LA COOPERAZIONE IN MAREMMA

cooperazioneAttività la cui funzione a carattere sociale e senza fini di speculazione privata, che ha ottenuto nei paesi più avanzati riconoscimento legale. In Italia è riconosciuta dalla Costituzione – Art. 45.
La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con opportuni controlli, il carattere e le finalità.
La Cooperazione sorse e si propagò tra le classi lavoratrici come strumento di miglioramento delle loro condizioni di vita, e trovò anche largo favore nei ceti medi (artigiani e commercianti) come valida arma democratica, di difesa contro i monopoli bancari e industriali.
Uno dei principali elementi che contribuirono nel 1800 a dare grande impulso alla cooperazione operaia furono, senza alcun dubbio, le rappresaglie, le repressioni talvolta cruenti, le sconfitte alle quali andava incontro la lotta dei salariati per il miglioramento della loro vita e delle loro retribuzioni.
Cooperazione considerata, spesso, come una risposta ai bisogni delle classi lavoratrici, come tentativo di risolvere in modo diverso dalla lotta in campo aperto, l’assillante problema del pane quotidiano, e come valido mezzo da affiancare alla resistenza operaia nella lotta per migliorare la propria vita.
L’atto di nascita della cooperazione viene fatto risalire comunemente alla costituzione, nel 1843-44, della cooperativa di consumo dei Probi Pionieri di Rochdale, in Inghilterra, fondata dopo un lungo e vano sciopero che inghiottì tutti i loro risparmi, da 28 tessitori che con grandi stenti riuscirono a raggranellare 28 sterline di capitale iniziale.
Ma in realtà, già fra il 1820 ed il 1830 si era avuto in Inghilterra un ampio sviluppo del movimento associativo Oweniano, di ispirazione utopistica (Robert Owen, filantropo e socialista). Questo primo movimento, non spontaneo e piuttosto artificioso, con caratteri di filantropismo, ma molto bene organizzato ed amministrato, gettò i primi semi del grande movimento cooperativo inglese.
In Italia la prima forma originale, seppure embrionale, di cooperazione, fu rappresentata dai cosiddetti Comitati o Magazzini di Prevvidenza, aperti dalla Società di Mutuo Soccorso intorno al 1850; un esempio importante fu il Magazzino di Provvidenza dell’Associazione Generale degli Operai di Torino (1854). Essi si distinguevano dalle cooperative di tipo inglese per il fatto che vendevano le merci a prezzo di costo maggiorato delle sole spese di distribuzione ed anche a credito e non a prezzo di mercato e solo a contanti.
Questi esempi, anche se molto importanti e decisivi per lo sviluppo futuro, non ci consentono di parlare di una vera e propria cooperazione in Italia prima del 1880.
Fu l’esito negativo di uno sciopero che convinse un gruppo di braccianti romagnoli a costituire, nel 1883, la famosa Associazione Generale Operai e Braccianti di Ravenna, prima Cooperativa di lavoro e di affittanza collettiva d’Italia. Nello stesso anno e per le stesse ragioni fu costituita da un gruppo di calderai dell’Ansaldo l’altrettanto famosa Fonderia Cooperativa di Sampierdarena.
Poi, anche se con molto ritardo nei confronti dell’Inghilterra, della Francia e della Germania, che avevano con sollecitudine approvato leggi in aiuto della cooperazione, pian piano e in modo continuo, il movimento cooperativo si sviluppò anche in Italia. Nel 1892 si contavano 1200 cooperative.
In Maremma, come è accaduto per altri settori della vita economica e sociale, la cooperazione si sviluppò con qualche anno di ritardo in confronto ad altre parti d’Italia. Le due prime Anonime Cooperative di Produzione e Consumo della Provincia di Grosseto, furono costituite a Orbetello e Massa Marittima nel corso del 1892.
Anche in questo settore della vita orbetellana, troviamo in prima fila il nostro Raffaele Del Rosso, che oltre ad essere fra i promotori della Cooperativa, ne fu il primo Presidente.
Poi pian piano la cooperazione comincio a svilupparsi e nei primi anni del 1900 ad Orbetello si contavano due cooperative di pescatori, una cooperativa di lavoro, produzione e consumo chiamata “G. Mazzini” (1920) e successivamente la cooperativa di consumo promossa dagli operai chimici dei due stabilimenti di Orbetello Scalo.
Il grande sviluppo della cooperazione avvenne nel secondo dopoguerra, con la creazione di numerose strutture di I° e II° grado e in poco tempo abbiamo visto operare sul nostro territorio Cooperative di Servizi, di conduzione di terreni, di consumo, di macellazione, miste, Cantine sociali, Caseifici sociali, Casse Rurali e Artigiane, Consorzi di Cooperative.

DIVENTARE CITTADINI, DIVENTARE ITALIANI.

2Mi sembra una cosa sensata pensare che prima di vivere il senso di appartenenza ad un partito, ad un movimento, ad un gruppo bisogna saper vivere il senso di appartenenza alla comunità e alle istituzioni.
Purtroppo, sono ancora troppi coloro che prima di vivere questo senso di appartenenza, continuano a sentirsi democristiani, comunisti, settentrionali, meridionali, ecc. ecc. L’identità, i riti, i comportamenti della propria fazione di appartenenza oscurano spesso, troppo spesso, l’unica vera identità di ogni possibile convivenza: essere protagonisti, tutti insieme, e ognuno nel proprio ruolo, in una medesima comunità.
C’è pure chi oggi mette in discussione l’unità d’Italia; ma, a ben vedere, forse, ciò avviene perché non siamo stati capaci di costruirla fino in fondo questa Italia. Infatti, c’è l’Italia dei ricchi, c’è l’Italia dei poveri, dei disoccupati e dei mendicanti, c‘è l’Italia di chi non ha una casa e addirittura dei senza tetto, c’è l’Italia dei politici e dei portaborse, c’è l’Italia della mafia, c’è l’Italia degli opportunisti e dei ruffiani, ecc., ecc., ecc.
Mi sembra di capire che ciò ha finito per determinare brutti fenomeni di convergenza, nella società civile e nel potere, per cui, abbiamo finito per trattare le strade, il verde, i servizi, tutto ciò, insomma, che dovrebbe essere pubblico, generale, sociale, come se non fosse “roba nostra”, e l’abbiamo assegnata in comodato gratuito ad una congrega di personaggi che ne hanno fatto lo strumento del loro potere.
Con questa visione degenerata, le nostre cose private si sono impreziosite anno dopo anno, mentre quelle pubbliche, invece, si sono incanaglite e degradate, senza più quei valori a cui i nostri antenati tenevano tanto. Una situazione nella quale, la maggior parte degli uomini che detengono il potere, grandi e piccoli, considerano lo Stato e tutte le sue appendici come territorio di scorrerie e depredazioni selvagge, tramutando il diritto in favore, il dovere in attività facoltativa, il senso di responsabilità in omertà.
Non è mancato, nello Stato e nella società civile, chi ha fatto, nonostante tutto, il proprio dovere. Così come non sono mancate aperte ribellioni. E oggi, basandoci su quanto di buono è arrivato vivo fino a noi, abbiamo l’obbligo, finalmente, di provare a distruggere, tutti insieme se possibile, questo cancro ormai diffuso della nostra riprovevole etica pubblica, riformando questa strana Repubblica apparentemente senza Stato.
Tuttavia, la sostanza prima di ogni cambiamento non può consistere solo in questa rivoluzione etica, fatta di nuovi valori e nuove regole, c’è bisogno di riscoprire qualcosa che abbiamo perduto per strada: la religiosità civile. Quella storia d’amore per la propria terra e per le comuni istituzioni, quel patriottismo del proprio ruolo, quel senso di servizio e di appartenenza primaria alla comunità che sola può davvero farci vivere in una nuova Italia.
Senza questa rivoluzione culturale nessun programma e nessuna politica saranno mai all’altezza dei bisogni dei nuovi cittadini. Se mai ci saranno!

UNA ULTERIORE RIFLESSIONE SU BENI CULTURALI ED ECONOMIA

Inverno triste (Niccolò Cannicci) 1899Tutto ciò che è stato postato nel Gruppo Circolo Culturale “G. Mariotti” creato il 13 gennaio scorso e negli altri gruppi che sono legati alla vita della nostra comunità, oltre ad evidenziare le annose deficienze che hanno portato ad una vergognosa trascuratezza di monumenti e dei beni culturali in generale, ha messo in luce anche la volontà di tanti concittadini che sembrerebbero disposti ad operare per un serio cambiamento nella gestione e valorizzazione del settore il quale, potrebbe avere una funzione positiva nello sviluppo economico, sociale e culturale.
Sono tante prese di posizione, positive e serie, che, in un certo senso, fanno pensare che potrebbero esserci le forze per un cambiamento di rotta radicale, oltre ad essere uno stimolo forte che fa comprendere come lo sviluppo di questo importante settore per l’economia di una comunità può avvenire solo creando collaborazioni sempre più forti fra tutte le componenti che vi operano e, che non si va da nessuna parte se il Comune, con le sue strutture e attrezzature, non diventa il punto di riferimento di un progetto strettamente legato al nostro territorio.
Dunque, per tutelare e valorizzare i beni culturali (storici, artistici, archivistici, biblioteconomici, archeologici, etno-antropologici, naturalistici), abbiamo l’obbligo di dotarci di uno studio generale avente per fine la loro consistenza e la loro conoscenza, compreso lo stato in cui si trovano. Questo patrimonio così vasto e di grande interesse del territorio comunale è continuamente minacciato: i centri storici, ad esempio, corrono rischi di trasformazioni per sostituzioni graduali di edifici, per usi impropri o semplice fatiscenza derivata dall’abbandono; così come molti altri beni culturali, quali monumenti, resti archeologici, ecc., sono sottoposti a rischi maggiori, per incuria e mancanza di manutenzione (vedi per esempio le nostre mura, sia quelle etrusche, che quelle senesi-spagnole).
Se poi si capisce che è ormai acquisita ed accettata da tanta parte degli studiosi e dell’opinione pubblica, che non solo la grande opera d’arte deve considerarsi patrimonio culturale, la pittura o la scultura famose, il monumento insigne, ma tutto l’insieme dell’opera dell’uomo sul territorio, in modo particolare delle epoche passate, quando i valori estetici erano sempre presenti, anche nelle opere utilitarie, ciò diventa ancora più necessario.
Purtroppo, l’importanza di questo grande patrimonio, nella vita e nell’economia di una comunità, è stata quasi sempre sottovalutata e tutto ciò avviene mentre ci troviamo di fronte a grandi mutamenti che interessano la vita di tutti noi, mutamenti che ci chiedono di affrontare i problemi in modo del tutto nuovo, fecondo di tradizioni, radicato fortemente nella società civile e interprete dei bisogni, delle tensioni, delle culture sociali ed umane che vengono manifestandosi in questo nostro tempo.
Penso comunque che questo lavoro potrebbe essere più proficuo, e responsabile, se avvenisse a livello comprensoriale, per noi, a livello della Costa d’Argento.

STORIA DEI NOBEL ATTRIBUITI ALL’ITALIA

Manifesto Nobel 1Il Circolo Culturale Orbetellano “G. Mariotti”, ritenendo importante oltre che interessante la storia dei Nobel, cominciata nel 1900, ha accettato la proposta del caro amico, scrittore e attore, Alessandro Panini Finotti, di portare ad Orbetello il suo spettacolo con il quale ricostruise la storia dei Nobel attribuiti all’Italia, dedicando attenzione particolare a quelli prestigiosi della letteratura, della medicina, della fisica e della chimica.
Lo spettacolo è stato realizzato per il Festival di Todi ed è andato in scena con successi in quella manifestazione nel decorso anno.

L’incontro avverrà in una sala della Biblioteca Comunale “Pietro Raveggi” di Orbetello – Piazza Giovanni Paolo II, 3 – sabato 16 febbraio 2013 alle ore 17,30.

NOZZE SOLENNI CELEBRATE IN MAREMMA NEL SECOLO XVI

Porto Ercole 3Nell’anno 1597 Porto Ercole fu al centro di un avvenimento mondano clamoroso, che vide uno di quei momenti sontuosi che rispecchiavano l’ambiente e il carattere del tempo, tutto fasto ed eleganza, secondo quel pomposo stile spagnolesco che ormai aveva messo radici in varie parti d’Italia.
La Maremma, dove 40 anni prima era stato fondato il piccolo Stato dei Reali Presidi spagnoli, comprendente Orbetello, Talamone, Porto S. Stefano e Porto Ercole, anche allora, veniva visitata ed ammirata da molti personaggi della Corte Spagnola, Napoletana e Milanese, che in liete brigate soggiornavano in queste località, in particolare “l’incantevole” Monte Argentario, “tinto di verde ai primi tepori di primavera, ricco di messi e di viti, rigoglioso di fiori e di frutti”… “per goderne le ospitali delizie”… e “per il suo vino prelibato, delizia delle mense di re, di papi e di signori”, fu scelta dal Duca di Sessa, ambasciatore di Spagna presso lo Stato Pontificio, per celebrare il matrimonio della figlia primogenita con il figlio maggiore del Gran Connestabile di Castiglia.
Il Duca di Sessa discendeva da quel generale Consalvo di Cordova detto il Gran Capitano, che tolse ai francesi il reame di Napoli per cui ebbe da Ferdinando il Cattolico il titolo di Duca di Sessa da tramandarsi ai primogeniti della famiglia; si distinse per l’accortezza diplomatica sotto i pontificati di Sisto V e Clemente VIII
Queste solenni nozze, avvenute a Porto Ercole nel giugno 1597 sono messe in evidenza da un documento dell’Archivio di Stato di Siena, pubblicato nel 1919 dal Prof. A. Cappelli e dedicato ad amici in ricordo delle loro nozze (Tipografia Ombrone, Grosseto).

ARCHIVIO DI STATO DI SIENA
Passaggio di personaggi illustri da Siena 1596 – 1616
A lì 17 Giugno 1597, lo Ill.mo et Ecc.mo Signor Duca di Sessa, ambasciatore di S.M. Papa Clemente VIII, havendo maritata la Signora donna Francesca sua prima figlia a l’Ill.mo et Ecc.mo figlio del Gran Connestabile di Castiglia, havendo risoluto che le nozze si facessero a Porthercole, havendo domandato al Seren.mo Gran Ferdinando che li facesse comodo a Caparbio, subito S.A.R. ordinò al Signor Rotilio del Golia, sopra ciò, per la foresteria di Siena et che lo ricevesse et lo trattasse nel miglior modo si poteva. –
E così el detto giorno si conferì al luogo dove era il Capitano Gio: Maria Parianij con circa centotrenta dei suoi archibusieri a cavallo e fatto a loro Ecc.me Signorie li complimenti a nome di S.A.S. fu fatto bella gazzarra dalli detti Archibusieri venendo alla volta di Caparbio, e a la posta, di nuovo, detto Signor Golia con il Vicario del luogo e molti massari presentò le lettere di S.A.S. si al detto Signor Duca et alla Ecc.ma Signora sua Consorte in compagnia della quale haveva la detta sua (figlia) sposa, un’altra figliuoletta et due sui figli maschi che erano numero XIII lettighe in tutto dove erano dame et altra corte et il Signor Duca era a Cavallo con circha a 200 cavalli che in tutto haveva circha a numero 400 bocche; et perchè le lettighe non possevano entrare in Caparbio smontarono alla Porta et la Signora Duchessa et Signora Sposa montarono a cavallo et tutte le altre andorno a piedi, et arrivati in Piazza smontarono da cavallo, entrorno in Chiesa, udirono messa et al Pievano per limosina li fu dato scudi 2.
Usciti di Chiesa detto Signor Golia presentò a nome di S.A.S. un nobile regalo venuto di Fiorenza et paste proviste in Siena le quali con molta cortesia accettorno, doppo se ne andarono allo alloggiamento per loro preparato in casa de l’Alfiere Pacificho Fortunati, et il medesimo regalò, subito detto Signor Golia fecie subito caricare in numero undici muli di S.A.S. e se li mandò a Porterchole al loro Signor Maestro di casa senza spesa loro di sorta nissuna. –
Desinò (la corte) la mattina, e la sera cenò, e la mattina seguente fecero colazione e li alloggiò. –
Per il luogho stettero comodamente e vi concorse molti forastieri che tutti si de’ ricetto e doppo Messa ditta dal Signor Pievano e subito andorno alla volta di Porterchole accompagnati dalla detta cavalleria e Signor Golia fino alli confini. –
E perchè nel venire a Caparbio si allongava la strada circha a quattro miglia e gattiva (il Duca) pregò detto Signor Golia che al suo ritorno di Porterchole per andare a Roma li ordinasse da desinare all’osteria della Pescia, luogo incapacissimo, et perciò bisognò fare più stanzette di frasche e legniami e per cucinare e per mangiare sotto le quali si accomodò, avendo ogni giorno fatto qualche regalo mentre stette a Porterchole. –
El dì 24 detto venne a desinare a la Pescia e si tratto meglio si possè; da sera andò alloggiare a Montalto e sempre fu accompagniato dal detto Signor Capitano Gio: Maria, et sempre riceuto alli confini e sempre seguito da un confino al altro. –
E la sera che arrivorno in Caparbio (1) si fecero nela Rocha e nel Rivellino della Porta nobilissima gazzarra e girandole si come ancora lo istesso fu fatto dalli archibusieri sopra detti nella partita alli confini. –
Il detto Signor Duca fece più regali, al detto Signor Capitano Gio: Maria donò una collana d’oro di valuta di scudi 30, e scudi 200 dono al medesimo acciò li distribuisse alli suo’ soldati, et al Alfiere Pacificho Fortunati donò una collana di scudi 100 et al Signor Golia volse donare una collana di circha a scudi 300 la quale con molta creanza recusò essendoli più volte fatto istanzia l’accettasse et esso recusò sotto pretesto di volere la gratia del suo Principe. –
La spesa di questo passaggio fu scudi 890 lire 5,3,8 et anco si spesò detto Signor Capitano Gio: Maria, tutti li suo’ soldati di pane vino formaggio, lire 623.

(1) Questa disgressione si deve riportare alla venuta del Duca di Sessa e sua corte in Capalbio prima di recarsi a Porto Ercole.

BENI CULTURALI E SVILUPPO ECONOMICO

Su un mura ad OrbetelloIn ogni consesso in cui si ragiona di sviluppo economico si sente parlare dei beni culturali e delle attività ad essi legate come di un settore importante per una equilibrata crescita economica, sociale e culturale dell’Italia.
Partendo da questa considerazione, che ritengo veritiera, potremmo dire allora che ogni comunità locale (o gruppi di comunità locali), si trova nella stessa identica situazione. I beni culturali e le attività ad essi legate, soprattutto in territori come il nostro a vocazione turistica, dovrebbero diventare quindi un settore importante per lo sviluppo economico, sociale e culturale della comunità (o gruppi di comunità).
Quali sono questi beni culturali di cui, da decenni, ci riempiamo la bocca con bei discorsi ma poi nei fatti non siamo mai stati capaci di valorizzare?
Vogliamo rinfrescarci le idee?
Fra i beni culturali si annoverano i monumenti, i resti archeologici, le biblioteche, gli archivi, i musei archeologici ed etnografici, l’ambiente naturale, con le oasi e le riserve naturalistiche, l’associazionismo culturale con tutte le sue forme espressive: storia, tradizioni, cinema, teatro, musica, arti visive, fotografia, ecc. ecc., che nella maggior parte dei casi sono lasciati nell’abbandono più totale.
Ma allora, continuando a rimanere sugli affari di casa nostra, se le cose stanno in questo modo, come mai nel 2013, dopo più 68 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la situazione dei nostri beni culturali è sensibilmente peggiorata e, tuttavia, continuiamo a discutere e polemizzare senza nessun risultato su di loro?
La domanda è pertinente e pur evocando sdegno e sconforto, merita una risposta ponderata, meditata, perché le responsabilità sono diverse.
I primi imputati sono i cosiddetti politici, coloro che hanno avuto l’investitura per amministrare la cosa pubblica e i partiti politici che li esprimono e li sostengono. Non ci sono dubbi. E i motivi sono diversi: mancanza della necessaria cultura circa questo settore decisivo per la vita della comunità (è ovvio che non intendo acculturamento); approccio verso i problemi della comunità senza conoscerli, in modo del tutto superficiale; totale assenza di democrazia partecipata, attraverso la quale sarebbe possibile immette nell’azione dell’ente locale ulteriori forze e, soprattutto, esperienza; mancanza di volontà politica, che poi porta ad affrontare i problemi, come suol dirsi, a lume di naso, senza un minimo di studio, di approfondimento serio e in una negligente assenza di progettualità; posizioni personali, o di gruppo, che spesso esprimono assenza di democrazia, marcata prosopopea e atteggiamenti di superbia, sempre negativi nella vita, ma in questi casi doppiamente negativi.
I secondi imputati sono i cittadini (una larga maggioranza di cittadini), i quali non credono più nella politica come un momento essenziale della vita di relazione; che ha ripercussioni e riflessi, positivi o negativi, su tutti gli aspetti dell’esperienza umana; che investe l’intera vita associata dell’uomo e si traduce in termini di “società politica”; che trova nello Stato la sua espressione culminante, le molteplici esigenze derivanti dalla “società civile”, intesa come l’organismo che sopperisce ai bisogni collettivi mediante il lavoro, la scuola, la sanità, la divisione dei compiti, la differenziazione dei ceti, delle classi, l’amministrazione della cosa pubblica, ecc.
Illusorio ed estremamente dannoso è pertanto l’atteggiamento di coloro che pretendono di astenersi dall’azione politica: la loro “neutralità” non è neppure tale, in quanto concorre in modo acritico e passivo al mantenimento dell’ordine costituito cioè, in parole povere, permette ai personaggi suddetti di gestire la cosa pubblica senza le competenze necessarie.
Non si rendono conto che il “non fare politica” è esso stesso una politica, e certamente la peggiore di tutte. Inoltre, la presunta astensione è un atto di colpevole rinunzia, la negazione di una prerogativa della propria personalità.
Naturalmente “occuparsi di politica” non implica necessariamente l’applicazione di una attività in una organizzazione politica; si tratta soprattutto, per il cittadino, di compiere una scelta ideale, di prendere posizione, di dare un contributo alla determinazione della sorte propria, che non può non essere legata alla sorte di tutti gli altri.
Io credo che questi siano fatti negativi assai evidenti, che non hanno permesso alla nostra società di fare quel salto di qualità, come è avvenuto in altre nazioni europee, perché quella degli italiani fosse una vita normale e senza tante difficoltà.

di Giovanni Damiani Inviato su Cultura

3 – FRAMMENTI DI STORIA ORBETELLANA

Panorama Orbetello
LE TRASFORMAZIONI MILLENARIE DELLA NOSTRA ZONA
LA FORMAZIONE DEI TOMBOLI, DELLA LAGUNA E DEL TERRITORIO CIRCOSTANTE

La geologia è una scienza avvincente e, riveste grande importanza nello studio della storia del nostro Pianeta, sulla composizione della crosta terrestre, dei processi di formazione delle rocce, dei movimenti e delle deformazioni che le rocce e la crosta terrestre subiscono.
E’ proprio l’indagine e lo studio della successione di tanti eventi fisici, chimici e biologici, che hanno determinato, nel corso dei tempi, l’evoluzione della Terra, che ci permettono di ricostruire la storia del nostro Pianeta.
Così, attraverso queste indagini e i successivi studi, abbiamo conosciuto come è fatta la terra, qual è la sua età, quali trasformazioni sono avvenute nel corso di milioni di anni e come si è sviluppata la vita.
Queste conoscenze sono state determinate dal ritrovamento dei fossili, verificando i vari strati delle rocce, la posizione che hanno assunto con i loro ripiegamenti e sommovimenti sotto la spinta degli eventi fisici quali i terremoti, dalla verifica dei sollevamenti e degli abbassamenti della crosta terrestre e del livello del mare e della diversità dei materiali che formano le pianure.
Data la complessità degli studi che devono essere effettuati per raggiungere questi risultati, la geologia si avvale delle indagini che svolgono altre branche della scienza, quali la Paleontologia, che studia gli organismi animali e vegetali fossili, la Mineralogia, che studia i minerali, la loro origine, le proprietà fisiche, chimiche e la struttura, la Petrografia, che studia le rocce, la Geochimica, che studia tutti gli elementi chimici, la Geofisica, che studia i fenomeni fisici che si svolgono nell’atmosfera, sulla superficie e all’interno della Terra, la Geomorfologia, che studia le caratteristiche e l’evoluzione delle forme della superficie terrestre.
Coloro che hanno indagato e studiato il nostro territorio ci dicono che decine di milioni di anni fa il Mar Tirreno non esisteva e al suo posto c’era una vasta pianura, che alcuni storici hanno chiamato la “favolosa Tirrenide”, su cui si elevavano alcuni monti, che sembra fossero stati abbastanza alti, fra cui dovevano trovarsi gli attuali Argentario, Giglio, Giannutri e Montecristo.
Poi, la “favolosa Tirrenide” cominciò a sprofondare ad inabissarsi, con un processo abbastanza lungo, e la vasta pianura fu sostituita dall’acqua.
Sul Pianeta stavano avvenendo grandi mutamenti, dando vita ad una evoluzione, che in milioni di anni avrebbe portato la nostra zona allo stato attuale; il Mar Tirreno, si era ormai formato, lasciando scoperti i monti più alti.
Detto così brevemente, la cosa può apparire abbastanza semplice. Invece, come vedremo, non fu affatto semplice.
Nei millenni che seguirono, le rive di questo mare sono state un grande bagnasciuga, un continuo andare avanti e indietro, a volte di chilometri, sospinto dai sollevamenti e dagli abbassamenti della crosta terrestre, che avevano origine dai sommovimenti prodotti da terremoti e da altri eventi fisici.
In certi periodi, il mare arrivava a lambire le pendici delle grandi montagne emerse, come il Monte Amiata; poi, si ritirava dando vita a grandi zone paludose, laghi, fertili radure dove pascolavano tanti animali, fra cui rinoceronti e mammut, e dove si sviluppavano grandi e fitte foreste.
Poi un lungo periodo di relativa calma.
Circa un milione di anni fa, l’aspetto di questi luoghi cominciò, lentamente, a mutare di nuovo. Dapprima una serie di modesti sollevamenti, interruppe la lunga quiete orogenetica (processo di formazione delle parti mobili della crosta terrestre, che porta al corrugamento e al sollevamento delle catene montuose), dando vita ai monti dell’Uccellina e alle colline di Orbetello. Poi, gli agenti esterni (grandi piogge e forti venti), modellarono i rilievi ed affidarono ghiaie e sabbie ai fiumi, che portate sempre più avanti, formarono una base pianeggiante che si allargò nei millenni fino a saldare le nuove alture.
L’Argentario era ancora un’isola.
Il mare continuava, anche se in modo più ridotto, nel suo giuoco di alti e bassi. Gli studiosi ci dicono che circa 3.000 anni fa il nostro mare era più basso di circa 5 o 6 metri rispetto al livello attuale e che circa 1.800 anni fa era più alto dell’attuale livello di circa mezzo metro.
A questo punto dell’evoluzione della nostra zona, ci troviamo con questa situazione: l’Argentario e le altre isole emerse da milioni di anni; le colline dell’entroterra emerse successivamente e il trasporto delle ghiaie, delle sabbie e dei detriti da parte delle acque che scendevano dai monti e dalle piene dei fiumi, che avevano formato le pianure dei bacini dell’Osa, dell’Albegna a nord, ed i bacini del Chiarore, del Tafone e del Fiora a sud.
Fra la terraferma e il Monte Argentario c’era ormai un canale di oltre 6 chilometri. Questo canale, in epoca che possiamo ormai chiamare storica, divenne una laguna.
Tutti sono d’accordo che la Laguna di Orbetello si è formata in un lungo periodo di tempo (da 4 a 6 mila anni), con la formazione delle tre dune sabbiose, cioè, il Tombolo della Feniglia e il Tombolo della Giannella, che staccatisi dalla terraferma raggiunsero il Monte Argentario circa 2 mila anni fa, e quello centrale, il più vecchio, dove più tardi sorse Orbetello.
Prima una penisoletta triangolare, quella su cui fu costruita Orbetello, che si allungò nelle acque del canale per quattro chilometri e che per il giuoco delle correnti si arrestò ad un chilometro dal Monte Argentario.
Successivamente, la vicinanza del monte, forse, una scarsa profondità del braccio di mare, la presenza della penisoletta centrale, che aveva quasi ostruito lo stretto e lo scontro di correnti prodotte dai venti dominanti, favorirono il deposito in mare delle ghiaie, sabbie ed altri detriti portati dai fiumi (Osa e Albegna a nord, Chiarore, Tafone e Fiora a sud). Ghiaia, sabbie, altri detriti e resti di organismi vari cominciarono così ad accumularsi, dando il via alla formazione dei due tomboli.
Fu un processo lento, che durò millenni e che alla fine raggiunse la meta, il Monte Argentario.
Il braccio di mare divenne così una laguna e l’Argentario non fu più un’isola.
Prima arrivò a saldarsi all’Argentario il Tombolo della Feniglia, quello a sud di Orbetello, dopo, si saldò al monte anche il Tombolo di Giannella, a nord di Orbetello.
C’è chi sostiene che il Tombolo della Feniglia non si sia staccato dalla collina di Ansedonia per andarsi a congiungere al Monte Argentario, ma che il processo di formazione ebbe un andamento inverso: la striscia di sabbia che forma il Tombolo, si sarebbe staccata dal Monte Argentario, per andarsi a congiungere alla terraferma sotto il colle di Ansedonia.
La tesi è molto singolare e affascinante, e andrebbe approfondita. Le riflessioni a cui questa tesi induce, sono molteplici e, perciò, innestiamo su di esse alcune considerazioni: Il Tombolo di Giannella parte direttamente dalla foce del fiume Albegna, mentre le foci dei fiumi che hanno trasportato le sabbie per la formazione del Tombolo della Feniglia, sono abbastanza lontane; la conformazione del territorio a nord, col golfo di Talamone e i monti dell’Uccellina è assai differente a quella del territorio a sud; i venti prevalenti provenienti da sud, hanno un comportamento del tutto diverso da quelli provenienti da nord.
Mi pare interessante terminare questa conversazione citando un passo di un bel libro scritto dal compianto Prof. Pietro Salvucci: “Ecco come la Costa d’Argento, che allora era chiamata Agro Cosano, assunse qualche migliaio di anni or sono, ormai il periodo storico, l’aspetto di oggi. L’insolita varietà di forme può fare la felicità dello studioso. C’è tutta la geografia: Pianure e colline, mare laguna stagno e fiumi, penisola promontorio tomboli ed isole.”

1908 – LE SQUADRE COSANE DI SOCCORSO IN SICILIA E CALABRIA

Le squadre cosane
Il 28 dicembre 1908 Messina e Reggio Calabria, insieme a tanti altri comuni siciliani e calabresi, furono rasi al suolo da un terremoto di elevata violenza. Una immane tragedia si presentò agli occhi dei soccorritori: migliaia di morti e la quasi totalità dei palazzi distrutti.
Anche in questa occasione, Orbetello si fece onore con squadre di soccorso che si portarono sul luogo del disastro con prontezza.
Le prime due squadre di soccorritori arrivate sul luogo furono quella di Orbetello, formata di 20 uomini e quella dei pompieri di S. Giovanni in Valdarno, formata di 30 uomini.
Questa squadra, che era coordinata di Raffaello Del Rosso, partì da Orbetello la notte del 29 dicembre e mise piede sul suolo messinese nella mattinata del 31 dicembre, dopo un viaggio disastroso, fra mille difficoltà, intoppi burocratici, inviti a tornare indietro.
Un’altra squadra orbetellana, coordinata da Pietro Raveggi, partì la mattina del 30 dicembre e operò nella zona calabra di Palmi e dintorni. Il giorno successivo partì un’altra squadra organizzata dalla Compagnia di Pubblica Assistenza, che raggiunse e si aggregò alla squadra che già operava a Palmi il 2 gennaio.
Nel 1909, stampato dallo Stabilimento Industriale Grafico di Firenze, uscì l’opuscoletto “LE SQUADRE COSANE DI SOCCORSO IN SICILIA E IN CALABRIA NEL 29 DICEMBRE 1908”, che fu venduto a 30 centesimi la copia a beneficio delle vittime del terremoto.
L’opuscolo, oltre a contenere la conferenza “Le cause della grande ecatombe”, tenuta a Orbetello, nel Teatro dell’Accademia dei Risoluti, da Raffaele Del Rosso al ritorno delle Squadre di Soccorso, contiene, relazioni sull’opera svolta dalle tre squadre di soccorso, su quanto fu fatto in questa occasione dal Comune di Orbetello e una interessante lettera di Odoardo Pantano (siciliano, patriota, uomo politico, ministro, a Raffaele Del Rosso, scritta 25 anni prima.
Come tutti gli scritti di Raffaele Del Rosso, la lettura dell’opuscolo è estremamente interessante e istruttiva, per le notizie storiche, sociali, politiche e di costume relative all’Etruria e alla Maremma, che egli inserisce durante il dispiegarsi del discorso.
E come in quasi tutti i suoi libri, anche in questo opuscolo, che racconta i drammatici giorni degli abitanti di quei territori devastati dal terremoto, fa capolino la lirica, la poesia, che così bene si può cogliere nel grande amore che portava alla sua terra natale e in tutto ciò che ad essa lo legava.

TALAMONE 225 a. C. LA BATTAGLIA DIMENTACATA. L’ultima fatica di G. Della Monaca.

Talamone[1]Ci piace segnalare il nuovo lavoro dell’amico e Socio del Circolo Culturale Orbetellano “G. Mariotti”, Gualtiero Della Monaca, appena pubblicato dalla casa editrice Effigi di Arcidosso dal titolo “Talamone 225 a.C. La battaglia dimenticata”.
Il libro, che è nelle librerie al costo di 15 €, ha avuto il patrocinio di Roma Capitale e quello del Comune di Orbetello.
Siamo di fronte ad una grande battaglia tra Galli e Romani che qui viene raccontata interpretando le fonti antiche, a cominciare da Polibio.
Gualtiero Della Monaca, con la solita professionalità e chiarezza, avvia il suo racconto con lo studio delle abitudini dei due popoli, soffermandosi in modo particolare sulla loro organizzazione militare e sul diverso modo di combattere.
Ripercorre, quindi, i movimenti dell’esercito gallico e gli spostamenti delle legioni romane, seguendo le tracce del loro cammino lungo la penisola italica.
Dopo aver inserito l’iniziativa dei Galli nel contesto politico-militare del tempo, cerca di comprendere le motivazioni e le modalità secondo cui questa si è sviluppata.
Ricostruisce nel dettaglio sia la dinamica del primo scontro tra i Galli e le truppe alleate di Roma, sia le fasi della battaglia vera e propria avvenuta nei pressi di Telamon.
Studia, inoltre, la conformazione territoriale dell’Etruria costiera e in particolare affronta i problemi inerenti l’identificazione della Kalousion polibiana e l’esatta individuazione del campo di battaglia, argomenti che sono tuttora motivo di discussione tra gli storici. Infine, analizza i numerosi reperti archeologici rinvenuti nella zona che fa capo al colle di Talamonaccio, cercando di determinare il loro reale collegamento con la grande battaglia che mise fine alle invasioni dei Galli.
Il testo, di oltre 200 pagine, è corredato da 70 immagini tra disegni, carte, piante, ecc. Autore di alcuni pregevoli disegni è il nostro Mario Regina, che Gualtiero ha voluto espressamente ringraziare assieme ai rappresentanti del Circolo Culturale Orbetellano “Gastone Mariotti” per la fattiva collaborazione.

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CORO AGER COSANUS del Maestro Giovanni Segato

Corpo Ager Cosanus

Ci piace segnalare ulteriormente una bella ed importante realtà del nostro territorio, che ormai, da anni è conosciuta anche a livello internazionale.
Si tratta del Coro Ager Cosanus, nato nel 1989 sotto la direzione del M° Giovanni Segato e dall’aggregazione di persone del nostro territorio amanti della musica, senza esperienza alle spalle.
Nel giro di pochi anni questo gruppo, sempre più numeroso, ha raggiunto un livello artistico davvero notevole e numerosi sono i concerti e gli eventi importanti a cui ha partecipato.
Ne indichiamo alcuni.
Nel 1999 al XIII° Concorso Nazionale di Canto Corale di Bresso/Milano, fra numerosi cori, ottenne il secondo posto.
Dal 2005 si affianca al coro dell’Isola del Giglio e nel 2006, in occasione del 250° Anniversario della nascita di Mozart, ha tenuto un concerto a Praga nel Palazzo Liechtestein, molto applaudito.
Nel 2008 all’Isola del Giglio il Coro organizza un concerto con la partecipazione della soprano Elizabeth Norberg- Schulz.
Nel 2011 viengono eseguiti i Carmina Burana e in successivamente aprono il Festival “Il Giglio è lirica” , fino all’esecuzione della “Messa di Requiem ” di Mozart in occasione dei 400 anni della morte di Caravaggio.

2 – FRAMMENTI DI STORIA ORBETELLANA

Giuseppe GaribaldiLA RAPPRESENTANZA ORBETELLANA A CAPRERA PER I FUNERALI DI GIUSEPPE GARIBALDI.
Il giorno 5 giugno 1882, la Delegazione orbetellana così composta:
= 2 Rappresentanti del Comune
= 5 Rappresentanti della Società Reduci Sacre Battaglie
= 3 Rappresentanti della Società Operaia
= 3 Rappresentanti dei Mille
partì da Orbetello alla volta di Civitavecchia per imbarcarsi per l’isola di Caprera. Durante il viaggio in treno, incontrarono la delegazione di Massa Marittima, con la quale condivisero tutte le traversie e le difficoltà del viaggio e della permanenza sull’isola.
Arrivati a Civitavecchia corsero all’Agenzia Rubattino per provvedersi delle carte d’imbarco. Purtroppo, sebbene fossero in porto ancorati molti piroscafi pronti a salpare per Caprera, per mancanza di ordini ministeriali, nessuno conosceva il giorno e l’ora di partenza.
La mattina successiva 6 giugno, di buon mattino, tornarono all’Agenzia, ma la risposta fu sempre la stessa, ancora non si poteva partire. Le due Delegazioni furono costrette, fra inquietudine e impazienza, a passare un altro giorno a Civitavecchia.
Finalmente il mercoledì 7 giugno verso le ore 15 potevano salire a bordo del piroscafo Cristoforo Colombo e poco dopo ebbe inizio la traversata.
Partì prima il piroscafo l’Esploratore con a bordo il Principe Tommaso e il suo seguito, poi il piroscafo Marco Polo coi ministri, quindi il piroscafo l’Ortigia coi senatori e deputati, ed infine levò l’ancora il piroscafo Cristoforo Colombo con le Rappresentanze municipali, le delegazioni della varie associazioni e singoli cittadini.
Vero l’alba, quando erano già in vita dell’isola di Caprera, cominciarono a manifestarsi segni di una non lontana burrasca.
Le navi, per il mare ormai molto agitato non ce la fecero ad approdare.
Lo sbarco delle Rappresentanze e delegazioni dal Cristoforo Colombo fu organizzato con un piccolo piroscafo, il Gorgonia, sul quale furono trasbordati per mezzo di lance. Dopo una difficile navigazione, che durò circa un ora, nella quale più volte corsero il rischio di andare ad infrangersi contro qualche scoglio, sbarcarono finalmente sull’isola.
Erano le 7 del mattino dell’8 giugno quando con i bagagli e le bandiere sulle spalle, cominciarono a salire l’erta che conduceva alla casa di Garibaldi.
Insieme a molte altre delegazioni fecero sosta in un fienile, ave lasciarono i loro bagagli e dove furono invitati in un’altra stanza di legno, poco lontano, dove una Commissione appositamente incaricata registrava i nomi delle varie rappresentanze e delegazioni.
Un po’ di tempo dopo, furono invitati a visitare la salma del Generale.
Tutte le bandiere vennero fatte depositare in una stanza attigua alla camera del Generale e lì tutti restarono in attesa dell’apertura della camera ardente del Grande Estinto.
Alle 10 fu aperta la camera ardente. Era una modesta stanza a piano terreno, tutta bianca che aveva nella parte inferiore un disegno raffigurante un tralcio di fiori di colore azzurro e una tenda alla finestra di un rosso cupo a fiori gialli; su un mobile stavano un piccolo elmo e una corazza, il calendario appeso ad una parete segnava il 2 giugno, giorno della morte; due poltroncine a tre ruote che servivano al Generale per muoversi negli ultimi anni della sua vita e un tavolo con sopra l’album dei Mille erano le altre cose presenti.
Garibaldi era steso sul letto, coperto fino alla cintola, con la camicia rossa e la testa coperta da una berretta di velluto nero ricamata con fiori rossi e arabeschi dorati.
Pallido, gli occhi completamente chiusi, le labbra semiaperte, avvolto al collo aveva un fazzoletto di seta bianca, le braccia incrociate sul corpo e poggiati sul petto gli occhiali di corno nero.
Ai piedi del letto, in bella mostra, due fasci di armi; ai quattro angoli del letto il servizio d’onore composto, in quel momento, da uno dei Mille, un Reduce, un Marinaio della Cariddi e un soldato del 38° Fanteria.
Le Rappresentanze del Senato e della Camera, insieme a quelle delle varie armi dell’Esercito e il duca di Genova, giunsero verso le due pomeridiane.
Poco dopo, la salma del Generale fu deposta in una cassa di zinco e successivamente chiusa in due casse di legno.
Quando il corteo prese la strada che conduce alle tombe di Rosa e Anita Garibaldi, erano appena passate le 3 pomeridiane.
Apriva il corteo la banda del 38° Fanteria, una compagnia di linea, 200 marinai della Cariddi e della Washington. Precedeva il feretro un drappello di carabinieri in alta uniforme e la bara era circondata e portata a spalla da reduci scelti fra i Mille, ricoperta da un ricco drappeggio di velluto nero su cui campeggiava la scritta in argento “A Garibaldi il Municipio di Sassari”. Dietro la bara le tante corone arrivate da ogni parte d’Italia. I rappresentanti dei Mille di Orbetello, vestiti del leggendario costume, ebbero l’alto onore di trasportare la salma del Generale.
Il feretro era seguito da tutte le autorità istituzionali e militari, dai rappresentanti dei Municipi, dai rappresentanti delle associazioni patriottiche, sociali e politiche, delle Università e da un folto gruppo di ufficiali delle varie armi. Le navi Cariddi e Washington spararono le salve d’onore.
In una radura nei pressi del sepolcreto vennero pronunciati i discorsi ufficiali di varie autorità civili e militari.
Dopo la sepoltura tutti sfilarono davanti alla tomba con le bandiere abbassate in segno di reverenza, deponendo corone votive, ghirlande e nastri abbrunati che ben presto coprirono interamente la tomba.
A compimento della cerimonia le rappresentanze e le delegazioni si avviarono verso i punti d’imbarco sperando di poter partire al più presto per la Maddalena, ma una nuova e improvvisa bufera, con vento molto forte e scrosci di pioggia mista a grandine, rese impossibile la partenza.
Fu gioco forza passare un’altra notte a Caprera in condizioni molto precarie per il maltempo e il gran numero di persone che si trovavano sull’isola.
La sera del 9 giugno con la bufera che aveva perso un po’ d’intensità e, pur fra grandi difficoltà, con una poco piacevole traversata durata un ora e mezzo, tutti avevano raggiunto la Maddalena, con i vaporetti Gorgonia e Martino Temperi. In quel pomeriggio aveva attraccato alla Maddalena il grosso piroscafo Egitto proveniente da Tunisi e diretto a Livorno. Doveva ripartire alle 7 pomeridiane, ma per il cattivo tempo e lo stato del mare le Rappresentanze e le delegazioni non furono in grado di raggiungere l’Egitto che aveva gettato le ancore ad una certa distanza dalla rada della Maddalena.
Furono costretti così a passare la notte sull’isola e all’alba del 10 maggio, era sabato, imbarcarono sul vaporetto Gorgonia e furono trasportati sull’Egitto; alle 5 ½ la nave levò le ancore e fece rotta per Livorno.
Il mare molto agitato e un forte vento che faceva salire gli spruzzi delle onde fin sopra coperta funestò tutta la traversata. Molti soffrirono il mal di mare per tutto il viaggio, che terminò a mezzanotte quando il piroscafo getto le ancore nel porto di Livorno.
La Rappresentanza orbetellana, come tutte le altre, potè scendere dalla nave verso le 5 ½ dell’11 maggio, si diresse immediatamente alla Stazione per prendere il primo treno possibile ed in serata giunse ad Orbetello, accolta da molti cittadini e dalle autorità.
Descrizione integrale della tomba di Garibaldi, così com’è riportata nella relazione della Rappresentanza Municipale di Massa Marittima: “E’ essa un piccolo recinto che potrà essere di dieci o dodici metri quadrati – E scavata addossata ad una roccia di granito tagliato a piombo e cinta da tre lati da un piccolo muro, e da una balaustra di ferro semplicissima dalla parte della strada. Il pavimento è formato di ambrogette bianche e celesti; nel centro, di fronta a un piccolo cancello vi è un urna funeraria di marmo sopra un piccolo piedistallo sul quale è scritto: ROSA GARIBALDI NATA IL 1° LUGLIO 1869 MORTA IL 1 GENNAIO 1871. Davanti al piedistallo vi è una cassa di marmo su cui sono scolpite le lettere R.G.
Sovra un’altra cassa a destra, pure in marmo, e collocata in senso inverso, sta scritto: ANNITA GARIBALDI NATA IL 5 MAGGIO 1859 MORTA IL 25 AGOSTO 1875.
A sinistra di chi guarda il piccolo monumento di Rosa Garibaldi, è stata costruita in muramento la tomba provvisoria dell’Eroe dei due Mondi.
Quel piccolo spazio è circondato di vasi di fiori, e da un ciuffo di verdura che fa ombra sopra le tombe.

BIBLIOGRAFIA:
= La Varietà. Strenna per l’anno 1883. Tip. G. Pallini, Massa Marittima, 1882 (Il ricavato netto della vendita dell’opuscoletto andò a beneficio dell’Asilo Giardino d’Infanzia, sistema Froebel, di Massa Marittima).
= Deliberazioni della Giunta e del Consiglio comunale di Orbetello

L’UOMO DEL TERRZO MILLENNIO E LA CREATIVITA’

Amici per la pellaPensando alla vita dell’uomo in questa assurda società, creata, a parer mio, dalla parte peggiore del nostro sentire, mi sono tornate alla mente le letture di tanti anni or sono, su giornali, riviste ma, soprattutto, libri, quando giovane già con certe responsabilità sulle spalle, senza studi adeguati, pensavo al futuro, ad un lavoro che mi permettesse di far vivere la famiglia, che giovanissimo avevo creato, in modo dignitoso.
Erano letture che in quei momenti ormai lontani divenivano anche oggetto di ampie discussioni in molti luoghi della nostra società. Molta gente si diceva convinta che le generazioni dell’avvenire sarebbero state tutte di uomini universali. Nessuno sarebbe stato, almeno in partenza, più fornito di un altro per la traversata della vita. Tutti sarebbero stati accolti da strutture sociali tali da fornire loro più che a sufficienza: nutrimento, assistenza, istruzione, svago, ecc. ecc. Tutti avrebbero avuto tempo libero in abbondanza tra un turno e l’altro di lavoro, nei giorni di fine settimana, nelle ferie estive ed invernali. Benessere, eliminazione totale dell’affaticamento, del disagio, di tutte le forme di mortificazione.
E, ricordo, nelle serate estive, seduti sui gradini della fontana di piazza IV Novembre, oggi piazza Cortesini, le lunghe chiacchierate di un folto gruppo di giovani, cariche di aspetti ideali, oltre che culturali. Ricordo in particolare una sera, dove qualcuno di noi, non ricordo chi fu, citò una frase di Henri David Thoreau, scritta intorno alla metà del secolo XIX: “Svegliatevi, siate uomini, la libertà e la gioia sono a portata di mano”. E questo fu il filo conduttore della discussione di quella sera, tutti concordi sulle grandi difficoltà che avremmo incontrato, ma ugualmente concordi che sulla strada che doveva portarci a quella società che sognavamo erano state messe le prime pietre.
Devo confessare, ripensando oggi a quelle chiacchierate, che in quel momento avevamo veramente creduto alla nascita di una società di uomini liberi, tuffati interamente in un mondo dove giustizia, democrazia, tolleranza, cooperazione, sarebbero state le linee guida della nostra vita.
E nessuno si permetta di dire che eravamo giovani con la testa piena di pensieri utopistici e irrealizzabili, perché non è così, ne sono ancora oggi convinto. La società che andavamo costruendo poteva essere veramente diversa, più umana, più giusta.
Poi, le cose sono andate come sono andate. Tutti, chi per un verso, chi per un’altro, abbiamo fatto a chi era più bravo a costruire una barca che oggi fa acqua da tutte le parti e che se continuiamo così, potrebbe affondere definitivamente.
Infatti, che cosa è accaduto?
Abbiamo assistito all’avvento di maggiori spazi e di maggiore forza, non della giustizia, non della democrazia, non della tolleranza, non della cooperazione, ma dell’aggressività dell’uomo, a nuove forme di competizione, di prepotenza e, a guardar bene, di ferocia.
Dopo, molto dopo, abbiamo capito come la resistenza, oltre che inutile, è anche scomoda, e se c’è qualcuno che si ostina a ignorare le voci che lo circondano, va a finire che le sue relazioni umane subiscono contrazioni e colpi irreversibili.
Siamo costretti a digerire coloro che passano ogni giorno parecchie ore a sputare sentenze, che non smettono nemmeno quando vanno in campagna a fare una gita, che continuano a parlare senza sapere cosa dicono, anche quando ci sarebbe bisogno di studiare e meditare.
In questa situazione diviene sempre più difficile vivere una vita semplice, come quella dei nostri antenati, dove era possibile una intesa con i propri vicini.
Ci accorgiamo che tutti intorno a noi cambiano gusti, idee, linguaggio, argomenti e una volta che un media ha conquistato il suo pubblico, diventa universale e preme su di noi con la forza del conformismo sociale. Abbiamo abbracciato il consumismo. Che bello!!! Una fortuna conquistata col proprio ingegno? O uno specchietto che qualche furbo ci ha fatto luccicare davanti agli occhi, come fanno i cacciatori con le allodole?
Così, la maggior parte cedono per stanchezza o per ragionamento, e si mettono dalla parte dei più. Per amor di pace. Accettando una nuova abitudine, un nuovo tipo di noia, e illudendosi spesso di aver conquistato un posto nella sfera sociale.
Cosa dirà di noi, della nostra creatività, di questo periodo della nostra storia, colui che vivrà nel quarto o nel quinto millennio? Quali sono le cose belle che gli avremo lasciato e potrà ammirare?