono alternate alla direzione del Comune, dal dopo guerra ad oggi, non hanno avuto la competenza e la cultura per fare della nostra cittadina, che ha in se tutti i presupposti, la “Città Ideale” che i ragazzi si aspettavano.

QUESTO ARTICOLO LO AVEVO PUBBLICATO NEL 2010 SU “LA GOTTATOIA” E SUL NOSTRO PRECEDENTE BLOG. SENBRANDOMI UN TEMA ANCORA DI GRANDE ATTUALITA’, LO RIPUBBLICO, PERTANTO, ANCHE SUL NUOVO BLOG.

UN OCCASIONE FAVOREVOLE … ANDATA IN FUMO

LA GOTTATOIAGennaio 2010.
… Purgatorio! Avanti, i signori pel Purgatorio possono scendere! Due minuti di fermata.
L’agitazione destata nel vagone da quelle parole pronunciate a voce alta, risvegliò Righetto dal leggero assopimento nel quale era caduto. Tutti i viaggiatori si prepararono a scendere: tirarono fuori le valigie da sotto i sedili, scesero dalle reti le borse da viaggio, infilarono i loro cappotti.
Righetto si dispose a scendere insieme agli altri. La notte era alta, ed una tramontana secca, rigida, sferzava i viaggiatori assonnati.
Righetto aveva tirato fuori il biglietto e stava già con un piede fuori dalla porta quando si sentì tirare per la manica del cappotto. Si voltò: era il controllore.
– Chiedo scusa signore; Ella non può scendere!
– Perché? Fece Righetto sorpreso.
– Lei ha è il biglietto pel Paradiso, non pel Purgatorio.
– Pel Paradiso? Ma è impossibile caro amico, io sono un gran peccatore, La prego di crederlo e non posso ammettere a mio favore una eccezione così segnalata.
Ed a provare la giustezza della sua asserzione protese verso di lui la sua valigia piena zeppa di peccati, parecchi dei quali erano enormi e della più bella risma.
Ma il controllore riprese alzando le spalle:
– Io non posso far nulla. Il caso non è di mia competenza: ma con buona pace non posso ammetterLa in Purgatorio se non è munita di un biglietto speciale e regolare! Capirà, noi abbiamo le nostre responsabilità.
E senza dire altro gli ricacciò il biglietto tra le mani e gli voltò le spalle.
Non c’era nulla da dire, aveva ragione: la parola Paradiso era lì, chiara, lampante, in maiuscoletto grasso, splendidamente dorato e adorno di fregi bellissimi, un piccolo capolavoro tipografico, che pareva uscito allora dalla Tipografia Ballini di Orbetello.
Diamine di un contrattempo! Con quella tramontana dover risalire sul treno per chissà quante ore ancora! Confessava che il pensiero del calduccio che l’avrebbe aspettato in Purgatorio lo solleticava. Si affrettò al buffet e prese con la massima sollecitudine un consommé di pazienza e due fettine di buona volontà: ne aveva proprio bisogno! Ma trovò diabolicamente salata la tariffa del buffet del Purgatorio. Vi basti sapere che nel nostro povero mondo non c’è che l’acqua della Laguna più salata.
Risalì nel vagone quando il treno era sulle mosse. Non v’era rimasto che un solo viaggiatore: un anziano signore coi capelli bianchi che si staccavano dal rosso del suo simpatico volto. Adorno di un sorriso intelligente e di grinze che dimostravano tanta esperienza, ma anche la fatica del duro lavoro che aveva fatto per tutta la sua vita.
L’aveva visto spesso gironzolare per Orbetello, ma in quel momento non si ricordava se si trattava di un minatore della miniera del Passo, di un pescatore della Laguna, di un operai della Colle e Concimi, oppure di un muratore che lavorava saltuariamente.
Per lui capiva benissimo il Paradiso: aveva speso la vita a fare un lavoro duro, sempre esposto al caldo e al freddo, ed era più che giusto che andasse a riposarsi lassù per l’eternità.
Ma lui, peccatore impenitente, che il viaggio aveva colto con rapidità fulminea tra una riunione di corrente, una preconciliare e una passeggiata per la Diga! Era senza dubbio un errore!
– Fuma? Gli fece l’anziano signore porgendogli il portasigari.
– Con piacere! La ringrazio. Siamo rimasti pochi pel Paradiso!
– Proprio così: la media pel Paradiso è sempre stata piuttosto bassa.
– E perdoni, il viaggio sarà ancora lungo?
– No, non troppo! Capirà, con la velocità del treno! Sa Ella che attraversiamo gli spazi interplanetari alla velocità di mille chilometri al secondo?
Righetto lo guardo credendo che celiasse: era invece serio come un bollettino ufficiale.
– Mille chilometri al secondo? Misericordia!
– Proprio così. Sulla Terra neanche gli espressi delle linee americane hanno ancora raggiunto questo bel risultato! Col tempo, chissà?
– Mille chilometri! Davvero cose dell’altro mondo; è il caso di dire!
– Meglio così; è tutto tempo guadagnato.
– Per Lei signore, ma non per me. – E qui gli narrò tutto, i suoi calcoli, i suoi timori, le osservazioni del controllore, e gli mostrò il biglietto.-
– Uno sbaglio? Fece il signore; ma qua è impossibile. L’amministrazione funziona con una precisione ed un accordo ammirabili, da cronometro svizzero: si persuada che s’Ella ha il biglietto pel Paradiso è proprio perché è stato trovato degno di entrarci.
– Ma, e i miei peccati? Ce n’ho qui una valigia piena, e di che qualità!
– Poco monta! Coi peccati avrà anche qualche buona azione che li riscatterà tutti. Gli Angeli incaricati della visita dei bagagli, all’Ufficio Partenze, hanno buon naso, non dubiti; e se invece di stivarlo nella diligenza per l’inferno lo hanno collocato nel diretto pel Paradiso, avranno le loro buone ragioni. Stia dunque di buon animo!
Il dialogo continuò così per un bel pezzo, mentre il treno con quella velocità vertiginosa varcava spazi immensi avvolti nelle tenebre.
Finalmente il suo compagno di viaggio gli additò, sulla sinistra del treno, un punto luminoso che si avvicinava rapidamente.
– E’ la stazione del Paradiso: prepari i bagagli, siamo giunti.
E poco dopo si trovarono come immersi in un mare di luce tiepida e bianca dai riflessi opalini delicatissimi. Righetto si rese subito conto che in Paradiso erano ormai, da tempo, passati all’energia pulita, a quelle fonti alternative di cui da tanto tempo si parla sulla Terra senza riuscire a risolvere un problema così importante e urgente e pensò al buco nell’ozono, al riscaldamento del pianeta e alla sorte del genere umano.
La portiera si aprì ed una voce in do maggiore, a petto della quale il do di Caruso sarebbe apparso il miagolio di un gattino raffreddato, gridò:
– Il Paradiso! Per di qua, signori! All’Ufficio Arrivi per la verifica dei bagagli!
Righetto decise di rinunciare, per il momento, a descrivere ciò che vedeva, ciò che provò quando scese dal vagone: vi basti sapere che la sua prima impressione fu quella di chi svegliandosi all’improvviso in qualche casolare dell’Argentario scopre quel panorama sublime e bellissimo.
Un Angelo gli venne incontro sull’uscio dell’Ufficio Arrivi. Righetto gli consegnò la valigia, che questi aprì con destrezza meravigliosa e cominciò a tirar fuori quanto di bene o di male, sia nei pensieri che nelle azioni o omissioni egli aveva combinato negli anni di vita terrestre.
Oh! Come a quella divina luce gli parve piccino, meschino e pietoso il mucchietto delle buone azioni e dei buoni pensieri – grande, orrido e ributtante il mucchio delle azioni e dei pensieri cattivi! Un vero letamaio.
L’Angelo tirò fuori una bilancia d’oro e, rimboccate le maniche della tunica sfolgorante, ammucchiò su un piatto i due o tre pizzichi di bene e sull’altro il mucchio del male, e sorridendogli per infondergli coraggio, sollevò la bilancia.
Vi lascio immaginare la confusione di Righetto quando vide il piatto del male calare pesantemente e quello del bene sollevarsi con leggerezza. Anche l’Angelo era titubante e cominciò a chiedergli se per caso gli era sfuggita qualche buona azione e lo spronò a frugare meglio nella valigia. Dopo averla rovistata e scossa ben bene:
– Nulla! Null’altro! Veda in saccoccia! E’ impossibile un errore così maldestro!
Al colmo della confusione Righetto cacciò le mani in saccoccia e tirò fuori un pacchetto di volantini elettorali e un giornale che gli era stato dato, qualche giorno prima della partenza, da alcuni cittadini che lo distribuivano e che aveva letto con piacere.
L’Angelo, certo al corrente delle nostre beghe politiche terrene, prese il pacchetto dei volantini e lo butto in un canto:
– Non questi: cartaccia inutile; mi dia il giornale!
E preso il giornale lo pose sul piatto del bene, che – o meraviglia – scese sollevando senza sforzo tutto quel gran male ammucchiato sull’altro piatto.
– Salvo! Esclamò l’Angelo raggiante di gioia: salvo!
Raccolse il giornale e lo esaminò con curiosità.
– Ah, ora comprendo: è “LA GOTTATOIA”,(1) che viene pubblicato per tentare di dare impulso all’attività culturale orbetellana. Non mi meraviglio s’Ella è stato trovato degno del Paradiso.
E prendendolo sottobraccio lo scortò alla eterna beatitudine, ove fece il suo ingresso trionfale, trovandosi in mezzo ad un gruppo di persone, fra le quali riconobbe Raffaele Del Rosso, Pietro Raveggi, Furio Lenzi, Jacopo Gelli, Michele Bolgia, Alfredo Ceccherini, Anteo Ercole, Giuseppe Pinetti, il famoso prestigiatore del ‘700, ed altri ancora, intenti a preparare una manifestazione contro la costruzione dell’autostrada tirrenica in Maremma, fra la Laguna di Orbetello ed i poggi.
E qui sarebbe stato il caso di dire qualcosa di più del Paradiso, ma il primo articolo del Regolamento Interno vieta formalmente ogni indiscrezione.
Non c’è dunque altro mezzo per saperne di più, che andarci di persona ed il modo migliore e sicuro è leggere “LA GOTTATOIA” e aiutarla a crescere.

(1) “LA GOTTATOIA”: giornale mensile a carattere satirico culturale pubblicato dal 2007 al 2009 (300 copie mensili distribuito gratuitamente) dal Circolo Culturale Orbetellano “G. Mariotti”.
Alla fine del 2009 la pubblicazione fu sospesa per motivi economici con la promessa di riprendere la pubblicazione in tempi migliori che ancora non sono arrivati.

LA NOSTRA MAREMMA

049a Ci avviciniamo alla stagione primaverile, quando sul Monte Argentario e sulle colline maremmane dell’entroterra il crepuscolo allunga i suoi chiarori, le notti cominciano ad essere più brevi e più lungo il giorno per camminare.
E’ il momento propizio per percorrere i silenziosi sentieri, prima che il tempo delle vacanze li renda troppo frequentati; andiamo, dunque, con passo leggero, e nella quiete avremo il tempo di pensare ai tempi andati, alle esperienze che la vita ci ha riservato, alle passioni che ci hanno legato per sempre a questa terra: il silenzio, il cielo, gli odori della macchia mediterranea, ci terranno compagnia.
Così, una mattina di qualche primavera fa, di buon’ora, abbiamo lasciamo Orbetello per arrivare lassù, sulla vetta più alta del Monte Argentario.
Dopo il Convento dei Passionisti, che domina la vallata fino alla Laguna, ci siamo fermati a guardare il paesaggio sottostante: il sole cominciava ad illuminarlo, era splendido, punteggiato di macchia mediterranea e pinete, vigne, campi verdi, tante piccole case in lontananza e la laguna, che sembrava uscire da un mondo incantato, un territorio colmo di storia millenaria, abbracciato dal mar il Tirreno.
In quel silenzio, insieme ai nostri pensieri, ascoltiamo i gorgheggi melodici degli usignoli che hanno appena raggiungo la nostra terra dopo un lungo viaggio e si apprestano a preparare il loro nido.
Riprendiamo a salire e alla deviazione che porta alla croce, un po’ stanchi, ci siamo seduti sotto un leccio per riposare qualche minuto, prima di fare l’ultimo tratto che ci avrebbe portato alla meta.
Ci siamo, la parte più alta del Monte Argentario, a metri 635 e, come la prima volta che arrivammo quassù, restiamo assorti e rapiti di fronte ad uno spettacolo di grande suggestione.
L’arco nord – est – sud, il grande anfiteatro che va da Grosseto e i monti dell’Uccellina ai confini con il Lazio ed oltre, passando per il Monte Amiata è ormai completamente avvolto dalla luce del sole. Da quassù sembra ancora più grande, i paesi sulla costa e sulle colline sono immersi nel verde della macchia, nell’azzurro del mare o nel grigio di una lieve foschia in lontananza: Orbetello, Porto S. Stefano, Porto Ercole, Albinia, Talamone, Pereta, Montiano, Magliano in Toscana, Manciano, Capalbio, Montalto di Castro.
A ovest, la grande distesa del mar Tirreno, che mette in risalto, partendo da sud, l’isola della Formica di Burano, l’isola di Giannutri, in un velo di foschia l’isola di Montecristo, l’isola del Giglio, e più a nord, molto lontano, delle cime che dovrebbero essere quelle dell’Elba, e ancora le Formiche di Grosseto.
Pensiamo alla gloria, alla grandezza storica, alla vetusta tradizione di questa terra, che finora, purtroppo, è stata un po’ trascurata e maltrattata e ai suoi figli, a tutti noi, che non siamo stati capaci di onorarla e dargli il valore che merita.
Pensiamo alle tante vestigia dell’antica cultura eneolitica, chiamata convenzionalmente di Rinaldone, della civiltà etrusca e di quella romana, che in gran parte giacciono neglettamente abbandonate senza che nessuno se ne curi, mentre potrebbero divenire degna meta di visitatori e nuovi lumi potrebbero proiettare sull’indagine archeologica; ai materiali litici lavorati da uomini vissuti un milione di anni fa, rinvenuti a Montauto e in altre zone e alle civiltà litiche, che si sono susseguite nei millenni con una grande lentezza culturale su tutto il territorio maremmano; alle tante necropoli, alle mura poligonali come quelle di Orbetello e Cosa, alle città morte cosparse d’imponenti ruderi, ai manufatti meravigliosi di tecnica e di mole, come quelli della Tagliata, col mitico Speco, oggi chiamato Spacco della Regina, nelle vicinanze della tanto discussa Subcosa; alle mura ciclopiche di Orbetello, uniche sull’acqua, lasciateci dagli etruschi, o forse dai pelasgi; a Magliano in Toscana, tanto ricco di memorie della squisita arte senese, dove il nostro concittadino Pietro Raveggi identificò la tanto ricercata etrusca Heba, con la sua estesa necropoli di tombe dalle più svariate costruzioni e forme; alla Valle dell’Albegna dove era ubicata l’arcaica città di Caletra con i sorprendenti ritrovamenti, fra cui la meravigliosa Fibula d’oro, un gioiello dell’oreficeria rasenia, e più in alto Saturnia città degli Aurini, dove si possono ammirare le venerande mura e la grande necropoli di Pian di Palma; alla tenuta di San Donato, dove nell’esecuzione di lavori di bonifica, furono scoperte tombe a circolo del diametro di 32 metri, con bare in travertino e qualche cimelio della più alta antichità; a Manciano, Pitigliano e Sorano, a cavaliere del fiume Fiora, l’antico Armine, dove sorgono le vestigia di Statonia, ritrovate nel 1894 da Riccardo Mancinelli, alla sua area urbana e all’interessante necropoli, col sepolcreto in celle di tufo, che si può ancora rintracciare. E poi Sovana dalle tombe rupestri e i suoi superbi e silenziosi edifici; alle tante antichità romane da ammirare, a S. Liberata, Torre Saline, Sette Finestre, Sughereto di Ballantino, Talamone, isole di Giannutri e Giglio e alle tante altre rimaste sconosciute o conosciute solo da poche persone, che attestano indiscutibilmente il fervore di vita goduto da questa zona in quei lontani tempi; ai longobardi e ai bizantini, alla vita medievale, che seppure chiusa in un isolamento collinare, ha lasciato innumerevoli e interessanti testimonianze in quasi tutti i paesi del nostro territorio; alle lunghe dominazioni di Siena, della Spagna, dell’Austria, dei Borboni, con le innumerevoli e possenti testimonianze di difesa lasciate sul territorio; alla Maremma di ieri, alla malaria e ai tanti disagi delle popolazioni che ci hanno preceduto, al loro lavoro e ai loro sacrifici per domare queste, allora, dannate ed amate terre.
Pensiamo alla Maremma di oggi e al suo riscatto ma, nello stesso tempo non possiamo fare a meno di pensare a ciò che potrebbe realmente essere questo territorio, se tutti noi fossimo in grado di pensare meno al presente e un po’ più al futuro.

DEDICATO A CERTI POLITICANTI NOSTRANI

1920  Il grande amoreVOGLIAMO LORO TANTO BENE E GLI AUGURIAMO UNA CARRIERA SFOLGORANTE.
Abbiamo conosciuto diversi politicanti; di solito sembrano persone “per bene” perché si presentano sempre con fare amichevole e incravattati.
Certo, in fondo, a modo loro, sono “per bene” e, forse, pensano di essere insostituibili.
Sanno barcamenarsi e orientarsi in modo impensabile in ogni situazione; si sentono però più sicuri quando fanno parte di una congrega, per non dire un gruppo di potere.
Dicono sempre di amare la democrazia. Forse perché contiene tanti pertugi in cui infiltrarsi per praticare il potere.
Vivono la democrazia con astuzia, rendendola zoppa per poter operare senza far sapere come vanno le cose, dove è possibile sperimentare ribaltoni e mascherarsi con fare mellifluo e nascondersi dietro le promesse.
E poi quei politicanti, al contrario dei politici arrabbiati che sono un’altra categoria da cui bisogna guardarsi, sono sempre contenti, godendo della loro opera, che spesso, molto spesso, non porta benefici alla gente.

di Giovanni Damiani Inviato su Varie

LE TRASFORMAZIONI MILLENARIE DELLA NOSTRA ZONA

055aLA FORMAZIONE DEI TOMBOLI, DELLA LAGUNA E DEL TERRITORIO CIRCOSTANTE
La geologia è una scienza avvincente e, riveste grande importanza nello studio della storia del nostro Pianeta, sulla composizione della crosta terrestre, dei processi di formazione delle rocce, dei movimenti e delle deformazioni che le rocce e la crosta terrestre subiscono.
E’ proprio l’indagine e lo studio della successione di tanti eventi fisici, chimici e biologici, che hanno determinato, nel corso dei tempi, l’evoluzione della Terra, che ci permettono di ricostruire la storia del nostro Pianeta.
Così, attraverso quelle indagini e i successivi studi, abbiamo conosciuto come è fatta la terra, qual è la sua età, quali trasformazioni sono avvenute nel corso di milioni di anni e come si è sviluppata la vita.
Queste conoscenze sono state determinate dal ritrovamento dei fossili, verificando i vari strati delle rocce, la posizione che hanno assunto con i loro ripiegamenti e sommovimenti sotto la spinta degli eventi fisici quali i terremoti, dalla verifica dei sollevamenti e degli abbassamenti della crosta terrestre, del livello del mare e della diversità dei materiali che formano le pianure.
Data la complessità degli studi che devono essere effettuati per raggiungere questi risultati, la geologia si avvale delle indagini che svolgono altre branche della scienza, quali la Paleontologia, che studia gli organismi animali e vegetali fossili, la Mineralogia, che studia i minerali, la loro origine, le proprietà fisiche, chimiche e la struttura, la Petrografia, che studia le rocce, la Geochimica, che studia tutti gli elementi chimici, la Geofisica, che studia i fenomeni fisici che si svolgono nell’atmosfera, sulla superficie e all’interno della Terra, la Geomorfologia, che studia le caratteristiche e l’evoluzione delle forme della superficie terrestre.
Coloro che hanno indagato e studiato il nostro territorio ci dicono che decine di milioni di anni fa il Mar Tirreno non esisteva e al suo posto c’era una vasta pianura, che alcuni storici hanno chiamato la “favolosa Tirrenide”, su cui si elevavano alcuni monti, fra cui dovevano trovarsi gli attuali Argentario, Giglio, Giannutri e Montecristo.
Poi, la “favolosa Tirrenide” cominciò a sprofondare ad inabissarsi, con un processo abbastanza lungo, e la vasta pianura fu sostituita dall’acqua.
Sul Pianeta stavano avvenendo grandi mutamenti, dando vita ad una evoluzione, che in milioni di anni avrebbe portato la nostra zona allo stato attuale; il Mar Tirreno, si era ormai formato, lasciando scoperti i monti più alti.
Detto così brevemente, la cosa può apparire abbastanza semplice. Invece, come vedremo, non fu affatto semplice.
Nei millenni che seguirono, le rive di questo mare sono state un grande bagnasciuga, un continuo andare avanti e indietro, a volte di chilometri, sospinto dai sollevamenti e dagli abbassamenti della crosta terrestre, che avevano origine dai sommovimenti prodotti da terremoti e da altri eventi fisici.
In certi periodi, il mare arrivava a lambire le pendici delle grandi montagne emerse, come il Monte Amiata; poi, si ritirava dando vita a grandi zone paludose, laghi, fertili radure dove pascolavano tanti animali, fra cui rinoceronti e mammut, e dove si sviluppavano grandi e fitte foreste.
Poi un lungo periodo di relativa calma.
Circa un milione di anni fa, l’aspetto di questi luoghi cominciò, lentamente, a mutare di nuovo. Dapprima una serie di modesti sollevamenti, interruppe la lunga quiete orogenetica (processo di formazione delle parti mobili della crosta terrestre, che porta al corrugamento e al sollevamento delle catene montuose), dando vita, per quanto ci riguarda, ai monti dell’Uccellina e alle colline di Orbetello. Poi, gli agenti esterni (grandi piogge e forti venti), modellarono i rilievi ed affidarono ghiaie e sabbie ai fiumi, che portate sempre più avanti, formarono una base pianeggiante che si allargò nei millenni fino a saldare le nuove alture.
L’Argentario era ancora un’isola.
Il mare continuava, anche se in modo più ridotto, nel suo giuoco di alti e bassi. Gli studiosi ci dicono che circa 3.000 anni fa il nostro mare era più basso di circa 5 o 6 metri rispetto al livello attuale e che circa 1.800 anni fa era più alto dell’attuale livello di circa mezzo metro.
A questo punto dell’evoluzione della nostra zona, ci troviamo con questa situazione: l’Argentario e le altre isole emerse da milioni di anni; le colline dell’entroterra emerse successivamente e il trasporto delle ghiaie, delle sabbie e dei detriti da parte delle acque che scendevano dai monti e trasportate dalle piene dei fiumi, che avevano formato le pianure dei bacini dell’Osa, dell’Albegna a nord, ed i bacini del Chiarore, del Tafone e del Fiora a sud.
Fra la terraferma e il Monte Argentario c’era ormai un canale di oltre 6 chilometri. Questo canale, in epoca che possiamo ormai chiamare storica, divenne una laguna.
Tutti sono d’accordo che la Laguna di Orbetello si è formata in un lungo periodo di tempo (da 4 a 6 mila anni), con la formazione delle tre dune sabbiose, cioè, il Tombolo della Feniglia e il Tombolo della Giannella, che staccatisi dalla terraferma raggiunsero il Monte Argentario circa 2 mila anni fa, e quello centrale, il più vecchio, dove più tardi sorse Orbetello.
Prima una penisoletta triangolare, quella su cui fu costruita Orbetello, che si allungò nelle acque del canale per quattro chilometri e che per il giuoco delle correnti si arrestò ad un chilometro dal Monte Argentario.
Successivamente, la vicinanza del monte, forse, una scarsa profondità del braccio di mare, la presenza della penisoletta centrale, che aveva quasi ostruito lo stretto e lo scontro di correnti prodotte dai venti dominanti, favorirono il deposito in mare delle ghiaie, sabbie ed altri detriti portati dai fiumi (Osa e Albegna a nord, Chiarore, Tafone e Fiora a sud). Ghiaia, sabbie, altri detriti e resti di organismi vari cominciarono così ad accumularsi, dando il via alla formazione dei due tomboli.
Fu un processo lento, che durò millenni e che alla fine raggiunse la meta, il Monte Argentario.
Il braccio di mare divenne così una laguna e l’Argentario non fu più un’isola.
Prima arrivò a saldarsi all’Argentario il Tombolo della Feniglia, quello a sud di Orbetello, dopo, si saldò al monte anche il Tombolo di Giannella, a nord di Orbetello.
C’è chi sostiene che il Tombolo della Feniglia non si sia staccato dalla collina di Ansedonia per andarsi a congiungere al Monte Argentario, ma che il processo di formazione ebbe un andamento inverso: la striscia di sabbia che forma il Tombolo, si sarebbe staccata dal Monte Argentario, per andarsi a congiungere alla terraferma sotto il colle di Ansedonia.
La tesi è molto singolare e affascinante, e andrebbe approfondita. Le riflessioni a cui questa tesi induce, sono molteplici e, perciò, innestiamo su di esse alcune considerazioni: Il Tombolo di Giannella parte direttamente dalla foce del fiume Albegna, mentre le foci dei fiumi che hanno trasportato le sabbie per la formazione del Tombolo della Feniglia, sono abbastanza lontane; la conformazione del territorio a nord, col golfo di Talamone e i monti dell’Uccellina è assai differente a quella del territorio a sud; i venti prevalenti provenienti da sud, hanno un comportamento del tutto diverso da quelli provenienti da nord.
Mi pare interessante terminare questa conversazione citando un passo di un bel libro scritto dal compianto Prof. Pietro Salvucci: “Ecco come la Costa d’Argento, che allora era chiamata Agro Cosano, assunse qualche migliaio di anni or sono, ormai il periodo storico, l’aspetto di oggi. L’insolita varietà di forme può fare la felicità dello studioso. C’è tutta la geografia: Pianure e colline, mare laguna stagno e fiumi, penisola promontorio tomboli ed isole.”

PRIMA E SECONDA REPUBBLICA. LO SCONFINATO DESERTO DEI DIRITTI

6 - Povera Italia!E’ un momento in cui sempre più spesso mi capita di domandarmi come sia possibile che in un paese ritenuto civile, la politica ributti fuori dalla società, fingendo di ignorarli, i diritti fondamentali del cittadino?
C’è qualcuno che, pensando al passato e a tutto ciò che è accaduto e guardando i programmi per il futuro, vuole tentare di rispondere? Io, voglio provarci.
Mi infognerò, forse, in un ragionamento astruso e incomprensibile, ma voglio fare un tentativo.
In prima battuta, mi sembra di poter dire che ci troviamo in un momento in cui la politica dello Stato italiano ha perso il filo dei diritti, cadendo in una profonda regressione culturale e politica.
Vediamo un po’ cosa esce fuori dalla mia riflessione tenendo ben fermo che è ancorata al solo tema dei diritti civili, quelli fondamentali del cittadino:
Seconda Repubblica. Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica italiana, ha trovato i suoi protagonisti nelle sedi internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla nostra Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta.
Prima Repubblica. Oggi viene rappresentata come luogo di totale inefficienza. Vediamola questa inefficienza: nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. Una lunga serie di atti di grande respiro politico e sociale, che ci consegna un’Italia più civile.
Anche se si cominciavano a vedere con chiarezza i tentativi reazionari per riportare indietro la società che si andava costruendo con quei presupposti importanti di civiltà, c’erano davvero in quel momento tutte le premesse per la costituzione di una comunità nazionale veramente democratica, libera e rispettosa della vita dell’uomo. La politica era ancora forte, consapevole della società e della cultura, con la capacità di non levare steccati e di sfuggire ai fondamentalismi.
Che cosa è dunque successo con l’avvento della cosiddetta seconda repubblica?
Negli ultimi venti anni è avvenuto l’opposto. Un bipolarismo sciagurato, che non è mai esistito perché faceva comodo la poltiglia in cui sono stati ridotti i partiti, ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. Abbiamo così costruito un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, con un popolo che ha delegato a poche persone tutte le sue prerogative.
Non era questo che ci lasciava la prima repubblica. Purtroppo, sulle cose importanti della nostra vita non abbiamo riflettuto abbastanza, oppure, non abbiamo ancora le capacità di riflettere.

(Riflessioni ispirate da un articolo di S. Rodotà su la Repubblica del 3 gennaio 2013)

LUOGHI DI PENA NELLA TOSCANA GRANDUCALE

legge e legalitaAll’inizio del XIX secolo in Toscana i lavori forzati costituivano la modalità principale di esecuzione delle pene, di solito in bagni penali, mentre la normale carcerazione era limitata a periodi molto brevi.
Verso la fine del XVIII secolo, sulla scia di un grande dibattito a livello europeo sulla riforma dei sistemi penali, il Granducato di Toscana, primo in Italia, recepiva alcuni principi di matrice illuminista e nel 1786 attuava una riforma legislativa detta “Codice Leopoldino”, che si faceva notare per il suo dispotismo, detto allora, appunto, illuminato.
Il Codice, influenzato, dunque, da idee liberali , in particolare di Cesare Beccaria, tra le tante innovazioni in materia di giustizia penale, stabiliva un lungo elenco di pene:“pene pecuniarie, staffilate in privato, carcere non superiore ad un anno, esilio dalla foresteria, esilio dal vicariato, confino a Volterra, confino nella provincia inferiore, confino a Grosseto, esilio da tutto il Granducato, gogna senza esilio, frusta pubblica, frusta pubblica sull’asino, ergastolo, per le donne da un anno fino a tutta la vita, lavori pubblici per gli uomini per tre, cinque, sette, dieci, quindici, venti anni ed a vita.”
Come si vede, le norme relative alle pene riservavano al carcere un ruolo minore, rispetto alle pene corporali e all’esilio.
Tali norme furono abolite dal governo francese nel 1801 e nel 1810 il Regno d’Etruria introdusse il Codice napoleonico.
Caduto il Regno d’Etruria, il governo provvisorio succedutogli, con editto dell’8 luglio 1814, abolì il Codice napoleonico e sotto l’impulso di un forte movimento per la riforma penitenziaria, cercò di fare qualcosa per il miglioramento del sistema carcerario.
Tuttavia, malgrado l’espressa volontà, i timidi tentativi di riforma del Codice Leopoldino del 1786 non sortirono effetti positivi e le condizioni aberranti delle carceri non subirono miglioramenti.
Col ritorno dei Lorena sul trono del Granducato, uno dei primi atti fu proprio l’emanazione del regolamento generale per le carceri della Toscana del 9 gennaio 1815, che possiamo considerare un primo debole tentativo di umanizzazione delle pene carcerarie.
Costituito da una novantina di articoli, il regolamento, fra le altre cose, stabiliva le condizioni igieniche, le norme relative alle visite dei “giusdicenti”, addetti al controllo del vitto, le visite degli appartenenti alle Confraternite laiche.
Il regolamento stabiliva misure anche in materia di “trattamento dei detenuti”, con la concessione di respirare fuori delle celle qualche ora al giorno.
Per quanto riguardava il vitto, il regolamento stabiliva che esso era gratuito per coloro che erano condannati alle segrete, ovvero le carceri di custodia, mentre per le carceri di pena, dette pubbliche, lo stato sosteneva le spese di vitto solo per coloro che non erano nelle condizioni economiche per provvedere personalmente al proprio mantenimento.
Negli anni successivi, a partire dal 1816, il governo della Toscana emanava una serie di provvedimenti in materia penale, tra i quali l’abolizione del confino per i delitti di furto, sostituita con i lavori forzati, i condannati ai lavori pubblici per più di cinque anni venivano inviati ai lavori nelle saline e nelle miniere dell’Elba.
In questo periodo molte carceri toscane furono attrezzate in modo da favorire il lavoro dei detenuti, i quali, passavano la notte rinchiusi, mentre il giorno venivano portati a lavorare, in particolare per la costruzione di opere di utilità pubblica, molto spesso insieme agli operai liberi. Purtroppo, il forzato, oltre alla fatica propria del lavoro, subiva la “berlina” di dover lavorare “con la catena, la divisa da carcerato, la scritta attaccata al collo con l’indicazione del crimine commesso e la coccarda di colore diverso a secondo del reato, oltre a camminare a piedi nudi, legati con doppia o tripla catena, pena che fu abolita nel 1832.
Quelle che seguono, sono le norme rilevate da una “Notificazione” per l’accollo delle forniture della carceri per l’anno 1837.
Il Presidente del Buon Governo e Provveditore del R. Uffizio del Fisco (in quel momento era Cav. Auditore Giovanni Bologna), ogni anno provvedeva a rinnovare gli “Accolli delle Forniture Cibarie per i Detenuti nelle Carceri Pubbliche , e Segrete dei Tribunali del Granducato”, con condizioni ed obblighi che venivano pubblicati con una particolare “Nota di Oneri per gli Accollatari delle relative forniture”.
Ai concorrenti veniva dato un mese di tempo, “termine di stretto rigore”, per la presentazione delle “loro Offerte munite di firma, e sigillate”, per le Carceri della Capitale al Commissariato di S. Croce, per le Carceri dei Tribunali provinciali ai Giusdicenti rispettivi, e per la Casa di Forza di Volterra al Regio Commissario.
Il prezzo della fornitura era stabilito per ciascuna “Razione”, con le suddivisioni per i maschi adulti, minori e femmine delle Carceri Segrete, e per i maschi, minori e femmine nella Carceri Pubbliche e comprendeva il vitto della mattina e quello della sera.
Queste razioni, che erano “fisse e debitamente preparate”, contenevano.
NEI GIORNI DA GRASSO.
Carcere Segreta – Ai maschi adulti detenuti per cause ordinarie criminali.
La mattina:
“Minestra alternativa di Paste, Riso, o Pane del peso di once tre nel respettivo stato di aridità: Once cinque di Manzo a lesso, da cui sarà tratto il Brodo per detta Minestra. Un Pane di once dieci di Farina di puro Grano, estratta la Semola, di buona manipolazione, e cottura, ed una mezzetta di Vino, il tutto a bontà mercantile, ed a peso, e misura Toscana.”
La sera:
“Un pane di once dieci.”
Carcere Segreta – Ai minori e alle donne detenute per cause ordinarie criminali.
La mattina:
“Minestra alternativa come sopra d’once tre nello stato di aridità. Once cinque di Manzo lesso da cui verrà tratto il Brodo per la Minestra. Un pane di once otto di Farina di puro Grano, estratta la Semola, e della manipolazione, e cottura suddetta, ed un quartuccio di Vino, il tutto della bontà, misura, e peso sunnominato.”
La sera:
“Un pane di once otto.”
NEI GIORNI DA MAGRO
Tanto per i maschi adulti, che per i minori e le donne.
“Minestra alternativa di Paste, Riso, o Legumi, con adeguato condimento da magro. La Pietanza sarà di Pesce salato, o fresco d’inferior qualità, ma sano, convenientemente condito, ed uguale presso a poco in valore a quello delle pietanze dei giorni da Grasso, ferme stanti le qualità, e quantità del Pane, e del Vino sopra descritto”
Carcere Segreta – Ai maschi adulti detenuti per affari economici e di Polizia.
“Gli adulti Maschi come sopra Detenuti, conseguiranno un pane d’once dodici la mattina dell’istessa qualità, ed uno d’once dodici la sera.”
Carcere Segreta – Ai minori e alle donne detenute per affari economici e di Polizia.
“I Minori, e le Donne conseguiranno un Pane d’once dieci la mattina, ed altro d’once dieci la sera dell’indicata qualità.”
Carcere Pubblica – Ai maschi adulti.
“I Maschi adulti nelle Pubbliche avranno un Pane d’once dodici la mattina, ed altro simile la sera della qualità e bontà sopraindicate.”
Carcere Pubblica – Ai minori e alle donne.
“I Carcerati Minori, e le Donne avranno nelle Pubbliche un Pane d’once dieci la mattina, ed altro simile la sera, della bontà, e qualità predette.”
Per i carcerati “Segreganti mortificati col vitto di pane a acqua” veniva corrisposto al Fornitore il valore del pane per un peso d’once ventiquattro per maschi adulti e di once venti per i minori e donne nell’intera giornata.
Il Fornitore del vitto, che doveva dare idoneo Mallevadore solidale, era obbligato a comprendere nel prezzo le occorrenti stoviglie, mestoli e vasi per il vino, ed era a suo rischio e pericolo il ritirarli dopo i pasti rispettivi, restando inoltre il loro “consumo, e rottura, confuso, e compreso nel prezzo delle Razioni.”
TRIBUNALI OVE SI TROVAVANO LE 60 CARCERI SEGRETE O PUBBLICHE DELLA TOSCANA
Abbadia S. Salvatore, Anghiari, Arcidosso, Arezzo, Asinalunga, Bagno, Bagnone Barga, Borgo S. Sepolcro, Campiglia, Casole, Castiglion della Pescaia, Castiglion Fiorentino, Chiusi, Colle, Cortona, Empoli, Firenze, Firenzuola, Fivizzano, Fucecchio, Grosseto, Isola del Giglio, Lari, Livorno, Manciano, Marrani, Massa Marittima, Modigliana, Montalcino, Montepulciano, Monte S. Savino, Orbetello, Pescia, Pienza, Pietrasanta, Pieve S. Stefano, Piombino, Pisa, Pistoia, Pitgliano, Pontassieve Pontedera, Pontremoli, Poppi, Portoferraio, Prato, Radda, Radicofani, Rocca S. Casciano, Rosignano, S. Giovanni, S. Marcello, S. Miniato, Scansano, Scarperia, Sestino, Siena, Vicopisano, Volterra.
La riforma del 1845, oltre ad aveva come primo obiettivo l’imposizione di una nuova disciplina nel funzionamento delle prigioni, stabiliva regole precise per la eliminazione degli enormi abusi e dell’imperante lassismo che imperava nelle carceri. Con l’introduzione di nuove norme si verificò un’inversione di tendenza che rese meno rigida la pena del carcere.
Fu soppressa la Presidenza del Buon Governo e al suo posto fu nominato un Soprintendente Generale degli Stabilimenti penali e delle carceri pretoriali del Granducato.
Ad esempio, in sostituzione delle carceri pretoriali esistenti in ogni capoluogo, nelle quali erano custoditi in condizioni di promiscuità i condannati alla pena del carcere e i debitori civili e commerciali, le prigioni furono classificate in tre distinte categorie: di custodia, di pena e di debito, dettando per ognuna apposite disposizioni, affinché le carceri segrete fossero realmente destinate alla semplice custodia o restrizione della libertà per i prevenuti ed accusati, fino all’esito del relativo giudizio, mentre le carceri pubbliche furono destinate all’espiazione della pena del carcere. A queste due categorie di prigioni la riforma ne aggiunse una terza, ossia le prigioni destinate ai debitori civili e commerciali.
Il regolamento in vigore a partire dal 1 gennaio 1846 stabiliva nuove norme in materia di segregazione cellulare continua, che pur imponendo la segregazione individuale durante la notte, le funzioni religiose, il consumo del vitto e il passeggio, permetteva la vita in comune durante le attività di istruzione e di lavoro.
Il sistema della segregazione cellulare continua, detto anche della Buona Compagnia, fu sperimentato nel 1849 sui condannati a pene lunghe e severe.