Le antiche mura “etrusche” di Orbetello – Atti della Tavola Rotonda

In questo libro sono contenuti gli atti della Tavola Rotonda che si è svolta il 22 e 23 settembre 2017 ad Orbetello, primo atto di un progetto, presentato nella premessa al volume, che ha come obiettivo la conoscenza, la riqualificazione e la valorizzazione dell’antica struttura che cinge il centro storico della città.

Nel corso dei lavori, dopo una presentazione della storia del monumento dall’epoca rinascimentale ad oggi (Cardosa), una serie di relazioni hanno offerto un quadro complessivo della formazione dell’ambiente lagunare (Velasco) e del popolamento della città e del suo territorio in epoca preistorica (Leonini – Cardosa), etrusca (Zifferero, Ciampoltrini) e romana (Celuzza). Nella seconda parte si è offerta una panoramica dei sistemi di fortificazione in Etruria dalla tarda protostoria (di Gennaro) all’epoca etrusca, con confronti con strutture simili nei territori vicini, quali Vulci (Cerasuolo), Saturnia (Rendini) e Vetulonia (Rafanelli), mettendo inoltre a confronto le mura poligonali di Orbetello con le strutture in tecnica analoga note in area laziale (Cifarelli). A conclusione si è presentato un saggio di rilievo strumentale dell’antica struttura con le possibilità, dal punto di vista della conservazione e della valorizzazione, che tale tecnica offre (Palla – Scalabrelli).

Dai lavori del convegno è emerso come l’ambiente in cui si è sviluppato il primo insediamento dell’area urbana sia tutt’altro che conosciuto; in particolare rimangono incerti: il livello dell’acqua, la stessa morfologia della laguna, la profondità del suo fondale, il collegamento o meno con il mare aperto, la salinità dell’acqua, la navigabilità, tutti dati di fondamentale importanza per comprendere le vicende insediative di Orbetello. Sembrerebbe invece assodato che le mura si fondarono su una paleo spiaggia, oggi scomparsa, quasi sicuramente agli inizi del III secolo a.C., in concomitanza con la fondazione della colonia romana di Cosa (273 a.C.), anche se sulla datazione non tutti gli studiosi sono concordi.

Il volume costituisce una prima ed unica raccolta di informazioni sul manufatto, sul periodo in cui fu realizzato con confronti tra strutture simili, e costituisce il necessario punto di partenza per una qualsiasi operazione di valorizzazione. Abbiamo fatto un ulteriore sforzo per dare un’importanza all’evento ed alla riqualificazione delle mura perché vogliamo ripartire da questi atti per proseguire nel progetto di valorizzazione.

Durante i lavori del gruppo è stato realizzato un modello 3d di una parte delle mura, circa 350 metri, che ci ha permesso di evidenziare le criticità e gli interventi necessari.

Leggendo questo codice QR con uno smartphone potrete vedere il modello 3d delle mura in una versione alleggerita.

http://www.effigi.it/muraorbetello/

Mostra sulla Difesa Costiera dei Reali Presidi Di Toscana

Si è aperta ieri, presso la sala del Frontone di Orbetello, la mostra che espone i pannelli con le strutture difensive costiere dei Reali Presidi di Toscana curata da Gualtiero Della Monaca.

La mostra rimarrà aperta tutti i giorni dal 21 al 30 aprile con il seguente orario:

  1. mattina dalle 10,00 alle 12,00
  2. pomeriggio dalle 17,00 alle 19,00.

 

Le Antiche Mura “etrusche” di Orbetello

Carissimi amici, soci, sostenitori e Sponsor.

La Tavola Rotonda che si è svolta il 22 e 23 settembre ha raggiunto lo scopo di fare il punto sullo stato delle conoscenze sulle mura di Orbetello e sulle fortificazioni di età ellenistica in generale. I lavori delle due giornate di studio hanno fornito gli strumenti per ridefinire il progetto di studio scientifico delle mura e più in generale della città etrusca di Orbetello di cui lo stesso convegno è stato parte. Come già sapete il progetto è articolato in tre fasi:

  • una conoscitiva, di sintesi della documentazione disponibile e di realizzazione di indagini geognostiche (carotaggi che permettano di datare le stratigrafie del promontorio e della laguna);
  • una congressuale, della durata di due giorni (Tavola Rotonda), per fare il punto sulle conoscenze e sulle problematiche relative;
  • una progettuale, per stabilire le strategie su cui impostare le indagini future e le possibili scelte di valorizzazione. Ad esempio, scavi mirati o sondaggi stratigrafici per verificare le fasi di impostazione delle mura, creare percorsi di visita che aiutino gli abitanti e i visitatori a comprendere la complessa storia della città e del suo ambiente unico.

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La prima fase conoscitiva, che è stata arricchita dalle attività della Tavola Rotonda, non si può ancora considerare conclusa. Infatti è auspicabile che il quadro conoscitivo di sintesi venga formalizzato in una Relazione archeologica a cura di un professionista del settore, che completi l’attività di raccolta dei dati bibliografici e d’archivio sulle evidenze archeologiche del promontorio e della laguna, in cui sia riportata una cartografia in scala adeguata con il posizionamento dei rinvenimenti, la loro affidabilità stratigrafica e la loro profondità di giacitura. Nella relazione archeologica dovrebbero confluire anche i dati a oggi disponibili di natura paleoambientale e geomorfologica, eventuali carotaggi già effettuati anche per scopi non archeologici a disposizione del Comune.

Dai lavori del convegno è inoltre emerso che l’ambiente in cui si è sviluppato il primo insediamento dell’area urbana è tutt’altro che conosciuto: in particolare, il livello dell’acqua, la stessa morfologia della laguna, la profondità del suo fondale, il collegamento o meno con il mare aperto, la salinità dell’acqua, la navigabilità, tutti dati di fondamentale importanza per comprendere le vicende insediative di Orbetello. Invece, risulta ormai assodato che le mura si impostano su una paleospiaggia a poca profondità, che doveva essere emersa al momento della costruzione, che si considera senza ombra di dubbio risalente al terzo sec. a.C.

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Si ritiene pertanto prioritario che le indagini geognostiche previste si concentrino sugli aspetti paleoambientali e geomorfologici, tralasciando le indagini geofisiche i cui risultati attesi in questa fase sono sicuramente meno interessanti e sostanzialmente noti.

Le attività da sviluppare, a seconda delle disponibilità economiche, potranno concentrarsi sui seguenti aspetti:

  • redazione della relazione archeologica, da cui si potrà valutare il posizionamento più opportuno per i carotaggi in area urbana;
  • esecuzione e lettura di carotaggi, anche in numero maggiore di quelli previsti inizialmente. Sarebbe interessante posizionarli sia nell’area del centro storico, a ridosso delle mura ma anche al centro dell’ipotetico insediamento, per valutare lo spessore dei depositi e le eventuali profondità di giacitura dei livelli antichi, oppure se questi siano interamente stati asportati dalle costruzioni moderne; inoltre, sarebbe fondamentale posizionare alcuni carotaggi direttamente nella laguna, sia in prossimità del promontorio sia in prossimità dei tomboli;
  • studio delle malacofaune (conchiglie) eventualmente presenti nei carotaggi della laguna da parte di uno specialista; le specie presenti nei vari livelli potrebbero fornire indicazioni su temperatura e salinità dell’acqua nelle fasi antiche;
  • datazione al radiocarbonio di resti organici eventualmente recuperati dai carotaggi, per contestualizzare la stratigrafia dal punto di vista cronologico. Se i campioni saranno rappresentativi, questo permetterà inoltre di datare le prime fasi di formazione della stessa laguna;
  • lettura sedimentologica dei carotaggi da parte di uno specialista in sedimenti degli ambienti umidi.

Si ricorda infine che tra gli scopi del progetto è prevista la promozione, messa in sicurezza e valorizzazione dell’opera muraria. A tale scopo, sarà opportuno prevedere sin d’ora di destinare risorse alla pulizia delle mura dalle erbe infestanti (anche attraverso campagne di volontariato, purché con la direzione scientifica di professionisti del restauro) ed eseguire una prima mappatura delle lacune che dovranno essere tamponate con un successivo progetto di restauro.

Inoltre la valorizzazione del monumento potrà essere pensata attraverso un’opportuna illuminazione e il posizionamento di materiale informativo didattico.

Edoardo Federici

LE ANTICHE MURA “ETRUSCHE” DI ORBETELLO – Dal mito al presente

CONVEGNO MURA ETRUSCHENei pomeriggi del 22 e 23 settembre a partire dalle ore 14,45 al piano terra della Polveriera Guzman.

ORBETELLO – In ricordo dell’opera di Don Pietro Fanciulli che ha saputo conciliare l’attività sacerdotale con la naturale inclinazione alla ricerca storica e all’insegnamento, lasciando un grosso contribuito alla conoscenza di questo territorio attraverso i suoi scritti e le su e ricerche, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto ed Arezzo con il Circolo Culturale Orbetellano Gastone Mariotti, il Centro Studi Don Pietro Fanciulli, LegalMente e Tecnologie di fruizione culturale, ha rea lizzato un progetto dal titolo: Le Antiche Mura “Etrusche” di Orbetello – dal mito al presente, con lo scopo di approfondire la conoscenza delle prime fasi di vita delle mura che circondano il centro storico di Orbetello.

 

Il progetto è articolato in tre fasi: una conoscitiva, di sintesi della documentazione disponibile e di realizzazione di indagini geognostiche (carotaggi continui che permettano di conoscere e datare le stratigrafie del promontorio e della laguna); una congressuale, della durata di due giorni, per fare il punto sulle conoscenze e sulle problematiche relative; una progettuale, per stabilire le strategie su cui impostare le indagini future e le possibili scelte di valorizzazione. Ad esempio, si potranno studiare gli scavi inediti del centro storico di Orbetello, valutare se verificare con un sondaggio stratigrafico le fasi di impostazione delle mura, creare percorsi di visita che aiutino gli abitanti e i visitatori a comprendere la complessa storia della città e del suo ambiente unico.

Lo scopo che la Soprintendenza, il Comune e le associazioni proponenti si propongono di raggiungere è l’integrazione delle esigenze di conoscenza scientifica con la restituzione al pubblico dei risultati delle ricerche, attraverso lo sviluppo di alcuni temi: promuovere il restauro, la messa in sicurezza e la valorizzazione dell’opera unica nel suo genere; appurare la funzionalità del manufatto, se muro difensivo o di sostegno del promontorio, se a protezione di un porto o di un insediamento abitativo; Verificare la sua profondità; datare la prima fase di costruzione delle mura e le prime fasi di insediamento nella laguna; raccogliere i risultati dell’incontro in una pubblicazione scientifica.

La tavola rotonda si terrà nei giorni 22 e 23 settembre presso la Polveriera Guzman, e i lavori verranno coordinati da un Comitato scientifico. All’evento hanno aderito tutti i principali esperti del settore, docenti appartenenti a diverse università italiane che affronteranno i singoli temi per fare un quadro d’insieme della situazione politico ambientale dell’epoca in cui si presume sia stata realizzata l’opera.

CONVEGNO MURA ETRUSCHE - programma completo

Il Circolo Culturale Gastone Mariotti, vista l’importanza del progetto dal punto di vista storico e turistico, ha ottenuto dal Comune di Orbetello un contributo economico da utilizzare nella prima fase, le prospezioni. L’evento si avvale inoltre della sponsorizzazione di alcune imprese locali sotto forma di servizi erogati gratuitamente.

Afferma l’Assessore alla Cultura Maddalena Ottali: “siamo molto felici che nel nostro territorio, così ricco di storia e di cultura, ci siano Associazioni, come il circolo Culturale Gastone Mariotti, che si impegnano per approfondire e portare a conoscenza della collettività il nostro passato attrCONVEGNO MURA ETRUSCHE - programma completo2averso lo studio dei suoi monumenti. Siamo certi che l’iniziativa sarà utile non solo per arricchire l’archivio storico del Comune ma anche per le future determinazioni che vorremo prendere a riguardo in accordo con la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le Province di Siena, Grosseto e Arezzo. Ringrazio sentitamente tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto condividendo le proprie competenze con il supporto, fondamentale, della Soprintendenza”.

 

di Edoardo Federici Inviato su Varie

IL MESTIERE DI CITTADINO

Cittadinanza e diritti della persona copia copiaI lavoratori nel passato, anche se in gran parte erano portatori di carenze intellettuali e, forse, anche morali dovute alle oggettive condizioni materiali di vita, avevano comunque saputo trarre, spesso spontaneamente, linfa vitale per migliorare e migliorarsi, attraverso tanti sacrifici, ma anche con intelligenza e abnegazione.
Sembrerebbe che le cose non stiano più così, e che anzi, si cerchi di fare ogni sforzo perché ciò venga cancellato dalla nostra mente.
Oggi, che l’istruzione è arrivato in ogni casa, dovremmo essere capaci di mettere in atto una ricerca continua tesa ad una rivalutazione culturale che possa consentirci di realizzare il grande obiettivo della completa liberazione e permetterci, finalmente, di sopprimere tutti gli orpelli di una conoscenza intellettuale fine a se stessa, surrogato dell’azione politica a tutti i livelli della nostra vita. Quindi un cambiamento generale del modo di pensare ed agire, che cominci col modificare in primo luogo noi stessi.
Perciò, oltre alla necessaria battaglia politica in campo aperto, se ne deve combattere una assai meno appariscente e certamente meno esaltante, quella del cambiamento dei rapporti umani a cominciare dal nostro essere.
Un lungo filo rosso copia copiaIl pessimismo dell’uomo è cosa antica, ma oggi sembra cresciuto fino a compromettere le sorti stesse dell’umanità. Per questo è necessario ritrovare una lucida volontà e sicuramente anche una buona dose di disponibilità, per non continuare a vivere sul filo del rasoio, e per poter ritornare ad una forma di vita migliore.
E’ necessario quindi riflettere e studiare per raggiungere un più alto livello di consapevolezza, per l’acquisizione di un’altra cultura di un altro convincimento rispetto ai dettami demagoghi e populisti attuali.
Certo, la politica è cosa assai importante e, spesso inconsapevolmente, continuiamo a farla con ogni nostro atto giornaliero (sarebbe meglio consapevolmente), ma nel frattempo dobbiamo essere in grado di studiare la nostra storia. osservare la realtà passata e quella del nostro tempo, per poter comprendere la realtà in evoluzione e per appropriarci degli elementi originali e fondamentali per proiettarli con lucidità nel futuro.
Ciò potrà consentirci di mettere in rilievo, al di la di ogni altra importante considerazione, il fallimento di una linea politica e di una pratica di governo dovuta, in primo luogo, alla mancanza di una alternativa culturale e alla scarsa capacità di comprendere il paese e il mondo.
Fermarsi sulle posizioni acquisite, anche se di progresso, a lungo andare, senza una nuova ricerca, un rinnovamento culturale e senza comprendere la realtà in evoluzione, si finisce con il relegare anche le idee più avanzate in una condizione di minorità e di conservazione.
La crisi del potere politico è pertanto legata ad una assenza di visione del mondo, di corretta ideologia, di capacità di proporre un modello in cui si compongano i portati delle scienze e le esigenze morali e civili delle popolazioni.
Ci troviamo, quindi, una classe dirigente al potere priva di una visione, di una cultura e di un modello da proporre e lontana dalle esigenze morali e civili dei cittadini, degli amministrati. Si è creato così quel vuoto di potere nel quale si sono inserito e continuano ad inserirsi corpi intermedi (corruzione, criminalità organizzata, privilegi di ogni genere, disoccupazione e povertà aprendo in tal modo la strada a pericolose soluzioni.
E’ questo un discorso che comincia ormai a diventare valido non solo per l’amministrazione della cosa pubblica, ma anche per le diverse associazioni e per le imprese in generale.
Dovremmo perciò avere la capacità di dar vita a gruppi dirigenti, che per essere tali devono avere da proporre una nuova visione del mondo, una cultura in grado di supportare tale visione ed essere in consonanza con le esigenze morali, sociali e culturali dei cittadini.
Sono sensate le cose fin qui evidenziate, anche se succintamente??
In caso affermativo, in che cosa abbiamo mancato nel corso di tutti questi anni?
Dove, quando e perché abbiamo sbagliato?
Si possono recuperare le idee così ben evidenziate e sintetizzate dalla nostra Costituzione repubblicana, quelle idee che hanno permesso di costruire una nazione, che hanno segnato momenti importanti per la crescita democratica, morale, civile, culturale?
Possiamo ancora pensare ad una vita migliore con un residuo di speranza?
Parliamone.
Bene! Io penso che la speranza di un mondo migliore, meno ingiusto non sia ancora del tutto tramontata, a condizione di essere in grado di organizzarci per cominciare a recuperare la nostra storia, la nostra memoria, per contribuire, in molti, a delineare un futuro diverso da quello che attualmente intravediamo che, in un certo senso, c’è stato pian piano imposto. Ciò permetterà di acquisire velocemente la consapevolezza che ognuno di noi è artefice del proprio futuro, che pertanto il futuro non è ancora scritto, di andare a ricostruirlo con la convinzione che noi possiamo dare un importante contributo.
Diventare tali significa diventare dei cittadini veri, significa comprendere che il dubbio e la critica ci aiuteranno ad essere autenticamente liberi: dubbio e critica anche a proposito delle nostre credenze, dei nostri ragionamenti e rispetto a qualsiasi teoria della conoscenza.
Certo, tutte cose che non possono essere considerate certezze definite, ma per poter fare il nostro mestiere di cittadino sono, senza dubbio, già sufficienti.

di Giovanni Damiani Inviato su Varie

Le fontane dell’ex idroscalo di Orbetello

Vogliamo fare un po’ di chiarezza sulle fontane che esistevano nell’Idroscalo orbetellano visto che, in una recente mia visita all’Open Day del Ministero della Difesa Comando dell’Aeronautica militare, situato a Roma in Viale dell’Università 4, https://www.youtube.com/watch?v=lj8aXfo4a70,  la guida dichiarava che la fontana dell’Idroscalo di Orbetello, attualmente collocata presso il Museo Storico di Vigna di Valle, presto sarà messa in uno dei piazzali interni del palazzo ministeriale.

fontana degli atlantici

Le fontane dell’Idroscalo orbetellano più importanti erano due, la prima posta a sinistra dell’edificio Comando e la seconda posta in fondo al lungo viale che dal cancello d’ingresso portava alle sponde della laguna di levante, dietro ad una gru per il sollevamento degli aeroplani.

4605-Orbetello

La prima fontana fu costruita ex novo per abbellire la struttura aeronautica, mentre per quanto riguarda la seconda fontana, che si trovava ubicata nella piazza Eroe dei due Mondi, già piazza Garibaldi, fu smontata per far posto al capolinea della  linea di autobus che collegava Orbetello alla provincia, e riutilizzata presso l’Idroscalo.

La prima fontana attualmente si trova presso il Museo Aeronautico di Vigna di Valle, mentre della seconda, il piatto superiore fu riciclato e installato sulla sommità di quella che si trova nella piazza della stazione di Orbetello Scalo, ma nessuno sa dove sia finito il basamento e la stele che sorreggeva il piatto riciclato.

ORBETELLO. LA MASSONERIA

GiovineItaliaAll’epoca del Risorgimento italiano la Massoneria ebbe una qualche funzione positiva per cui, qualche tempo fa, nel momento dell’allestimento delle mostre allestite a Talamone nel 2007, 2010 e 2011 fui preso dalla voglia di raccogliere qualche notizia storica sulla Massoneria nella nostra città. Mi resi subito conto che si trattava di un tema non facile da affrontare, per le palesi reticenze quando affronti il discorso con persone che, si dice, ne facciano parte m a, soprattutto, per le difficoltà nel reperimento di documenti a supporto della ricerca storica. Tuttavia, riuscii a trovare queste notizie, che sono, senza dubbio, utili per comprendere quanto anche ad Orbetello abbiano operato queste società segreta, ma non sufficienti ed esaurienti per approfondire questo ramo della nostra storia. Mi sono perciò deciso a pubblicarle, con la speranza di trovare notizie e documentazione e qualcuno disposto a collaborare.

RL:. UNITA’ MASSONICA OR:. Orbetello (GR) fondata nel 1874 ca.
Si trattava di una Loggia di Rito Scozzese, all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. E’ citata nell’Almanacco del Libero Muratore del 1875, pubblicato dalle Logge di Rito Simbolico di Milano
Il 12 giugno 1875, una rappresentanza della Loggia è presente alla consacrazione del Tempio massonico di Civitavecchia.
Il 26 giugno 1875 ad Orbetello venne “solennemente inaugurato il modesto si ma convenientissimo tempio della Loggia”; in quel periodo è Maestro Venerabile Raffaello Catta.
Nel 1877 sono eletti: Venerabile Giovanni Rigetti, 1° Sorvegliante Luciano Pucci, 2° sorvegliante Antonio Maier, Oratore Antonio Colombi e Segretario Generoso Pucci.
In quello stesso anno, la Loggia orbetellana partecipava all’Assemblea Generale di Roma, rappresentata da Giovanni Rigetti, presso il quale, aveva indirizzo nel 1878.
Si trova elencata nell’Almanacco del Libero Muratore pubblicato dalle Logge “La Ragione” e “La Cisalpina” di Milano nel 1880, con indirizzo sempre presso il Dottor Giovanni Rigetti
Una rappresentanza della Loggia era presente a Prato ai solenni funerali dell’ex Gran Maestro Giuseppe Mazzoni.
Il 14 maggio 1880 venne sciolta per morosità con decreto n. 48 del 9 dicembre 1881.
Venne ricostituita, di Rito Scozzese, il 23 giugno 1893, con decreto del Gran Maestro Lemmi, n. 3, sempre all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia e nel 1895, venne inserita dal Grande Oriente d’Italia tra le Logge di prima Categoria, quelle cioè che sono in regola con il tesoro (pari con i contributi) e hanno trasmesso gli atti richiesti dalla circolare n. 10 del 15 marzo.
Sempre in quell’anno, sottoscriveva lire 5 per la costruzione del monumento al Zappetta nel cimitero di Napoli.
Nel 1896 il Grande Oriente approvava le elezioni di Loggia, e nel 1899, veniva sciolta per “lo stato di assoluta inerzia” e per “grave arretrato con le contribuzioni”.

ELENCO DEGLI APPARTENENTI ALLA LOGGIA
Francesco Adami, Oreste Adami, Eugenio Bernaroli, Luigi Bernaroli, Fortunato Buti, Salvatore Camerino, Arturo Cantieri, Raffaello Catta, Antonio Colombi, Pio Capezzoli, Francesco Diaz De Palma, Azzarita Lattes, Antonio Mayer, Guglielmo Marcelli, Andrea Paffetti, Pietro Paffetti, Generoso Pucci, Luciano Pucci, Giovanni Rigetti, Italo Rosatelli, Fortunato Ruti, Aristippo Sadum, Ferdinando Soldaini (o Soldatini), avv. Adriano Ugazzi (Oratore aggiunto 1894), Guglielmo Ugazzi.
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RL:. TRIANGOLO OR:. Orbetello (GR) fondata nel 1912.
La Loggia Triangolo venne costituita con decreto n. 51 del 15 novembre 1912, sotto gli auspici della Logia “Ombrone” di Grosseto.
E’ stata attiva dal 1912 al 1923.
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RL:. PIETRO CARNESECCHI OR:. Orbetello (GR) fondata nel 1923.
Loggia costituita all’obbedienza della Ser.ma Gran Loggia d’Italia, detta di Piazza del Gesù.
Nella tornata a Logge riunito tenuta a Civitavecchia, nei locali della Loggia “Giuseppe Mazzini” il 18 maggio 1923, Orbetello era presente con la Loggia “Ettore Socci”.
La Circolare alle Logge del 15 ottobre 1923, da notizia che il Fr:. Otello Angiolini era stato espulso per il suo atteggiamento accondiscendente nei riguardi del fascismo e per il quale era avvenuta l’adunanza scismatica del 23/24 marzo.
Sarebbe necessario approfondire e chiarire questa parte delle notizie, in quanto, prima si parla della Loggia “Pietro Carnesecchi” e subito dopo della Loggia “Ettore Socci”.
Queste notizie fanno pensare, che in quel momento, ad Orbetello agivano due Logge massoniche.
Oltre alle notizie fin qui riportate, dobbiamo registrare altri due documenti in nostro possesso, due fogli volanti del 1897, che polemizzano con il Priore di Orbetello, Don Domenico Rinaldi, che in quel momento stava facendo di tutto per ripristinare la processione religiosa durante le feste di maggio. Ebbene, questi due fogli volanti sono firmati “Loggia Massonica Valle dell’Albegna”. Si tratta certamente di un altra Loggia operante sul territorio comunale orbetellano.
Pertanto, riepilogando, si deve registrare che dal 1874 in poi le Logge massoniche di Orbetello dovrebbero essere state le seguenti:
1 – Unità Massonica;
2 – Triangolo;
3 – Pietro Carnesecche;
4 – Ettore Socci;
5 . Valle dell’Albegna.

Notizie tratte da: “Una Loggia Massonica della Maremma” di Giampiero Caglianone, edito dal Centro Studi A. Gabrielli di Massa Marittima nel 1996, da documenti dell’Archivio Storico del Comune di Orbetello, da “Rassegna Massonica”, anno XIII, n. 6-7 del giugno-luglio 1923, e da una “Circolare alle Logge” del 25 novembre 1923.

A PROPOSITO DI VITIGNI E VINO

Questo articolo fu scritto nel 2001 e pubblicato nel Periodico storico tecnico scientifico “LE ANTICHE DOGANE” – Anno V n. 44 del febbraio 2003

UN VINO ECCELLENTE PRODOTTO IN MAREMMA NEI SECOLO PASSATI: IL VIN RIMINESE

(L’articolo, anche se è un po’ lungo, lo pubblico perché molto interessante)

Il Riminese 1La Maremma è stata interessata dalla produzione del vino fin dai tempi più remoti. Etruschi, Romani e, successivamente, gli altri popoli che dominarono questi territori, hanno perpetuato la tradizione producendo dell’ottimo vino.
E’ certo che la produzione di vino, come altre produzioni agricole, ha avuto lunghi periodi di decadenza dovuti, in particolare, alla disastrosa situazione in cui cadde la Maremma a seguito del malgoverno idraulico dei terreni e al conseguente spopolamento delle campagne, che determinarono il suo impaludamento e l’estendersi del morbo della malaria.
Tuttavia questa particolare produzione ha sempre avuto molte attenzioni da parte dei tanti produttori, riprendendo sempre vigore appena i tempi miglioravano.
Il Monte Argentario, insieme all’Isola del Giglio e all’immediato entroterra orbetellano, vengono da sempre indicati come luoghi dove si produceva, e si produce ancora, un eccellente vino: l’Ansonico.
In questa occasione non parleremo però dell’Ansonico, ma di un altro eccellente vino, il Riminese, che da parecchi decenni ormai non si produce più.
Da ragazzo, quando abitavo a Porto Ercole e facevo parte di una grande famiglia contadina, sentivo spesso parlare del Riminese, un vin che molti vignaioli e la stessa mia famiglia, producevano in una certa quantità.
Da quando la mia famiglia, nel 1938, cessò di svolgere questa attività, non avevo più avuto occasione di sentir nominare questo vino. Poi, improvvisamente, il Riminese riaffiora quando, nel 1988, andato in pensione, potevo dare sfogo alla mia grande passione: la ricerca storica e delle tradizione della mia terra natale, della Maremma.
Così, ogni tanto, nelle mie ricerche vengono fuori documenti d’archivio e vecchie cronache che decantano questo vino con parole di ammirazione per la sua bontà e per la sua qualità.
Allora, queste notizie e i conseguenti ricordi della mia gioventù, cominciarono a sollecitare la mia curiosità, per la storia che stava dietro all’arrivo di questo vitigno nella nostra zona e alla sua produzione che è durata fino ai primi decenni del 1900, anche se in quantità limitate e per uso familiare.
Sono così partito dalle testimonianze dei cronisti dei secoli scorsi trovati fino a questo momento, dei quali trascrivo le parti che trattano del riminese:

SANTI GIORGIO, Viaggio secondo per le due province Senesi che forma il seguito del viaggio al Monteamiata, Pisa 1798. “Le sue colline (di Porto Ercole N.d.R.) e la valle aggiacente stessa son coltivate a vigne, le quali producono ottimi vini. Fra essi si distingue il cosiddetto Vin Riminese, bianco, limpido, spiritosissimo, e tale, che fatto con diligenza, ed invecchiato non ha invidia ad altri liquori di Europa. Tale si era quello fattoci bere dal nostro Ospite, che vi pon cura particolare …”.

CUPPARI PIETRO, Escursione agraria sul Monte Argentario, in Giornale Agrario Toscano, Nuova Serie, 1854, T. I. pp. 139 e seguenti. “… Molte sono le varietà di uve coltivate al Monte Argentario e non poche di provenienza spagnola; ma la più distinta è quella che va sotto il nome di “Riminese” e che produce un vino gialliccio, assai generoso e di molta grazia”.

DELLA FONTE L., Da Firenze a Roma per Grosseto e Porto Ercole. In villeggiatura ed al Congresso degli Scienziati. Lettera al Marchese Commendatore Luigi Ridolfi, 1873 – 1874. “Porto Ercole 21 ottobre 1873, Il Riminese è un vino caratteristico del Monte Argentale celebre da antica data e di prodotto ristretto, come il Lacrina Cristi del Vesuvio ed il Capri: risente molto del vino di Sicilia, senza manifestare per nulla gusto d’alcool, cosa che spesso riscontrasi nei vini del mezzogiorno. E’ generoso, passante, piacevole, si avvicina molto ai vini da dessert senza lasciare d’essere buon vino da pasto”.

LOSI GIOVACCHINO, Viaggio in strada ferrata. Da Roma a Siena per Civitavecchia, Grosseto ed Asciano, Tipografia Righi Pastore e C., Roma, 1887. (Trattando del territorio orbetellano) “La campagna è fertile e caldina; ond’è che i prodotti del suolo vi maturano con sollecitudine. E’ celebre per la forza e squisitezza il vino che dicesi Riminese”.

CECCONI G., Il soldato Polfi e i suoi camerati, Ed. Baroni e Lastrucci, Firenze, 1897. “… Toh! Dice il Gori. O di dove vieni? E quando sei arrivato, pretaccio? Psi … fa il prete, mettendosi l’indice diritto appoggiato al naso e al mento. Zitto lingua maledica! Arrivo in questo momento, vengo dal convento, e vi porto questa bottiglia di Riminese di sei anni, uscita dalla cantina di Nieto …”

BANDI GIUSEPPE, I Mille, A. Salani editore, Firenze, 1902. “… Sulle ventiquattro, scendemmo giù nel cenacolo del generale per rifocillarci. Le provviste, fatte a Santo Stefano, avevano messo in grado il nostro cuoco di pascolarci assai bene; i fiaschetti di vino nero e le bottiglie di riminese del gonfaloniere Arus e d’un brav’uomo delle vicinanze d’Orbetello, ci resero degni d’invidia a Lucullo”.

DEL ROSSO RAFFAELE, Pesche e Peschiere antiche e moderne dell’Etruria Marittima, Ed. O. Paggi, Firenze, 1905. (A proposito della pesca del tonno nella tonnara di Porto S. Stefano) “… Dopo lo spettacolo di sangue gusterete le carni squisite, eccellenti in ogni salsa, tanto più se rallegrate dal vino squisito dell’Argentario, l’inebriante Riminese che ha scintillamenti di topazio …”.

Un altra citazione che, pur venendo proposta come semplice curiosità, ci dice, ancora una volta, quanto era rinomato il Riminese, proviene da un Manoscritto grossetano che si trova a Grosseto nella Biblioteca Chelliana, scritto da ignoti nell’aprile 1862, all’epoca dell’arresto del bandito Enrico Stoppa di Talamone. Probabile autore è il dottor Pietro Beltramini, allora medico a Talamone, che fu uno dei sequestrati dello Stoppa. Nel manoscritto l’estensore lancia terribili accuse nei confronti dello Stoppa e della sua famiglia, e tra le altre cose scrive: “Nella famiglia eranvi due avvenenti figlie (zie di Enrico) che generavano un proverbio ripetuto tuttavia con ilarità per la Maremma e che noi ci permettiamo anco ripetere: Riminese di Porto Ercole, e P. … di Banditella (Banditella era il casale ove abitava la famiglia Stoppa N. d. R.). Nota nel testo: “Il riminese è un vino di cui tuttora si vanta Porto Ercole”.

In Vini d’Italia giudicati da Papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio”, opera di Ferraro Giuseppe, tratta da manoscritti esistenti nella Biblioteca di Ferrara, che trattano anche del vino che produceva nel 1500 Agostino Chigi a Porto Ercole, troviamo questo passo: “… Il vino di Porto Ercole viene da un porto ed villa nel Monte Argentaro, et rare volte sono buoni, ma, quando sono nella loro perfettione, non è pari bevanda, massimo quelli della vigna che fece piantare Agostino Chigi, senese. Il sapore di tale vino vuole essere amabile et non fumoso, perché in tali vigne sono assai moscatelli. Il vino vuole havere colore dorato et non grasso ne agrestino, atteso che per la delicatezza presto si farebbe forte. Tale sorte di vino era molto grata a S. S. et a molti prelati. Et quando S. S. lasciò il mondo ne beveva, et più volte disse non havere avuto nel suo pontificato migliore ne pari bevanda …” Si trattava già allora del famoso Riminese? Da questa succinta descrizione delle sue caratteristiche e dalla sede di provenienza delle notizie, la Biblioteca di Ferrara, sembrerebbe possibile una risposta affermativa.

Quattro anni fa cominciò la mia ricerca storica e successivamente quella per capire con quale vitigno si produceva questo vino, che cronisti e storici hanno tanto decantato. Interpellati vecchi vignaioli di Porto Ercole, mi fu assicurato che nella zona esisteva ancora qualche vitigno.
La ricerca del vitigno non fu lunga; fra le persone di Porto Ercole che ancora hanno piccolo appezzamenti di terreno a vigneto, due anni or sono, sono finalmente entrato in possesso di alcune marze di questo vitigno ed ho cominciato a praticare, in modo del tutto artigianale e senza tante competenze, innesti in un piccolo vigneto sul Monte Argentario, località Spaccamontagne, nella zona di Porto Ercole.
Sarà effettivamente questo il vitigno con il quale in passato, a Porto Ercole in particolare, ma anche in altre zone del Monte Argentario e nell’orbetellano di produceva il Riminese?
L’uva, grappoli abbastanza grossi e lunghi con acini rotondi, è particolare per il colore tendente al giallo anche prima della maturazione e tendente al rosa a maturazione completa.
Quest’anno sono entrate in produzione una decina di viti; l’anno prossimo altre ne entreranno in produzione. Nella vendemmia 2002 sarà prodotto quindi un po’ di questo vino in modo del tutto artigianale, e ci renderemo conto delle sue caratteristiche e della sua bontà.
Nel frattempo la ricerca per sapere qualcosa di più su questo vitigno ha fatto un ulteriore passo avanti; consultando trattati di viticoltura ho trovato che il vitigno “Albana” è anche chiamato “Albana di Bertinoro o Riminese”, quindi un vitigno romagnolo.
Adesso, la parte più difficile. Scoprire se il vitigno fu importato nel Monte Argentario da quella zona della Romagna, oppure da qualche altra zona, in quale epoca e da chi.

MANFREDO VANNI. Un altro valente figlio della Maremma che ne volle essere anche il Poeta.

Manfredo VanniIl 13 maggio 2014 ricorre il 77° anniversario della morte di Manfredo Vanni. Trattandosi di un illustre figlio della Maremma, mi sembra importante ricordarlo. Lo faccio quindi, riproducendo un bell’articolo di Pietro Raveggi, apparso sul Telegrafo del maggio 1937.

Con la morte di Manfredo Vanni avvenuta a Milano il 13 maggio scorso, si può benissimo dire, che sia scomparso il Poeta più originale ed insigne dell’Amiata e della Maremma.
Era nato a Sorano nel 1860 di famiglia però oriunda delle balze amiatine; e per quanto fin dalla sua gioventù, a motivo delle professione, avesse dovuto vivere quasi sempre lungi dai suoi luoghi natii, pure Egli ne provò e ne intese ognora la indimenticabile nostalgia.
E alle salubri ed ombrose pendici dell’Amiata come agli orizzonti suggestivi della Terra Maremmana ritornava sempre coll’estro della sua Musa, ritraendone le migliori ispirazioni della sua produzione di poeta e prosatore.
Era davvero un veterano dell’insegnamento, essendo stato prima professore di lettere ad Arezzo, e quindi per oltre un quarantennio nel Regio Istituto Tecnico “Carlo Cattaneo” di Milano, nella cui cattedra, raggiunti i limiti d’ età, venivagli a succedergli la stessa figlia Caterina, ancor Lei tempra squisita e gentile di poetessa, già nota per varie e lodate raccolte di versi.
Ed a Milano, dove aveva piantato la propria casa con fiorente famiglia, volle rimanere, salvo qualche breve permanenza estiva ai nativi luoghi, per godere il suo meritato riposo.
Riposo per così dire, perché il nostro Manfredo continuò sempre a lavorare, curando quelle graziose edizioni della “Biblioteca di Letteratura”, pubblicata dal Signorelli di Milano, una utilissima e riuscita collana di volumetti classici, a molti dei quali faceva precedere quelle sue accurate prefazioni e succose biografie dei rispettivi autori.
Ma neppure aveva lasciato del tutto il culto della poesia, perché ogni tanto seguitava a sgorgare dalla sua vena schietta e limpida qualche improvvisa ispirazione, specialmente di carattere epigrammatico.
Possiamo dunque affermare, che sia morto sulla breccia, quasi a ricordare le note parole del nostro Divino Leonardo, che una vita bene spesa dà lieto morire.
Aveva esordito nella sua produzione letteraria con una graziosa raccolta di poesie giovanili, comparse nel 1887 e che intitolò “Libretto d’Amore in Rima” portante le seguenti indicazioni re partitive: Mont’Amiata – Patria Maremma – Siena – Varie, suggestivo volumetto, che ancora fa sentire tutta la natia freschezza e visione panoramica di que’ suoi luoghi sospirati e degli affetti domestici, fra cui Egli ebbe a nascere e crescere.
Per noi rimane la manifestazione più originale dell’opera sua poetica, nella quale scorre un fremito di vita e di visioni locali, come in quel “Canto Montanino” dove sorride l’Amiata nelle sue albe imperlate coi suoi indimenticabili paesaggi, o in quell’altro stupendo sonetto “Mattinata” che riesce una vera e propria pittura della campagna maremmana, e che trovasi riportato in diverse Antologie Scolastiche.
Poi si dette a coltivare la “Poesia Storica” dandole il colorito di quei tempi; e ne venne fuori – fra altre rievocazioni – “Il Canto dell’Assedio”. In esso ritrae efficacemente e con palpitante senso di passione le dolorose vicende di Siena del 1555, cioè nella sua tragica caduta, che proprio il genio di due Maremmani dovevano ritrarre in tutta la sua grandiosità: Pietro Aldi, l’illustre pittore di Manciano col suo commovente quadro: “Le ultime ore della Libertà Senese” e il nostro Vanni col suo “Canto” celebrante la memoranda difesa fattane dagli abitanti della desolata città.
Anche nelle sue qualità di buon prosatore aveva incominciato ben presto ad affermarsi, dando alle stampe una raccolta di “Casi da Novelle”, che in seguito ampliava in una elegante edizione del Paggi di Pitigliano col titolo saporito di: “Prugnoli Maremmani”; lavoro che per purità di lingua e cesellatura di stile ricordano i novellieri cinquecentisti, mentre ne ebbe a riscuotere meritati encomi in recensioni di noti letterati.
Si provò ancora nelle nuove forme metriche messe in voga dal Carducci nella nostra lirica; e nel 1901 faceva stampare dallo stesso Editore Osvaldo Paggi un volumetto di “Odi Alcaiche”, che se non tutte si possono ritenere felici nell’ispirazione e nella loro struttura, pure quella dettata “Per una nuova fonte” quando a Grosseto furono condotte le prime acque rigeneratrici del Monte Amiata, e l’altra “Ad un cavallo” risultano per impeto lirico e scioltezza di verso con indovinato afflato di immagini bene espresse. Infatti ambedue le composizioni riescono a differenziarsi da quelle stucchevoli imitazioni carducciane, che in quel tempo tenevano il campo nella letteratura italiana.
Del resto il Vanni nella sua poesia non subì mai l’influsso materialista o così detto versista, predominanti a quei giorni; ma nelle sue strofe rifulge spesso – simile ad una fiamma tranquilla e vivida – il lume di una fede spirituale, tutta compenetrata nel culto dei valori etici e trascendentali, che debbono formare della vita umana un’altra missione. Per questo fu anche il poeta degli affetti famigliari, nella cui esaltazione seppe trovare accenti veramente ispirati ad immagini di delicata soavità, specialmente verso la mamma.
Con questo non vogliamo sostenere che tutta quanta la sua produzione poetica sia riuscita perfetta. Anzi conveniamo che parte di non reggerà alla prova del tempo; ma insieme a quanto di più bello trovasi nella sua prima raccolta menzionata, e che contiene dei veri gioielli di ritmo, non verranno certamente dimenticati i suoi “Echi M ontani” e “Le Voci di Maremma”, che furono l’espressione della sua maturità poetica.
In tali lavori, pubblicati nella annate del 1910 e 1911 della “Nuova Antologia” risultano pregi di ispirazione e squisitezze di una forma veramente castigata, che si ricorderanno sempre, finché nell’Amiata e nella Maremma si gusterà il linguaggio delle muse italiane. Si può asserire, che con tali composizioni, chiudesse degnamente la sua fioritura lirica, avendo in questi ultimi anni prediletto soprattutto la forma dell’epigramma.
E di questa sua attività, nella quale aveva raggiunto una speciale valentia, noi crediamo che rimarrà traccia nella storia della nostra letteratura, perché il suo bel volume di Epigrammi Vecchi e Nuovi, pubblicato dagli Editori Taddei di Ferrara, offrirà sempre saggi invidiabili in questo genere di poesia.
Infatti, quelli “Letterari” che piacquero tanto al Pascoli, quelli “Senesi” ed altri di carattere catulliano e marzialesco rappresentano sia delle riuscite miniature personali lumeggianti tutta la rispettiva opera letteraria, o quadretti di vera elevata visione artistica, o dei delicati pungiglioni sulle debolezze della natura umana, anche se – molte volte – il dardo scoccato non coglie perfettamente nel segno.
Per questo venne giustamente rilevato da qualcuno che l’epigramma del nostro autore non sapeva troppo di fiele e nelle sue punture non sempre poteva dirsi completamente riuscito. Ma noi sapevamo che tale deficienza dipendeva più che da un difetto della sua arte da un pregio del suo cuore nel quale non albergava né odio, né rancori; e che il suo amabile sorriso di generosa comprensione rifuggiva dalle asprezze dell’invettiva maligna e spavalda.
Inoltre Egli era pure un buon critico letterario di vasta erudizione e cultura, come lo attesta il suo primo Saggio su Girolamo Gigli, il noto scrittore umorista senese, e di recente l’ultima edizione da lui riveduta del Dizionario del Petrocchi.
Ma soprattutto fu una figura di vero galantuomo e di anima maremmana rifuggente da ogni mira ambiziosa, veramente devoto alla grandezza ed alla gloria della sua terra!…
A questo proposito ci piace ricordare, che quando in uno scritto di molti anni indietro, illustrando le tendenze della sua Musa, lo chiamammo “Poeta dello Spirito”, egli ci rispose inviandoci l’elegante suo volumetto: “Poesie Scelte” sul frontespizio del quale apponeva, per dedica, il seguente epigramma:
… amico sognatore!
Anch’io so la malìa d’un qualche fiore
Non di mistici pollini ha penuria
Codesta nostra polvere d’Etruria.

Ed il povero compianto Manfredo, che profondamente sentì i legami della sincera amicizia, comprese ancora tutto il fascino arcano della nostra veneranda tradizione storica, che dal mito leggendario dell’Etruria Antica culminò in Roma Eterna, sempre maestra alle genti di luce e di libertà.

TALAMONE. Il salvataggio.

TalamoneIl giorno 17 dicembre 1924 un idrovolante proveniente da Vigna di Valle e diretto a Livorno, per un improvvisa avaria al motore fu costretto ad un ammaraggio forzato nei pressi di Cala di Forno, in un tratto di costa a picco sul mare, dove non era possibile approdare.
L’aereo, in balia delle onde veniva sospinto a largo dal vento, quel giorno abbastanza forte.
Angelo Berni e Barzellini Giacomo di Talamone, che si trovavano a pescare nei pressi di Cala di Forno, unici presenti all’accaduto, senza pensare al pericolo che avrebbero corso, si lanciarono con la loro barca verso l’aereo e dopo tre ore circa di sforzi inauditi, riuscirono a portare in salvo nel porto di Talamone aereo ed uomini dell’equipaggio.
Il 9 febbraio 1925, il Sindaco di Orbetello riceveva una lettera del Comando dell’80° Gruppo e Base Idrovolanti di Orbetello con la quale, dopo aver segnalato l’opera encomiabile dei due cittadini talamonesi, conclude: “Nell’esprimere la gratitudine del personale navigante di questo Idroscalo, si propone che la loro opera sia portata a conoscenza della cittadinanza e che ai medesimi sia rilasciato un documento attestante la loro azione meritoria.”

di Giovanni Damiani Inviato su Storia

DISAGIO SOCIALE E SOCIETA’

(N) Sei proprio un bischero copiaScriveva Raffaele Del Rosso verso la fine del 1800: “Se vero è che la vita di una nazione ha la sua base in quella dei Municipi, chi trovasi in grado di emettere un giudizio sulle questioni che interessano le pubbliche aziende, ha il dovere di non rimanere in silenzio.
E tanto più quando, come in questo momento, è necessario comprendere quale strada intraprendere per dare alla nostra comunità, finalmente, il definitivo assetto di terra all’avanguardia, bella nell’incremento intenso del processo cittadino, superba di vita rigogliosa, sulle onde della sua Laguna, attraente per la stranezza della sua posizione lacuale, in faccia al superbo panorama dell’Argentario.
Dovremmo pensare a una Comunità che tenda a divenire un mirabile esempio fra i Municipi italiani, una Comunità che non solo sa provvedere al benessere fisico dei suoi cittadini, ma anche al loro benessere intellettuale.
Istruzione e cultura, sviluppo equilibrato, sostenibile…..”

Riflettendo seriamente sul disagio sociale, materia così delicata e tuttavia assai emarginata, non si può fare a meno di pensare ha ciò che scriveva Del Rosso oltre 100 anni addietro: parole assai nobili in quel momento, che purtroppo sono ancora oggi di grande attualità. Allora assistiamo al fatto che i servizi di quest’area non sono in grado di dare una risposta decisiva ai bisogni delle persone che si trovano in stato di difficoltà ed in condizione di emarginazione;
Rileviamo che l’espressione “terzo escluso” coniata negli anni ottanta del secolo scorso, che si riferiva a quella parte della società che viveva priva di sufficienti forme di tutela dei diritti e che, proprio per questo, non riusciva neanche ad esercitare pienamente i suoi diritti di cittadinanza, è senza dubbio ancora attuale: anzi, il divario fra coloro che “contano” e quello sfigurato e nascosto di chi non conta, si è ulteriormente accentuato;
Constatiamo con sempre maggiore evidenza che il significato da dare alla comunità locale, alla famiglia, alla scuola, alle agenzie accreditate, che nella società attuale dovrebbero essere fortemente caratterizzate da una complessità globale che coinvolge ogni aspetto ed esperienza della vita di oggi, è invece percorso da profondi mutamenti, da manifestazioni di negligenze, da mancanza di cultura, da appropriazioni indebite, da segni di malessere e da grandi disagi;
Tutto ciò rende impossibile capire quale deve essere il ruolo e l’azione delle strutture pubbliche, in primo luogo del Comune, per risolvere il problema del sempre maggiore disagio sociale.
E’ necessario infine preoccuparci da quali punti di vista i vari enti (comprese le associazioni del volontariato) si occupano del disagio e quanto nell’ambito della rappresentazione del sociale nelle sue forme di disagio, le varie forze che la legge investe, si affidino a soggetti diversi e chi siano questi soggetti.
Pensare dunque ad un mondo, quello del disagio, che dovrebbe avere la parola in prima persona, che dovrebbe diventare soggetto di discorsi generali, soggetto che oggi raramente è tematizzato a partire dal punto di vista intermedio, quello cioè delle associazioni sul campo, che vivono dentro il disagio ma non si identificano con esso e quindi potrebbero fornire, da una parte uno sguardo attento al particolare e dall’altro una visione d’insieme. Pertanto, nelle realtà come la nostra, comunità di piccole dimensioni, l’Amministrazione comunale dovrebbe essere l’elemento aggregante e trainante di tutte le iniziative degli altri enti pubblici e delle associazioni del volontariato, con integrazioni finanziarie, amministrative e politiche consistenti, per risolvere questo grande problema: il disagio sociale.